“Che” Guevara scrive a Fidel (“Abbiamo fatto troppi errori…”), al figlio (“Quando sconfiggeremo l’imperialismo faremo una vacanza sulla luna”), agli amici. A Cuba pubblicano le lettere del guerrigliero (che voleva diventare filosofo)

Posted on Settembre 06, 2019, 12:28 pm
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Recentemente, il mio caro amico pittore Marcovinicio, un genio energumeno, mi ha mostrato delle fotografie del ‘Che’ poco note. Una rissa di soldati – i traditori – sono intorno al corpo morto, sulla barella, del guerriero. Il ‘Che’ ha lo sguardo allucinato, la mano penzola, la barba è cristica. La fotografia sembra una deposizione, ma al posto di Nicodemo e delle donne, intorno a quel morto ci sono dei vampiri. Quei soldati dal viso poco memorabile, vogliono nutrirsi di quel corpo, diventato leggenda con lampante leggerezza, il corpo della Storia. La Storia, in effetti, per compiersi, si nutre di morti.

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Al netto della barbarie – l’uomo è quello che, tragicamente, antepone una idea alla vita del prossimo, fino a perdere se stesso in quella idea – c’è una tragica e trasognata spavalderia nella velocità con cui il ‘Che’ è stato travisato come una specie di Achille dei perduti, di Mosè dei disperati; uno spavaldo cinismo nello sbandierare il viso, cristico, su t-shirt e discorsi abborracciati su speranze depredate e guerriglie dietro l’angolo. In effetti, l’uomo è agito dal senso di rivolta, dal desiderio di rivalsa, dalla micidiale seduzione per la lotta.

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Qualcosa sul ‘Che’, facendo scempio dell’agiografia indotta dagli ideologi – per cui i cadaveri sono oro – emerge da Epistolario de un tiempo. Cartas 1947-1967, pubblicato a Cuba da Ocean Sur “insieme al Cento de Estudios Che Guevara”. Si tratta di una vasta messe dall’epistolario del ‘Che’ – sono 360 pagine – dalle “Lettere della gioventù” alle “Lettere del dirigente politico”, alle ultime, le più interessanti, che seguono l’ultima apparizione pubblica ufficiale, ad Algeri, nel febbraio del 1965. “Si tratta di una selezione esaustiva e rivelatrice, se non altro perché, al di là di alcune lettere assai note, ma mai pubblicate insieme, ve ne sono diverse finora sconosciute, che raccontano la crescita personale, intellettuale e politica di Guevara”, scrive Mauricio Vicent in un lungo articolo, La última despedida del Che Guevara, pubblicato su “El País”.

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Una delle lettere più interessanti riguarda il ragionamento intorno all’esperienza – disastrosa – come Ministro dell’Economia a Cuba, incarico mantenuto dal 1961 al 1965. Il ‘Che’ ne scrive a Castro il 26 marzo 1965: “Abbiamo commesso molti errori nell’ambito economico. Il primo, e il più importante, è stata l’improvvisazione con cui abbiamo portato avanti le nostre idee, tramite una politica estemporanea. Improvvisazione e soggettivismo, direi. Abbiamo percorso questi errori con una tale costanza da rendere la crescita impossibile… Cerco di fare una critica costruttiva, che possa servire a migliorare alcuni problemi che continuano a essere seri. Eppure, ho la sensazione che questo sia una perdita di tempo per tutti: posseggo copie di miei scritti precedenti che contengono osservazioni simili, ma da allora non è cambiato nulla”.

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Se a Castro il ‘Che’ scrive comunque professando una “ammirazione e lealtà senza limiti”, diverso è il tono usato con Armando Hart, all’epoca Ministro dell’Educazione di Cuba. Il ‘Che’ scrive dalla Tanzania, dopo il tentativo fallito di portare la rivoluzione in Africa. “In questo lungo periodo di vacanza, ho messo il naso nella filosofia… Ho incontrato una prima difficoltà: a Cuba non viene pubblicato nulla, se escludiamo i ‘mattoni’ sovietici che hanno l’inconveniente di non farti pensare, dal momento che sono stati scritti perché tu debba soltanto digerirli”. Il ‘Che’ propone a Hart di avviare un nuovo programma di studi filosofici per Cuba: “Ho fatto un piano… può costituire la base per una autentica scuola di pensiero. Abbiamo fatto molto, dovremo imparare a pensare”.

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Nel suo articolo, Mauricio Vicent sottolinea come “l’epistolario è l’ultimo tassello del ‘Proyecto Editorial Che Guevara’, cominciato nel 2000, che conta più di 20 titoli pubblicati. In Spagna questi volumi sono circolati molto poco, quasi sempre in edizioni non autorizzate, per piccoli editori”. Il ‘Che’ è ancora un nemico pubblico? In Italia è pubblicato da Mondadori, Feltrinelli, Bompiani. Per lo più, però, si legge ciò che la leggenda – di ora in ora, barricadera o pop – comanda.

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Naturalmente, ci sono le lettere più intime, il privato di un uomo dedito alla Storia, dunque alla privazione dell’emozione, pare. Al figlio Ernesto: “Cresci, diventa uomo. Se c’è l’imperialismo, andiamo a combatterlo – se finisce, tu, Camilo e io andremo in vacanza sulla luna”. Alla moglie Aleida March: “Ci sono giorni in cui la nostalgia di casa prende incontenibilmente possesso di me. A Natale e a Capodanno, soprattutto, non hai idea di quanto mi manchino le tue lacrime rituali, sotto il cielo nuovo di stelle che mi rammenta quel poco che ho portato alla vita”. Ai genitori: “Cari vecchi, dieci anni fa vi ho scritto una lettera di addio. Può darsi che questa sia l’ultima, la definitiva. Non lo vorrei, ma questo rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se va così, ecco il mio ultimo abbraccio”. Bolivia, poco prima di morire – e di risorgere, sulle magliette. (d.b.)