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	<title>Haruki Murakami Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 06 May 2022 09:24:02 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“La risonanza del cuore”: dialogo tra Murakami e Ozawa. Lo scrittore &#038; il direttore d’orchestra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 06:12:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Haruki Murakami]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come lavora uno scrittore di best seller? Non così diversamente da un maestro d’orchestra. Ce lo racconta Murakami Haruki. Stavolta il libro lo scrive a quattro mani con Ozawa Seiji e si intitola Assolutamente musica (solo, si fa per dire, 300 pagine, traduzione di Antonietta Pastore, Einaudi). “Prima di tutto credo che il lavoro ci [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ozawa-seiji-murakami-haruki-assolutamente-musica-linda-terziroli/">“La risonanza del cuore”: dialogo tra Murakami e Ozawa. Lo scrittore &#038; il direttore d’orchestra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come lavora uno scrittore di best seller? Non così diversamente da un maestro d’orchestra. Ce lo racconta <strong>Murakami Haruki</strong>. Stavolta il libro lo scrive a quattro mani con <strong>Ozawa</strong> <strong>Seiji</strong> e si intitola <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/arte-e-musica/musica/assolutamente-musica-murakami-haruki-9788806242718/"><strong><em>Assolutamente musica</em></strong></a> (solo, si fa per dire, 300 pagine, traduzione di Antonietta Pastore, Einaudi). “Prima di tutto credo che il lavoro ci procuri la gioia più genuina. Malgrado le differenze che possono esistere tra la musica e la scrittura, siamo felici quando siamo immersi nei nostri rispettivi mestieri. Ed è proprio questa capacità di immergerci completamente nel lavoro che ci riempie di soddisfazione. Raggiungere un obiettivo è importante, certo, ma per noi la ricompensa migliore è la capacità di concentrarci profondamente, di dedicarci anima e corpo a quello che stiamo facendo al punto da non renderci conto del tempo che passa”. <strong>Alla radice di questo desiderio c’è una <em>fame</em>, il sentimento di non fare mai abbastanza.</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-88588 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/978880624271HIG-189x300.jpg" alt="" width="322" height="511" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/978880624271HIG-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/978880624271HIG-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/978880624271HIG-768x1217.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/978880624271HIG-969x1536.jpg 969w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/978880624271HIG.jpg 1000w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" /></p>
<p>“Osservando Ozawa al lavoro ho sentito la profondità e l’intensità del desiderio, un desiderio positivo, che lo anima”. Eppure. Eppure lo scrittore al tavolino non è propriamente un direttore d’orchestra, che non può certo permettersi il lusso di fare lo scorbutico. “Per quanto talentuoso, se fosse un uomo scorbutico, sempre di cattivo umore, non sarebbe accettato dai suoi musicisti. Le relazioni interpersonali sono estremamente importanti per lui. Il direttore deve essere sulla stessa lunghezza d’onda dell’orchestra, avere competenze relazionali e organizzative”. E lo scrittore, invece? Solitario, per definizione. Persino scorbutico, a volte. “Invece io, che sono uno scrittore, posso trascorrere giornate intere senza vedere anima viva, senza parlare con nessuno, senza mostrarmi al pubblico: ho questa libertà. Il lavoro di gruppo non fa parte del mio mestiere, e anche se sarebbe bene avere uno scambio con i colleghi, non ne sento particolarmente il bisogno. Tutto quello che devo fare è starmene a casa e scrivere. Mi dispiace ammettere che l’idea di guidare la nuova generazione non mi ha mai nemmeno sfiorato (né qualcuno mi ha mai domandato di farlo)”. Il libro è una conversazione tra i due artisti, ma non solo. <strong>È “la risonanza del cuore”, è quando, attraverso le parole di un altro, possiamo sentire risuonare “l’eco” del nostro cuore. “La vibrazione simpatetica che si produceva durante le nostre conversazioni non solo mi ha fatto conoscere Ozawa Seiji, ma, a poco a poco, mi ha anche rivelato Murakami Haruki”.</strong></p>
<p>Ma nella realtà, insomma concretamente, com’è la vita di un artista? Che poi è sempre quello che vogliamo sapere: che cosa fa effettivamente il nostro scrittore? Come conduce le sue giornate? A che ora si sveglia? “Come Ozawa, anch’io mi sveglio alle quattro e mi concentro sul mio lavoro, da solo. D’inverno è ancora buio. Non c’è avvisaglia dell’aurora, nessun canto d’uccelli. Passo così cinque o sei ore seduto alla scrivania a scrivere, picchio sui tasti del computer e intanto bevo caffè caldo. È la mia routine da più di un quarto di secolo. Mentre Ozawa si immerge nella lettura dei suoi spartiti, io mi concentro nella scrittura. La natura delle nostre attività è diversa, ma immagino che il nostro livello di attenzione sia identico. Mi succede di pensare che non potrei vivere come faccio ora se non fossi capace di concentrarmi. Senza questa facoltà, la mia vita non sarebbe più la mia. Credo che valga lo stesso per Ozawa. Quando Ozawa ha parlato della lettura di uno spartito, ho capito concretamente cosa volesse dire, come se stesse parlando di me, non di sé”. Il libro è una miniera di informazioni musicali, ma la parte che mi interessa di più è il capitolo “Secondo interludio <em>Rapporto tra la scrittura e la musica</em>”, dove Murakami spiega come è diventato uno scrittore. <strong>Secondo lui, non servono scuole di scrittura, né tantomeno serve essere bravi a scuola, o molto intelligenti. La musica sembra la condizione sine qua non. Serve orecchio, in poche parole. “Ascolto musica da quando ero adolescente, ma negli ultimi anni mi sembra&#8230; di capirla meglio, direi. Riesco a percepire anche differenze piccolissime. Chissà se il fatto di scrivere ha reso più sensibile il mio orecchio&#8230; O forse è il contrario, forse se non si ha orecchio musicale, non si può diventare un bravo scrittore. Ne consegue che uno scrittore, più ascolta musica, più diventa bravo, e più diventa bravo, meglio capisce la musica. Un’influenza reciproca insomma”.</strong> Il testo di un romanzo deve avere un ritmo narrativo, questo è fondamentale. Come fare? “Nessuno mi ha mai insegnato a scrivere, non ho mai imparato tecniche di scrittura, e per dirla tutta non ho mai studiato molto. Allora come ho fatto a imparare a scrivere? Ascoltando la musica. Cosa conta di più nella scrittura? Il ritmo. Se in un testo non c’è ritmo, nessuno lo leggerà. Perché mancherà quel senso del movimento che è come una pressione dall’interno, e porta il lettore avanti, pagina dopo pagina&#8230; Prenda ad esempio i manuali d’istruzione degli elettrodomestici: se sono tanto ostici, è perché sono completamente privi di ritmo”.</p>
<p>Il ritmo può bastare? Leggendo queste pagine resto dubbiosa. Il ritmo non è la prima cosa che penso quando mi immergo in Murakami, tanto per cominciare. Oltretutto, in traduzione. Lui fa l’esempio dello scrittore esordiente, meteora o no: “di solito, dal fatto che i suoi libri abbiano ritmo o no, si può capire se resterà sulla scena letteraria o sparirà subito”. È una teoria, chiaro. “Ma ho l’impressione che la maggior parte dei critici letterari non tengano in alcun conto questo fattore”. Forse è il momento di prestare ascolto a questa idea. Se fosse vero? Bisogna, dunque, precipitarsi dentro un negozio di dischi, con questo libro in mano? Prendo appunti. Ci provo. Ma occhio a trasformarmi in una collezionista maniacale di dischi, anche se dubito che sia il caso mio. Mette in guardia Ozawa: “i collezionisti maniacali, non li ho mai potuti sopportare. Gente piena di soldi che ha impianti stereo fantastici e mette insieme una montagna di dischi. Un tempo, quando di soldi ne avevo pochi, mi succedeva di andare da persone di questo tipo. Arrivi e ti vedi davanti l’intera collezione di Furtwängler o di non so chi, ma i proprietari non li ascoltano mai perché hanno troppe cose da fare e non sono mai a casa”. Sarà. Ma per scrivere <em>1q84 </em>-continuo a pensare – secondo me non basta il ritmo, ci vuole un universo narrativo da raccontare. O forse no. È soltanto una questione di ritmo.</p>
<p><em><strong>Linda Terziroli</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Veder svanire un sontuoso regno è assai più triste di vedere il collasso di una repubblica di second’ordine”. Un racconto di Haruki Murakami</title>
		<link>https://www.pangea.news/murakami-haruki-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2020 04:20:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Zamagni]]></category>
		<category><![CDATA[Haruki Murakami]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proprio alle spalle del regno che era caduto, scorreva un dolce ruscello. Era limpido e molti pesci nuotavano fra le sue gradevoli correnti. Anche le alghe crescevano nel ruscello e i pesci le mangiavano. Ovviamente, a loro non importava che il regno fosse caduto. Se si trattasse di una monarchia o di una repubblica, non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/murakami-haruki-racconto/">“Veder svanire un sontuoso regno è assai più triste di vedere il collasso di una repubblica di second’ordine”. Un racconto di Haruki Murakami</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Proprio alle spalle del regno che era caduto, scorreva un dolce ruscello. Era limpido e molti pesci nuotavano fra le sue gradevoli correnti. Anche le alghe crescevano nel ruscello e i pesci le mangiavano.</strong> Ovviamente, a loro non importava che il regno fosse caduto. Se si trattasse di una monarchia o di una repubblica, non faceva alcuna differenza per i pesci che vivevano in quel dolce ruscello; mica votavano, mica pagavano le tasse. Non ci importa, pensavano.</p>
<p>Ho bagnato i piedi in quel ruscello. L’acqua gelida me li rese paonazzi in pochi istanti, ma da lì, potevo vedere le mura e la torre del castello del regno che era caduto. La bandiera bicolore era ancora alta sulla torre che sventolava nella brezza. Tutti quelli che passano vicino all’argine del ruscello la vedono e dicono “Guarda là. È la bandiera del regno che è caduto”.</p>
<p>Q ed io siamo amici, o dovrei dire, eravamo amici all’università. È da più di dieci anni che non facciamo qualcosa insieme, per questo ho preferito usare l’imperfetto. In ogni caso, eravamo amici.</p>
<p><strong>Ogni volta che parlo di Q a qualcuno – che tento di descriverlo come persona – mi sento completamente incapace. Non sono mai stato bravo a spiegarmi, ma descrivere Q a qualcuno è una sfida ancora più ardua. </strong>E quando ci provo, mi sento sopraffatto da un senso di disperazione profondissima.</p>
<p>Cercherò di essere il più semplice possibile.</p>
<p>Io e Q siamo coetanei, ma lui è cinquecentosettanta volte più attraente di me. Ha anche un bel carattere, non è mai assillante o spavaldo, e non si arrabbia mai se qualcuno gli crea problemi. “Poco male”, dice sempre. “È capitato di farlo anche a me”. Ma, in realtà, non ho mai sentito di nessuno a cui Q abbia causato problemi.</p>
<p>I suoi l’avevano tirato su bene. Suo padre era dottore e lavora nella sua clinica privata sull’isola di Shikoku, il che significa che a Q i soldi non sono mai mancati, non che si comportasse in modo eccentrico per questo. Si vestiva bene ed era anche un atleta notevole: competeva nei tornei interscolastici di tennis. Gli piaceva nuotare e andava in piscina almeno due volte a settimana. Politicamente, Q era un liberale moderato. Se non eccellenti, i suoi voti erano almeno buoni. Non ha quasi mai studiato per gli esami, ma li ha sempre passati. Ascoltava attentamente le spiegazioni dei professori.</p>
<p><strong>Era un pianista straordinariamente talentuoso e possedeva molti vinili di Bill Evans e Mozart. I suoi scrittori preferiti erano solitamente francesi: Balzac e Maupassant.</strong> A volte leggeva romanzi di Kenzaburo Oe o di altri autori. Le sue opinioni a riguardo erano sempre centrate.</p>
<p>Neanche a dirlo, era molto popolare fra il gentil sesso. Ma non era uno di quei tipi che “tirano su tutto quello che gli passa per le mani”. Aveva una relazione stabile, una ragazza del secondo anno molto carina che frequentava uno di quei college femminili d’élite. Si vedevano ogni domenica.</p>
<p>Ad ogni modo, questo era il Q che conoscevo al college. In breve, una persona senza difetti.</p>
<p>Ai tempi, Q viveva nell’appartamento affianco al mio. Prestandoci una volta il sale, una volta l’olio, siamo diventati amici e ben presto abbiamo iniziato a frequentarci ogni giorno, ascoltando dischi e bevendo birra nel suo o nel mio appartamento. Una volta, io, Q e le rispettive ragazze siamo andati al mare a Kamakura. Siamo stati molto bene. Poi al mio ultimo anno, durante la pausa estiva, mi sono trasferito ed è finita lì.</p>
<p><strong>La volta successiva in cui l’ho incontrato è stata quasi dieci anni dopo. Leggevo un libro a bordo piscina in un distinto hotel vicino al distretto di Akasaka. </strong>Q era seduto sulla sdraio accanto alla mia, in compagnia di un’incantevole ragazza in bikini dalle gambe lunghissime.</p>
<p>Mi accorsi all’istante che era lui. Più bello che mai, e ora, poco più che trentenne, aveva acquistato una certa compostezza che prima non aveva. Delle ragazzine che passavano di lì lo squadrarono per un attimo.</p>
<p><strong>Q non si accorse di me. Ho una faccia molto comune e indossavo gli occhiali da sole. Non sapevo se parlargli o meno, ma alla fine preferii non farlo. </strong>Stava parlando fittamente con la ragazza al suo fianco e non me la sono sentita di interromperli e poi non avevamo molto da dirci. “Ti ho prestato il sale, ricordi?” “Ehi, ma certo, e ho preso anche la bottiglia dell’olio”. Avremmo finito gli argomenti in fretta. Così rimasi con la bocca chiusa e mi rimisi a leggere.</p>
<p>Tuttavia, non riuscivo a non origliare la conversazione fra la bella ragazza e Q. La questione era abbastanza complicata e rinunciai a leggere per continuare ad ascoltarli.</p>
<p>“No è vero,” disse la ragazza. “Spero che tu stia scherzando”.</p>
<p>“Lo so, lo so,” rispose Q. “Capisco perfettamente quello che mi stai dicendo. Ma devi capire anche la mia posizione. Non lo faccio perché <em>voglio</em>. Sono quelli dei piani alti. Ti sto solo dicendo cosa <em>loro</em> hanno deciso. Quindi smetti di guardarmi con quella faccia”.</p>
<p>“Sì, certo,” disse lei.</p>
<p>Q fece un sospiro.</p>
<p>Permettetemi di riassumere la loro lunga conversazione; ovviamente, utilizzando un (bel) po’ di immaginazione per riempire i buchi. Q sembrava essere un dirigente di qualche emittente televisivo o qualcosa del genere, mentre lei potrebbe essere stata un’attrice o una cantante discretamente nota. La ragazza sarà stata scaricata da un progetto a causa di qualche scandalo o guaio in cui si è ritrovata, o più semplicemente per via di una flessione della sua popolarità. Il compito di dirglielo era stato lasciato a Q, la figura responsabile per le operazioni giornaliere. Non ne so molto di “showbiz” e quindi potrei aver mancato qualche dettaglio, ma non credo di essermi sbagliato di molto.</p>
<p>Da quello che sono riuscito a sentire, Q stava facendo il proprio lavoro con spontanea sincerità.</p>
<p>“Non possiamo stare senza sponsor,” asserì. “Non te lo devo spiegare io: sai come vanno gli affari”.</p>
<p>“Quindi mi stai dicendo che tu non hai nessuna responsabilità o potere decisionale sulla cosa?”.</p>
<p>“No, non ti sto dicendo questo. Ma ciò che <em>posso</em> fare è molto poco”.</p>
<p><strong>La conversazione prese poi un’altra piega destinata a non portare da nessuna parte. La ragazza voleva solamente sapere fino a che grado Q si fosse prodigato per lei. Continuava a ripetere di aver fatto tutto il possibile, ma non aveva modo di provarlo e lei non gli credeva. Nemmeno io gli credevo veramente.</strong> Più tentava di spiegarsi sinceramente e più una cortina di falsità scendeva sopra di lui. Ma non era colpa sua. Non era colpa di nessuno. Perciò questa conversazione non dava vie di scampo.</p>
<p>Sembrava che alla ragazza, Q fosse sempre piaciuto. Avevo la sensazione che si fossero trovati bene per molto tempo prima che entrassero in gioco gli affari. Il che probabilmente frustrava la ragazza ancora di più. Alla fine, però, fu lei a lasciar perdere.</p>
<p>“Okay,” gli rispose. “Ho capito. Ora mi compreresti una coca?”.</p>
<p>Q fece un sospiro di sollievo e si diresse verso il bancone del bar. La ragazza raddrizzò la testa e si mise gli occhiali da sole. A questo punto, del mio libro non avevo che letto la stessa riga per qualche centinaio di volte.</p>
<p>Presto, Q ritornò con due grossi bicchieri di carta. Ne porse uno alla ragazza e si accomodò di nuovo sulla sua sdraio. “Non ti abbattere troppo per questa cosa,” le disse. “Vedrai che prima o poi…”.</p>
<p><strong>Ma prima che terminasse la frase, la ragazza gli tirò in faccia il suo bicchiere pieno. Lo centrò in pieno volto e circa un terzo della Coca-Cola si rovesciò su di me. Senza proferire parola, la ragazza si alzò e sistemandosi il pezzo sotto del bikini se ne andò a passo svelto e senza voltarsi.</strong> Q e io rimanemmo immobili per almeno quindici secondi. Le persone intorno ci guardavano esterrefatte.</p>
<p>Q fu il primo a ricomporsi. “Scusa,” mi disse porgendomi un asciugamano.</p>
<p>“Non fa niente,” risposi. “Mi faccio una doccia”.</p>
<p>Lievemente stizzito, ritirò l’asciugamano per pulirsi.</p>
<p>“Permettimi almeno di pagarti il libro che stavi leggendo,” disse. Era vero; il mio libro si era inzuppato. Ma era solo un dozzinale tascabile e non era nemmeno così interessante. Chiunque gli avesse rovesciato sopra una Coca-Cola impedendomi così di leggerlo, mi avrebbe solamente fatto un favore. Q si rallegrò quando glielo dissi. Aveva lo stesso sorriso di sempre.</p>
<p>A quel punto, si scusò ancora una volta come per congedarsi. Non mi aveva riconosciuto.</p>
<p><strong>Ho deciso di intitolare questo racconto “Il Regno che era caduto” perché quel giorno mi è capitato di leggere un articolo che parlava di una monarchia africana che era decaduta. </strong>“Veder svanire un sontuoso regno”, recitava, “è assai più triste di vedere il collasso di una repubblica di second’ordine”.</p>
<p><strong><em>Haruki Murakami</em></strong></p>
<p><em>*Pubblicato <a href="https://www.newyorker.com/books/flash-fiction/the-kingdom-that-failed" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “New Yorker”</a> questo racconto è tradotto da Giacomo Zamagni; la fotografia di Haruki Murakami in copertina <a href="https://www.nts.live/shows/murakami-day-9th-december-2018" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è tratta da qui</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/murakami-haruki-racconto/">“Veder svanire un sontuoso regno è assai più triste di vedere il collasso di una repubblica di second’ordine”. Un racconto di Haruki Murakami</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Le più brutte scene di sesso della letteratura contemporanea… In UK spopola il “Bad Sex Award” (lo ha vinto anche De Luca), da noi c’è il “glande” di Missiroli (ha fatto scuola) e “la pelle ancora incrostata di sale” della Gamberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2019 09:50:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto, anche in letteratura, finisce in vacca. Intendo: quando gli scrittori devono raccontare il sesso, di solito svaccano, non lo sanno fare (ciò non significa che non sappiano fare sesso, sia chiaro). La cosa mi ha sempre stupito: il gesto più naturale dell’uomo conserva un enigma così potente che quando lo racconti cadi nel grottesco, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sesso-letteratura-contemporanea-bad-sex-award/">Le più brutte scene di sesso della letteratura contemporanea… In UK spopola il “Bad Sex Award” (lo ha vinto anche De Luca), da noi c’è il “glande” di Missiroli (ha fatto scuola) e “la pelle ancora incrostata di sale” della Gamberale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto, anche in letteratura, finisce in vacca. Intendo: quando gli scrittori devono raccontare il sesso, di solito svaccano, non lo sanno fare (ciò non significa che non sappiano fare sesso, sia chiaro).</strong> La cosa mi ha sempre stupito: il gesto più naturale dell’uomo conserva un enigma così potente che quando lo racconti cadi nel grottesco, ti si rizza la penna e ti casca il pennino. O si scia nel pornografico. Il sesso, di solito, si suggerisce senza descriverlo – il linguaggio serpentino di <em>Lolita</em>, ad esempio, dove le perverse unioni tra HH e la sua ‘ninfetta’ sono lasciate alla nostra ninfomaniaca testa – per accenni difettosi – quel grande genio di Tanizaki – oppure lo si disfa, all’eccesso – Ryu Murakami, certe pagine di Isaac B. Singer e di Philip Roth. Di norma, resta gergale tabù, la sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli scrittori, spudorati quanto a fatti di psiche, tutta testa e poca minchia, sono sovrani nella vergogna se si scrive di carne. Prendo i romanzi più venduti delle ultime settimane: il “glande” di Marco Missiroli fa ridere, ha fatto scuola (“Il glande rigonfio, la bocca forzata per contenerlo, schiudere le gambe e pulsare nell’attesa di godere”), </strong>ciò che eccita la Gamberale, d’altronde (“Di la spinge dolcemente sul letto, lei sente un vago profumo di limone, lui riprende a baciarla, i polsi la fronte il collo, eccolo il mio sogno, le dice, sei tu, ha la pelle ancora incrostata di sale, sa di mare, sa di sabbia, sa di buono”), fa rivoltare un lettore di Harmony. Tranquilli: <strong>se Marco Corona scopa come lo racconta (“Oggi il Cialis cammina con me, e col Cialis scopo da Dio, chiedete a tutte quelle che mi sono fatto in questo periodo, non ce n’è una che sia rimasta scontenta”) è lo scempio della virilità, ma va detto che anche Alberto Angela, efficace divulgatore in tivù, s’è lasciato alla lascivia kitsch, </strong>la scena di sesso tra Marco Aurelio e Cleopatra è da kolossal del grottesco (“In una rovente storia di passione e sesso, i due si cercano, i loro corpi si avvinghiano, le loro bocche si uniscono e i loro sensi si fondono”). Potrei continuare per pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di solito si riveste il nudo con qualche straccio retorico</strong> – eppure, il compito della scrittura dovrebbe essere spogliare, rimuovere gli orpelli alla morale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In Inghilterra sono bacchettoni, ma si divertono. La <em>Literary Review </em>storico magazine londinese che quest’anno compie 40 anni – vi hanno scritto e vi scrivono Martin Amis, John Banville, Julian Barnes, A.S. Byatt, tra i tanti – <strong>da 25 edizioni assegna <a href="https://literaryreview.co.uk/bad-sex-in-fiction-award" target="_blank" rel="noopener">il “Bad Sex in Fiction Award”</a>. “Onoriamo uno scrittore che ha descritto una brutta scena di sesso in un romanzo altrimenti buono”,</strong> dicono loro. Giustificandosi: “Lo scopo del premio è focalizzare l’attenzione su brani scritti in modo assurdo, ridondante, superficiale che riguardano la descrizione del sesso nella narrativa recente. Il premio non contempla la letteratura erotica o pornografica”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima edizione del premio è andata a <em>Katerina</em> di James Frey – autore americano pubblicato in Italia da Tea, Editrice Nord e Guanda. La scena di sesso deprecabile e sputtanata con il “Bad Sex Award” è questa: “Sono duro e dentro di lei, in profondità, mentre la scopo sul lavandino del bagno, ancora stretta nel suo piccolo vestito nero, il perizoma sul pavimento, i miei pantaloni alle ginocchia, i nostri occhi chiusi, i nostri cuori e le anime e i corpi serrati. <strong>Vieni dentro di me. Vieni dentro di me. Respiro accecante, dio bianco travolgente, gli sbatto il mio cazzo palpitante dentro, stiamo gemendo, occhi, cuori, anime, corpi, in uno.</strong> Uno. Bianco. Dio. Vengo. Vengo. Vengo. Vengo. Chiudo gli occhi, il respiro va. Vengo”. L’autore, ricevendo il premio, ha ammesso, “Sono profondamente onorato e umiliato nel ricevere tale prestigioso riconoscimento”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra chi ha conteso a James Frey la palma di scrittore della peggiore scena di sesso dell’anno c’era anche <strong>Haruki Murakami con l’ultimo romanzo, <em>L’assassinio del commendatore. </em>La frase che citano, in effetti, pare il sesso nell’era del gambero: “Le ho fatto scivolare dentro il mio pene eretto.</strong> O meglio, da un altro angolo, quella parte di lei ha ingoiato il mio pene, immergendolo in ciò che sembrava burro caldo”. Noi mediterranei favoriamo l’olio, <em>please</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i vincitori del “Bad Sex Award” spiccano fior di scrittori, da Tom Wolfe – per <em>Io sono Charlotte Simmons –, </em>il macho Norman Mailer (<em>Il castello nella foresta</em>), Jonathan Littell, Philip Kerr, Ben Okri, Morrissey. <strong>Nel 2016 il premio è andato a Erri De Luca, con <em>Il giorno prima della felicità. </em>Dovrebbe esserne orgoglioso:</strong> è la prima volta che il premio è andato a uno scrittore che non orbita nella lingua anglofona (altrimenti, è capitato a qualche angloindiano).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, un articolo di Catherine Brown pubblicato su Iai News, <a href="https://iai.tv/articles/literary-bad-sex-auid-1222" target="_blank" rel="noopener"><em>Literary Bad Sex</em></a>, inverte l’ordine delle risate e rilancia. “Fin dagli anni Sessanta gli editori britannici hanno stressato i propri autori per scrivere scene di sesso, così da incrementare le vendite: una decisione che segue l’inatteso successo, dopo il processo per oscenità, de <em>L’amante di Lady Chatterley</em>”, scrive l’autrice, che insegna letteratura inglese al New College of the Humanities di Londra. Perfezionando così il pensiero: <strong>“Il premio è figlio di una ipocrisia implicita: ha dato grande rilievo alla rivista che lo organizza dimostrando ciò che stigmatizza, cioè che il sesso vende… Poi c’è l’ambiguità dell’aggettivo. Cosa si intende per <em>cattivo</em>? Esteticamente povero? Una scena di stupro non viene, per comune senso della delicatezza, definita sesso <em>cattivo</em> mentre sesso <em>cattivo</em>, di solito, si riconduce alla descrizione di un momento di buon sesso”. </strong>La Brown ha tra le mani – ogni allusione voluttuosa non è voluta ma implicita: <strong>il linguaggio nasce per dire il sesso, la sessualità, i corpi, sacrificati o viziati, e per velare l’osceno</strong> – la risposta. Vorrebbe un premio per la miglior scena di sesso in letteratura, i “Good Sex Awards”. Sarebbero un servizio migliore alla letteratura – ma un po’ meno al giornalismo, che gode nel ludibrio e nello schianto di risa. La Brown vorrebbe intitolare il premio – che ovvietà – a D.H. Lawrence. In Italia, chi è il massimo scrittore di sesso? D’Annunzio? Vitaliano Brancati? Pasolini (ancora lui)? Giovanni Testori? Sandro Penna?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura vela il sesso – o lo castra; <strong>castiga o sventra.</strong> (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sesso-letteratura-contemporanea-bad-sex-award/">Le più brutte scene di sesso della letteratura contemporanea… In UK spopola il “Bad Sex Award” (lo ha vinto anche De Luca), da noi c’è il “glande” di Missiroli (ha fatto scuola) e “la pelle ancora incrostata di sale” della Gamberale</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Quando si corre si è davvero tutti uguali: attendi la sofferenza che precede la gioia del traguardo”: ecco che cos’è la Maratona di New York, la sfida più dura, la più bella</title>
		<link>https://www.pangea.news/quando-si-corre-si-e-davvero-tutti-uguali-attendi-la-sofferenza-che-precede-la-gioia-del-traguardo-ecco-che-cose-la-maratona-di-new-york-la-sfida-piu-dura-la-piu-bella/</link>
		
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2018 10:48:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Parte oggi la Maratona di New York, la più partecipata al mondo, la più suggestiva, che si compie la prima domenica di novembre, dal 1970. Tra i grandi vincitori, Bill Rodgers e Alberto Salazar, i super atleti del Kenya, ma anche, negli Ottanta, i ‘nostri’ Orlando Pizzolato e Gianni Poli. Di fatto, però, soprattutto, la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-si-corre-si-e-davvero-tutti-uguali-attendi-la-sofferenza-che-precede-la-gioia-del-traguardo-ecco-che-cose-la-maratona-di-new-york-la-sfida-piu-dura-la-piu-bella/">“Quando si corre si è davvero tutti uguali: attendi la sofferenza che precede la gioia del traguardo”: ecco che cos’è la Maratona di New York, la sfida più dura, la più bella</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parte oggi la Maratona di New York, la più partecipata al mondo, la più suggestiva, che si compie la prima domenica di novembre, dal 1970. Tra i grandi vincitori, Bill Rodgers e Alberto Salazar, i super atleti del Kenya, ma anche, negli Ottanta, i ‘nostri’ Orlando Pizzolato e Gianni Poli. Di fatto, però, soprattutto, <strong>la <a href="https://www.nyrr.org/" target="_blank" rel="noopener">New York Road Runners</a> è un rito, l’altare dove la democrazia si fa sprezzo del dolore, pazienza, muscoli tesi verso la gloria. L’esercizio fisico non ammette retorica mefistofelica: </strong>vince chi, in quel regime di tempo, è il più bravo. Cinque anni fa, Fabio Mariani, architetto che ha fatto del correre una forma di lirica, ha partecipato alla Maratona più bella del mondo. Correva insieme al San Patrignano Running Team, che oggi si appresta a correre ancora, nell’indimenticabile scenografia di NY. Questo il suo reportage.</p>
<p style="text-align: justify;">***<br />
<em>Il popolo delle maratone</em><em><br />
Surrealizza la hall dell’hotel Hilton </em><em><br />
Gruppetti colorati chiacchieranti</em><em><br />
Singole figure sfreccianti</em><em><br />
Tra i lucidi marmi riflessi</em><em><br />
Di corpi allunganti </em><em><br />
Di muscoli tesi</em><em><br />
Inguainati in strette tute</em><em><br />
Aderenti attillate</em><em><br />
Sprizzanti energia colorata</em><em><br />
Tra marmi e lucidi ottoni riflessi da specchi lindi. </em><em><br />
Avvocati commercialisti imprenditori operai impiegati professori commesse casalinghe giudici top runner. </em><em><br />
Tutti divi in divisa </em><em><br />
Con le scarpe troppo grandi e colorate</em><em><br />
Dimagriti o dimagrandi</em><em><br />
Tutti in attesa trepidante </em><em><br />
Di uno sguardo del mondo. </em><em><br />
</em><br />
Ecco come si presenta la hall dell’Hotel Hilton Manhattan la mattina della maratona verso le 5.00. <strong>Noi quattro del team Carim, siamo parte della coreografia. Per Enrico e Arturo è la prima volta a NY, sono ben preparati e motivati possono stare sotto le 2 ore e 50 minuti; per Gianluca è la seconda NY, è un podista evoluto molto forte si aspetta un tempo intorno alle 2 ore e 25 minuti, che lo porterebbe a chiudere alle spalle dei primissimi;</strong> Massimo (Torso per gli amici triatleti) come Gianluca del resto è un’istituzione dello sport di endurance a Rimini, purtroppo NY non gli porta fortuna e si trova impossibilitato a partecipare alla maratona per la seconda volta a causa di un infortunio dell’ultim’ora; io sono al rientro dopo un anno senza maratone, ho come obiettivo di chiudere intorno alle 3 ore. Siamo in fila per prendere la colazione take away. ‘The queue’, la fila appunto un elemento ricorrente e paradossale che accompagna il viaggio da Rimini verso NY: coda in autostrada, code all’aeroporto, code all’immigration, code alla partenza della maratona. Ma non importa<strong> la mente del maratoneta è forgiata alla pazienza, sa attendere senza agitarsi, l’arrivo della sofferenza che precede la gioia dell’arrivo al traguardo</strong>, una catarsi quotidiana, un mantra lungo quarantaduemilacentonovantacinquemetri.<br />
Preso il pacchettino con la colazione saliamo sul pullman che ci porterà alla partenza a Staten Island distante quaranta chilometri circa dall’hotel e quindi dall’arrivo della maratona. Siamo insieme agli atleti del San Patrignano Running Team allenato dal mitico Dott. Rosa e dal suo staff, tutti in viaggio verso la stessa meta verso lo stesso destino. <strong>Quando si corre si è veramente tutti uguali, le nostre storie personali, le nostre vite, sono sostituite da un’unica incredibile metafora, quella della maratona, “oltre il traguardo” recita infatti il motto dei ragazzi di Sanpa.</strong> Il trasferimento è lungo e ognuno mette in atto i propri riti propiziatori: assunzione di calorie, controllo dell’abbigliamento (ho il numero ben attaccato alla maglietta?), utilizzo di vaselina nelle parti a rischio abrasioni (inguine, capezzoli, ascelle, piedi). Con noi c’è anche il dott. Huber del Marathon Center che ci ha seguito nella preparazione, e che correrà circa 20 miglia facendo da ‘lepre’ ad Arturo ed Enrico; infatti Huber oltre ad essere un preparatore è lui stesso un forte atleta. Sul pullman con grande pazienza e professionalità risponde alle domande dell&#8217;ultima ora e dispensa consigli rasserenanti.<br />
Arrivati al check point veniamo sottoposti nuovamente ai controlli di sicurezza e ci mischiamo al popolo dei 50.000 ‘eletti’. <strong>Non so per quale motivo ma per un momento mi sono sentito come quegli immigrati che sbarcati dalle navi venivano ammassati nell&#8217;Isola di Ellis Island</strong>, con la speranza di diventare cittadini statunitensi, di rendere reali i loro sogni le loro speranze, di iniziare in un nuovo mondo una nuova vita.<br />
Il paesaggio che si presenta prima di entrare ai cancelli della partenza (<em>corral</em>) è surreale: un immenso prato dove  muri di wc in plastica affiancati delimitano gli spazi destinati ai maratoneti in funzione del numero di pettorale e del colore della linea di partenza. Non è facile gestire la partenza di 50.000 atleti con i piedi ansiosi di mordere l’asfalto. Per questo motivo la partenza avviene in tre punti diversi (<em>line</em>) distinti dai colori verde arancione e blu, a più riprese (<em>wave</em>), ogni 20 minuti circa partono dieci-quindicimila persone.<br />
Noi quattro siamo tutti nella <em>blue line</em> nella prima <em>wave</em> in <em>corral</em> (recinti) diversi in funzione dei tempi dichiarati. non sono ancora le otto di mattina fa freddo, non ci sono ripari al chiuso, per fortuna siamo ben coperti con felpe e vecchie tute da ginnastica<strong>. </strong><strong>È tradizione infatti gettare strato dopo strato gli indumenti pesanti prima dello start ai margini della strada, indumenti che saranno raccolti da volontari e dati agli homeless della città.</strong> Sono le 8.40 la paura maggiore è quella di non riuscire a ‘liberarsi’ prima della partenza. Faccio la fila per andare al bagno, l’autoparlante annuncia l’imminente chiusura dei cancelli per la prima onda. Corro verso il mio <em>corral</em>; ci siamo, stretti l’uno contro l’altro ci muoviamo lentamente verso la linea di partenza<strong>. Ci si guarda, ci si annusa, si trova sempre un connazionale col quale scambiare qualche parola nell’attesa dello start. Si sente lo speaker annunciare i nomi dei top runner, poi l’inno nazionale americano, e mentre la tensione sale alle stelle  arriva lo sparo.</strong> Si parte tutti insieme ma ognuno con in mente un suo ritmo un obiettivo, tutti consapevoli che per quanto ci si sia preparati la maratona è sempre un salto nel buio, per percorrerla tutta ci vogliono contemporaneamente gambe, mente e cuore. <strong>Il percorso è splendido ma durissimo, si parte da Staten Island in salita per attraversare il ponte da Verrazzano e si arriva in salita a Central Park, attraversando tutti i distretti di New York City,</strong> da Brooklyn con i suoi quartieri affollati e festosi, al silenzioso quartiere Ebraico, a Manhattan con i suoi lussuosi grattacieli, al  Bronx, sospinti da un tifo da stadio e da un calore umano che onestamente non ci si aspetta dagli abitanti di una metropoli. Ma come si dice NY non è una città come le altre NY è NY e basta!<br />
La mia maratona purtroppo è contraddistinta sin dall’inizio da un fastidio alla coscia destra (una piccola contrattura al bicipite femorale non ancora guarita, in una maratona può rivelarsi invalidante al punto da costringere al ritiro), che <strong>mi costringe da subito ad un’estrema prudenza nella gestione dell’ampiezza della falcata. In questi casi è la mente che soccorre il corpo, ‘non ci sono problemi’ mi dico ‘il dolore non esiste basta pensare ad altro’,</strong> infatti dopo le prime due miglia, inizio a ‘concedere qualche <em>hi five</em>’ ai bambini che sporgono dalle transenne tra le braccia dei genitori, e a godermi la musica che proviene dai numerosi gruppi musicali disseminati per tutto il percorso. La gara procede. <strong>Verso il settimo miglio incontro un ragazzo siciliano con la maglia tricolore, molto attento al cronometro. </strong><strong>È alla sua prima maratona, insieme arriviamo fino al ventesimo miglio. Mi sento bene ho fatto una gara prudente fino ad ora, inizio a spingere un poco di più ma come rendo più dinamica la mia corsa si ripresenta il dolore alla coscia</strong>, gestisco, porto pazienza, nonostante tutto sono costantemente in sorpasso su altri atleti in crisi, mi basta. Il percorso sale e scende fino ad arrivare a Central Park che ci accoglie con i suoi splendidi alberi dalle chiome dipinte dei colori d&#8217;autunno. Ormai è fatta, <strong>entro sul rettilineo finale salutando il pubblico che affolla le tribune, ci sono anche le mie tre donne: mia moglie e le mie figlie. Taglio il traguardo (3.02) tra le foglie spazzate dal vento godendomi ogni istante. Dovrei essere felice ed infatti lo sono ma di nuovo la stessa sensazione provata alla partenza, mi fa sentire per un attimo come le foglie che mi circondano.</strong> Passata la <em>finish line</em>, l’organizzazione perfetta, quasi militare della maratona, torna a prendere il sopravvento su ogni tentativo di epico romanticismo, diventiamo per gli organizzatori solo il numero che indossiamo. I volontari ci convogliano lungo un percorso obbligato: <strong>mantellina sponsorizzata di carta stagnola sulle spalle; medaglia al collo; foto di rito; sacca con bevande e alimenti post-gara; percorso interminabile tra decine e decine di furgoni marroni per arrivare a recuperare la sacca che contiene il cambio che avevamo consegnato alla partenza.</strong> Lungo il tragitto incontro Loris del running team di San Patrignano, insieme, con il tipico passo lento e caracollante di chi ha appena corso la maratona, percorriamo il tragitto verso l’hotel. Non parliamo solo della gara, parliamo di noi delle nostre vite, di fatti personali di paure e speranze, come se ci conoscessimo da tempo, siamo complici. <strong>Sopportare la fatica, il dolore, attraverso l’impegno costante accomunano, rendono la corsa non solo uno sport ma un’arte, una disciplina nella vita; per dirla con le parole di Haruki Murakami: </strong>“La fatica è una realtà inevitabile, mentre la possibilità di farcela o meno è a esclusiva discrezione di ogni individuo. Credo che queste parole riassumano alla perfezione la natura di quell’evento sportivo che si chiama maratona”.<br />
<strong><em>Fabio Mariani</em></strong><br />
<em>2013.11.03 NY Marathon</em></p>
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		<title>Inoue Yasushi ha scritto il libro perfetto, ma nessuno traduce la sua epopea su Gengis Khan, il lupo blu. Lo facciamo noi…</title>
		<link>https://www.pangea.news/inoue-yasushi-ha-scritto-il-libro-perfetto-ma-nessuno-traduce-la-sua-epopea-su-gengis-khan-il-lupo-blu-lo-facciamo-noi/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 03:52:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Arrivò come qualche cosa di segreto che si pianta lì, tra le vertebre, una variante dei denti. Il fucile da caccia fu pubblicato da Adelphi nel 2004, un romanzo piccolo così – meno di cento pagine – un fiore carnivoro. Di Inoue Yasushi era stato pubblicato, in modo sporadico, qualcos’altro, prima. La montagna Hira, da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/inoue-yasushi-ha-scritto-il-libro-perfetto-ma-nessuno-traduce-la-sua-epopea-su-gengis-khan-il-lupo-blu-lo-facciamo-noi/">Inoue Yasushi ha scritto il libro perfetto, ma nessuno traduce la sua epopea su Gengis Khan, il lupo blu. Lo facciamo noi…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Arrivò come qualche cosa di segreto che si pianta lì, tra le vertebre, una variante dei denti. <strong><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845918445" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Il fucile da caccia </em></a>fu pubblicato da Adelphi nel 2004, un romanzo piccolo così – meno di cento pagine – un fiore carnivoro.</strong> Di Inoue Yasushi era stato pubblicato, in modo sporadico, qualcos’altro, prima. <em>La montagna Hira</em>, da Bompiani, negli anni Sessanta; <em>Ricordi di mia madre</em>, prima da Spirali (1985), poi da Feltrinelli (1991), infine, dopo aver pescato l’autore ‘di culto’, ancora da Adelphi. <em>Vita di un falsario </em>– Il melangolo, 1995, poi Skira, qualche anno fa – è un abisso sul mondo dell’arte; <em>La corda spezzata </em>– Vivalda, 2002 – è un magnifico romanzo sulla montagna, e sul senso di colpa. In ogni caso, Inoue Yasushi è esperto in vertigini, esperite attraverso una scrittura ferma e spietata, di chirurgica efficacia, una stalattite a puntare la mascella. Nessun libro, tuttavia, ha avuto la forza de <em>Il fucile da caccia.</em></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63595 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/fucile-caccia-184x300.jpg" alt="fucile caccia" width="119" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/fucile-caccia-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/fucile-caccia.jpg 240w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />La nostra conoscenza della letteratura nipponica, di solito, si ferma alla canonica ‘trimurti’: Yasunari Kawabata, Jun’ichiro Tanizaki, Yukio Mishima. Tre scrittori clamorosamente diversi, che bastano a nutrire una esistenza. Chi è bravo, di solito, arriva a Kenzaburo Oe, qualcuno si lascia sedurre dai racconti di Ryunosuke Akutagawa; i frivoli s’impennano per Banana Yoshimoto, quasi tutti hanno letto Haruki Murakami. <strong>Quando ero bravo, mi nutrivo della collana ‘Mille gru’ stampata da Marsilio: ho scoperto meraviglie</strong>, come i gialli di Edogawa Ranpo, le visioni di Nakajima Atsushi, le follie verbali di Fukunaga Takehiko. <em>Il fucile da caccia </em>è il romanzo con cui Inoue Yasushi esordisce, nel 1949, alla letteratura, poco più che quarantenne. Di mestiere, dopo essersi laureato con una tesi su Paul Valéry – netta è la filiazione della letteratura giapponese contemporanea da quella francofona – è stato giornalista.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ritualmente leggo <em>Il fucile da caccia. </em>La struttura ‘scenica’, per così dire, è formidabile: un pretesto – una poesia pubblicata su un giornale da caccia – scatena la confessione di un <em>mènage à trois</em> narrato attraverso tre lettere, di tre donne distinte, con tre portenti sentimentali. Il lettore, come sempre, è un guardone, <strong>la lettura è alcova proibita, la passione è sotterrata dal sotterfugio, l’amore è una spada sprofondata nel ghiaccio.</strong> Insomma, l’esperienza – formale ed emotiva – è potente, è unica. Pochi altri scrittori possono vantare un libro così esclusivo, remoto – nitido come l’acqua, potente come una stilettata: stai boccheggiando, stupefatto, e non ti accorgi di morire, dissanguato. Il libro, ‘da camera’, ti esplode in mano appena lo leggi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63596 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/1056568-192x300.jpg" alt="Yasushi" width="131" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/1056568-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/1056568.jpg 304w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Nel 2006 Adelphi pubblica <em>Amore</em>. In tre racconti Inoue Yasushi scrive il suo mito di Orfeo &amp; Euridice: ogni amore è tale perché sfocia nella morte. <strong>Ma che contraffazione è accaduta… In Italia Yasushi pare uno scrittore della psiche e dei sensi. Invece – basta oltraggiare un Wikipedia qualunque – “la maggior parte della sua produzione è dedicata a romanzi storici </strong>ambientati alla fine del cinquecento, sia in Giappone, sia in altri paesi dell’Asia”. Dovremmo saperlo: da un romanzo storico di Yasushi, piuttosto celebrato, <em>Morte di un maestro del Tè </em>– edito da Skira – è tratto il film di Kei Kumai, con Toshiro Mifune, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1989.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Invece. I romanzi storici di Inoue Yasushi, che è uno dei grandi scrittori del Novecento, sono totalmente ignorati: perché? Perché in Italia se un disco funziona gli altri devono essere uguali. Uno dei romanzi storici più vasti di Inoue Yasushi è stato tradotto dalla Columbia University Press come <em>The Blue Wolf </em>(2008; in Francia suona <em>Le Loup Bleu</em>): “che grandioso divertimento tradurre il romanzo epico di Inoue Yasushi!”, esulta nella sua <em>Note</em> il traduttore, Joshua A. Fogel. Ha ragione. <strong>In anteprima assoluta per questo paese di microscopici lettori, vi proponiamo la prima pagina del romanzo che racconta la storia di Gengis Khan. </strong>La descrizione migliore ce la dà, trasversalmente, Fosco Maraini, che ha introdotto la <em>Storia segreta dei Mongoli </em>(Tea, 1995), la cronaca, rude e brutale, del grande guerriero mongolo. <strong>“Quasi una cerimonia, quasi un <em>ikebana</em> tra le stelle”. Io faccio il mio: continuo a proporre il romanzo agli editori del quartiere. Chi fa a gara a tradurlo?</strong> Il grande Yasushi sa addomesticare i sauri, dare vigoria al vento, incedere a Nord incendiando, e scovare il grido sotterrato di una amante delusa, indiavolata. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63594 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/url.jpg" alt="Yasushi" width="149" height="226" />Siamo nel 1162. Un bambino è nato nella iurta del capo, presso un accampamento dei Mongoli:</strong> vivono lungo le fertili piane e le foreste solcate dal fiume Amur, che nel suo corso superiore accoglie l’Onon e il Kherlen. La mamma è una giovane donna, bella e timida, di vent’anni, si chiama O’elün. Come accade spesso, gli uomini dell’accampamento stanno lanciando un attacco contro i Tartari dell’accampamento vicino, una tribù con cui combattono da tempo. Per questo, chi abita nelle centinaia di iurte mongole, ora, sono solo i vecchi e i bambini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>O’el</strong><strong>ün ordina a un vecchio servo di portare la notizia della nascita del bimbo nel campo di Yis</strong><strong>ügei, suo marito, che è a diverse miglia di distanza.</strong> Dopo che il messaggero è partito, O’elün torna a occuparsi del neonato. Il bambino sta rotolando, stretto tra le fasce. Le dita della sua mano sinistra si stringono così fortemente intorno a lei che non può liberarsene. Con l’istintiva tenacia di una mamma, dopo essersi accertata che i quattro arti del bambino sono in ottime condizioni, O’elün fa del suo meglio per sottrarsi alla stretta della sua mano sinistra. Mentre tenta di districarsi dalla mano del bimbo, O’elün sente il vento ruggire contro la iurta. <strong>Come un oggetto concreto, scrosciando col rumore di un fiume potente, il vento corre da Est a Ovest, e sembra sradicare i cardini della Terra.</strong> Quando il rumore cessa, O’elün ricorda il cielo notturno, quando è sdraiata sulla schiena. Stelle innumerevoli punteggiano il cielo, ciascuna brilla nei suoi occhi con la sua luce glaciale. Quando il vento la travolge, come un vestito nero trapuntato di stelle che scorrono urlando, si sparpagliano in tutte le direzioni, non resta che il suo guaito a riempire il cielo e la terra. Nonostante il vento che soffia nel cielo stellato appeso sopra il tetto, O’elün invariabilmente è presa dal sentimento della propria profonda insignificanza, mentre giace da sola nell’umile iurta. <strong>Questo senso di impotenza e di insignificanza al cospetto della vastità della natura è nel profondo del cuore di ciascuno di questi nomadi</strong> che, non avendo case stabili né alcun pezzo di terra, si muovono in cerca di pascoli senza alcuna proprietà su cui sperimentare una vita sedentaria.</p>
<p><em>Inoue Yasushi</em></p>
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		<title>L’ultimo libro di Murakami? Il disordinato omaggio al “Grande Gatsby” di uno scrittore ossessionato dalle tette</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2018 11:05:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Io non ci ho mai creduto. Ma poco conta. Conto un cavolo, io. Haruki Murakami. Dico. Non mi ha mai convinto. Mi sembra uno che resta sulla soglia, che scrive come si scriverebbe a New York, ma in ideogrammi, nebbia nipponica su retorica statunitense. Tante ‘trovate’ narrative, spesso seducenti, certo, ma scarso acume nella vertigine. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Io non ci ho mai creduto. Ma poco conta. Conto un cavolo, io. Haruki Murakami. Dico. Non mi ha mai convinto.</strong> Mi sembra uno che resta sulla soglia, che scrive come si scriverebbe a New York, ma in ideogrammi, nebbia nipponica su retorica statunitense. Tante ‘trovate’ narrative, spesso seducenti, certo, ma scarso acume nella vertigine. Non mi è piaciuto <em>Norwegian Wood</em>, non mi ha convinto <em>Kafka sulla spiaggia</em>, trovo atrocemente sopravvalutato <em>1Q84. </em>Eppure, mi dicevo. Murakami è l’autore ideale nell’era della fiction: è superficiale ma sa sembrare profondo.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intendo. Preferisco tutt’altro, affari miei.</strong> Alcuni libri di Jun’ichiro Tanizaki mi sembrano narrativamente ineludibili; la raffinatezza di Kawabata non s’incrina; a Murakami <em>Haruki</em> preferii <em>Ryu</em> Murakami, ormai fuori moda nel parterre editoriale italico, troppo violento, e penso, su tutti, che Inoue Yasushi sia il giapponese più grande, riguardo alla narrativa contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo, ho sempre messo in doveroso dubbio le mie banali certezze e ho sempre concesso una ‘seconda volta’ agli scrittori con aureo pedigree. Perciò, <strong>quando ho letto la trama de <a href="https://www.ibs.it/assassinio-del-commendatore-libro-primo-libro-vari/e/9788806237615" target="_blank" rel="noopener"><em>L’assassinio del Commendatore</em></a>, l’ultimo libro di Murakami, in edicola con griffe Einaudi tra una settimana</strong> (così il trailer: “Un pittore che sa intuire i segreti dietro i volti delle persone che ritrae. Un quadro inquietante di un grande maestro ritrovato dopo decenni in un sottotetto. Una casa nel bosco circondata da strani vicini. E una campanella che inizia a suonare tra gli alberi nel cuore della notte&#8230;”), mi sono detto, che figata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63308 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/libro-murakami-240x300.jpg" alt="libro murakami" width="174" height="218" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-murakami-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-murakami-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/libro-murakami.jpg 330w" sizes="(max-width: 174px) 100vw, 174px" />Poi faccio un giro in Albione: lì i libri arrivano prima e i giornalisti, soprattutto, non sono pelosi, non devono lisciare il pelo al prossimo, ma, in cultura, fanno il contropelo a tutti.</strong> <a href="https://www.theguardian.com/books/2018/oct/07/killing-commendatore-haruki-murakami-review" target="_blank" rel="noopener">Sul <em>Guardian</em> è Johanna Thomas-Corr</a> a firmare la corrosiva recensione. In sostanza, si dice, <em>L’assassinio del Commendatore </em>(che è il titolo di un quadro, alquanto inquieto, legato al <em>Don Giovanni </em>di Mozart), “è un omaggio di 674 pagine al romanzo più amato di Francis Scott Fitzgerald, un ‘Gatsby’ tentacolare e surreale nell’era dell’informazione”. Detto così, è pure bello. Murakami ha una ossessione per <em>Il grande Gatsby </em>– che ha tradotto in giapponese, nel 2006, e che continua a trapiantare nei suoi romanzi – che qui si svela, benché al posto del frac ci sia il kimono.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, dice Johanna, sta nell’accumulo scriteriato di citazioni – da <em>Alice in Wonderland </em>ai racconti di Ueda Akinari – che costruiscono “un’epica estenuante, più coinvolgente del lecito, ma meno profonda di quanto l’autore desideri”. E fin qui, potrebbe anche andare, tutto ciò che è illecito ha una sua liceità estetica. Il troppo, però, purtroppo, stroppia. “<em>Le cose strane non possono durare a lungo</em>, dice Martin Amis. Ha ragione: ciò che ci confonde, qui, è il modo in cui Murakami ha sprecato tempo nel creare la figura di Menshiki, adagiandosi su una specie di confortevole zona autoriale. Un più puro omaggio a ‘Gastby’ sarebbe stato più convincente. Invece, a Murakami piace spezzare le storie nel momento cruciale<strong>. Sparge idee e riferimenti come semi al vento. Non sai quale svolta narrativa possa prendere la storia e sospetti che anche lui ne sia ignaro. Ma forse il più sgradevole aspetto de <em>L’assassinio del Commendatore </em>è il feticismo dell’autore per le tette.</strong> Le menziona 80 volte… In assenza di dettagli più solidi, questo minaccia di affermarsi come il tema dominante dell’ultimo romanzo di Murakami”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In UK conoscono il livore dello humour. Non perdonano nulla a nessuno – d’altronde, uno scrittore di fama non vuole che gli sia condonato alcunché. </strong>Murakami è un grande scrittore, con un grande pubblico, non si discute, non è un bluff – lo avessimo… Ma non è un genio. Attendo l’edizione italiana per confermare l’acido giudizio <em>english</em>. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lultimo-libro-di-murakami-il-disordinato-omaggio-al-grande-gatsby-di-uno-scrittore-ossessionato-dalle-tette/">L’ultimo libro di Murakami? Il disordinato omaggio al “Grande Gatsby” di uno scrittore ossessionato dalle tette</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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