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	<title>Frank O&#039;Hara Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Il crogiolo dei sogni. Sulla poesia di Jim Carroll, il cattolico punk</title>
		<link>https://www.pangea.news/jim-carroll-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 04:22:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima raccolta di Jim Carroll s’intitola Organic Trains. Esce nel 1967 per la tipografia Penny Press di New York in 500 copie, “la maggior parte delle quali perdute dallo stampatore”, ricorda l’autore, con tratti di aristocratico menefreghismo. La plaquette raccoglieva sedici poesie, dedicate alla giovane attrice Linda Cambi, con una frase epigrafica di Frank [&#8230;]</p>
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<p>La prima raccolta di<strong> Jim Carroll s’intitola <em>Organic Trains</em>. Esce nel 1967 per la tipografia Penny Press di New York in 500 copie</strong>, “la maggior parte delle quali perdute dallo stampatore”, ricorda l’autore, con tratti di aristocratico menefreghismo. La plaquette raccoglieva sedici poesie, dedicate alla giovane attrice Linda Cambi, con una frase epigrafica di Frank O’Hara, guru poetico di Jim, in copertina: “A te offro il mio scafo, la sbrindellata corda della mia volontà”. La raccolta – ora amuleto per collezionisti – portava le stimmate, piuttosto, di una disperata precocità: James ‘Jim’ Dennis Carroll era nato a New York City nell’agosto del ’49, era un ragazzotto magro, già esangue, indefinito dall’abuso, talentuosissimo, di anni diciotto. Roba da <em>Rebel Without a Cause </em>con casistica sportiva appresso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="656" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-656x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96111" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745-600x936.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/682745.jpg 692w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /></figure>



<p>Studente della Trinity School, poi della Columbia, Jim era un genio della pallacanestro, un asso. <em>Organic Trains</em>, placca combinata in clandestinità – di cui qui proponiamo alcuni testi –, tagliò fuori i maneggi lirici dell’epoca – neoagricoli, neofricchettoni, neoclassici –: quasi subito il ragazzo cominciò a pubblicare sulla “Paris Review”. <strong>Gli <em>11 Trains</em> che compongono il corpo del libro sono autentici <em>trip</em>: Jim alterna i tiri da tre e le terzine all’eroina</strong> – sui paradisi artificiali di Baudelaire grava però l’isteria esistenziale del nostro tempo, la bellezza di una dannazione cercata al millimetro, lo sfoggio di sé come corpo crocefisso. Jim Carroll sognava Rainer Maria Rilke, gli angeli con le spade al braccio, tremendi, e i romanzi allucinati di Burroughs, sarebbe stato bene tra i vampiri di Abel Ferrara.</p>



<p>Il resto è ciò che si sa: il ragazzino dal viso da efebo, da re effemminato, idolatrato da Jack Kerouac che entra nell’orbita di Andy Warhol, la pubblicazione, <strong>nel ’78, del romanzo epico-lisergico <em>The Basketball Diaries</em> e poco dopo, con la complicità di Patti Smith, il primo disco della The Jim Carroll Band, <em>Catholic Boy</em>:</strong> è il 1980 e a produrre l’identità cantante di Jim è Keith Richards. Ci muoviamo nei meandri oscuri di Lou Reed, ovvio, nella poltiglia di verbi&amp;canzoni di Leonard Cohen, ma in Jim Carroll c’è qualcosa di inderogabilmente <em>bianco</em>: muta necessità della purezza, l’eros del quietismo, l’immacolato tossico.</p>



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<p>Rapidamente, Jim Carroll diventò un mito – troppo profetico per essere assunto tra i beat, troppo estroso per restare nell’ambito underground, troppo colto per giocare alla controcultura. I libri del <em>poet and punk musician</em>, l’impuro cattolico, furono sempre roba catacombale, da poeti estinti; nella puritana America di oggi le estreme purezze di Jim sono dorata eresia. Certo, Jim Carroll fu circoscritto a quel singolo, singolarissimo libro, gli acidi diari del basket, passati in Italia come <strong><em>Jim entra nel campo di basket</em> (a cura di Tiziana Lo Porto, ri-editi da minimum fax nel 2019)</strong>; e Jim restò eternato nel viso rimbaudiano di Leonardo di Caprio, che lo interpreta nel film del 1995, diretto da Scott Kalvert, <em>The Basketball Diaries</em>, appunto, con, tra gli altri, Mark Wahlberg e Juliette Lewis. Non proprio un film di Gus Van Sant.</p>



<p>Jim Carroll, cioè, cugino strafatto di Lautréamont, è soprattutto, in sostanza, poeta: <em>Living at the Movies</em> (1973), <em>The Book of Nods</em> (1986) e <em>Void of Course</em> (1998) sono i suoi vangeli abbacinanti. Quanto al resto: morì nel 2009, era l’undici settembre, troppo giovane eppure troppo vecchio, istrione di un’era istoriata di estremismi, per lo più chincaglieria. Il vagabondo del Dharma, il folle del dio metropolitano, la notte oscura dell’eros-eroina, aveva lasciato spazio al broker, al dandy d’alta finanza, al ricco sfondato in cerca di Marte. Jim Carroll, semplicemente, era il demiurgo del proprio io, segugio del Padre con la Via Lattea che gli sgorga tra le dita, e la lecca certo che, come sapevano i sapienti presocratici, la vera vita è nel sogno, i vivi sono morti ambulanti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96112" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/81siKkBzxL._UF10001000_QL80_-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Naturalmente, delle poesie di Jim Carroll in Italia non v’è traccia.</p>



<p>***</p>



<p><em>Il crogiolo dei sogni</em></p>



<p>Quando una gioia arriva<br>svanisce all’istante:<br>non per propria frenesia<br>ma per il gergo della mente.</p>



<p>quali corpi si ergono alla primavera<br>dell’assurdo? quali mammelle?<br>chi sono questi uomini che mi puniscono<br>perché cammino sulla cenere?</p>



<p>Filistei gettano sassi<br>contro di noi fino a tremarne<br>e periscono al cospetto dell’inizio.<br>scuri teschi che contengono la loro razza.</p>



<p>la luce della città<br>calcifica archi d’argento, l’orrore.<br>la luce del sole è oscura sui binari<br>scintille dietro i vetri. nessun viso.</p>



<p>ti ho visto, una volta, dalla finestra<br>sconfitta da una danza di dita pettegole<br>capelli biondi che fluiscono in oceani lunatici.<br>ancora piccola e priva di moto. mentre salta</p>



<p>tra stanze inumidite di malva, il crogiolo<br>degli stemmi della follia. due bibbie nel bunker.<br>calore che volteggia tra gli alberi ossificati:<br>rancido è il tuo compagno.</p>



<p>ci siamo incontrati sulla bocca dei cavalli<br>in montagna. (non devi<br>lasciarla). reclusi tra pini e lupi<br>vento che forgia vite nella pietra</p>



<p>(esegue un coro che si annoda alla tua<br>immagine. continuiamo a restare gli stessi<br>nel mutamento. come quando l’agave matura<br>e scopri che il tempo è iniquo</p>



<p>che la nostalgia sprofonda nel miele<br>nei campi dell’obliquo. lei concede<br>al cavallo di amarla. ti convincerà<br>a fare lo stesso).</p>



<p>devo accompagnarti sempre nello stagno<br>(o era un fiume, o un oceano) dove ci siamo<br>tuffati, dalla soglia del recinto?<br>abbiamo nuotato per scoprire che ha un ritmo<br>muschioso il nostro corpo, come pinne di squalo<br>che caute appaiono nelle maree insanguinate.</p>



<p>i tuoni gelano le giungle<br>degli eterei pittori. lo<br>sceriffo ci arresta mentre elemosiniamo<br>allo straniero (e non torni in città)</p>



<p>ti sei rifiutata di disobbedire<br>ai padri che presiedono il tuo concepimento.<br>ero così certo quando sei apparsa<br>abbiamo vagato così a lungo ho dimenticato</p>



<p>che sei soltanto il resto di una vita<br>forse non ti toccherò più<br>(non più il colore delle cosce<br>non più il dolore nella cenere)</p>



<p>fa male ciò che non svanisce<br>all’istante – la cosa che non ritorna<br>al suo principio e non muore nel sangue:<br>invariabile, infesta il crogiolo dietro gli scudi</p>



<p>della militare luce del giorno.</p>



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<p>*</p>



<p><strong><em>11 treni</em></strong></p>



<p><em>Primo treno (per D.C.)</em></p>



<p>i cavalli trascinano<br>obbiettivi boriosi lungo i tunnel<br>questi obbiettivi sono uno dei<br>pensieri che sbattono in fondo al giorno.<br>l’altro pensiero è amore emozione<br>non razionale come i cavalli.<br>mi muovo tra i carghi della metro cerco<br>la carota gioiello per nutrire questo coniglio<br>che con suprema abilità ho intrappolato<br>in una gabbia la settimana scorsa.<br>probabilmente il coniglio è la chiave di tutti<br>i pensieri emotivi, benché questo<br>sia il metodo peloso adottato<br>dagli animali lungo la storia.<br>se esamini l’elefante<br>puoi capire cosa intendo. e<br>gli elefanti hanno il pelo irto.</p>



<p>questo è il tempo dei volgari palloni<br>metereologici liberi di rubarci<br>la fragile luce del sole che è ci aspetta per<br>domani.<br>le bianche strisce della tigre<br>fissano le gomme<br>a coppie. gli alberi<br>l’ira della vernice rubata<br>chiarificata ora. Nolde<br>luce che filtra<br>tra gli arcadi porticati nell’ottantunesima strada<br>non c’è dubbio implorano cioccolatini dalle madri.<br>ma noi ci accasciamo evitando<br>le enormi lance di seta della peculiare morte</p>



<p>*</p>



<p><em>Secondo treno (per Frank O’Hara)</em></p>



<p>Oggi alla stazione di Long Beach<br>ogni cosa è straordinariamente bianca<br>e la sabbia filtra nelle mie scarpe da tennis<br>questo è il modo in cui vanno le cose<br>ultimamente così avvertono<br>gli orologi che mi cadono addosso<br>così tutto ciò che ho sentito furono 8 colori come<br>i miei orologi da polso che si schiantano nella guancia del cielo.<br>gli orologi simboleggiano la sicurezza<br>e mi ricordano Frank O’Hara. Frank<br>O’Hara mi ricorda molte cose<br>meravigliose, la luce vaniglia, ad esempio,<br>distillata dai suoi occhi gennaio.</p>



<p>*</p>



<p><em>Decimo treno</em></p>



<p>no!</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; siamo entrambi stanchi delle fantasie dello zoo<br>voglio che il mio leone</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; diventi reale e muova il cranio</p>



<p>lontano da me come fa il ghepardo</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; così sexy</p>



<p>lascia che si impongano i tuoi capelli<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; anche se non sono altro che vento.<br>l’aria è perseguitata dal caldo.<br>un calore che resta negli ultimi vagoni della metro<br>fino al mattino quando non si converte in menta</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; e terrore innocente.</p>



<p>gemono le isteriche intuizioni!<br>colombe istituzionali voltano nei patti viari</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; dell’oro innocente</p>



<p>come un esercito di madri mobilitate dalla propria</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; gravidanza,</p>



<p>siamo più vicini alla morte che all’amore<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; (più vicini alla notte: respiriamo deserti)<br>eppure, vigilano con attenzione le stagioni<br>ed è certo, passeremo tutti un’altra settimana<br>di stimolazione anticipata? l’origine che ci<br>conduce alla luce si muove nervosamente<br>come il tuo sussurro<br>su un lastricato di pini.</p>



<p><strong><em>Jim Carroll</em></strong></p>
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		<title>“Non amo i contemporanei, ho idee più raffinate”. Frank O’Hara, il poeta dell’odio e della grazia</title>
		<link>https://www.pangea.news/frank-ohara-poesia-sabbatini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 May 2023 04:18:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Allen Ginsberg]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Frank O&#039;Hara]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La poesia, qui, si snoda in una trama di identità. Centrale, la figura di Frank O’Hara – poeta statunitense di hollywoodiana avvenenza che realizzò il manifesto del ‘personismo’ – e, a far da satellite, quella di Mia E. Brion, scrittrice e performer teatrale francese, che dell’autore ha di recente tradotto, per il lettore d’oltralpe, un [&#8230;]</p>
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<p>La poesia, qui, si snoda in una trama di identità. Centrale, la figura di <strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/frank-ohara" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Frank O’Hara</a></strong> – poeta statunitense di hollywoodiana avvenenza che realizzò il manifesto del ‘personismo’ – e, a far da satellite, quella di Mia E. Brion, scrittrice e performer teatrale francese, che dell’autore ha di recente tradotto, per il lettore d’oltralpe, un florilegio di versi editi dall’eccentrica TH.TY – Théâtre Typographique. L’avanguardia a braccetto con la nuova avanguardia.</p>



<p><a href="https://www.after8books.com/my-ohara.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La bizzarra plaquette che ne raduna i testi – <em>my o’hara</em> </a>– è la seconda pubblicazione di Brion presso l’editore di Courbevoie, preceduta da <em>l’a la le</em> – melodico titolo che sta per ‘l’amour, la poesie, le reste’ –, saggio-ballata la cui poetica ruota attorno ai termini elidere ed eludere, firmata nel 2018 come Matthieu Brion. L’autore, nel frattempo, ha mutato nome. Forse anche identità.</p>



<p><strong>Brion – che suona infine come un epiceno – s’imbatte nello scrittore-poeta-critico americano prima durante i suoi studi all’Ecole des Beaux Arts di Parigi</strong> e, in seconda battuta, in una stagione della serie Mad Men, in cui il poeta compare, in filigrana, con una lettura da <em>Meditations in an emergency</em> (in acronimo MIAE – da qui, Mia E. [Brion]?), da cui, in particolare, i versi dedicati a Majakovskij, che di O’Hara fu stella polare insieme a Pasternak, oltre a William Carlos Williams, Walt Withman e Hart Crane.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="702" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9782909657646_1_75.jpg" alt="" class="wp-image-95579" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9782909657646_1_75.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/9782909657646_1_75-214x300.jpg 214w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>In un delirio di folgorazioni accademico-pop, Brion, a cavallo fra prosa e poesia, seleziona a corredo del breve cahier un paio di scritti dell’autore – per <em>The New American Poetry</em> e per la <em>Paterson Society</em> – oltre al più noto manifesto (tutti contenuti in <em>The Collected Poems of Frank O’Hara</em>, Donald Allen ed., New York, Knopf, 1995). A rimarcare quanto la poetica di O’Hara si celi sotto forme inconsuete, soprattutto per gli anni in cui le prime file della letteratura erano occupate dai più tediosamente impegnati poeti beat – santificati fino alla nausea dagli editori italiani.&nbsp;&nbsp; &nbsp;</p>



<p><strong>O’Hara, defilato come solo il più modaiolo degli artisti può osare – </strong><strong>«</strong><strong>Non negherò di avere praticamente le idee più raffinate di chiunque altro scriva oggi, ma tanto che differenza fa?</strong><strong>»</strong> – schiera, invece, nei suoi versi, un unico elemento: l’Io. E in inusitati contesti. Come nei <em>Lunch poems</em> – dove la poetica del newyorkese in pausa pranzo, nel bagliore rumoroso e frammentato di un mezzogiorno a Manhattan, trascende nell’urbana metafisica, fuori da qualsiasi astrazione, in siderale distanza da ogni simbolismo, talmente vivida e concreta da risultare visionaria. Così, la sua poesia si apre alla percezione intima fino a spingersi all’impressione diaristica, drasticamente ancorata a quel reale che si azzarda a sconfinare nel surreale. &nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«</strong><strong>È</strong><strong> tutto scritto nelle poesie, ma a costo di sembrare la brutta copia di un Allen Ginsberg, ti voglio scrivere, perché m’è appena giunta voce che uno dei miei colleghi poeti va dicendo in giro che se una mia poesia non la si può comprendere alla prima lettura è perché sono io che sono confuso. Ma che diamine! Non credo in dio, pertanto non ho bisogno di elaborare strutture solide e complicate. Odio Vachel Lindsay, l’ho sempre odiato; non amo neppure ritmo, assonanza, e roba del genere. Bisogna fidarsi del proprio istinto». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>‘Poeta fra i pittori’ – come verrà definito da Marjorie Perloff – O’Hara si arruola in Marina – da qui invia lettere molto poco patriottiche, veri e propri resoconti letterari –, si laurea ad Harvard, infiamma la vita artistica di New York come curatore del Museum of Modern Art, critico di Art News e catalizzatore d’eterogenee attenzioni. Soggetto di più ritratti di qualsiasi altro poeta dopo Apollinaire, come critico d’arte sostiene i cubisti, Picasso, Braque, Gris, Léger, Laurencin e Picabia. Poeta urbano, dell’uomo ama raccontare la solitudine, quella metropolitana. Senza liriche ambiguità.</p>



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<p><strong>«</strong><strong>Mi occupo soprattutto del mondo così come lo vivo e, a volte, quando preferirei essere morto, l’idea di non poter scrivere un’altra poesia mi pietrifica.</strong> Penso si tratti di un atteggiamento spregevole. Sarebbe più giusto morire per amore, cosa che non ho fatto. Non penso alla fama o alla posterità (come ha fatto Keats in modo tanto sontuoso e onesto), non mi interessa chiarificare le esperienze di nessuno o migliorare (se non per caso fortuito) la condizione o le relazioni sociali di alcuno, tantomeno non sono interessato ad alcuna evoluzione formale della lingua americana solo perché io stesso lo ritengo necessario.</p>



<p><strong>Ciò che mi accade, accantonando menzogne ed esasperazioni che tendo ad evitare, finisce nelle mie poesie. Non credo che le mie esperienze siano chiare o belle per me o per chiunque altro; sono semplicemente lì, in qualsiasi forma io riesca a renderle.</strong> Ciò che a me risulta nitido, nel lavoro, è probabilmente oscuro per gli altri, e viceversa. La mia “posizione” formale si trova al crocevia tra ciò che so e non capisco e ciò che rimane di quel che so e posso sopportare senza odio.</p>



<p><strong>Non amo la maggior parte della poesia contemporanea</strong> – tutta quella antecedente di cui abbiamo notizia è tendenzialmente molto apprezzabile –, ma risulta un’utile spina nel fianco.</p>



<p><strong>Forse la poesia rende tangibili gli eventi nebulosi della vita e ne restituisce i dettagli;</strong> o, al contrario, rende intangibile la materia di avvenimenti fin troppo concreti e circostanziati. O l’una o l’altra, a seconda delle occasioni, o entrambe, al contempo»</p>



<p>scrive per <em>The New American Poetry: 1945 – 1960</em>, antologia curata da Donald Allen, che incontrò per la prima volta proprio su impulso di Ginsberg, divenne il suo contatto alla Grove Press e poi il curatore postumo della sua opera. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="832" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/1456184823.0.x-832x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95580" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/1456184823.0.x-832x1024.jpg 832w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/1456184823.0.x-244x300.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/1456184823.0.x-768x946.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/1456184823.0.x-600x739.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/1456184823.0.x.jpg 877w" sizes="(max-width: 832px) 100vw, 832px" /></figure>



<p><strong>Il filo dei quarant’anni di O’Hara viene tranciato dall’alta velocità di una jeep, sulla spiaggia di Fire Island, alle tre di un afoso mattino. Ad affollarne le esequie – nel torrido luglio del ’66 –, ex compagni di Harvard, fra cui il poeta Kenneth Koch; </strong>Allen Ginsberg e Peter Orlovsky che intonano “Hare Krishna, Hare Rama” dall’auto di Larry Rivers – amico e amante a cui O’Hara dedicò le prime poesie –; Barnett Newman, che dopo aver giurato di non tornare mai più negli Hamptons dopo il funerale di Pollock, finì per rinnegarlo e affittare una limousine con autista; il pittore Howard Kanovitz direttamente da Provincetown con un aereo a noleggio; Al Leslie, il quale, appresa la notizia dalla spiaggia, si presentò al cimitero in costume da bagno; infine, un bus giallo noleggiato dagli amici e colleghi del MOMA ad affrontare una soffocante traversata di tre ore da Manhattan, zeppo di curatori, direttori, assistenti e segretari – così dai racconti di Brad Gooch in <em>City Poet: The Life and Times of Frank O’Hara</em> (Knopf, 1993). &nbsp;</p>



<p>Sul finale, mentre Philip Guston e Joe LeSueur – protagonista di una lunga relazione con O’Hara – si allontanavano dalla tomba, che sarebbe stata segnata da una pietra d’ardesia con l’iscrizione del verso del poeta: “La grazia di nascere e vivere nel modo più vario possibile”, Guston cinse con un braccio l’amico LeSueur: “Era il nostro Apollinaire”, sussurrò.</p>



<p>**</p>



<p><em>Poem</em></p>



<p>L’odio non è che una risposta<br>già, dolore e odio incedono in simultanea<br>Perché lasciarsi intimorire dall’odio, esiste</p>



<p>pensa all’abiezione, è pura angoscia<br>non l’odio<br>non crucciarti per la scarsa creanza, la stessa<br>nitidezza ti consentirà di essere diretto<br>come una cuspide che affonda il colpo</p>



<p>da un estremo all’altro, l’empietà lascia alitare l’amore<br>non devi lottare per incunearti troppo in profondità<br>si può sempre riemergere senza codardia</p>



<p>un tocco di prudenza<br>basta ad avvelenare il cuore<br>non curarti del prossimo<br>prima di pensare a te stesso, sono reali<br>tutte queste cose, se le senti<br>saranno graziate da una sorta di reticenza<br>e si convertiranno in oro</p>



<p>Se le sentirò, saranno deviate con un sorriso<br>dalla tua misteriosa inquietudine</p>



<p>*</p>



<p><em>As planned</em></p>



<p>Dopo il primo bicchiere di vodka<br>puoi tollerare ogni cosa<br>della vita anche il mistero<br>pensi sia bello che una scatola<br>di fiammiferi viola e marrone si chiami<br><em>La Petite</em> e venga dalla Svezia<br>perché sono parole che conosci e<br>tutto ciò che sai sono le parole non la loro anima<br>o il loro significato e scrivi perché<br>le conosci non perché le comprendi&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>non perché sei sciocco e indolente<br>e non sarai mai acuto ma perché fai<br>ciò che sai altrimenti cos’altro potresti?</p>



<p>*</p>



<p><em>Song</em></p>



<p>È grigio<br>sembra grigio<br>è quel che pensi in città</p>



<p>solo grigio<br>è questo che pensi in città<br>stai trattenendo il respiro</p>



<p>un losco personaggio ti segue<br>sembra attraente. lo è davvero. sì. lo è.<br>tanto attraente quanto inumano. è così. sì</p>



<p>questo pensi in città.<br>il dito corre lungo la tua mente sfibrata<br>non è un pensiero ma cenere</p>



<p>così ripulisci qualcuno<br>diverrà forse meno malvagio. no. migliorerà per gradi<br>stai trattenendo il respiro</p>



<p>*</p>



<p><em>Metaphysical poem</em></p>



<p>Quando vuoi andare<br>non sono certo di volerci andare<br>e allora dove vuoi andare<br>non importa dove<br>penso che crollerei ovunque<br>ci andrò se lo desideri<br>non ci tengo particolarmente<br>crollerai altrove<br>posso solo andare a casa<br>non credo di andarci<br>ma non voglio costringerti ad andarci<br>non mi costringerai finché potrò scegliere<br>non potrei tuttavia restare a lungo<br>forse potremmo andare in un posto più vicino<br>non indosso la giacca&nbsp;<br>come tu non porteresti la cravatta<br>beh, non ho detto che dobbiamo andarci<br>non voglio che la indossi<br>non dobbiamo fare nulla<br>va bene, non facciamo nulla<br>ok ti chiamo<br>sì chiamami</p>



<p><strong><em>Frank O’Hara</em></strong></p>



<p><em>*La cura del servizio e la traduzione delle poesie sono di Fabrizia Sabbatini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/frank-ohara-poesia-sabbatini/">“Non amo i contemporanei, ho idee più raffinate”. Frank O’Hara, il poeta dell’odio e della grazia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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