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	<title>fatwa Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 02 Sep 2022 04:22:17 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Una fatwa contro il genio. I radical chic vogliono dare il Nobel a Salman Rushdie</title>
		<link>https://www.pangea.news/salman-rushdie-nobel-new-yorker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2022 04:31:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[fatwa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel per la letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Salman Rushdie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La campagna elettorale per il Nobel alla letteratura è iniziata. In un pezzo di rara idiozia, David Remnick, direttore del “New Yorker”, ha dichiarato che It’s Time for Salman Rushdie’s Nobel Prize. Per lo meno, ora sappiamo da che lato si schiera la cultura newyorchese, gli ayatollah del progressismo, i dandy del bene, imprenditori dell’ovvio, [&#8230;]</p>
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<p>La campagna elettorale per il Nobel alla letteratura è iniziata. In un pezzo di rara idiozia, David Remnick, direttore del “New Yorker”, <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2022/09/05/its-time-for-salman-rushdies-nobel-prize" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ha dichiarato che <em>It’s Time for Salman Rushdie’s Nobel Prize</em>.</strong> </a>Per lo meno, ora sappiamo da che lato si schiera la cultura newyorchese, gli ayatollah del progressismo, i dandy del bene, imprenditori dell’ovvio, latamente impegnati, provvidenzialmente ricchi. Tom Wolfe li chiamava <em>radical chic</em>, qualcuno dirà <em>fighetti</em> o <em>fichissimi</em>, preferisco <em>cretinetti</em>, dà il giusto valore – iniquo – alla polemica. &nbsp;</p>



<p>Vale la pena studiare la struttura dell’editoriale costruito da Remnick. Attacco che sfotte i francesi – “Nel 1901 l’Accademia di Svezia conferì il primo Nobel per la letteratura a Sully Prudhomme, poeta francese di modesta importanza ai suoi tempi, a mala pena ricordato oggi” –, sviluppo che ruota intorno a un concetto condiviso da tutti, un tappeto rosso di banalità: il premio Nobel, quanto ad autorevolezza letteraria, vale zero. Remnick ha facile gioco a fare la lista dei “Nobel della letteratura sospetti, quanto meno dubbi”, la facciamo anche noi ogni anno: “Rudolf Eucken, Paul Heyse, Władysław Reymont, Erik Axel Karlfeldt, Verner von Heidenstam, Winston Churchill, Pearl S. Buck, Dario Fo”. Viene da credere che li abbia letti tutti, alla luce di tale certezza. All’elenco dei non nobilitati dal Nobel (immenso, va da sé, va da Borges a Rilke, da Marcel Proust ad Anna Achmatova), tuttavia, l’incravattato direttore della rivista più snob d’America dovrebbe affiancare quello dei Nobel per la letteratura indiscutibili. Tra Ernest Hemingway e William Faulkner, Eugenio Montale e Seamus Heaney, Elias Canetti e Pirandello, André Gide, Thomas S. Eliot, Boris Pasternak, Saint-John Perse, Samuel Beckett, Yasunari Kawabata, Isaac B. Singer, Iosif Brodskij, ad ogni modo, è un bel leggere. Ma questi, appunto, sono i sofismi dei mestatori di rancore, gargarismi da orafo del nulla.</p>



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<p>Sorprende, piuttosto, la ‘motivazione’ che Remnick adduce per supportare l’assegnazione del Nobel a Rushdie. <strong>Lo scrittore angloindiano “è il campione instancabile della libertà di parola&#8230; Negli ultimi anni ha vigilato sulla minaccia alla libertà d’espressione brandita da due grandi democrazie:</strong> l’India, dove è nato e cresciuto, e gli Stati Uniti, la sua patria adottiva dagli ultimi due decenni”. Rushdie, insomma,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“merita ampiamente il Nobel, anche perché ha assunto il ruolo di difensore intransigente della libertà ed è diventato un simbolo di resilienza”.</strong></p></blockquote>



<p>Applausi. Rushdie è uno dei buoni, è uno dei <em>nostri</em>. Che le ragioni squadernate da Remnick – buone &amp; giuste in campo <em>sociale</em> – non abbiano nulla a che fare con la letteratura, con il talento artistico, è un mero dettaglio, un’inezia, primizia per bertucce: il Nobel è questione politica, dell’arte non frega a nessuno. Dietro il sacro volto del giusto, fa capo la gretta ipocrisia del cinico.</p>



<p>Salman Rushdie ha scritto un ottimo libro – <em>I figli della mezzanotte</em> –, alcuni buoni romanzi, altri meno. Il Nobel non si ottiene per meriti morali – sadico vizio delle suffragette puritane, dei bacchettoni del “New Yorker” – ma per grandezza estetica. Sappiamo ancora riconoscere il bello, il perturbante, lo sconcertante? <strong>La battaglia sacrosanta perché uno scrittore possa scrivere ciò che vuole – in letteratura il diavolo non alligna all’ombra della blasfemia, ma della banalità</strong> – non lo esime dalla vertigine formale. In letteratura <em>cosa</em> si scrive è secondario rispetto al <em>come</em> si scrive, altrimenti gli scrittori sarebbero filosofi, tristi alfieri del bene comune, neofiti di una religione per beoti. Purché sia impeccabile, formalmente eccitante, il romanzo più laido è degno di lode; non c’è peggior romanzo di quello che narra una pia vicenda in uno stile modesto, mediocre. Possiamo accettare il vieto millenarista – un brutto libro è imperdonabile. La letteratura, infatti, non deve educare ma conturbare, non deve convertire bensì corrompere, non ha nulla da dire, <em>mostra</em>, piuttosto, ciò che non vorremmo vedere in mostra.</p>



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<p>Così, <strong>con la stessa energia con cui ci siamo indignati per il vile attacco ordito contro Rushdie, dovremmo lottare affinché il più schifoso dei fondamentalisti islamici, qualora abbia scritto un capolavoro, possa ottenere il Nobel per la letteratura. </strong>Secondo la – codarda – strategia di Remnick, che intorbida la letteratura con il veleno moralista, a questo punto, premiamo il bravo vescovo minacciato dagli intransigenti nigeriani che ha scritto un canzoniere d’amore, castissimo, oppure il belloccio impegnato – con svogliata enfasi – nella difesa dei “diritti” – qualsiasi essi siano – con un romanzo ottimo per Netflix; altrimenti, premiamo Mario Desiati, Marco Missiroli, Roberto Saviano, questa scia di scrittori che sorridono, bravi, dalla parte giusta.</p>



<p>La verità è che Salman Rushdie, per decenza letteraria, non merita il Nobel più di Martin Amis, Richard Millet, Christoph Ransmayr. Il vero gesto <em>politico</em> dell’Accademia sarebbe affibbiare il Nobel a <strong>Michel Hoellebecq</strong>, scrittore che più di altri ha riferito le nostre nevrosi, ha setacciato l’immaginario occidentale. L’atto più coerente, autenticamente giusto, invece, sarebbe mollare il premio a <strong>Cormac McCarthy:</strong> quest’anno pubblicherà due romanzi, <em>The Passenger</em> e <em>Stella Maris</em>; il precedente, <em>The Road</em>, è del 2006. McCarthy ha scritto alcuni dei romanzi più potenti e fondativi del secondo Novecento americano. Ma qui sfociamo nell’ambito della leggenda, qualcosa di evanescente e incuneato, tra la scia del cobra e il petroglifo, che non ha debito né saldo. Quando un premio diventa un premio ‘alla carriera’, non ha più senso, e in letteratura conta tutto tranne il denaro. McCarthy, se è lui, non andrebbe a ritirare alcun premio, pittato da pagliaccio.</p>



<p>Quanto è subdola l’azione del direttore del “New Yorker”: vuole sottrarre alla letteratura il residuo potere eversivo, radicale, pericoloso, limitando i romanzi al salotto, all’accesa discussione tra pari, impareggiabili lacchè, naturalmente impegnati per il bene <em>di tutti</em>. Pensa un po’: il “New Yorker” vuole attentare alla letteratura, anestetizzarla, accoltellarla alle spalle, evirarla. Ha lanciato la fatwa al genio. &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Qualcosa sulla fatwa a Rushdie e i rapporti tra Iran e Usa</title>
		<link>https://www.pangea.news/rushdie-attentato-iran-usa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Aug 2022 04:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[fatwa]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[Salman Rushdie]]></category>
		<category><![CDATA[Versi satanici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ayatollah Khomeini non ha mai letto I versi satanici: così mi ha rivelato il figlio, Ahmed, che ho incontrato a Teheran, all’inizio degli anni Novanta. La fatwa lanciata dal leader iraniano nel 1989 ai danni dello scrittore britannico americano è stata una mossa politica studiata in concomitanza con i disordini esplosi tra Pakistan e India, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>L’ayatollah Khomeini non ha mai letto <em>I versi satanici</em>: così mi ha rivelato il figlio, Ahmed, che ho incontrato a Teheran, all’inizio degli anni Novanta.</strong> La fatwa lanciata dal leader iraniano nel 1989 ai danni dello scrittore britannico americano è stata una mossa politica studiata in concomitanza con i disordini esplosi tra Pakistan e India, oltre che per la sequenza narrativa di sogni che coinvolgono il profeta Maometto. I passaggi del libro che minano la credibilità del Profeta come messaggero di Dio e ne ritraggono le debolezze umane, sono ritenuti blasfemi da alcuni musulmani.</p>



<p><strong>L’ayatollah era un uomo scaltro. All’epoca, la giovane Repubblica islamica stava affrontando alcune sfide esistenziali essenziali:</strong> la guerra di otto anni con l’Iraq, che ha prodotto almeno un milione di vittime; il malcontento interno diffuso; certe fratture politiche nei gangli del clero; un’economia in declino che aveva portato a razionare cibo e carburante; un decennio di isolamento diplomatico. Khomeini ha condannato a morte Rushdie e i suoi editori, di qualsiasi paese. Ha invitato “tutti i musulmani valorosi, ovunque si trovino”, ad attivarsi e a ucciderli, senza indugio, “di modo che nessuno oserà più da ora in poi bestemmiare le sacre verità dei musulmani. Chi sarà ucciso in questa causa, verrà detto martire” e ascenderà all’istante in cielo. Teheran ha posto una taglia cresciuta fino a superare i tre milioni di dollari.</p>



<p><strong>Khomeini ha spesso sfruttato il clamore di situazioni in grado di distrarre l’attenzione della gente dalle crepe e dai fallimenti della Rivoluzione.</strong> Ha operato nello stesso modo quando alcuni studenti hanno preso il controllo dell’Ambasciata degli Stati Uniti nel 1979. Nei mesi successivi alla destituzione dello Scià, i rivoluzionari erano divisi sul futuro politico dell’Iran, sulla nuova costituzione e i poteri del clero. Iniziarono a uccidersi a vicenda. L’assedio all’Ambasciata costituì un utile diversivo. Tre dei leader studenteschi, anni dopo, mi hanno detto di avere organizzato l’assedio dell’ambasciata per tre o cinque giorni, in protesta contro la decisione degli Stati Uniti di accogliere lo Scià, già malato, e offrirgli cure mediche. Ma Khomeini, tramite la radio nazionale, ha incoraggiato gli studenti a restare lì per un tempo indeterminato. Cinquantadue diplomatici americani sono diventati così pedine della politica iraniana. Dopo 444 giorni, l’ayatollah ha accettato di porre fine alla crisi degli ostaggi: un gesto ormai opportuno, politicamente e finanziariamente, per il suo regime.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92428" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/00059391.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Anche Rushdie è stato usato come una pedina. Teheran ha ignorato<em> I versi satanici</em> per sei mesi dopo la pubblicazione, nonostante il libro fosse stato bandito dalla maggior parte dei paesi musulmani.</strong> L’India, il paese dove è nato Rushdie, ha vietato il libro nell’ottobre del 1988. L’Iran non ha agito prima del febbraio del 1989, quando le proteste intorno al romanzo nel vicino Pakistan si sono incrociate a una grave crisi interna. La cerchia religiosa intorno a Khomeini si è divisa divisa proprio nel decimo anniversario della Rivoluzione. L’ayatollah Ali Montazeri, il successore indicato da Khomeini, che un tempo lo chiamava “il frutto della mia vita”, aveva criticato il governo reo, ai suoi occhi, di giustiziare i dissidenti e di tradire le promesse della Rivoluzione. La sfida di Montazeri rappresentava l’emergere di una fazione riformista, favorevole alla moderazione in politica interna ed estera, di modo che la Repubblica islamica potesse evolvere da società rivoluzionaria a stato reale, in grado di onorare la legge dell’uomo e la legge di Dio. Sfidò perfino l’editto scagliato da Khomeini contro Rushdie: “Nel resto del mondo credono che la sola attività praticata in Iran sia uccidere”, ammonì Montazeri.</p>



<p>Khomeini ha risposto allontanando il suo protetto, mettendolo agli arresti domiciliari. Quattro mesi dopo aver lanciato la fatwa, Khomeini è morto, per insufficienza cardiaca a 86 anni. L’Iran, così, ha affrontato una doppia crisi: nessun successore ufficiale e una fatwa che ha innescato una crisi diplomatica decennale, paralizzando il commercio internazionale del paese, isolando ulteriormente il regime.</p>



<p>Ora, trentatré anni dopo, la fatwa è ancora un punto critico nel dibattito interno, in Iran, e uno strumento politico sfruttato dai suoi leader più intransigenti. <strong>La cosa che più sorprende della figura di Hadi Matar, il libanese americano che ha pugnalato dieci volte Rushdie</strong>, al viso, al braccio, all’addome, nell’anfiteatro del Chautauqua Institution, è che è nato negli Stati Uniti quasi un decennio dopo che è stata combinata la fatwa. Matar è accusato di aggressione e tentato omicidio.</p>



<p>I legami di Matar con l’Iran – diretti o indiretti – non sono chiari. In tribunale, il procuratore distrettuale ha detto che l’attacco a Rushdie era “mirato” e “premeditato”. Gli account di Matar registrano il suo sostegno all’Iran e una profonda ammirazione per i suoi leader. Erano pieni di immagini di Khomeini, del generale Suleimani, comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, assassinato durante un attacco di droni statunitensi nel 2020, e di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, la milizia iraniana in Libano. Secondo quanto riferiscono, i genitori di Matar sono emigrati dal Libano meridionale, roccaforte sciita di Hezbollah. Matar viveva nel New Jersey, aveva una patente di guida falsa, con il nome di Hassan Mughniyah, una combinazione, secondo gli esperti, del nome di Nasrallah e del cognome di Imad Mughniyah, il defunto comandante di Hezbollah, legato agli attentati suicidi che uccisero più di duecento marines a Beirut, negli anni Ottanta. Entrambi i capi sono venerati da diversi sciiti libanesi.</p>



<p>Da quest’estate, Rushdie e le agenzie di intelligence europee e americane hanno ritenuto che la minaccia della fatwa fosse diminuita. Dalla fine degli anni Novanta, i riformatori iraniani hanno cercato di risolvere la crisi legata ai <em>Versi satanici</em>. Il governo di Khatami ha ripristinato i rapporti con la Gran Bretagna, ponendo lo status di Rushdie come una questione centrale. “Potremmo dire che la vicenda legata a Salman Rushdie sia definitivamente conclusa”, ha dichiarato Khatami a me e a un gruppo di giornalisti, durante una visita alle Nazioni Unite, nel 1998. Dopo aver vissuto sotto protezione di Scotland Yard per nove anni, Rushdie è gradualmente riemerso in pubblico, con rada sicurezza visibile. Nel 2001 ha perfino recitato in un cameo nel <em>Diario di Bridget Jones</em>. L’attacco brutale a Chautauqua, un’idilliaca comunità di case vittoriane sulla riva del lago, fondata per favorire il dialogo sulle questioni cruciali del nostro tempo, è paradossale. Su quel palco ho parlato più volte di Iran, della lotta tra estremisti e riformatori, per capire se le relazioni tra Teheran e Washington potessero normalizzarsi. Ogni settimana il programma copre un argomento diverso; ogni mattina migliaia di persone si radunano nel suo anfiteatro.</p>



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<p><strong>I religiosi più intransigenti, comunque, non hanno mai sconfessato la fatwa contro Rushdie. Nel 2017 l’attuale leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei,</strong> è stato interrogato in merito all’editto lanciato dal suo predecessore. “Il decreto è lo stesso emesso dall’imam Khomeini”, ha risposto. L’anno scorso, i sostenitori dell’intransigenza hanno sottratto il governo ai riformatori che hanno negoziato un accordo nucleare con gli Stati Uniti e cinque altre potenze mondiali. Gli ideologi dominano i rami del potere esecutivo, legislativo, giudiziario e militare. <strong>Cinque giorni prima dell’attentato a Rushdie, una testata giornalistica iraniana ha ripubblicato la fatwa. </strong>“Iran Online” ha salutato la condanna a morte di Rushdie come “una grande e indimenticabile fatwa per i musulmani di tutto il mondo&#8230; Dopo trentatré anni l’incubo della morte non ha smesso di abbandonare Salman Rushdie”.</p>



<p>Poche ore dopo il suo attacco, i media iraniani hanno elogiato Matar. “Kayhan”, il cui direttore è stato nominato da Khamenei, ha scritto: “Mille applausi&#8230; all’uomo coraggioso e onorevole che ha attaccato l’apostata e malvagio Salman Rushdie a New York”. Aggiungendo, “La mano dell’uomo che stacca il collo al nemico di Dio deve essere baciata”. L’immagine di Rushdie trasportato su una barella è stata commentata da “Khorasan” così, in prima pagina, “Satana sulla via dell’Inferno”.</p>



<p><strong>L’attacco a Rushdie coincide con l’annuncio, la settimana scorsa, da parte del Dipartimento di Giustizia, che un membro della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Shahram Poursafi, è stato incriminato per un complotto:</strong> avrebbe tentato di assassinare l’ex consigliere della sicurezza nazionale John Bolton. Nel mirino c’erano anche l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e l’ex segretario alla Difesa Mark Esper. Entrambi erano in carica quando l’amministrazione Trump ha ucciso Suleimani. Bolton, Pompeo e Esper sono sotto protezione governativa 24 ore su 24, come altri alti funzionari di quel periodo.</p>



<p>L’attacco coincide anche con il conto alla rovescia dell’accordo diplomatico sul nucleare costruito dall’amministrazione Obama nel 2015 e abbandonato da Donald Trump nel 2018. Si stima che Teheran sia a pochi giorni dalla produzione di uranio arricchito, sufficiente per alimentare un’arma nucleare: un passaggio chiave per la costruzione della bomba. Questo mese l’Iran ha ricevuto un ultimatum dai negoziatori europei per decidere se riattivare o meno il programma dopo un anno di colloqui. Qualunque sia il motivo intimo di Matar, qualsiasi siano i suoi reali legami con l’Iran, l’attacco a Rushdie, uno degli scrittori più noti al mondo, esalta le tensioni che ancora elettrizzano le strategie politica dell’Iran rivoluzionario.</p>



<p><strong><em>Robin Wright</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.newyorker.com/news/daily-comment/ayatollah-khomeini-never-read-salman-rushdies-book?utm_source=nl&amp;utm_brand=tny&amp;utm_mailing=TNY_Daily_081422&amp;utm_campaign=aud-dev&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=tny_daily_digest&amp;bxid=5dfe7b2852ba1e20f71ca6c1&amp;cndid=59450687&amp;hasha=7369911722d96eaca50bdc9db32a2332&amp;hashb=0d46beeb13510c64cff9072c351f2521303c31d6&amp;hashc=309c74b2d73530452d0f3f481e6f703a43c378a048cea8619f02a7eb352df392&amp;esrc=bounceX&amp;mbid=CRMNYR012019" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si pubblica larga parte dell’editoriale di Robin Wright pubblicato sul “New Yorker” come “Ayatollah Khomeini Never Read Salman Rushdie’s Book”</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rushdie-attentato-iran-usa/">Qualcosa sulla fatwa a Rushdie e i rapporti tra Iran e Usa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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