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	<title>disabili Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Uno sguardo normale, tra esseri umani sullo stesso pianeta, è raro come trovare un diamante per strada”: dialogo con Marina Cuollo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2020 08:48:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro si chiama “A Disabilandia si tromba” ed è edito dalla Sperling &#38; Kupfer. Lei si chiama Marina Cuollo, è napoletana e ha un fratello a cui non piace la mozzarella “Nemmeno quella di bufala. Già, già. Lo so cosa stai pensando: è una disgrazia terribile, e forse è solo pazzo”. Ci siamo incontrati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marina-cuollo-intervista-antonio-coda/">“Uno sguardo normale, tra esseri umani sullo stesso pianeta, è raro come trovare un diamante per strada”: dialogo con Marina Cuollo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Il libro si chiama <a href="https://www.sperling.it/libri/a-disabilandia-si-tromba-marina-cuollo" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>“A Disabilandia si tromba”</strong> </a>ed è edito dalla Sperling &amp; Kupfer. Lei si chiama <a href="https://www.marinacuollo.com/about-marina-cuollo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Marina Cuollo</strong></a>, è napoletana e ha un fratello a cui non piace la mozzarella “Nemmeno quella di bufala. Già, già. Lo so cosa stai pensando: è una disgrazia terribile, e forse è solo pazzo”. Ci siamo incontrati una prima volta in un pub che tutti conoscono per il nome che aveva in precedenza, prima del fallimento della vecchia gestione, ed è come darsi un appuntamento a Istanbul dicendosi “Allora ci vediamo all’ex-Constantinopoli?”. Ha scritto un libro coraggioso, cioè necessario, perché prende un tabù e lo rimodella, come fosse pongo, per apporre la propria impronta su ciò che ti vuole cancellare proiettando su di te la sua ombra. Leggerlo mi ha provocato sorrisi come cicatrici divertenti agl’angoli della bocca. Le ho proposto di parlarne assieme e quella che segue è la nostra conversazione. (a.c.) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro è permeato dall’urlo “Lasciatemi divertire!”. Comunque un urlo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un urlo forte. Quando hai dovuto affrontare situazioni che hai fatto fatica a capire, in giovane età chiaramente, l’urlo matura e poi scoppia. L’urlo ha poi davanti a sé molti modi per esprimersi. Io ho scelto l’umorismo, un umorismo che contiene molti altri sentimenti, rabbia compresa. Un umorismo di denuncia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando nasce l’idea di trasformare l’urlo in libro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto estremamente casuale. Sentivo fosse giunto il momento di esprimermi, di dare via libera alla mia urgenza di comunicazione, ma non sapevo ancora bene come sarei riuscita a farlo. Chi scrive poi, spesso lo fa da molto tempo. Sai come si dice? “Ah, io ho sempre scritto, fin da bambino…”. Ecco, io no. Per me è stata una scoperta. Sono una lettrice forte, quello sì, sin dall’infanzia, ma la scrittura è arrivata molto dopo, circa sei anni fa. Una scoperta totalmente inaspettata. Ho frequentato un corso di scrittura, sai? Pensavo: mollerò subito! E invece… ho scoperto di essere un pesce dopo essere entrata nell’acqua.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dico politicamente-corretto tu cosa mi dici? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Due coglioni! Sia chiaro: io non sono contraria al politicamente corretto a prescindere. In determinate circostanze è necessario, è importante, ed è giusto. Però! Quando diventa autocensura, o peggio ancora ipocrisia a buon prezzo, quando cioè le parole servono solo a dire il contrario delle proprie azioni, ne faccio volentieri a meno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-72751 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/cover-207x300.jpg" alt="" width="244" height="354" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/cover-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/cover.jpg 345w" sizes="(max-width: 244px) 100vw, 244px" />Te lo chiedo perché sull’aletta con le informazioni biografiche c’è scritto “Dottore in processi biologici e biomolecole”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma guarda che dottoressa secondo me sarebbe stato più giusto. Allo stesso modo, fossi stata laureata in giurisprudenza, avrei preferito ci scrivessero avvocata. Non si tratta di politicamente-corretto ma di pari opportunità. Tenere al maschile le parole è una scelta di genere: con questa rivendicazione le donne non vogliono togliere niente agli uomini, ma avere semplicemente gli stessi diritti; se nessuno ha problemi a usare il femminile per professioni come “maestra” o “infermiera”, perché invece dovrebbero averne per “ministra”, “sindaca” o “avvocata”?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi dalla biochimica alla letteratura: tutto sommato, sempre di scrittura della vita si parla, hai solo cambiato alfabeto. Non ricordo niente che si avvicini a un racconto simile a quello che tu fai nel tuo libro, è un territorio non ancora percorso. Oppure mi ero perso io qualcosa? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Su questo tema esistono le autobiografie, poi c’è la letteratura specializzata, scientifica, ma romanzi pochi. Nonostante alcuni dei miei libri preferiti siano autobiografie, io non impazzisco per quel genere. Trovo spesso autoreferenza e poco desiderio di raccontarsi. Per quanto riguarda i libri di formazione o didattica, quello non è il mio campo e di certo non voglio scrivere per gli addetti ai lavori. <em>Disabilandia</em> rientra nella saggistica, ma non è né un testo tecnico né pedagogico. Per me scrivere è stato voler uscire da una dimensione di autoghettizzazione, in parte imposta in parte accettata per quieto vivere. E il mio editore è stato subito d’accordo con me. Dopo aver inviato il libro in casa editrice mi hanno risposto dopo due settimane, con la proposta di contratto, e te lo assicuro: non succede mai! Il titolo ha sortito l’effetto desiderato: <em>A Disabilandia si tromba</em> stai sicuro che non passa inosservato, è un urlo fin dal titolo. E guarda che la mia prima idea di copertina era diversa da quella poi mandata in stampa, che è bella uguale ma forse meno esplicita. Nella copertina originale c’era un pompino in carrozzina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro è un manuale, ma per dirlo meglio: è una dichiarazione di cittadinanza. I disabili esistono, sanno dire “io” e hanno qualcosa da raccontare, della disabilità per esempio, e di un altro milione di cose. Però quando leggo: “La mia infanzia trascorreva quindi serena tra un’infezione respiratoria e una grave apnea notturna, fino a quando mi fu quasi impossibile respirare”, riportato come si trattasse della gitarella al mare, il passo di un romanzo in prima persona lo sento appieno.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo è sempre il mio primo amore, e in alcuni punti di <em>Disabilandia</em> probabilmente si sente. Ma a proposito del mio modo di comunicare la disabilità, qualche accusa mi è stata mossa, cose come: “L’ironia è una perdita di serietà!”. O se mi riferisco a chi si sposta in carrozzina come a un cingolato, o se scrivo: “Entrambi gli ausili sono facilmente estraibili: i normodotati senza scarpe sono liberi di camminare scalzi, i fuori classe senza carrozzine sono liberi di fare la foca sul tappeto”, molti pensano che utilizzi l’ironia per nascondermi, che non sia in grado di accettare non so quale mia condizione&#8230; Non è così, almeno per me è evidente. Se scrivo qualcosa di me e mi permetto di farlo con certe battute, è perché sia chiaro che sto trattando un argomento che conosco bene, che vivo ogni giorno, dopodiché già non m’importa più parlare di me. Se scrivo è perché voglio che agli altri arrivi non il mio essere disabile ma la mia voglia di ridere di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggo pure “l’operatore socio assistenziale, figura a cavallo tra l’unicorno e Padre Pio”. Manca il palco ed è subito stand-up comedian. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ah, non sai quanto mi piacerebbe scrivere testi per gli <em>stand-up comedian</em>, mi piacerebbe così tanto che sono disposta a diventare una <em>stand-up comedian</em> io per prima. È qualcosa di molto diverso, un altro modo di comporre la frase, di darle il ritmo giusto, è qualcosa che mi piacerebbe tantissimo approfondire. Chi scrive sa che non si smette mai di imparare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Quoque, il Tuttologo, il Ti Stimo&amp;Ammiro, il Punisher, il Diversamente Ipocrita, il Falso Invalido, sono alcuni dei personaggi dei tuoi gironi cuolliani. “Uno sguardo normale, tra esseri umani sullo stesso pianeta, è raro come trovare un diamante per strada”. La tua definizione di sguardo normale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno sguardo “bianco”, inteso come sguardo senza preconcetti. Lo sguardo di chi sa aspettare, di chi ascolterà prima di decidere con quali occhi guardarti. Chiaro che è uno sguardo raro, perché poi facciamo tutti così: guardiamo per incasellare, senza aspettare che la persona che abbiamo di fronte ci mostri realmente chi è. Abbiamo paura di quello che non conosciamo, spesso è la paura che ci muove.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Del disabile vorrei-ma-non-posso scrivi: “La sua vita è, di solito, costellata da attacchi di panico e ansie smisurate per cose che non sta per fare”. Il ritratto perfetto dell’uomo-contemporaneo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Infatti! Io racconto il mondo dal mio punto di vista ma è lo stesso mondo di tutti, <em>Disabilandia</em> non è un luogo esclusivo. Siamo tutti uguali e diversi cioè siamo umani, mica chissaché.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo umorismo si spinge volentieri nella satira, gli argomenti ci sono tutti: la morte, il sesso, la politica. Nel libro non mancano le staffilate alla religione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La religione, e siccome siamo in Italia quella cattolica, ha questa declinazione: la sofferenza intesa come una via preferenziale per il paradiso, per te che soffri e per chi si accollerà la tua sofferenza. Sono nata con una disabilità? Che culo! Supererò le file al supermercato e pure quelle per il regno dei cieli. Scherzi a parte, sono atea ma non per questo ho un giudizio sfavorevole sulla fede. Credo che la religione aiuti le persone a stare meglio con sé stesse. Quando però diventa l’occasione per delle insopportabili pratiche pietistiche, masochistiche, meglio lasciar perdere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ridere, ho riso tanto leggendo il libro, poi però viene il capitolo “I disabili oggi”. Svolgimento: “Non ci ammazzano più, ma a volte fa male uguale”. Ed è come passare per caso davanti a un monumento alla memoria dell’Olocausto in una città straniera: vuoi non vuoi ti soffermi lo stesso e ti prende un magone che non puoi dire bene cos’è.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esiste una relazione molto forte tra scrittura e dolore. Ed esiste una storia. In questo senso per i disabili vale come per molte altre minoranze: non siamo sbarcati da nessuna altra galassia, né siamo apparsi dal nulla soltanto nell’epoca più recente per rompere i coglioni ai poveri contemporanei. Siamo sempre stati qui, anche se nessuno scriveva le nostre storie oppure le scriveva in un modo che lasciamo perdere. Con la letteratura ci prendiamo la cittadinanza che ci spetta; lasciassimo tutto in mano alla società cosiddetta civile staremmo freschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esistono, in ordine sparso: i romanzi rosa, quelli gialli, i noir, gli arcobaleno, i tricolori, e via andare. Qual è la trappola più pericolosa per te ora: diventare la scrittrice disabile o la scrittrice che deve farci ridere?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La seconda eventualità mi infastidisce ma meno della prima. Non voglio essere considerata una scrittrice che, in quanto disabile, scriverà sempre e soltanto di disabilità, sarebbe l’ennesima etichetta. Io che di mio puoi immaginare quanti pregiudizi debba sopportare mi sono anche scelta un tipo di scrittura che subisce a sua volta molti pregiudizi, quella umoristica, come se l’umorismo fosse un sottogenere, non della vera letteratura. Ah, e facci caso, la maggior parte degli scrittori umoristici riconosciuti a livello letterario sono quasi tutti uomini: Pirandello, Jerome K. Jerome, Alan Bennett, Douglas Adams, per citarne giusto alcuni. E se sono donne il più delle volte o sono autrici Chick-lit, quindi sempre con il cuoricino in mezzo, o sono comiche riconosciute perché sono anche sul palcoscenico. Io non credo che non ci siano state delle umoriste altrettanto degne di essere riconosciute nella storia della letteratura, ma probabilmente, essendo donne non rispettavano il ruolo previsto per il loro genere, quindi: niente contratto. Adesso lentamente qualcosa si muove, ma siamo ancora lontani da una presenza pari a quella maschile, e in ogni caso spero di essermene fatta scappare io qualcuna sotto gli occhi. Quindi, se avete nomi di scrittrici umoristiche fateli subito. Li voglio!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per concludere: per prepararmi all’intervista ho salvato sul computer un file col nome “A Disabilandia si tromba. Domande”. Se tu fossi della Polizia Postale, che effetto ti farebbe?  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penserei: vivaddio, mi fa piacere! Non mi preoccuperei più di tanto. Sono altri i titoli che mi preoccupano, e tante volte sono pure i primi della classifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
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		<title>“Anche la nostra è bellezza e vogliamo combattere la discriminazione che ti fa sentire inadeguata per le tue imperfezioni”: Laura Brioschi e Benedetta De Luca discutono di Body Positive con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/anche-la-nostra-e-bellezza-e-vogliamo-combattere-la-discriminazione-che-ti-fa-sentire-inadeguata-per-le-tue-imperfezioni-laura-brioschi-e-benedetta-de-luca-discutono-di-body-positiv/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 08:47:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le tante battaglie, più o meno condivisibili, che vengono portate avanti di questi tempi, soprattutto da parte delle donne, ve n’è una in particolare che merita rispetto e supporto, quella che promuove il body positive. L’idea che vi debba essere un unico modello di bellezza – spesso peraltro meno sano di quanto appaia – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/anche-la-nostra-e-bellezza-e-vogliamo-combattere-la-discriminazione-che-ti-fa-sentire-inadeguata-per-le-tue-imperfezioni-laura-brioschi-e-benedetta-de-luca-discutono-di-body-positiv/">“Anche la nostra è bellezza e vogliamo combattere la discriminazione che ti fa sentire inadeguata per le tue imperfezioni”: Laura Brioschi e Benedetta De Luca discutono di Body Positive con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra le tante <strong>battaglie</strong>, più o meno condivisibili, che vengono portate avanti di questi tempi, soprattutto da parte delle donne, ve n’è una in particolare che merita rispetto e supporto, quella che promuove il <strong>body positive</strong>. L’idea che vi debba essere <strong>un unico modello di bellezza</strong> – spesso peraltro meno sano di quanto appaia – <strong>è una follia che contravviene qualsiasi realtà del desiderio e della passione. L’imperfezione è sexy, la bellezza ha strane e apparentemente inconcepibili armonie.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È proprio per portare avanti questo felice messaggio di accettazione di sé, della propria irriducibile diversità, che un nutrito stuolo di ragazze provenienti da tutto il mondo è sceso in piazza – e precisamente in Piazza Duomo, a Milano – il 3 Marzo 2019, con un <strong>Flash Mob</strong> intitolato <em>#BODYPOSITIVECATWALK.</em> L’iniziativa è stata organizzata da <strong>Laura Brioschi</strong>, <strong>modella curvy</strong> e <strong>influencer </strong>con un impressionante seguito su Instagram. Al grido di <strong>“ci spogliamo dai pregiudizi”</strong>, Laura ha invitato tante ragazze a sfilare in intimo, offrendo allo sguardo del pubblico un tipo di grazia che spesso viene snobbata dalle passerelle e che ancora molti uomini tendono a escludere dal loro canone ideale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mossi da una sincera ammirazione per tanto coraggio e in piena condivisione degli ideali che l’hanno animata, siamo andati a intervistarla. A chiosa del dialogo, abbiamo avuto anche il piacere di risentire una nostra vecchia conoscenza <strong><a href="http://www.pangea.news/amo-la-vita-adoro-la-mia-carrozzella-e-in-un-reality-ho-perfino-guidato-una-moto-dacqua-matteo-fais-dialoga-con-benedetta-de-luca-modella-disabile-dallimmensa-v/" target="_blank" rel="noopener">Benedetta De Luca</a>,</strong> <strong>modella affetta da agenesia del sacro</strong>, che per l’occasione si è unita alla gioiosa e festante brigata, con la sua sedia a rotelle, pervasa come al solito da una sconvolgente vitalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66047 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-26-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-26-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-26-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-26-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-1-26-1320x880.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Laura, potresti spiegare il concetto di body positive?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il body positive consiste nel volersi bene qualunque sia la propria fisicità e nel volersi migliorare sempre, ma senza ossessioni. Spesso è accostato al curvy – questa inedita categoria di bellezza –, ma il body positive deve riguardare tutti i corpi, compresi quelli con disabilità come nel caso di Benedetta De Luca. Il concetto è che ognuno può essere una bella persona, qualsiasi sia la sua <em>forma</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché un flash mob?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per la possibilità che dà di catturare l’attenzione. Con esso puoi comunicare tanto in pochissimo tempo, lasciando però qualcosa dentro, proprio come capita con una canzone. Per noi che lo abbiamo voluto la partecipazione è stata meravigliosa, sia dal punto di vista del pubblico che delle ragazze presenti. Venivano un po’ da tutto il mondo: Inghilterra, California, molte dalla Polonia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Assistendo a un simile evento, cosa speri si generi negli spettatori?<br />
</strong>La consapevolezza che ogni persona – e voglio dire davvero chiunque – può essere bella, se si sente tale. Io credo sia questo che ciascuno di noi dovrebbe comprendere: <strong>sentirsi belli è una questione di consapevolezza. Per me, per esempio, è stato così grazie a Instagram: vedendo tanti corpi reali, ho compreso di non “essere sbagliata” malgrado qualche chilo in più.</strong> A mia volta cerco di trasmettere un messaggio positivo a chi mi segue, magari anche semplicemente mostrandomi mentre sono in palestra e parlandone come di un’esperienza volta a migliorarsi. Le ragazze sono così incentivate a fare qualcosa per sé, a volersi bene, senza stare semplicemente a piangersi addosso. Vorrei riuscire a comunicare loro che effettivamente puoi riappropriarti della tua vita, anche se per lungo tempo ti sei sentita inadeguata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In che senso una persona con un corpo come il tuo sarebbe discriminata, visto il numero di follower che hai e le campagne pubblicitarie per cui vieni contattata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La discriminazione tocca diverse persone. Spesso la si subisce fin dall’infanzia, quando per esempio qualcuno ti chiama “cicciona”, o ti dice “sei brutta, io con te non gioco”. Queste cose si ripercuotono dentro giorno dopo giorno. Ci sarebbe poi una discriminazione in senso lato quando, per esempio nel caso di una modella, per due centimetri di fianchi in più, si riceve un rifiuto. <strong>Ma, più in generale, direi che discriminatorio è quando una persona ti fa sentire inadeguata per una tua caratteristica fisica. </strong>Nel mio caso si tratta prevalentemente di insulti ricevuti su Instagram. Per fortuna, a fronte di ciò, vi sono tante persone che mi seguono per quello che racconto, per la forza che trasmetto loro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66048 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/foto-2-8-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-2-8-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-2-8-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-2-8-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-2-8-1320x1980.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/foto-2-8.jpg 1667w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />Cos’è la bellezza, Laura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La bellezza è qualcosa di grandioso, una luce immensa che riesce a riempire una stanza, una piazza, e la si può trovare davvero in tante cose. Siamo così abituati a non cercarla più, a focalizzarci su certi standard di bellezza, da credere che in tutto il resto non vi sia. Bisognerebbe invece aprire gli occhi e riscoprirla, anche in noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si parla spesso di curvy, però su Instagram vedo che, in questa grande categoria, vengono fatte rientrare anche delle ragazze che, senza offesa, sono obese. Naturalmente non dico che le si debba discriminare, però il sovrappeso eccessivo può essere un problema per la salute. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Definire cosa sia il curvy non è semplice. Ci provai nel mio primo blog, nel 2014. Io lo identifico con l’armonia. Se uno volesse usare il termine in un senso specifico, diciamo più stringente, non farebbe altro che limitarsi ancora una volta a etichettare. Al contrario, è bello liberarsi delle etichette. <strong>La sola cosa importante per me è difendere ogni forma fisica e il suo miglioramento, seguendo una linea che risulti il più salutare possibile e aliena da qualunque ansia. </strong>Anche tra noi, in piazza, c’erano persone in sovrappeso, che però fanno concretamente qualcosa per la loro salute e noi le supportiamo evitando di giudicarle. Ci vuole molta attenzione nei loro confronti, molta delicatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Una domanda per Benedetta De Luca</em></strong><br />
<strong>Come ti sei sentita, a Milano, a sfilare in questo flash mob all’insegna del body positive?<br />
</strong>Per la prima volta, libera. Libera dal pensiero di dovermi preoccupare del mio fisico così diverso dai canoni estetici imposti dalla società. <strong>Libera e bella, uguale alle altre. Eppure avevo messo in mostra la mia cicatrice alla gamba, cosa che non faccio vedere nemmeno al mare. Mi sono sentita libera di poterlo fare senza preoccuparmi di nulla, senza il timore di essere giudicata.</strong> Si respirava una tale energia quel giorno, era quasi magico. Ognuna con i suoi difetti, paure e incertezze, però unite eravamo forti e nessuno poteva farci sentire sbagliate. Eravamo fiere delle nostre imperfezioni e insieme abbiamo trovato il modo di valorizzarle. Io credo che, se eventi simili venissero organizzati un poco più di frequente, forse si potrebbero quantomeno arginare i problemi che derivano da certe fragilità, come l’anoressia e la bulimia. Essere sicuri di sé stessi, accettarsi, è davvero importante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/anche-la-nostra-e-bellezza-e-vogliamo-combattere-la-discriminazione-che-ti-fa-sentire-inadeguata-per-le-tue-imperfezioni-laura-brioschi-e-benedetta-de-luca-discutono-di-body-positiv/">“Anche la nostra è bellezza e vogliamo combattere la discriminazione che ti fa sentire inadeguata per le tue imperfezioni”: Laura Brioschi e Benedetta De Luca discutono di Body Positive con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Il vecchio è tuo, ca**i tuoi. In Italia puoi invecchiare solo se sei ricco. Esperienze di vita vissuta al fianco di mia nonna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Apr 2018 07:03:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Analogia con l’epigrafe  “Io non esisto più, io non esisto più”. Ha detto così, fissandomi, tre giorni fa. Ha detto davvero così o è l’incastro della mia immaginazione? Forse le metto in bocca i miei pensieri. Raramente, ormai, le sue parole sono comprensibili. Non mangia più. La alimentano dal naso. Non riesce a deglutire. Se [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-vecchio-e-tuo-cai-tuoi-in-italia-puoi-invecchiare-solo-se-sei-ricco-esperienze-di-vita-vissuta-al-fianco-di-mia-nonna/">Il vecchio è tuo, ca**i tuoi. In Italia puoi invecchiare solo se sei ricco. Esperienze di vita vissuta al fianco di mia nonna</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Analogia con l’epigrafe</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>“Io non esisto più, io non esisto più”. Ha detto così, fissandomi, tre giorni fa. Ha detto davvero così o è l’incastro della mia immaginazione? Forse le metto in bocca i miei pensieri. Raramente, ormai, le sue parole sono comprensibili. <strong>Non mangia più. La alimentano dal naso. Non riesce a deglutire. Se spingo l’acqua nella sua gola, tossisce, soffoca, rigurgita. Quando è stata ricoverata era magrissima.</strong> Ora le mani e le gambe sono sproporzionate e gonfie. Liquidi. Che scrosciano nelle vene. Attraverso flebo. In un’altra flebo una sostanza rubina. Ferro. Il corpo umano, in fondo, è un palloncino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mio nonno si è ammalato nel 2011. <strong>Un giorno, in casa, osserva la moglie con cui è sposato da 60 anni, mi guarda, dice, ‘chi è?, la donna delle pulizie?’. Un giorno scopro un bubbone che si dilata dallo stinco destro.</strong> Escrescenza tumorale. Il nonno è morto il primo maggio del 2013, il giorno dei lavoratori. Per meriti sul lavoro – ha lavorato, con cubica onestà, alle Poste – è stato nominato Cavaliere dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Umile, sorridente, è morto dicendo ‘grazie’.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La nonna non voleva occuparsi del nonno. Un giorno la vedo accasciata in cucina. Piange. ‘O lo fai ricoverare o io mi uccido’, mi dice. La ringrazio.</strong> Al contrario del nonno, la nonna ha un carattere dominante, prepotente, castrante. A differenza del nonno, d’animo soave, quando anche lei è stata colpita da una demenza senile grave è stato un disastro. I primi problemi accadono poco dopo la morte del nonno. La nonna entra reiteratamente dal panettiere per comprare lo stesso pezzo di pane. Terrorizzata dalla povertà, va in banca almeno dieci volte al giorno per ritirare soldi e per accertarsi in merito alla pensione (quando arriva? da chi? quanto? come faccio a prenderla?). Ha la fissazione del vino. Lo va a comprare – più volte al giorno – nella stessa vineria. Il vino viene servito in una bottiglia di plastica da mezzo litro. Una volta – faccio visita alla nonna la mattina, prima di andare a lavorare, e la sera, prima di rientrare a casa dal lavoro – ho trovato in casa 22 bottiglie di vino. Angosciata dal fatto che qualcuno gliele rubi, le bottiglie di vino sono: sotto il letto, dentro l’armadio dei vestiti, dentro le borse che sono dentro un cassetto, dietro la porta d’ingresso, nel portaombrelli, dietro la porta della cucina, sul balcone, dietro il televisore, nel mobile ad angolo, in sala.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La vitalità è deleteria se hai la demenza senile. Per tre anni mia nonna è stata: intollerante, intrattabile, vivace. Cose buffe: la nonna che saluta una signora per strada, mai vista prima. ‘Ti ricordi? La nostra vicina, a Milano’. La signora ghigna, va via. <strong>Cose meno buffe: la nonna che si mette a fare i bisogni nel parco, nel giardino del palazzo. La demenza senile, mi spiegano, oblitera le inibizioni. Per questo, quando la nonna si arrabbia alza le mani, mena, urla.</strong> Un giorno cade per strada. I vigili urbani chiamano il 118 poi chiamano me, al lavoro. Corro. Ricovero ospedaliero. Faccio la notte. La nonna è agitata, ma verso mezzanotte si addormenta. Si sveglia alle tre. Si strappa le flebo. Urla, ‘portami a casa, hai capito, cazzone!’. Intervengono le infermiere. La nonna: ‘chi sono queste, le tue puttane? Io lo so chi sei, bastardo, mi hai fottuto i soldi e mi hai chiuso qui dentro, mi fai schifo, schifo!’. Le infermiere mi guardano, un tot spaventate. Cerco di calmare la nonna e di rassicurare le infermiere (d’altronde: chi è questo? che cavolo ci fa il nipote? non c’è un figlio, una nuora?). Mentre lei mi dice ‘vaffanculo figlio di puttana’, l’infermiera le spara la siringa in vena. Dose equina di calmante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutte le volte che incontriamo un dottore la stessa scena. ‘Lei… è la mamma?’. No, la nonna. ‘Vorremmo parlare con un parente più stretto’. Non ce ne sono, non c’è nessuno, solo io. ‘Ma… il figlio?’.</strong> Il figlio è morto, si è ucciso. Il voyeurismo di alcuni medici è micidiale. Vogliono succhiare il dolore, l’anomalia, animalesca. Un’altra volta mi telefonano dall’ospedale di notte. ‘Deve venire, la zia…’, no, è la nonna, dico, ‘sì, beh, la nonna è incontenibile’. Provo a dire che ho dei figli, una vita, che, altrimenti, che senso ha stare in un ospedale. Non mi ascoltano. Un corpo è ingombrante – la vita è una responsabilità che non si condivide. Il vecchio è tuo, cazzi tuoi.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Di domenica, di solito, mentre la nonna dorme, io lavoro a qualche libro, in sala. <strong>La demenza senile altera il corretto funzionamento del linguaggio. Quando la nonna si sveglia, annoto i suoi errori. Interessanti per chi pensa che il linguaggio sia l’anima dell’uomo.</strong> ‘Portami la tivù’, dice. Per ‘tivù’ intende caffè. Un giorno dice, ‘porta la notte’. Vuol dire: spegni la luce. Un’altra volta dice ‘metti il buio’. Altre volte sono lettere che divorano altre lettere, come se le parole fossero nastri di fango. ‘Chiudi le pappardelle’, per dire <em>tapparelle</em>. ‘Compra le parate e la tarte’. Intende <em>patate</em> e <em>carne</em>. Se fossi San Paolo sarei propenso a credere a una ispirazione, pilotata da qualche Arcangelo. Invece, è solo il cervello. Il cervello si sfa e con esso la facoltà linguistica. Il linguaggio frana. Eppure. Io continuo ad annotare, a cercare analogie e segni: il creato a volte si distrae e scoppia il magico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono i passaggi di un libro che ho intitolato provvisoriamente <em>La memoria</em>, su mia nonna:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ieri ha detto. “Chiudere l’acqua, l’acqua!”. Era convinta di affogare e che i mobili navigassero come canoe. Forse la morte è anticipata dall’acqua. Non riusciva a calmarsi. Le ho detto che ero il re degli oceani. Lei ha rovesciato gli occhi. <strong>Ha urlato, “mio figlio non sa nuotare!”. Ho capito. Mio padre – suo figlio – si è ucciso a Bordighera, in Liguria, sul mare. Non sopportava il mare.</strong> I suoi genitori lo costringevano ad andare in colonia, al mare. L’acqua facilita le anime dei morti a trovare la via di fuga dal mondo – se restano imprigionate quaggiù il dolore si moltiplica, infinitamente, ed è davvero la fine. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ha avuto una vita di merda – ha sopportato, a Milano, una vita vuota, fatta di piccole invidie e di indicibili frustrazioni. Classe 1928. L’apice della vita di mia nonna è la morte del suo unico figlio, che si è ucciso il 4 dicembre del 1989</em></strong><em>. Quella è la chiave di volta della sua vita, l’unico avvenimento, il sigillo. Per questo, ora, muore come un cane: non ha niente da dire, non ha altro da esporre se non l’ira, la malizia, l’ansia di possedere qualcosa. Muore sola, perfino il dolore l’ha abbandonata. Parla al soffitto tutto il santo giorno. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le generazioni vanno filate, come si fila una coperta. Di per sé la parentela è inesistente: che relazione corre tra diversi ventri di donna, scalando i secoli? Quelle fiche ingorde sono regolate unicamente dalla colpa e dalla fame<strong>. Una volta che si è costruita la scia della propria genia – una specie di immane matrioska – dopo che la si è filata, bisogna conservarla. Custodirla, pulirla, rassettare i nomi dall’usura.</strong> L’albero genealogico è una allucinazione: ogni nascita ha senso se devia da ciò che è stato, con ottusa violenza. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi è più tranquilla. <strong>Mi dice, “vorrei amarti tantissimo”. Io non l’ho mai amata questa nonna, prepotente, prevaricante, che ha disseccato ogni rapporto, ha rinchiuso figlio e marito nel bunker dell’appartamento milanese.</strong> Dall’ampia terrazza in via Ennio, puntava sguardi arsi d’invidia verso gli altri palazzi, i vicini, tutti autori di mirabili perversioni. Lei era l’unica giusta, la sola giustificata, la sofferente. Coltivava enormi piante grasse, simili alla spinata corona di un re barbaro. Oggi, rasserenata dai farmaci, indifesa, incapsulata nelle lenzuola, sembra buona. La medicina addomestica il male, i buoni sono rimbambiti. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi è particolarmente debole. Davanti alla finestra, sulla carrozzina, la nonna sembra un’aureola di stracci. Un lenzuolo. Un sudario. D’istinto, guardo la fotografia di mio padre, sopra il cassettone. Ha gli occhi chiusi, la barba, gli occhiali. In montagna. Sembra trasudare pazienza e serenità. Poche settimane prima di uccidersi. <strong>Cerco di capire se il suo viso è impresso nel corpo di mia nonna – qualcosa, oltre l’odio che chiamiamo “ti voglio tanto bene”, li ha uniti? I farmaci fanno effetto e la nonna ora percepisce che è sola, in un paese dove non conosce nessuno, con una badante ucraina che la tratta come una deficiente.</strong> Mi guarda con occhi bassi e spenti, la faccia ha strati di esistenze, tutte inutili. “Mi porti a letto?”. La scorto a letto. “Ti ho goduto un po’”. Dice sempre così, usa il verbo ‘godere’. Come se i sentimenti fossero caramelle, come se gli istanti si potessero succhiare. “Ora te ne vai”. Appena mi vede, prevede la mia partenza. La lascio dire. Tolgo il maglione, blocco la carrozzella, la isso in piedi, le sue gambe non reggono, la butto nel letto, la copro. “Dormi bene, non uscire, fa freddo”, le dico. Armo la sponda del letto. “No, non chiudere, come faccio a scendere?”, fa lei. “Se scendi ti schianti”, sussurro. Lei non sente. “Meglio così, il letto è più sicuro”, dico. “Se devo fare la pipì…”, dice, “…la fai nel pannolino”, rispondo, come ogni volta. Poi si preoccupa delle tapparelle, lascio almeno due dita di fessura da cui traspira la luce. La cucina. La sala. “Chiuso tutto?”. Chiuso. La nonna trema. “Quando torni?”. Non è autonoma, non può alzarsi, non può mangiare se ha fame, non saprebbe spegnere neppure la lampada. Non vuole separarsi da me. Ha paura. “Stai tranquilla…”, dico io. Cinque e mezza di pomeriggio. Il sole sbatte sulle finestre come un uccello. <strong>Per le prossime 14 ore mia nonna se ne sta a letto. Il letto è una prateria, dove pascolano e corrono le decine di morti che hanno varcato la vita di mia nonna.</strong> “Torna, però, non scordarti di me, non ti scordi di me, vero?”, dice. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi l’ho trovata nuda. Si è liberata delle coperte, si è tolta i vestiti. <strong>Nuda, nel letto con le sponde, sembra un passerotto in gabbia. A volte mi pare che la nonna si trasformi. Ora è un passero, domani un topo, dopo domani una iguana – fa paura perché la sua natura, ora, è più vicina al resto degli esseri che all’uomo.</strong> A volte, penso, può balzare dal letto e sbranarmi. Oltre a spogliarsi, la nonna si è tolta il pannolone. L’ho vista, di pomeriggio, con le mani sporche di merda: si leccava le dita. <strong>Mangiare la propria merda vuol dire che non si avverte più la differenza tra ciò che si ingurgita e ciò che si espelle, non si sente più la necessità di ricordare quello che si vede.</strong> La scena non mi sorprende. Quando parlo con la nonna assumo la voce rassicurante di un monaco o di un boia. Candida, tesa, indifferente. Tolgo lenzuola e coperte, le butto nella vasca da bagno. Faccio scorrere l’acqua – immagino torrenti artici, il sotterraneo sussurro dei ghiacci. Riempio una bacinella, spruzzo il sapone, piglio la spugna. Abbasso una sponda del letto. Ruoto mia nonna, in modo da avere il suo culo, floscio, magrissimo, davanti a me. Immagino di benedire un bambino. Non ci vuole un carisma particolare per occuparsi del prossimo, non occorre inspirare Dio, indossare l’estasi dei missionari o degli scout. Lo si fa e basta. Per convenienza sociale, per mero desiderio di pulizia. Con la spugna lavo il culo della nonna, lo pulisco dalle scaglie di merda che si sono indurite, sulle gambe. <strong>Faccio tutto a mani nude, sperando, forse, che un’infezione letale mi divori gli arti, la lingua, le mani. Cosa sarebbe di me se non riuscissi più a scrivere? L’importante è che funzionino i denti: scrivere, in fondo, è mordere. </strong>Non è la prima volta che maneggio la merda: prima della nonna pulivo quella del nonno. La merda, in fondo, infine, è l’essenza dell’essere umano. L’unica cosa di cui è naturale produttore. Ciò che hai sottratto alla terra, ritorna in forma di merda. Ora capisco la teoria puritana del denaro come ‘sterco del demonio’. Basta togliere la parola ‘demonio’ – che è l’analogo del senso di colpa – e il gioco funziona: tanto guadagni e tanto devi ridare al mondo che ti ha concesso quel guadagno. Se rompi l’equilibrio, vai in blocco intestinale, muori. La merda è il reliquiario di ciò che siamo: cosa sacra e intoccabile. Per questo, il water è simile a un trono e facciamo scomparire gli stronzi nell’acqua, l’elemento più puro e importante della terra. Sono il casto sacerdote della merda di mia nonna. Al contrario del cuore – volgare pompa che fa funzionare un meccanismo umano – è la merda la sintesi dei nostri sentimenti; siamo come caghiamo. Non è il cuore la sede dell’amore, ma il culo, da sempre. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro ha diversi brandelli. Non ho continuato a scriverlo. Se si scrive la vita di un vivo, lo si uccide. La vita di mia nonna ha ucciso il libro. Entrarci, ora, è una lordura, una <em>locura</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Temporaneamente, la nonna è ricoverata in ospedale. La nutrono con dei cavi conficcati nel naso. Non pesa neanche 40 chili. Le vene sono invisibili, sottoterra. Per prelevarle il sangue bucano la nonna nella coscia interna, in prossimità del pube. Devo firmare per autorizzare un ciclo di trasfusioni. Il ferro non basta. L’ospedale è in campagna, alle spalle di Riccione, bisogna varcare i colli. Ogni tanto appare l’Adriatico, una lingua metallica, una spada. Le colline, oggi, sono verdi, splendono. Quando mi vede, la nonna sembra sorridere. Vado a trovarla la sera, ore 18. Alle 12 va a trovarla la signora che mi dà una mano. 45 anni, matrimonio fallito, un figlio di 26 e una di 20, con una bimba, avuta l’anno scorso, papà prof di economia all’Università, lei che lascia l’Ucraina per fare soldi, occupandosi di vecchi, malati, disabili. Una bella donna. Che nasconde il dolore dietro la coltre di una arguta riservatezza. <strong>Quando ha voce, la nonna dice ‘Davide, Davide, Davide’. Io le bacio la fronte, le accarezzo il braccio. Le gambe, bombardate di liquidi, sono enormi. Parlo con la signora di fianco.</strong> Tedesca, 75 anni, si è spaccata l’anca, ha una demenza senile visibile. ‘Portami i rasoi, devo togliermi i peli’, mi dice. La accontento. Anche lei, quando mi vede, esulta – non ha parenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Guardo nelle stanze del ricovero ospedaliero. Lungodegenza. C’è stato anche mio nonno, qui. Quando lo andavo a trovare mi diceva ‘grazie’, con occhi appagati, angelici. Grazie. E basta. Mi sembrava uno di quegli uomini santificati dall’Himalaya, che passano gli anni a pregare, fuori dal mondo, conficcati in una roccia. Sapienza nell’accettazione. <strong>I letti sono pieni di vecchi. Spesso sono soli. Spesso sono nutriti con i tubi nel naso. Sembrano feti. E quei cavi che li nutrono dei cordoni ombelicali di plastica. Il primario, che ha la faccia da rospo e l’idiozia di chi pensa di avere potere sulle leggi della vita e della morte, non si cura dei vecchi.</strong> Carne deperita, corrotta, che fa gola ai vermi. Solo i ricchi possono invecchiare, stipati in strutture con ogni comodità, medico personale, vista sul mare. I poveri muoiono così, come topi, inerti. Ogni tanto entro in una stanza, guardo il viso di questi vecchi sconosciuti, immagino le loro esistenze – banali, come le nostre, gonfie di una gloria personale: non m’importano i fatti, ma i pensieri – e bacio la loro fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La nonna ha imparato a dire ‘grazie’. Me lo dice spesso. La nonna mi dà l’idea di dipendere totalmente da me. <strong>Se io non ci fossi, lei morirebbe. Non è così, mi dico. Ma questa sensazione mi dà gioia.</strong> Se mia nonna morisse, in fondo, perderei il mio compito. Che un altro sia schiavo, completamente, di noi – per il cibo, la pulizia, la vita – è qualcosa che inebria.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Al piano terra dell’ospedale c’è la camera mortuaria. Ogni tanto ci vado. Non amo i morti – ma so che se i vivi risplendono è perché qualcosa, da altri luoghi, li infiamma. Nella camera mortuaria ci sono solo vecchi. Alcuni privi di familiari. <strong>Allora gli faccio compagnia, li accompagno negli altri mondi. Chi si cura di questi corpi freddi, violacei, maleodoranti? La cura non finisce nella vita. L’anima del morto, prima di elevarsi, per giorni, vaga intorno al corpo, lo guarda con orrore e nostalgia.</strong> L’anima del morto è seduta a cavalcioni del letto, ammira il suo corpo. Un gesto di grazia – un bacio sulle mani – forse intenerisce la ferocia dell’anima, che si congeda senza rancore dal corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se curo mia nonna è per carpire il segreto di mio padre. Mio padre si è ucciso quando avevo dieci anni. L’ho scoperto dieci anni dopo. Mia mamma non parla – non voglio turbare il suo dolore, che è l’unico gioiello che ha. Mia nonna mi diceva, spesso, ‘devo dirti delle cose su tuo padre, devo dirti…’. Ora non ricorda neanche che il figlio è morto. Ricorda solo il mio nome, ma ignora di chi sia figlio. Quando mi fissa, scombinando le parole, mi domando dove sia la sua anima: nell’iride? No. Forse è nei polsi. Forse è tra le costole, aggrovigliata, come edera. <strong>La nonna non sa più deglutire e respira a bocca aperta. Per questo le labbra sono piene di ferite, e la lingua è fratturata. Scaglie di sangue ovunque. </strong>Le medico le labbra con un unguento. Lei scuote la testa. Il segreto di mio padre è perduto per sempre, come un anello dentro un lago. Eppure, è ancora l’amore a ostinarmi.</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Spettacolo della disabilità o disabilità dello spettacolo? Un pensiero sul teatro di oggi fatto da assessorati che non pensano oltre la mera logica del profitto</title>
		<link>https://www.pangea.news/spettacolo-della-disabilita-o-disabilita-dello-spettacolo-un-pensiero-sul-teatro-di-oggi-fatto-da-assessorati-che-non-pensano-oltre-la-mera-logica-del-profitto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Apr 2018 10:06:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chiunque si accinga a leggere un giornale qualsiasi può verificare di persona come a volte i titoli possano avere, magari senza intenzione da parte del redattore, la funzione di un capestro infilato al collo del pezzo. Se l’articolo è in buona salute resiste alla stretta e sopravvive, altrimenti collassa. Titolo capestro, non privo di un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/spettacolo-della-disabilita-o-disabilita-dello-spettacolo-un-pensiero-sul-teatro-di-oggi-fatto-da-assessorati-che-non-pensano-oltre-la-mera-logica-del-profitto/">Spettacolo della disabilità o disabilità dello spettacolo? Un pensiero sul teatro di oggi fatto da assessorati che non pensano oltre la mera logica del profitto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chiunque si accinga a leggere un giornale qualsiasi può verificare di persona come a volte i titoli possano avere, magari senza intenzione da parte del redattore, la funzione di un capestro infilato al collo del pezzo. Se l’articolo è in buona salute resiste alla stretta e sopravvive, altrimenti collassa. <strong>Titolo capestro, non privo di un certo fascino horror, è quello nel quale ci siamo imbattuti aprendo un quotidiano locale: “Lo spettacolo della disabilità”. </strong>Sintesi infelice, certo, ma c’è qualcosa di più. Questa volta il titolista non c’entra. Anche il pezzo prosegue sullo stesso tono, perché, scopriamo, si parla di una rappresentazione che porta lo stesso titolo. L’ambito a cui si fa riferimento, a ogni modo, è certo più che apprezzabile: lo spettacolo di cui si parla è stato realizzato da un gruppo di volontari che faranno sicuramente un lavoro egregio, insieme a utenti disabili e operatori. Anche il contesto della serata, composto da un pubblico di sodali, amici, genitori è lodevole. Ma non riusciamo a dimenticare quel doppio titolo (di cronaca e di spettacolo): quante cose contiene? Proviamo a passarle in rassegna:<strong> intanto che si possa fare spettacolo della disabilità. Non certo mettendo in scena i disabili come freaks, per carità, fortunatamente questo no, ma, questo sì, evidenziando la disabilità come modo, un po’ paradossale, per sottolinearne l’abilità</strong>. Come a dire: avete visto quanto sono bravi a muoversi e cantare e recitare? Il problema è che, nel farlo, cercano di imitare il modello dei normodotati in grado di ballare, cantare e recitare – dunque in possesso di competenze tecnico-motorie in realtà più alte della media. Tutto ciò, al contrario, non può che rendere ancora più manifesta l’inadeguatezza del tentativo. <strong>Inoltre “spettacolo della disabilità” rimanda a una sorta di quotidiana abitudine a spettacolarizzare tutto.</strong> Ed è dunque una dimostrazione di come, anche nel linguaggio quotidiano, si sia infiltrata la logica del reality show, a prescindere dal fatto che l’evento di cui si parla non si sia affatto connotato secondo quelle modalità mediatico-rappresentative. A tutto ciò si aggiunge un elemento che sconcerta chi invece abbia un po’ di conoscenza del mondo del teatro contemporaneo: il fatto che la pratica del teatro con le disabilità, pur essendo approdata anche in un contesto periferico come quello descritto – e questo è sicuramente un bene –, si manifesti in una forma così decisamente contraffatta. <strong>È come se una certa provincia fosse sottoposta a un perenne, e triste, destino di distorsione di quanto proviene da fuori, da quello che si ritiene essere il “centro”,</strong> e che “deve” in qualche modo venir intercettato. In questa ansia di appropriazione, condotta tuttavia come dall’esterno, senza porsi il problema di che cosa sia veramente la pratica cui quella tendenza fa riferimento, sta annidata una piccola tragedia, che certi luoghi vivono direi abbastanza inconsapevolmente. È così per molte cose. Pur con il pericolo di incorrere in indebite generalizzazioni, <strong>si può dire che buona parte della cultura che si respira in certe sacche di provincia italiana passa attraverso il filtro di una doppia distorsione: quella generata dai “sentito dire” e quella generata dalla televisione e dai media in generale</strong>. La prima è nota da sempre: è il ritornello che passando di bocca in bocca cambia suono, carattere, significato. L’altra è tipica della nostra epoca e va ad aggiungersi alla prima portando il sentore di ciò che è prestigioso fare e dichiarare per poter essere all’altezza del modello che il mainstream mediatico impone. Si vedono così presentazioni di libri, magari inconsistenti, i cui autori, però, hanno o hanno avuto qualche aggancio con un personaggio famoso del cinema, della tv o del giornalismo. Nella musica pop si assiste al dominio delle cover band, come se soltanto il riferimento all’artista celebrato possa legittimare il proprio fare musica, come se l’atto dell’esprimersi non abbia dignità in sé. <strong>E lo stesso accade in ambito teatrale, dove le sale gestite dagli assessorati alla cultura, quando non sono supportate da istituzioni specifiche che sappiano progettare andando oltre la mera logica commerciale, tendono a fare dello spettacolo la cartina al tornasole dei gusti dominanti.</strong> O dove le non poche compagnie amatoriali si adattano al modello imperante del talent o del musical; o, se va bene, delle imperiture commedie brillanti, i cui testi ormai si trovano liberamente sul web. Quella del talent e del musical sono peraltro due ideologie e pratiche di spettacolo decisamente egemoniche. Come accade dappertutto, si dirà, ma dalla prospettiva provinciale il fenomeno è più visibile, forse perché quelli che ho citato rimangono gli unici, quasi incontrastati, modelli, mentre in una città medio-grande la diversificazione delle visioni e, dunque, delle proposte è decisamente più accentuata<strong>. </strong>Nella provincia profonda la supremazia culturale delle forme di derivazione/deviazione televisivo-americane fa più presa, anche perché, forse, la resistenza culturale a queste sollecitazioni è meno forte. <strong>Sembrerebbe banale affermare una cosa del genere se non si sapesse che, in Italia, l’innovazione teatrale più radicale degli ultimi trent’anni passa da posti come Cesena, Ravenna, Bagnacavallo, Santarcangelo di Romagna ecc., non propriamente centri culturali metropolitani e cosmopoliti.   </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma tornando al famigerato “lo spettacolo della disabilità”: verrebbe voglia di rovesciarlo, per senso di intima ribellione, in “la disabilità dello spettacolo”, usandolo come un’insegna che possa indicarci un’altra visione del teatro</strong>. È questa disabilità che può impedire allo spettacolo di omologarsi al conformismo di massa in cui siamo tutti immersi. Uno spettacolo disabile dal punto di vista della logica di mercato dominante, incapace, per vocazione e mestiere, di fare le cose che il normodotatismo richiede. In questa fertile distonia, che è il campo di forza entro il quale si muovono alcune tra le migliori energie artistiche odierne, si innesta anche il teatro con persone diversamente abili. In una disabilità al quadrato che disarma lo spettacolo in favore del teatro, del grande teatro: penso a esperienze come quelle di <strong>Lenz, a Parma, con i suoi “attori sensibili”, uomini e donne che affrontano la fatica della scena con un candore – sorretto dal mestiere – e un calore di presenza commoventi;</strong> o il gruppo di “matti-attori” dell’Accademia della Follia diretti da Claudio Misculin, attore cavallo matto in quel di Trieste; o come l’Accademia Arte della Diversità-Teatro la Ribalta di Bolzano, e tanti altri ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è che si debba mostrare quanto bravi siano i disabili a recitare. Lo sappiamo che spesso sono bravi, e lo sono anche perché capita che attivino meno filtri mentali dei normodotati, e dunque si abbandonano con naturalezza a quello che il teatro chiede loro. <strong>Ma anche perché il teatro è la Grotta di Betlemme dei ricercatori di tutte le categorie. </strong>Il luogo primario della nuova nascita a se stessi, il luogo dove il corpo glorioso può apparire – con l’energia sottile, con l’anima, il luogo di un riscatto pagato con l’oro alchemico precipitato nell’artista dal processo di auto-appropriazione della vita. <strong>Nel teatro s’illuminano e splendono gli sfruttati, i perseguitati, i profughi, i malati, i disadattati, i carcerati, i matti, i poeti. </strong>Ma un conto è assimilare la loro radicale alterità alle forme più trite del colonialismo scenico, altro è intraprendere con loro, da parte degli artisti-poeti del teatro, anch’essi figli di quella Grotta, e chiamati a predisporne l’ambiente, percorsi di autoconoscenza a partire dalle basi tecniche dell’attore e dalla visione condivisa di un diverso modo di stare al mondo.</p>
<p><strong>Franco Acquaviva</strong></p>
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