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	<title>corvo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 02 Sep 2023 04:09:32 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Com’è arduo per la parola passare dal sangue alla poesia”. Sulle cornacchie &#038; le poesie di un verso di Ghiannis Ritsos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Sep 2023 04:09:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[cornacchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Bonola, periferia milanese, regnano le cornacchie. Ciascuna tiranneggia sul proprio albero: grida, plana, cala. Saltella nel parco, la cornacchia, con la certezza che nulla può toccarla, tanto meno gli umani. Il silenzio, in questi luoghi, crea tunnel del dolore e del ricatto. Di sera, il cielo sembra una placenta: intuisci appena le folgori, la [&#8230;]</p>
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<p><strong>A Bonola, periferia milanese, regnano le cornacchie.</strong> Ciascuna tiranneggia sul proprio albero: grida, plana, cala. Saltella nel parco, la cornacchia, con la certezza che nulla può toccarla, tanto meno gli umani. Il silenzio, in questi luoghi, crea tunnel del dolore e del ricatto. Di sera, il cielo sembra una placenta: intuisci appena le folgori, la battaglia tra San Giorgio e il drago. Non pioverà. Un canto degli Ojibwa, nativi dei Grandi Laghi, dice:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>tra gli uccelli<br>io porto la pioggia<br>Corvo è il mio nome.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel piccolo appartamento dove sono alloggiato, al settimo piano di un’androgina palazzina, c’è una biblioteca abbastanza fornita. Mi interessa il libro di Bernd Heinrich, <em>La mente del corvo</em>, edito da Adelphi nel 2019. Certo, non sono così stupido da ignorare la fatale differenza tra la cornacchia e il corvo. Si può dire che Kafka sia il corrispettivo – <em>fisicamente</em> – di questa differenza. In uno dei suoi aforismi ‘di Zürau’ scrive:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le cornacchie affermano che una sola cornacchia potrebbe distruggere il cielo. Questo è indubbio, ma non prova nulla contro il cielo, poiché i cieli significano appunto: impossibilità di cornacchie”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In realtà, il cielo esiste in funzione del corvo – e la cornacchia, ostile al corvo, distrugge il cielo. La cornacchia chiacchiera; il corvo è maestro di intrighi, ascolta. La cornacchia ha un tono luterano: ha il rigore dei ribelli, è antipapista.</p>



<p>Di fianco alla palazzina spicca la Sala del Regno dei Testimoni di Geova. Accorrono in tanti. La costruzione si distingue dal resto degli abitati per una sobrietà anni Cinquanta: sembra una fattoria americana. Gli uomini vestono, per consuetudine, in camicia-cravatta-pantaloni; le donne indossano gonne lunghe e larghe, camicie tenui. Le automobili, di solito, sono di piccola cilindrata, modeste. Vaga analogia con gli amish. Il solo regno, qui, è quello delle cornacchie, che stanno ai corvi come i Visigoti di Alarico all’Impero Romano. Sono ghiotte di occhi umani, le cornacchie.</p>



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<p>Nella zoologia biblica, il corvo ha un ruolo eminente: nel Salmo 147 è detto che Dio “provvede al cibo… dei piccoli del corvo (<em>oreb</em>) che gridano”. Il nome del corvo ha legami superficiali con il Monte Sinai, chiamato, appunto, Oreb. Secondo i nativi americani, il corvo è l’Hermes del cielo, “appare con i tratti ambigui e ingannevoli del <em>trickster</em>, del briccone e del truffatore, ma anche del Trasformatore, di quell’essere mitologico cioè a cui si devono i cambiamenti che hanno trasformato il mondo originario in quello che è oggi” (Enrico Comba). In particolare, per gli indiani Tsimshian della Columbia Britannica, il corvo avrebbe liberato la luce dalla sua prigionia (stava in una scatola, custodita nella dimora del Re dei Cieli) e insegnato agli uomini a domare il fuoco. Intorno <a href="http://thetedhughessociety.org/crow" target="_blank" rel="noreferrer noopener">al corvo, <em>Crow</em>, Ted Hughes scrive la sua opera più clamorosa</a>, uscita da Faber nel 1970: è il tentativo di ideare una mitologia ex novo,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“come se ne potrebbe inventare dopo l’olocausto e la demolizione di tutte le biblioteche, quando le cose essenziali spuntano di nuovo – se spuntano – solo dai loro semi naturali”.</strong></p>
<cite><strong>(così a Keith Sagar, novembre 1973)</strong></cite></blockquote>



<p>Ingenuità-originarietà, disintegrare il museale rincorrendo il sorgivo, il nuovo, candore scandito da coltelli. Ted Hughes, tra i carismatici poeti del secolo scorso, si legge poco da noi: all’epico – la sua misura – preferiamo il confessionale – proprio della moglie di Ted, Sylvia Plath. Così, <em>Crow</em> possiamo leggerlo soltanto nel ‘Meridiano’ Mondadori che raduna le <em>Poesie</em> di Hughes, uscito nel 2008. Un piccolo disastro per chi voglia percorrere una propria ascesi lirica. A puro titolo di esempio – la raccolta è labirintica, segue gli astrali dell’imprevisto, l’astrologia di una ispirazione da istrione – così attacca <em>Corvo racconta di San Giorgio</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Vede che ogni cosa nell’Universo<br>è una strada di numeri che corrono a una risposta.<br>Con gioia delirante, con agile equilibrio<br>percorre quelle strade. Crea un silenzio.<br>Surgela un vuoto,<br>decrea tutto a spazio siderale,<br>poi disfa i numeri. Le enormi pietre si aprono.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mi sto lasciando trascinare. Vengo al punto, anzi, allo sketch. Due uomini attraversano un sentiero che da via Francesco Cilea, Milano, porta a Trenno. È quasi sera – il cielo ha artigli sulle vertebre. I campi sono nudi, estesi, cruenti. Le cornacchie calano a mucchi, hanno imparato a volare assieme, disoneste al loro individualismo. I due, chi scrive e Nicola Crocetti, trovano rifugio e scarno cibo in un bar. Il ritorno, al buio, con il cellulare come torcia – qualche cornacchia puntella di sé la notte.</p>



<p>Alla fine della fiera e del fiero lavoro, Crocetti mi regala un libro. È un testo pressoché introvabile <strong>di Ghiannis Ritsos, s’intitola <em>Monocordi</em>, cioè “336 poesie inedite di un verso tradotte da Nicola Crocetti”; stampa Scheiwiller con il marchio All’insegna del pesce d’oro</strong>, in cinquecento copie numerate, era il giugno del 1980. Il libro reca a fronte la versione greca, vergata da Ritsos: scrittura bizantina, di impeccabile leggerezza. Ritsos, tra i grandi poeti del secolo scorso, tra i grandi poeti greci di ogni tempo, ha sigillato un sodalizio inscindibile con Crocetti: a lui, scrive l’editore, “tanto devo, se non la mia passione per la poesia, molto di ciò che della poesia ho imparato”. Crocetti ha tradotto pressoché tutto Ritsos – sessanta raccolte?, centinaia, forse – e ha elaborato – così la intendo io – un’idea della traduzione-come-amicizia (o come ritorno in patria). Traducendo non ci si presenta, ci si fa parenti, i più prossimi; si bussa alla porta. In un libro fuori commercio, <em>Il capolavoro mostruoso</em>, ovviamente di Ghiannis Ritsos, stampato per festeggiare, nel 2011, i primi trent’anni della Crocetti Editore, l’editore scrive di aver tradotto, “al pari di molte sue opere”, insieme al poeta, “commentando i versi, commuovendoci o ridendo nel rievocare eventi tragici, ma anche lieti e giocosi, della sua tribolata esistenza, e di quella del suo (nostro) Paese; e, naturalmente, sciogliendo dubbi, prendendo appunti, ponendoci interrogativi”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/IMG_20230828_105948-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96780" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/IMG_20230828_105948-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/IMG_20230828_105948-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/IMG_20230828_105948-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/IMG_20230828_105948.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Monocorde non significa monotono. Vuol dire, stare su una corda: gioco di equilibrismo. Il monoscopio della poesia: tesa a dimostrarne il candore. Sulla corda, il poeta alterna periscopio e microscopio. Le poesie di un verso, tra l’altro, non vanno confuse con l’aforisma. L’aforisma richiede <em>wit</em>, intelligenza, dominio nell’analogia, semmai; l’aforisma vuole riassumere il mondo in una frase, una filosofia in una battuta. La poesia di un verso è frutto di illuminazione, domina sulle allusioni, non stuzzica l’intelletto ma lo stupore; non intende sintetizzare il mondo, è il passepartout abile a scatenarlo: vengano, allora, leoni, pentimenti, varia umanità. Dal singolo verso, risalire all’esistenza del poema: la lastra di roccia che affiora sulle acque è il ciglio di un continente. La poesia di un verso aiuta a orientare il giorno, sfinge sulle spalle del Minotauro.</p>



<p>Ecco alcuni <em>Monocordi</em> di Ritsos:</p>



<p><strong>12 Per anni spada, per anni elemosina.</strong></p>



<p><strong>26 Una roccia la gloria, pur con tutte le sue ali.</strong></p>



<p><strong>30 Io e la mia sedia, – ce la contiamo bene.</strong></p>



<p><strong>46 Guarda nello specchio per copiare con precisione la sua morte.</strong></p>



<p><strong>54 Fino in fondo al baratro il ringraziamento.</strong></p>



<p><strong>56 Al crepuscolo ricordati delle statue.</strong></p>



<p><strong>60 Sangue nelle fondamenta d’ogni ponte.</strong></p>



<p><strong>74 Com’è arduo per la parola passare dal sangue alla poesia.</strong></p>



<p><strong>75 La poesia, dici, ha un senso. Un corpo ce l’ha?</strong></p>



<p><strong>122 Una stella bassa sul colle. E la donna annegata.</strong></p>



<p><strong>132 I segreti della luna devo dirli ai feriti?</strong></p>



<p><strong>167 Il monte, il mare e una ragazza nuda dietro i girasoli.</strong></p>



<p><strong>168 Per imparare a conoscere l’uomo devi scolpirne la statua.</strong></p>



<p><strong>227 La luna d’agosto piena d’alghe.</strong></p>



<p><strong>253 Come una mano robusta tiene un fiore.</strong></p>



<p><strong>264 La prima parola non fu sempre della poesia. L’ultima sempre.</strong></p>



<p><strong>273 Ma allora, l’inesistenza esiste.</strong></p>



<p><strong>276 Mettemmo una maschera d’oro alla vanità.</strong></p>



<p><strong>288 Dopo, ordinai per conto di Edipo occhi di vetro azzurri.</strong></p>



<p><strong>329 Tranquilli animali della notte, annusano le rose, camminano rasenti i muri.</strong></p>



<p><strong>336 Sappi, questi monocordi sono le mie chiavi. Prendile.</strong></p>



<p>A volte, il fuoco di un’immagine istantanea, arretra nella finestra narrativa. Come i veri poeti, Ritsos ausculta il mondo, ne registra il respiro, perché non muoia.</p>



<p>E la cornacchia, cosa c’entra? Il primo dei <em>Monocordi</em> recita così: “Con un uccello per cuscino, per notti e notti veglio”. Quell’uccello a me pare un corvo, il sommo messaggero – o la sua contraffazione in cornacchia. Bisogna riferire i segni. In una piccola libreria di libri usati, per tre volte il <em>Catechismo della Chiesa Cattolica</em> cade ai piedi una donna. Segno che deve cambiare vita, che deve introdursi in monastero o che ha trovato finalmente il vero amore?</p>
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		<title>Quanti volti ha la solitudine? In che modo, ora, possiamo dirci umani? Il corvo in copertina. Il fascino di un uccello pieno di echi fantastici</title>
		<link>https://www.pangea.news/corvo-copertina-paparelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2020 09:17:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[corvo]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Paparelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piccolo contorno nero di un corvo o forse di una cornacchia, incorniciato dal cerchio perfetto di una luna rosa, tagliata dai fili della luce, è il protagonista indiscusso della bella (e romantica?) copertina di Solitudine – Il male oscuro delle società occidentali, libro ricco di spunti firmato dal giornalista Mattia Ferraresi per Einaudi-Stile Libero. [&#8230;]</p>
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<p>Il piccolo contorno nero di un corvo o forse di una cornacchia, incorniciato dal cerchio perfetto di una luna rosa, tagliata dai fili della luce, è il protagonista indiscusso della bella (e romantica?) copertina di <strong><em><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/solitudine-mattia-ferraresi-9788806243784/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Solitudine – Il male oscuro delle società occidentali</a></em></strong>, libro ricco di spunti firmato dal giornalista Mattia Ferraresi per Einaudi-Stile Libero.</p>



<p>Tramontate le grandi narrazioni come strumenti per interpretare il mondo, la modernità, come ci ricorda l’autore, <strong>“ha introdotto un’antropologia solitaria” in cui pare imperare una forma di individualismo “inteso anzitutto come autodeterminazione e autocompiacimento della persona”.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro1-3-654x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80071" width="533" height="834" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro1-3-654x1024.jpg 654w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro1-3-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro1-3-768x1202.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro1-3-981x1536.jpg 981w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro1-3.jpg 1000w" sizes="(max-width: 533px) 100vw, 533px" /></figure>



<p>Tante le domande sollecitate: quanti e quali sono i volti della solitudine contemporanea? Quanti e quali malesseri porta con sé? In che modo oggi viene data una risposta ai bisogni di intimità che ci rendono umani? E qual è il motivo di così tante relazioni che naufragano in nome di una libertà sempre rilanciata, che finisce però per farci perdere di vista anche noi stessi?</p>



<p>Fra il saggio sociologico e l’indagine giornalistica, Ferraresi fa il quadro approfondito di una società orfana di padri come di figli, <strong>in cui il dialogo pare diventare più che altro “scambio di informazioni, l’amore si risolve in tolleranza, l’amicizia in cordialità, l’intimità a brevi momenti di godimento”.</strong></p>



<p>Di fronte a questo “generale scolorimento della vivacità dei toni dell’esistenza” attraversato nelle pagine del volume, la copertina provoca lo sguardo con l’esuberanza cromatica di un soggetto più volte visitato ma sempre evocativo.</p>



<p><strong>Perché il corvo – ammesso che di corvo si tratti – è un uccello pieno di echi fantastici, simbologie, fascino immaginifico.</strong> Pennuto eletto a simbolo privilegiato della solitudine nei tatuaggi più in voga, è anche però uccello straordinariamente socievole, e per questo indagato in virtù della sua elevata intelligenza dai biologi.</p>



<p>Come ha fatto, per citare uno tra i tanti, Bernd Heinrich, che ha firmato un poderoso volume, tradotto per Adelphi, <strong><em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845934025" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La mente del corvo. Ricerche e avventure con gli uccelli-lupo</a></em></strong>, con una copertina decisamente dark: sui toni fra il blu e il grigio, un gruppo di corvi appollaiati sullo scheletro di un albero fanno da quinta al titolo del libro, in bianco, mentre uno di loro spicca il volo e la sua sagoma sfumata spezza il vuoto grafico creato dal cielo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/libro2-5.jpg" alt="" class="wp-image-80072" width="553" height="810" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-5.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/libro2-5-205x300.jpg 205w" sizes="(max-width: 553px) 100vw, 553px" /></figure>



<p>Copertina dal sapore sinistro che sarebbe certamente piaciuta a Edgar Allan Poe (autore, ricordiamo, della poesia <em><strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poems/48860/the-raven" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Raven</a></strong></em>), che si contrappone alla copertina del libro di Mattia Ferraresi come un’immagine fiabesca e nebulosa fa da specchio rovesciato ad un’immagine squillante e modernissima: <strong>il corvo de <em>La solitudine</em>, quasi aggrappato alla linea di un pentagramma dove è piazzata una nota sola e molto acuta, è davvero una nostra possibile rappresentazione</strong>, mentre il contrasto fra nero e rosa su fondo blu restituisce un’immagine da cartolina che richiama distanza, separazione, persino nostalgia.</p>



<p>Un saluto ciascuno dalla propria tana, che è ormai sempre più lontana, lontanissima dal mondo.</p>



<p><strong><em>Elena Paparelli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/corvo-copertina-paparelli/">Quanti volti ha la solitudine? In che modo, ora, possiamo dirci umani? Il corvo in copertina. Il fascino di un uccello pieno di echi fantastici</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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