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	<title>cambiamento climatico Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 21 Jul 2026 04:01:02 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Cambiamento climatico, ovvero: una storia millenaria di armi, acciaio e malattie</title>
		<link>https://www.pangea.news/cambiamento-climatico-jared-diamond/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 04:01:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stili di vita]]></category>
		<category><![CDATA[Armi acciaio e malattie]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Jared Diamond]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non starò qui a farvi la lezioncina sul cambiamento climatico. Però non possiamo nemmeno credere seriamente che non stia accadendo qualcosa o che non sia cambiato nulla rispetto al passato. E non penso nemmeno che abbia ragione la signora dell’est incontrata in cartoleria l’altro giorno che mentre era in fila diceva: “Prima hanno provato a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cambiamento-climatico-jared-diamond/">Cambiamento climatico, ovvero: una storia millenaria di armi, acciaio e malattie</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Non starò qui a farvi la lezioncina sul cambiamento climatico. Però non possiamo nemmeno credere seriamente che non stia accadendo qualcosa o che non sia cambiato nulla rispetto al passato. E non penso nemmeno che abbia ragione la signora dell’est incontrata in cartoleria l’altro giorno che mentre era in fila diceva: “Prima hanno provato a ucciderci con i vaccini, ora ci mandano le ondate di calore. È tutto calcolato”.&nbsp;</p>



<p>Vorrei che le mie parole stimolassero una riflessione sul futuro che ci aspetta, in particolare qui in Europa. Per farlo, ho scelto di parlare di un libro molto interessante: <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/storia/storia-antica/armi-acciaio-e-malattie-jared-diamond-9788806219222/"><strong><em>Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni</em></strong> <strong>di Jared Diamond</strong>,</a> insegnante di Geografia all’Università della California. Avviso i complottisti che questo è uno dei libri preferiti di Bill Gates, che in quarta di copertina scrive: “L’affascinante libro di Diamond è il primo saggio che affronta di petto il problema centrale della nostra storia: perché gli europei e gli asiatici hanno dominato quasi tutto il pianeta, e non gli africani, gli americani nativi o altri popoli ancora?”.</p>



<p>Perché siamo diventati quello che siamo? Perché ci siamo sviluppati ed evoluti e molti dei progressi scientifici e tecnologi sono avvenuti proprio in certe zone del nostro pianeta e non in altre?</p>



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<p>È solo frutto del caso se siamo nati dove siamo nati, ma secondo Diamond, il benessere e lo sviluppo economico di certi popoli è dipeso in gran parte proprio dalle condizioni geografiche, ambientali e climatiche. Se nasci in un certo luogo, trovi una determinata morfologia del territorio, determinate correnti d’aria, determinati animali più utili di altri e una determinata vegetazione.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sugli altipiani della nuova Guinea si sono coltivate piante locali per oltre 9000 anni, ma non vi erano animali che si prestassero all’allevamento (sterminati nel paleolitico), e la cacciagione locale è piccola e poco nutriente. La mancanza di proteine ha stimolato il cannibalismo, durato fino a oggi. La savana africana era ricca di meravigliosi mammiferi, ma nessuno di loro è mai stato addomesticato, semplicemente perché non si lasciano addomesticare. Già 27.000 anni fa si trovano figurine di terracotta e tessuti in Cecoslovacchia, ma finché i gruppi umani non sono divenuti sedentari e non hanno posseduto animali da trasporto, non hanno saputo che farsene di pentole e telai, troppo pesanti da portare con sé negli spostamenti; la ceramica compare in Giappone solo 13.000 anni più tardi, utilizzata da una popolazione stanziale. Inventata nella steppa asiatica, la ruota raggiunge l’Atlantico come il Pacifico. Inventata in Messico, viene usata solo come giocattolo, e non raggiunge mai l’unico animale americano usato per il trasporto, il lama, allevato nelle Ande centrali. Chi non ha mai avuto bisogno dell’agricoltura non l’ha mai sviluppata; gli indiani della California, ad esempio, che abitavano una delle zone più fertili del mondo, avevano troppa abbondanza di pesce e di piante selvatiche per avere bisogno di produrre il proprio cibo&#8221;.</strong></p>
</blockquote>



<p>È molto probabile che gli europei abbiano ricevuto parecchie malattie infettive come il vaiolo, il morbillo, il tifo, l&#8217;influenza, la tubercolosi, la peste bubbonica, il colera e via dicendo proprio dagli animali domestici con cui hanno convissuto, ma nel corso dei millenni si è sviluppata una sorta di immunità. Che cosa accadde, però, quando francesi, inglesi, portoghesi e spagnoli sbarcarono in America? I germi che portarono con sé fecero letteralmente una strage, sterminando fra i 50 e il 100% delle popolazioni locali. Non ebbero neanche bisogno di ucciderli più di tanto. Furono propri i batteri europei a sterminare gli aborigeni, le popolazioni delle isole del Pacifico, dall’Australia al Sudafrica, oltre, ovviamente, alle spade e ai cannoni. Certe popolazioni hanno avuto da sempre un immenso vantaggio grazie alla flora, alla fauna e al clima. Le civiltà mediorientali furono le prime a sviluppare un&#8217;organizzazione sociale, secondo dinamiche che si ritrovano in ogni parte del mondo in cui sia sorta l’agricoltura.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Settori della popolazione si liberano della necessità di lavorare per vivere (che è universale per ogni individuo fra i cacciatori/raccoglitori), e sorgono gruppi di specialisti, re, burocrati, sacerdoti e guerrieri. Nasce la «cleptocrazia»: un’élite si appropria di parte della ricchezza prodotta dalla società e vive con maggiore agiatezza, variamente giustificando questa appropriazione. Quando gli europei, nel Rinascimento, sviluppano la navigazione oceanica e si dirigono verso ogni angolo del pianeta, le migliaia di anni di vantaggio accumulate si sono tradotte in una formidabile superiorità nelle dimensioni delle popolazioni, nella produzione di cibo su vasta scala, nell&#8217;organizzazione sociale, nelle tecnologie, nei mezzi di comunicazione”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Queste citazioni sono tratte da un bellissimo articolo di Luca e Francesco Cavalli-Sforza uscito au “Repubblica” nel lontano 1997, usato come introduzione per il libro&nbsp;<em>Armi, acciaio e malattie;</em>&nbsp;ed è questa frase in particolare quella che mi interessa maggiormente e che si trova già nella quarta pagina del testo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong>Gli imperi mediorientali dell’antichità e la civiltà greca escono di scena, vittime di una sorta di inconsapevole suicidio collettivo, a seguito del degrado ambientale indotto da irrigazione e deforestazione”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>E proseguendo nella lettura, arrivano le parole di Diamond:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli alberi sono stati abbattuti per far posto alle colture o per ottenere il legno da usare per le costruzioni, come combustibile o per altri usi ancora. A causa delle scarse precipitazioni e quindi della bassa fertilità naturale, la ricrescita della vegetazione non riusciva a tenere il passo con le distruzioni, specialmente in presenza di un grande numero di capre. Venuta meno la copertura vegetale, l&#8217;erosione si accentuò, le valli pluviali si coprirono di sedimenti, mentre l’irrigazione causò un accumulo di sali nel terreno”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Certe popolazioni compirono un suicidio ecologico.</p>



<p>All’Europa dei secoli scorsi, questo fu risparmiato non per previdenza, ma perché l&#8217;ambiente era più resistente, e le maggiori precipitazioni permisero una rapida ricrescita della vegetazione. Ma oggi siamo ancora certi di poter vivere di questa rendita? “Le condizioni cambiano, e la supremazia nel passato non garantisce quella nel futuro”.&nbsp;</p>



<p>Ci ricordiamo dove si è sviluppata la civiltà? Ci ricordiamo cosa fu la Mesopotamia, cosa furono in grado di donare all&#8217;umanità il Tigri e l’Eufrate, per non parlare del Nilo? Ebbene, che cosa rimane di quei territori e di quelle civiltà? Che cosa vediamo, oggi, se ci guardiamo intorno? Sabbia, nient&#8217;altro che sabbia, per centinaia e centinaia di chilometri. E fu proprio quando i popoli iniziarono a vedere avanzare il deserto, che cominciarono a credere in maniera fanatica in Dio.</p>



<p>I coloni europei emigrarono sempre verso terre dal clima temperato, come il Nordamerica, l’Australia, il Sudafrica o sui freschi altopiani del Kenya, dove ad agosto, in inverno, serve quasi il piumino. Quando i coloni andavano nelle zone tropicali, morivano come mosche a causa della malaria e non solo. Le differenze tra i popoli sono marcate, e quello che consentì a una zona come l’Europa di evolversi, furono l&#8217;allungamento dell&#8217;aspettativa di vita grazie alla medicina moderna, che permise agli inventori di accumulare conoscenze e d’intraprendere programmi di lunga scadenza. Ma è dipeso molto anche dalla scarsità di schiavi, che incoraggiò l&#8217;innovazione; dall&#8217;esistenza di leggi a protezione dei brevetti e delle proprietà intellettuali occidentali; dal fattore individualismo, che ancora oggi permette agli inventori di godere dei benefici del proprio lavoro, a differenza di popolazioni che vedono sparire i propri guadagni per dover mantenere famiglie numerose; dalla diffusione del metodo scientifico, caratteristica esclusiva del mondo moderno; dalla tolleranza di idee diverse che aiuta il cambiamento, a differenza dell&#8217;ortodossia, della tradizione e delle religioni che spesso impediscono il progresso. Basti pensare che le nazioni islamiche di oggi sono molto indietro a livello di innovazione tecnologica a causa del loro essere conservatrici, quando invece, nel Medioevo, le società di quelle zone avevano tassi di alfabetizzazione più alti di quelli europei, inventarono o perfezionarono il mulino a vento, la trigonometria, la vela triangolare; fecero progressi nel campo della metallurgia, nelle tecniche d’irrigazione e dell&#8217;ingegneria chimica meccanica; importarono la carta e la polvere da sparo dalla Cina.&nbsp;</p>



<p>E non dimentichiamoci le condizioni geografiche: l’Eurasia, compreso il Nordafrica, è la più vasta estensione terrestre del pianeta, e vanta il più alto numero di popoli. Non a caso sorsero qui i due centri principali in cui nacque l&#8217;agricoltura: la Mezzaluna Fertile (che era coperta di foreste) e la Cina. Fu proprio questo assetto a permettere a idee e a invenzioni di circolare più rapidamente tra terre che si trovavano alla stessa latitudine e con un clima simile. Tra il 9000 e il 4000 a.C. il Sahara era molto più umido, c’erano laghi e tantissimi animali. Oggi sembra impossibile pensare che fu proprio lì che s’iniziarono ad allevare buoi e poi pecore e capre, a produrre ceramica, a coltivare.&nbsp;</p>



<p>Sappiamo che i primi Stati nacquero in Mesopotamia attorno al 3700 a.C.; al 3000 a.C. in Mesoamerica; 2000 anni fa sulle Ande, in Cina e nel sud asiatico e 1000 anni fa nell&#8217;Africa occidentale. Fu proprio in Mesopotamia che nacque la scrittura. Non si diventa stati per scelta, ma principalmente per via di conquiste e di oppressioni esterne. La maggior parte dell&#8217;umanità se ne sarebbe restata volentieri all&#8217;interno delle proprie tribù. Furono le guerre e le minacce a formare le società complesse. Fu sempre la guerra ad accompagnare l&#8217;uomo nel corso di tutta la sua storia.</p>



<p>E quindi inizia a diventare facile immaginare perché per esempio in Australia non ci fu lo sviluppo di società complesse: perché gli aborigeni rimasero cacciatori-raccoglitori, non diventarono mai agricoltori, ma soprattutto perché:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’aridità, la sterilità e l&#8217;incertezza climatica limitarono il numero degli abitanti a poche centinaia di migliaia, in contrasto con le decine di milioni presenti ad esempio in Cina. Una popolazione così scarsa significava anche meno inventori potenziali, e meno società innovative”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Eppure, quando arrivarono gli europei, furono in grado di colonizzare l&#8217;Australia – relegando gli aborigeni nelle riserve – perché quando sbarcarono con le loro scoperte già effettuate e il loro avanzamento sotto ogni punto di vista, scoprirono che in realtà l’agricoltura europea in certe zone più fertili poteva essere ospitata. La propria, non qualcosa di nuovo. Poi ci pensarono – come sempre – armi, acciaio e malattie a spazzare via la popolazione indigena. Gli europei riuscirono a trasferirsi in Australia portando le proprie colture, il proprio bestiame, le proprie conoscenze metallurgiche, il proprio alfabeto: “Gli aborigeni crearono davvero una società in Australia, ma per ovvie ragioni questa non divenne una democrazia industriale avanzata. Tali ragioni derivano in modo diretto dalle caratteristiche dell&#8217;ambiente in cui vivevano”.</p>



<p>E così avvenne in America, in Africa, soprattutto nel Sud, dove arrivarono i bianchi, che si mangiarono tutto. Oggi sopravvivono tribù come gli Himba e i Boscimani (san), cacciatori-raccoglitori, che per la maggior parte sono relegati in piccole aree, senza avere più nemmeno la possibilità di cacciare. Ebbi modo d’incontrare alcuni Boscimani in Namibia, al confine con il Botswana, durante i miei viaggi in Africa. Mi raccontarono delle loro imprese del passato a caccia di leoni, delle lunghe attese, della ricerca delle orme, delle notti trascorse sotto le stelle, racconti che ormai risuonano come leggende. Oggi, vengono “nutriti” dallo Stato, si vestono con i loro gonnellini e si mettono a danzare per far contenti i turisti, ma poi, dietro alla capanna, si rimettono pantaloncini e maglietta. E quando ti ritrovi a dormire in un campeggio da quelle parti, ti capita pure di sentir dire dalla proprietaria, ovviamente bianca: “Non buttare quel pezzo di focaccia dura, lo darò ai lavoratori”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="609" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108004" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 609w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61AxTyTgWfL._AC_UF10001000_QL80_-600x985.jpg 600w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /></figure>



<p>Quando invece chiesi al capo di un villaggio Himba in Namibia cosa lo rendesse felice, lui, senza esitare, mi rispose: “La pioggia, e tutto quello che ne deriva, perché con la pioggia il bestiame sta bene, e così la famiglia. Vedere tutti felici mi fa felice”. Una popolazione, quella degli Himba, che non può lavare per la scarsità d’acqua. Le donne, per sopperire al problema, per non puzzare troppo e proteggersi dal sole, si mettono sulla pelle due volte al giorno un impasto di burro e terra rossa. Poi prendono carbonella ed erbe, fanno un po’ di fumo, e ci passano sopra i capelli e la vagina, per profumarsi. Qual è stata la sfortuna di questi uomini e di queste donne? Essere meno intelligenti? No di certo. È stata nascere in territori aridi, difficili, dove era e resta impossibile coltivare:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In tutti i popoli esistono persone geniali; è solo che certi ambienti forniscono più materiale con cui partire e condizioni più favorevoli per continuare&#8221;.</strong></p>
</blockquote>



<p>E se ora toccasse a noi? E se ora fosse l’uomo europeo a venire colonizzato? Un giorno, non tanto lontano, potremmo essere noi quelli scacciati e decimati perché incapaci di vivere in certe condizioni climatiche estreme. C’è chi lo sa fare meglio di noi. Se continuiamo di questo passo, le “nostre terre” bruceranno al sole, tutto cambierà e il deserto arriverà anche alle nostre porte, ma noi non avremo più nemmeno un Dio in cui credere, perché, nel frattempo, abbiamo ucciso anche quello.&nbsp;</p>



<p>Anche noi stiamo rischiando di compiere un suicidio ecologico, mentre stiamo qui a parlare se usare l’aria condizionata sia di destra o di sinistra, quando in Medio Oriente ho visto usare i condizionatori pure nei bar all’aperto, nei giardini. Perché chi saprà sopravvivere non penserà certo alle stupidaggini di certe élite. Terrà conto del fatto che l’aria condizionata, a certe temperature, è una questione di vita o di morte, soprattutto per bambini e anziani.&nbsp;</p>



<p>Città come Londra, Parigi o Milano non potranno mantenere i propri standard di produzione e di performance, dovranno imparare a fare la “siesta”, come i tanto criticati popoli del Sud. Perché non possiamo non tenere conto del fatto che nemmeno le prestazioni cognitive cui eravamo abituati sono sostenibili con queste temperature. Quando il caldo è eccessivo, si tende a rallentare, è fisiologico, diminuiscono la memoria, l’attenzione, la concentrazione, le capacità decisionali, e questo perché – come cita un articolo uscito recentemente sul “Corriere della Sera” di Cristina Ravanelli – gran parte delle nostre energie vengono riservate alla dispersione del calore e a mantenere una temperatura corporea stabile. “Non diventiamo meno intelligenti, ma certamente meno brillanti”, come ha detto Maria Salsone, responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia e della Stroke Unit dell’Irccs Policlinico San Donato e professoressa all’Università Vita-Salute San Raffaele: “Il caldo intenso e prolungato modifica il metabolismo cerebrale. Lo stress termico attiva le cosiddette proteine da shock termico (HSP), che proteggono i neuroni dalle alte temperature ma che richiedono un notevole consumo di energia”. Se il cervello entra in modalità “risparmio energetico”, non possiamo pensare di avere le stesse funzioni cognitive che abbiamo di solito. E quindi addio creatività e addio ingegno. Il cervello lavora in maniera ottimale a temperature tra i 20 e i 25 gradi; dai 25-27 gradi inizia ad avere problemi; sopra i 30 gradi inizia il calo dell’attenzione vero e proprio, la velocità di elaborazione diminuisce e così la vigilanza. A 32-35 gradi, soprattutto se l’umidità è alta e la ventilazione è scarsa, la fatica mentale raggiunge livelli altissimi, rallentano i tempi di reazione e aumentano le difficoltà decisionali. E se il caldo prosegue anche di notte, la situazione peggiora ulteriormente, perché il sonno si fa frammentato, scarso, insufficiente, e tutto questo influenzerà ancora di più le nostre capacità cognitive durante il giorno.&nbsp;</p>



<p>Per non parlare degli articoli che stanno uscendo in questi giorni riguardo all’aumento dei ricoveri per disturbi psichiatrici causati proprio dal caldo estremo, che aumenta il rischio di irritabilità, scompensi, crisi d’ansia e accentua tutte le patologie di cui siamo già affetti.&nbsp;</p>



<p>Ricordiamoci anche, come scrive Diamond, che un paese che si trova in una zona tropicale è un paese svantaggiato. Il punto è che l’Europa non è lontana dal diventarlo. Ma perché svantaggiato? Ai tropici ci si ammala molto di più, ci sono gravi malattie infettive, e questo comporta pause dal lavoro molto più lunghe, giorni di malattia che si accumulano. L’aspettativa di vita è molto più breve. Per esempio, in Olanda è di 78 anni, in Zambia di 41; la produttività agricola è molto più bassa, i terreni sono molto meno fertili e ci sono molti più organismi patogeni capaci di infettare piante e animali. Sono stati proprio il benessere, l’agricoltura e la possibilità di mettere da parte il cibo in eccesso a permettere l’aumento demografico, lo sviluppo economico, il mantenimento di figure specializzate non produttive sul piano alimentare come i sovrani, i banchieri, gli scrittori, gli insegnanti.&nbsp;</p>



<p>Il mese di giugno 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in Europa, con tre gradi sopra la media (Copernicus Climate Change Service C3S). Abbiamo a che fare con un sistema climatico che ormai accumula energia termica in maniera costante. Abbiamo assistito a scene mai viste prima in città come Parigi, Londra, Milano, Madrid.&nbsp;</p>



<p>Ma tanto, è già in arrivo un altro autunno. Finirà tutto nel dimenticatoio. Fino alla prossima estate, quando sarà troppo tardi. Nel frattempo, avremo fornito l’agricoltura e le tecnologie ai popoli che stanno arrivando dal Sud. Loro sapranno sfruttare tutto al meglio. Si adatteranno. Sapranno cosa fare, perché avranno un enorme vantaggio: si saranno già temprati per secoli sotto il sole dei deserti. Mentre noi, con le poche forze che ci rimarranno, staremo ancora provando a combattere il cambiamento climatico con gli amatissimi “tappi solidali” che non si staccano più dalle bottiglie di plastica.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Forse, in fondo, ce lo meritiamo.</p>



<p><strong><a href="https://www.dejanirabada.com/i-libri-di-dejanira-bada-scrittrice/">Dejanira Bada</a></strong></p>



<p><em>*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth (1882-1945)</em></p>
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		<title>Le scrittrici di successo (che il mondo ci invidia) e la teoria degli ABAC, gli Argomenti Buttati A Caso</title>
		<link>https://www.pangea.news/scrittrici-cambiamento-climatico-ferrucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Aug 2023 04:14:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[la Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Terranova]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Questa estate le zanzare sono tornate a essere zanzare e basta, e quando le nostre gambe si sono riempite di bolle abbiamo detto: oh no, i pappataci. Come dicevamo da bambini. Siamo corsi dall’unico dermatologo aperto a ferragosto e lui ha detto che erano tarme da letto, o forse insetti che vivono a loro volta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scrittrici-cambiamento-climatico-ferrucci/">Le scrittrici di successo (che il mondo ci invidia) e la teoria degli ABAC, gli Argomenti Buttati A Caso</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Questa estate le zanzare sono tornate a essere zanzare e basta, e quando le nostre gambe si sono riempite di bolle abbiamo detto: oh no, i pappataci. Come dicevamo da bambini. Siamo corsi dall’unico dermatologo aperto a ferragosto e lui ha detto che erano tarme da letto, o forse insetti che vivono a loro volta sui corpi delle tarme da letto, non ho capito bene. Comunque sono insetti predatori che vivono nascosti dentro i materassi e i cuscini dei dondoli, dove aspettano i culi sudati e salati degli umani che tornano su dalla spiaggia, ci sono sempre stati ma questa è l’estate in cui ci facciamo caso, perché facciamo caso a tutto e non sappiamo più cosa è sempre esistito e cosa invece no”. </strong></p>
<cite><strong>Nadia Terranova, <em>la Repubblica</em>, 29 settembre 2022</strong></cite></blockquote>



<p>Oggi torniamo a parlare del quotidiano <em>la Repubblica</em>, dopo la bufera in cui è finito nei giorni scorsi per la mancanza di rispetto verso i “decerebrati” e gli handicappati in generale, manifestata a lettere chiare – e anche di più – <a href="https://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2023/08/04/il-valore-di-un-selfie/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dalla “soave” Concita De Gregorio nella sua rubrica giornaliera. </a>Le forti reazioni suscitate sulla stampa e nei <em>social</em> dal suo disprezzo per i minorati avranno comunque vita breve, perché con quel passo falso De Gregorio ha semplicemente rivelato di essere quello che è, una donna come molte altre, lontana dall’altare di soavità dorata che si è sempre dipinta addosso, sulla carta stampata, in radio o in televisione. Appurato questo, riteniamo che la ragione del contendere andrà a scemare. <strong>La fata che incarna la bellezza, la correttezza, la cultura, l’intelligenza, la giustizia e tutte le cose più sane e belle che un essere femminile può racchiudere in sé era una facciata, come sapevamo:</strong> a un certo punto il sentirsi superiore a ciò che le sta intorno le ha fatto abbassare la guardia e l’ha tradita. Prima o poi sarebbe accaduto, dunque si può chiudere la pratica per passare ad altro.</p>



<p>Andiamo piuttosto ad alcuni rilievi che sono stati fatti al nostro precedente intervento sulle Formule Ripetute A Vuoto nello stesso giornale da Michela Marzano. Fra questi, ci è stata imputata una sorta di “stagione della caccia” che “non si chiuderebbe mai”. Su questo punto rispondiamo innanzitutto che parlare di “stagione della caccia” è decisamente improprio, poiché non è immaginabile che si possa trattare senza filtri di persone del <em>milieu</em> culturale solo in certi mesi dell’anno – propriamente quelli autunno-invernali – mentre nelle altre stagioni no perché la caccia è chiusa. In secondo luogo, se davvero vogliamo parlare di “caccia”, è evidente che i cacciatori sono proprio i tromboni che impongono al dibattito pubblico i loro articoli senza riuscire più a misurare la realtà, e insistono a stare in cattedra senza aggiungere nulla al già noto, o addirittura travisandolo. <strong>Per non parlare dei NAR, i Novantenni Arzilli e Rimbambiti che continuano a imperversare senza stancarsi, una piaga che ci affligge da anni.</strong> Dunque sono costoro ad andare “a caccia” del lettore ogni giorno, per fargli acquistare il giornale e continuare a incassare proventi per attività pubblicistiche inutili.</p>



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<p>Ora, tornando al tema, vediamo come nel campo “culturale” <em>la Repubblica</em> si stia cimentando da anni in iniziative pretestuose – se non ridicole –, andando a ingaggiare nomi più o meno in voga pescati nel vivaio delle patrie lettere. Come ha sempre fatto, del resto, il quotidiano concorrente: ricordate l’iniziativa del <em>Corriere della Sera</em> quando esplose il Covid? Era la primavera 2020 e l’inserto culturale “la Lettura” avviava la pubblicazione di un “Diario a staffetta” sui giorni del virus: otto puntate, otto narratori: «Comincia, come già due anni fa [per un romanzo a puntate a otto voci, <em>ndr</em>], Sandro Veronesi». </p>



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<p>La scelta dello stesso scrittore apripista dimostrava anche quella volta chi era il capobranco e chi stava al seguito, e ciò confermava che il suo romanzo <em>Il colibrì</em> stava ipotecando il Premio Strega con tre mesi di anticipo. Su quel battesimo del “diario del virus” ci facemmo molte risate; rileggendolo oggi ne riviviamo la comicità involontaria:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Cosa sta per succederti, figlio mio? Come passerai le prossime settimane? E tu Lucio, incastrato in quella che doveva essere la vacanza più bella della tua vita, in Australia con la tua ragazza, con il volo di ritorno per Londra che ti è già stato cancellato e un’infinità di domande che chiedono risposta. Soprattutto una: è meglio che trovi riparo laggiù, in Australia, e ci resti finché qui in Europa l’emergenza sarà passata, oppure è meglio comprare altri biglietti per tornare in Europa?».</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma fermiamoci qui, per non ricominciare a sbellicarci, e arriviamo al punto. Un anno fa <em>Repubblica</em> decide di copiare quel <em>format</em> e lancia l’iniziativa sul tema del momento: il cambiamento climatico. <strong>«Abbiamo chiesto a 13 scrittori italiani di raccontarci cosa sta davvero succedendo. “I Racconti del Cambiamento Climatico”, una serie che ha l’ambizione di arrivare là dove gli scienziati e i giornalisti si sono fermati».</strong> Avete letto bene: “là dove gli scienziati e i giornalisti si sono fermati”. Roba grossa, dunque. Gli scrittori, si sa, conoscono le cose più a fondo delle altre persone, quindi possono rivelarci cose che non sapevamo. Fra gli scrittori-scritturati per questa iniziativa c’erano Paolo Nori, Nicola Lagioia, Paolo Cognetti, Stefano Massini, e c’era anche Nadia Terranova, la <em>new-entry</em> sdoganata dalla famosa copertina di “D” di <em>Repubblica</em> dell’agosto 2019, con “le cinque scrittrici che il mondo ci invidia”, su cui torneremo.</p>



<p><strong>La scrittrice Nadia Terranova, dunque, accetta di affrontare il tema del cambiamento climatico, ma anche lei lo fa senza saperne niente: quindi deve per forza inventarsi qualcosa.</strong> Non potendo usare le Formule Ripetute A Vuoto, perché non possiede formule e forse non ha la scaltrezza di una Michela Marzano, opta per la via più semplice: usa gli ABAC, ossia gli Argomenti Buttati A Caso, come farebbe qualsiasi persona che non sa come rispondere alle domande. <a href="https://www.repubblica.it/green-and-blue/dossier/i-racconti-del-cambiamento-climatico/2022/09/29/news/i_racconti_del_cambiamento_climatico_nadia_terranova-367717296/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dunque, nella <em>serie che ha l’ambizione di arrivare là dove gli scienziati e i giornalisti si sono fermati</em>, </a>Terranova si lancia così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Sono seduta di fronte a un mare che non è il mio, nella cappa di un cielo che tentenna ma non dà pioggia, e tutto quello che provo è una gelosia quieta, una forma anarchica di nostalgia per una vecchia estate che perde oggi la sua epicità. Ora che è settembre si può dire: quest’estate è davvero la più calda, spodesta quell’altra soffocante di cui mi tocca prendere le parti, e intanto il mare non mio non s’increspa e non si muove».</strong></p>
</blockquote>



<p>Dopo l’incipit, decide di prendere di petto l’argomento. «Vent’anni sono passati dal 2003 – quasi venti, ne manca uno, per farmi dispetto e negarmi la cifra tonda – e allora ero un’altra me con pantaloni chiari che tiravano sui fianchi, capelli gommosi di olio o gel, scarpe verdi, in testa gli articoli sull’invasione della zanzara-tigre e sul corpo i segni del suo passaggio. Era una zanzara gigantesca che pareva uscita dai fumetti, dentro un giornale di carta qualcuno l’aveva disegnata dentro un cerchio rosso accanto a una zanzara comune ormai banale e inoffensiva, oltre che minuscola. <strong>Era l’estate in cui le bolle che dai polpacci salivano sulle cosce venivano commentate con: “eh, la zanzare-tigre” e io, a mio agio dentro i miei vent’anni, liquidavo le bolle scoprendole sotto pantaloncini sempre più corti, sempre più stretti».</strong></p>



<p>Molto interessante: mentre il clima del globo sta cambiando con effetti drammatici, potremmo scoprire – visto che la scrittrice deve arrivare dove scienziati e giornalisti non riescono – che tutto nasce dalle zanzare tigre. Terranova prosegue raccontando i prodromi del cambiamento climatico che ci sta mettendo in croce:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«la mia generazione era impegnata a lamentarsi dei lavori interinali e del precariato. Ci lamentavamo in estate, quando i pochi che avevano un contratto se lo vedevano sospendere perché nessun editore voleva pagare agosto e, fra i molti che volevano scrivere, i più fortunati venivano chiamati per le sostituzioni estive nelle redazioni che si riempivano dell&#8217;ansia performativa di mostrarsi indispensabili. Davamo per scontato che lavorare fosse un premio ai migliori, e io festeggiavo le mie piccole fortune stappando birre del supermercato sui balconi di case in affitto vicino alle stazioni della metropolitana oppure proiettavo i fallimenti sul biglietto di ritorno a casa, dove avrei rubato poche vacanze alla mia prima estate da adulta».</strong></p>
</blockquote>



<p>Fermiamoci un attimo. Ma di che sta parlando? Della sua esperienza di lavoratrice precaria nell’editoria? Qui sorge un sospetto: che Terranova abbia deciso di imitare il narcisismo irriducibile di Roberto Saviano, che nell’introduzione a <em>Lo straniero</em> di Albert Camus edito da Bompiani era partito parlando di sé e solo di sé:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Albert Camus in questi anni mi è stato accanto mentre mangiavo, dormivo, scrivevo. Accanto mentre mi disperavo. Accanto mentre cercavo brandelli di felicità. Accanto a me mentre tenevo il punto contro l’idiozia estremista, in un’Italia che spesso fa dell’estremismo di maniera scudo, appartenenza, bandiera».</strong></p>
</blockquote>



<p>Il classico narcisismo esiziale, che fa solo danni. A questo punto dobbiamo proseguire, sperando che l’argomento del Clima entri finalmente in scena, visto che l’autrice è stata incaricata di scriverne.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Oggi parlo da sola davanti a un altro mare non mio che non sa niente, fermo nel suo grigiore estraneo e sciupato; provo un certo disagio a pensare che quella di vent’anni fa ero proprio io, stesso corpo, stessa pelle. Se ogni sette anni si rinnovano le cellule allora le mie sono cambiate già tre volte, il nome sulla carta d’identità sarà lo stesso, ma io non ho più la carta d’identità. Mi arrendo, questa estate è stata più calda, più lunga, più insopportabile di quella del 2003. È iniziata prima, è finita dopo. Anzi: non finisce».</strong></p>
</blockquote>



<p>Niente da fare, la sindrome Roberto Saviano l’ha colpita. Narcisismo ed egoriferimento, che pretendono di guardare il mondo con gli occhi su sé e basta. Poi, però, la scrittrice accenna al cambiamento climatico, segnalando che ci sono state alluvioni (be’, lo sapevamo), smottamenti e pezzi di isole crollati e perduti (purtroppo sapevamo anche questo), che ha piovuto dove e quando non doveva, e il sole stava sempre lì senza pause di buio (cioè?). Ma subito dopo torna a ego-centrarsi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Seduta davanti a questo mare non mio sono una pellegrina in una stanza vuota. Penso che nessuno nei mesi trascorsi ha detto: zanzara-tigre. Questa estate le zanzare sono tornate a essere zanzare e basta, e quando le nostre gambe si sono riempite di bolle abbiamo detto: oh no, i pappataci. Come dicevamo da bambini. Siamo corsi dall’unico dermatologo aperto a ferragosto e lui ha detto che erano tarme da letto, o forse insetti che vivono a loro volta sui corpi delle tarme da letto, non ho capito bene. Comunque sono insetti predatori che vivono nascosti dentro i materassi e i cuscini dei dondoli, dove aspettano i culi sudati e salati degli umani che tornano su dalla spiaggia, ci sono sempre stati ma questa è l’estate in cui ci facciamo caso, perché facciamo caso a tutto e non sappiamo più cosa è sempre esistito e cosa invece no, cosa è colpa del cambiamento di un pianeta cui non sappiamo dare un nome».</strong></p>
</blockquote>



<p>Bene, finalmente si arriva <em>là dove gli scienziati e i giornalisti si sono fermati</em>: così scopriamo che gli acari e i loro ospiti vivono nascosti nei materassi e nei cuscini dei dondoli nelle località di mare, e aspettano le cosce e i culi sudati che tornano dalla spiaggia per nutrirsene! Una rivelazione notevole, in termini climatici, che magari potrebbe preludere a qualcosa d’interessante; ma immediatamente si ripiomba nel sé ombelicale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Mentre il mare non mio si intristisce e mi raggela, la cosa più difficile dentro questo caldo estivo è farne racconto senza mettergli addosso vestiti distopici o tardivamente allarmisti, senza forzarlo nelle scarpe del futuro e combattendo movimenti retrogradi».</strong></p>
</blockquote>



<p>E qui che avrà voluto dire? Poi, dall’astrusità involuta si ritorna al tema:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Ho pensato a quando nell’estate 2003 svuotavo i piatti sotto i vasi in balcone perché le zanzare-tigre depositano le loro uova nell’acqua, e le piccole pozzanghere sotto le piante sono il male. Ho pensato agli odori dell’estate, l’odore di vongole e frutti di mare, la spazzatura per strada con la sua puzza di abbandono, il profumo che si appiccica al sudore».</strong></p>
</blockquote>



<p>Bene, chiudiamola qui. Non sappiamo che altro dire, se non che questa è la dimostrazione di come veniamo presi per il culo, in questo caso, da una scrittrice-copertina apparsa quattro anni fa sulla citata “D” di <em>Repubblica</em> insieme a Teresa Ciabatti, Rosella Postorino, Veronica Raimo, Claudia Durastanti. Fu lì che si sdoganò il povero <em>glamour</em> omogeneizzato, la parata di bellocce con lo slogan falso e insensato “Star System Italia, le scrittrici che il mondo ci invidia”. <strong>Ma il <em>mondo</em> quale? E <em>invidia</em> per che cosa? Una copertina avvilente, dal look buono per ipotetiche imprenditrici o presentatrici o attrici che guardano con espressione serio-strafottente</strong>, testimoni di un’inconsapevolezza culturale <strong>che richiama un berlusconismo di ritorno, l’assurdo contrappasso per un giornale che l’ha combattuto per decenni.</strong> La retorica delle donne di successo, avvenenti, alla moda, quelle che ce l’hanno fatta, diventa la rendita che permette molte cose, anche di usare argomenti a casaccio quando si viene incaricati di scrivere su un argomento cruciale e fondamentale come quello della crisi climatica. Perché se si è scrittrici-copertina tutto è concesso. E non sappiamo quanto siano autentiche le ultime righe dell’articolo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Un po’ mi vergogno e mentre mi vergogno, finalmente, il mare si increspa e forse dal cielo comincia a piovere».</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Paolo Ferrucci</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scrittrici-cambiamento-climatico-ferrucci/">Le scrittrici di successo (che il mondo ci invidia) e la teoria degli ABAC, gli Argomenti Buttati A Caso</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Il cambiamento climatico &#038; la filosofia occidentale. Quando il freddo accoppò Bacone e Cartesio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2023 04:44:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Bacone]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[Cartesio]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[metodo]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Liguori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante il secondo conflitto mondiale, il freddo dell’inverno si accanì sulle truppe dell’Asse che assediavano Stalingrado così come aveva gelato i piedi e le gavette dei soldati della Grande Armata napoleonica nella cosiddetta Campagna di Russia (1812), quella che a Čajkovskij ispirò una ouverture sinfonica dal finale tutto campane e colpi di cannone. Nel 1709, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bacone-cartesio-filosofia-cambiamento-climatico/">Il cambiamento climatico &amp; la filosofia occidentale. Quando il freddo accoppò Bacone e Cartesio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Durante il secondo conflitto mondiale, il freddo dell’inverno si accanì sulle truppe dell’Asse che assediavano Stalingrado così come aveva gelato i piedi e le gavette dei soldati della Grande Armata napoleonica nella cosiddetta Campagna di Russia (1812), quella che a Čajkovskij ispirò una ouverture sinfonica dal finale tutto campane e colpi di cannone. <strong>Nel 1709, un’atipica e colossale gelata si abbatté sull’Europa, e, soltanto in Francia, mandò al camposanto circa 600.000 persone.</strong> Si diede la colpa al <em>minimo di Maunder</em>, cioè al sole che, in poco più di mezzo secolo (dal 1645 al 1715), infischiandosene delle nefaste conseguenze che avrebbe provocato, aveva via via ridotto la sua attività termica.</p>



<p>Fu questo Edward Maunder, astronomo inglese tanto prodigo nello studio dei corpi celesti quanto nell’esegesi scientifica dei fatti astronomici citati nella Bibbia, a scoprire la coincidenza tra i due eventi (oggi, con linguaggio e accezione <em>chic</em>, si chiamerebbe <em>climate change</em>). Ma aver fatto luce su quell’incomprensibile fenomeno non cambiò nulla nella vita degli uomini e, soprattutto, non ha neppure preservato l’orbe da potenziali recidive (tranne nelle convinzioni di Greta Thunberg e dei suoi fanatici seguaci, ovviamente). Insomma, non una banale nevicata e piste da sci tipo Sestriere o Courmayeur. <strong>Un tempo al freddo faceva da correlativo oggettivo la morte, ossia corpi rigidi come pietre e senza calore, quelli che nei versi del poeta rendono fredde anche le giornate di sole: <em>È l’estate, / fredda dei morti</em>.</strong> (G. Pascoli, <em>Novembre</em>).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="821" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Francis_Bacon_Viscount_St_Alban_from_NPG_2-821x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95748" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Francis_Bacon_Viscount_St_Alban_from_NPG_2-821x1024.jpg 821w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Francis_Bacon_Viscount_St_Alban_from_NPG_2-241x300.jpg 241w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Francis_Bacon_Viscount_St_Alban_from_NPG_2-768x958.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Francis_Bacon_Viscount_St_Alban_from_NPG_2-600x748.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Francis_Bacon_Viscount_St_Alban_from_NPG_2.jpg 866w" sizes="(max-width: 821px) 100vw, 821px" /><figcaption class="wp-element-caption">Francis Bacon (1561-1626)</figcaption></figure>



<p>Il freddo tentò di fermare pure la nascita della filosofia moderna. Prima che loro stessi si considerassero definitivamente vecchi, <strong>le rigide temperature del Nord piombarono addosso a Bacone e a Cartesio – due di quei filosofi che al liceo si studiano ancora con lo stesso intramontabile disinteresse – conducendoli in poco tempo alla fine dei loro giorni. </strong>Non proprio il freddo, certo, ma le conseguenze polmonari, le febbri e le inadeguate cure cerusiche che gli tennero dietro. Cosicché, tra dubbi e timide incertezze, la filosofia moderna ebbe come sottotraccia questo algido esordio accompagnato dal pallore lunare della neve, dalla durezza spettrale del ghiaccio e dal vento di borea che taglia come il diamante.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Non credo che Bacone (all’anagrafe figurava con il nome di Francis Bacon) avesse molta familiarità con il freddo, abituato com’era ad aggirarsi quasi inutilmente per le corti di mezza Europa a procacciarsi amicizie illustri, un posto degno della sua intraprendenza politica e denaro per coprire i numerosi debiti accumulati. Poi un giorno, o perché troppo stanco di lavare col sangue le sedizioni religiose rivolte contro la Chiesa d’Inghilterra al motto <em>“No bishop, no king”</em>, o perché ebbro della bellezza seduttiva del duca di Buckingham, Giacomo I gli concesse finalmente un po’ della sua considerazione. Per questo, nel 1607, Bacone si vide conferita la carica di avvocato generale della corona e, dopo pochi anni di scalate e di successi, nel 1618, addirittura il titolo di barone di Verulamio. Niente male!</p>



<p>Di freddo, però, di quello che fa diventare le dita viola, ne patì sicuramente poco, e poiché si lasciava guidare dalla sentenza <em>Nam et ipsa scientia potestas est</em> manco fosse la stella cometa, fece di tutto per dimostrare che la scienza possedeva davvero quella potenza che tutto poteva e in cui lui ostinatamente credeva. Dei luoghi comuni, delle futili credenze e delle stupide opinioni popolari che raggruppò nelle quattro categorie degli <em>idola</em>, sorta di Pantheon minore e di un tardivo politeismo, fece un unico falò. Le colonne della sua <em>Instauratio Magna</em>, perciò, le eresse soprattutto con l’osservazione dei fenomeni, l’esperimento, l’elencazione dei risultati riportati nelle <em>tabulae</em>, tutto appositamente temprato con un rigido metodo induttivo, quello che fu giustamente chiamato “baconiano”.</p>



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<p><strong>Ma ad attenderlo là fuori c’era il freddo, quello insopportabile che lui non aveva ancora conosciuto e che, invece, sotto altre forme era già entrato nelle sue idee. Alla fine del mese di marzo del 1626, transitava in carrozza tra il ghiaccio e la neve di Highgate, un sobborgo a nord di Londra.</strong> I suoi respiri diventavano stille di rugiada sul finestrino. <em>“È il freddo”</em>, immagino abbia pensato guardando le gocce d’acqua scivolare sul vetro. Allora fa fermare la carrozza e, affondando i piedi nella neve alta, raggiunge una fattoria per procurarsi dei polli. Vuole constatare il fenomeno della conservazione alle basse temperature dei loro corpi eviscerati una volta che li avrà riempiti di neve. L’esperienza va avanti per ore e persino uno come lui, intirizzito e assalito dai brividi, capisce che è tempo di cercare un po’ di calore presso una casa là vicino. Gli offrono una stanza qualunque, umida, non riscaldata da giorni e nella quale, perciò, riesce a stare soltanto peggio. Infatti vi si ammala di bronchite e, il giovedì santo del 9 aprile 1626, rende l’anima a Dio. Lo seppellirono a una ventina di chilometri da Highgate, questa volta al riparo e con un tetto sulla testa, nella Saint Michael’s Church di Saint Albans. Qualche secolo dopo, nel cimitero monumentale di Highgate inumarono un altro filosofo che invece il freddo lo aveva patito, eccome. Si chiamava Karl Marx.</p>



<p><strong>In Svezia l’inverno non ha le stesse temperature inglesi. Nel 1762, Jacques Lacombe, un avvocato francese con la passione per l’editoria e amico di Voltaire, scrisse una <em>Histoire de Christine, reine de Suede</em>, in cui definì il clima svedese <em>“</em></strong><strong><em>rigoureux, où le long froid de l’hiver,</em></strong><em> et la chaleur d’un été court, mais vif, se succedent rapidement, sans printemps et sans automne&#8221;</em>. Tuttavia, per non offendere nessuno, si affrettò anche a precisare i benefici che tali temperature hanno sugli svedesi, visto che li rende <em>“sains et vigoreux”</em>. Ma René Descartes (che come il suo coevo inglese aveva vezzosamente latinizzato il nome in Cartesius) non era svedese, e appena due mesi dopo aver messo piede nella terra degli orsi, dovette fare i conti con il freddo che lo debilitò e infine si prese la sua anima.</p>



<p><strong>A Stoccolma lo avevano portato i capricci della giovane regina Cristina di Svezia che si era messa in testa di studiare con il miglior filosofo in circolazione.</strong> Eppure, quando il cinquantatreenne René, che si era imbarcato ad Amsterdam per un viaggio in mare durato circa un mese, la raggiunse nell’ottobre del 1649, lei non lo ricevette che dopo diverse settimane. Nel frattempo, però, trattandolo come un suddito qualunque, gli ordinò di comporre un’ode in francese per il suo ventitreesimo genetliaco al quale impegno, sebbene controvoglia, Cartesio non si sottrasse.</p>



<p>Lui che era un <em>rentier</em>, con un’esistenza alquanto lontana dalle preoccupazioni e dalla stanchezza del lavoro, con l’abitudine di poltrire a letto, al caldo delle coltri e indisturbato fino a tarda mattinata, adesso era alle dipendenze di una regina bizzarra e capricciosa che lo riceveva per le lezioni soltanto alle cinque del mattino nell’enorme fredda biblioteca del suo palazzo. <strong>Questo D’Artagnan triste (è il ritratto dell’olandese Frans Hals che mi ispira questa insolenza), che per dare l’abbrivio al suo <em>Discours de la méthode</em> (1637) si era rintanato in solitudine nella famosa <em>Stube</em> bavarese,</strong> ora impartiva lezioni di filosofia e morale a una regina cocciuta che non aveva la stessa sagacia e profondità d’animo <em>“pour les Sciences abstraites et pour les mysteres de la Philosophie”</em> (questa pare sia stata la non lusinghiera considerazione che René si lasciò imprudentemente sfuggire nei confronti di Cristina) della sua prima discepola, la Principessa Palatina Elisabetta di Boemia.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="817" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Frans_Hals_-_Portret_van_Rene_Descartes.jpg" alt="" class="wp-image-95749" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Frans_Hals_-_Portret_van_Rene_Descartes.jpg 817w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Frans_Hals_-_Portret_van_Rene_Descartes-245x300.jpg 245w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Frans_Hals_-_Portret_van_Rene_Descartes-768x940.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/Frans_Hals_-_Portret_van_Rene_Descartes-600x734.jpg 600w" sizes="(max-width: 817px) 100vw, 817px" /><figcaption class="wp-element-caption">René Descartes (1596-1650)</figcaption></figure>



<p>Insomma, affaticato dalla <em>routine</em>, deluso dall’intelligenza della sovrana, colpito dagli strali avvelenati degli intellettuali di corte (<em>“un nouveau sujet de peine pour Descartes”</em>, specifica Lacombe) invidiosi della sfacciata predilezione che la regina dimostrava di avere per lui <strong>ma, soprattutto intollerante al freddo e indispettito dalla rigidità delle temperature svedesi, Cartesio fu fisicamente indebolito da un’infiammazione polmonare accompagnata da febbri violente il cui esito furono la morte in soli tre giorni.</strong> Si sospettò anche di un avvelenamento, ma come arguì con chiarezza di sintesi Lacombe: “<em>il vero veleno che gli diede la morte fu il cambiamento di vita, di clima e il dispiacere”.</em> E io, <em>ça va sans dire</em>, ne sono persuaso.</p>



<p><strong><em>Vincenzo Liguori</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bacone-cartesio-filosofia-cambiamento-climatico/">Il cambiamento climatico &amp; la filosofia occidentale. Quando il freddo accoppò Bacone e Cartesio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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