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	<title>Bambino Gesù Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 25 May 2019 05:18:05 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Perché nessuno deve morire veramente”: dialogo con Daniele Mencarelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 May 2019 05:17:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Poiché guardiamo il sottosuolo – anzi, vi sguazziamo – da poli opposti del verbo – io, semmai, con inclinazione alla cella e vocazione al postribolo, in caustico eremitaggio, lui con la fratellanza dei giusti, di chi sa che il crollo misura la propria statura se c’è un altro che ti regge – mi commuovo spesso, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/daniele-mencarelli-intervista-davide-brullo-tempo-circolare/">“Perché nessuno deve morire veramente”: dialogo con Daniele Mencarelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poiché guardiamo il sottosuolo – anzi, vi sguazziamo – da poli opposti del verbo – io, semmai, con inclinazione alla cella e vocazione al postribolo, in caustico eremitaggio,<strong> lui con la fratellanza dei giusti, di chi sa che il crollo misura la propria statura se c’è un altro che ti regge – <a href="http://www.pangea.news/daniele-mencarelli-poeta-scrive-romanzo-piu-eversivo-degli-ultimi-tempi-storia-disperazione-rinascita-intervista-occhi-spianati/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">mi commuovo spesso</a>, leggendo <a href="http://www.danielemencarelli.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Daniele Mencarelli</a>. </strong>Proprio così. I miei occhi di sasso si fanno covo di rondini, lacrime a uncino, perché avverto l’approdo, la resa ai reietti, che per me è filologia del bla bla mentre in Daniele è gesto crudo, mano tesa e pugno allo stomaco.<strong> Il lavoro di Mencarelli – uno che agita il verbo come la roncola con cui definire la potatura dell’alba e la sua durata – è un unico, grande libro,</strong> che va da <em>I giorni condivisi </em>(2001) a <em>Guardia alta </em>(2005), da <em>Bambino Gesù </em>(2010) fino al romanzo, bellissimo, che ne racconta la genesi e la catabasi, <em>La casa degli sguardi</em>, stampato da Mondadori lo scorso anno. Mencarelli racconta sempre la vita dell’uomo che è, scardinato dalla tensione a Dio, <strong>come chi non s’invetta a Babele, ma preferisce stare sotto, a parlare con i carpentieri, a capire se il Figlio sappia davvero costruire un tavolo e sbozzare una sedia dalla materia informe, perché forse, allora, anche di lui potrebbe fare un degno.</strong> Benché racconti la ferocia, Mencarelli ha sempre parole che arrotano la gioia, ed è sempre lì, nella cruna del dolore, che agisce, come bisturi intinto nell’argento, il suo dire (per questo, lavori come <em>Bambino Gesù Ospedale pediatrico</em> hanno l’impeto dell’indimenticabile, “Se valgono questi versi una preghiera/ dai giorni, anni, a questi uomini futuri,/ ora bambini che forse non vedranno/ la fine di questa sera di settembre”). <strong>Di questa poesia che chiama gli uomini al cerchio, al lavoro della gloria, ora è costruita una antologia, necessaria, esito di una perizia nella lirica che dura un ventennio, s’intitola <a href="http://www.italicpequod.it/italicandpequod/prodotto/tempo-circolare/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Tempo circolare</em></a></strong>, la stampa PeQuod. In cima, una porzione inedita, <em>I primi e gli ultimi</em>, che già fa cogliere, pure a respiri scombinati, la primizia di chi è ultimo, perché Lui si esprime scegliendo gli inadatti. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-67555 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/05/mencarelli_copertina-220x300.jpg" alt="" width="220" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/mencarelli_copertina-220x300.jpg 220w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/05/mencarelli_copertina.jpg 439w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" />Intanto, perché “Tempo circolare”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché vivo una continua rinascita, ogni mattina riacquisto la mia identità, i miei amori e dolori, mi si ripropongono i medesimi corpo a corpo, in primis con la morte. <strong>Questa rinascita, come tutti gli elementi circolari che si rispettino, ha nel suo avverarsi qualcosa di profondamente ossessivo, </strong>perché alla fine il continuo battagliare con la vita rischia di compiere sempre lo stesso movimento, di giungere al medesimo punto, per poi, come una molla meccanica, tornare alla linea di partenza. Ma ci sono anche aspetti bellissimi. <strong>Ogni mattina riscopro i miei figli, la fratellanza dentro sconosciuti, tutti gli stupori che il cosmo accende, riscopro la tensione che la vita non dovrebbe mai cedere.</strong> Anche il passato si rimanifesta di continuo, mi viene a cercare, anche in sogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, nella scelta di questo titolo gioca un ruolo importante anche la natura del libro, accanto alla raccolta inedita, <em>I primi e gli ultimi</em>, vengono riproposti buona parte dei miei lavori passati, da <em>figlio</em> a <em>Bambino Gesù</em>, sino alla prima plaquette, <em>I giorni condivisi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi, chi sono i primi e chi gli ultimi? Intendo chiederti, profondamente, che rapporto hai con Dio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dio è un’aspirazione, <strong>è quello che permette al tempo di essere lineare, sino alla fine dei tempi, alla rinascita fuori dal tempo.</strong> Torno al titolo del libro: <em>Tempo circolare</em> è in un certo senso l’affermazione di un uomo che non ha ancora pienamente la grazia della fede, che la cerca, che l’ha trovata nei luoghi in cui meno si pensa possa risiedere, dentro ospedali, manicomi, nel buio ho visto brillare ciò che sta oltre di esso. <strong>Questa sintonia, questa pace, mi sfugge di continuo, io inseguo, inseguo. </strong>Ma non vedo nulla oltre la presenza-assenza di Dio, non vedo mondo né umanità. Mi viene in mente Dostoevskij: “Senza Dio tutto è permesso”. Senza Dio non ho orizzonte, le parole che amo si svuotano. Amore. Speranza. Desiderio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrivi dal de profundis, dagli abissi di una umanità reclusa nella crisi e nella scelta, tra ospedali, reietti, malati, semplici. Perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché mi scandalizza l’azione del destino. <strong>Non riesco, per incapacità mentale, a non farmi sempre la stessa identica domanda: perché lui e non io? Lui, il toccato dalla prova, cosa ti ha fatto? L’unica risposta che mi compete è la pietà, il sentirmi carne di quel dolore non mio.</strong> Le tue domande si vivono addosso, questa rimanda a quella appena sopra riguardante la fede. C’è un’accettazione del mistero delle cose che mi ribolle dentro, non riesco ad abbandonarmi al flusso della vita. Senza accettazione del mistero e senza abbandono non si può arrivare a Dio. Al massimo si può affogare nella propria mente. Anche questa attenzione verso gli ultimi, i toccati dalla prova, è un elemento della mia vita profondamente circolare. Torno alla dimensiono onirica: certe figure mi tornano in sogno, come i bambini del Bambino Gesù, come certi luoghi di pena. Il mio passato è assolutamente contemporaneo. Ne è testimone anche la mia produzione in narrativa: a gennaio del prossimo anno uscirà il mio nuovo romanzo, si dovrebbe intitolare <em>Tutto chiede salvezza</em>, sempre con Mondadori. È ambientato nel ’94, qualche anno prima della mia esperienza al Bambino Gesù, a cui ho dedicato un libro di poesie e poi un romanzo, racconta una settimana di Trattamento sanitario obbligatorio che mi fu imposta. Un matto in mezzo ad altri matti. Una settimana lunga come sette vite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove ti arriva la poesia e qual è lo scatto per la narrativa? Cosa leggi, ora, poi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia è la pasta madre, è la sommità delle parole, <strong>dove l’uomo ancora crede che tutto si possa dire, svelare attraverso il proprio sguardo. La poesia è una lingua di confine</strong>, è quella delle sentinelle di guardia verso le cose ignote. La narrativa è tutto e niente. A leggere certi libri di contemporanei è puro onanismo, una sorta di espressionismo vacuo dove si cerca il consenso dei propri maestri. Arriva in alcuni casi a essere la negazione stessa della scrittura come atto di condivisione con l’altro, di fronte a qualcosa che chiede, pretende di essere testimoniato. Ma quando è vera, la narrativa sa diventare cattedrale, illustra mondi interi. Qualche giorno fa ho offerto a mio figlio il <em>Cuore di tenebra </em>di Conrad. Non dico altro. Da ormai un paio di anni leggo poca narrativa, la poesia è quella, più che altro, regalata da libri di amici. <strong>La lettura sta diventando in me sempre più politica, nella sua accezione più ampia. Nell’ultimo anno ho studiato l’Islam, conoscevo il Corano ma non avevo mai approfondito la Sunna, in particolare gli adith di al-Bukhari.</strong> Poi tutta quell’enorme e affascinante nebulosa che risponde genericamente al nome di Rom. Mi chiama la realtà insomma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ritaglia un tuo verso che ti pare esemplare e spiegaci perché quello.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se valgono questi versi una preghiera. </em>Mi piacerebbe che qualcuna delle mie parole fosse gradita alle orecchie di Dio, non tanto per la loro bellezza, ma per l’invocazione che da sempre mi porta e sottende alla mia scrittura. Un’invocazione di salvezza, per tutto ciò che di umano e vivo si è affacciato su questa terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dedichi la raccolta “ai dimenticati”. Chi sono? Perché? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con gli anni che passano, tutti quanti noi abbiamo modo di fronteggiare la morte. È la legge della vita: chi ci ha preceduto, i nostri padri, i fratelli maggiori, lasceranno spazio alla nuova umanità. <strong>Ci sono morti custoditi dai vivi, nel loro ricordo, nella terra della nostalgia, ma ci sono anche trapassati che nessuno tiene in vita, o quelli scomparsi nei secoli dei secoli.</strong> A loro va il mio pensiero, il mio amore, la mia preghiera non sempre limpida. Perché nessuno deve morire veramente.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si pubblicano per gentile concessione alcune poesie dalla raccolta di Daniele Mencarelli, “Tempo circolare” (pQuod, 2019)</em></p>
<p>È latta l’anello che volteggia<br />
ma tu non te ne accorgi<br />
quello che accade nei tuoi occhi,<br />
miracolo che i sani non vedono,<br />
trasforma in oro la materia<br />
rubino la rossa plastica centrale,<br />
ridi per quel tesoro,<br />
regalo di un ragazzo che si è detto<br />
il tuo più grande innamorato,<br />
chissà in pegno cosa ti ha preso<br />
creatura sconosciuta al male,<br />
chissà quanti i draghi che ti assaltano<br />
pronti a fare pasto del tuo corpo.<br />
Che Iddio ci perdoni tutti.</p>
<p>*</p>
<p>Della terra conosce i tempi<br />
il contadino e quelli del cielo<br />
dal vento che soffia predice<br />
se pioggia o sole ci aspetta,<br />
epopea secolare di braccianti<br />
è un romanzo d’ossa e carne<br />
tradizione vivente dentro gesti,<br />
come i gattini ancora ciechi<br />
presi e schiantati sul muro<br />
per il solo fatto d’essere nat<br />
senza chiedere il permesso.<br />
Chissà se appartenga alle Storia<br />
il piacere per la piccola strage,<br />
quel sorriso sulla faccia spinosa.</p>
<p>*</p>
<p>Perdonami l’oltraggio<br />
la bestemmia del giudizio<br />
l’esercizio della pietra<br />
così leggera da scagliare<br />
senza mettersi nel conto.<br />
Tua sarà la mano che scende<br />
per dividere i figli dai padri<br />
i fratelli dagli altri fratelli,<br />
i giusti rinati nel bene<br />
dagli empi ritti sul baratro,<br />
ma sempre la stessa è la mano<br />
da cui bambini nascemmo.<br />
Forse tutti saremo salvati<br />
brandelli della tua carne<br />
torneremo a essere uno,<br />
tutti salvati, oppure nessuno.</p>
<p><strong><em>Daniele Mencarelli</em></strong></p>
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		<title>Cronache dalla fine: “Non mentirei mai a mio figlio”. La storia di Nicola, “il nostro campione”</title>
		<link>https://www.pangea.news/cronache-dalla-fine-non-mentirei-mai-mio-figlio-la-storia-nicola-nostro-campione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Mar 2018 08:33:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ospedale Bambino Gesù. Aspetto l’arrivo di Chiara e di Nicola, il figlio di undici anni. Nicola, nonostante sia un bambino, è perfettamente al corrente della sua situazione. Così hanno preferito mamma e papà dopo la scoperta della malattia. Questo – da quello che mi ha detto Chiara al telefono – aiuta moltissimo Nicola. Il bambino [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ospedale <em>Bambino Gesù</em>. Aspetto l’arrivo di Chiara e di Nicola, il figlio di undici anni. Nicola, nonostante sia un bambino, è perfettamente al corrente della sua situazione. Così hanno preferito mamma e papà dopo la scoperta della malattia. Questo – da quello che mi ha detto Chiara al telefono – aiuta moltissimo Nicola. <strong>Il bambino vive con intensità ogni esperienza; fa tesoro così di ogni luce e di ogni affetto. E lo sconforto se ne va subito. Così come viene.</strong> <strong>Chiara è più giovane di quanto pensassi. Non supera i trentacinque. </strong>Spinge la sedia a rotelle di Nicola. Mi saluta da lontano; le vado incontro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nicola mi abbraccia forte; incredibile per essere il nostro secondo incontro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bar è troppo affollato per chiacchierare in pace. Optiamo per l’area giochi che adesso è vuota. Io e Chiara ci sediamo vicini. Nicola di fronte a noi.</p>
<p>Nicola: <em>Ma il mio nome poi lo metti nell’intervista, vero? </em></p>
<p>GG: <em>Certo che lo metto. </em></p>
<p>Nicola: <em>E anche il cognome? </em></p>
<p>Chiara: <em>No, il cognome non metterlo.</em></p>
<p>GG: <em>Hai sentito la mamma? </em></p>
<p>Chiara: <em>Niente cognome, assolutamente. </em></p>
<p>Nicola: <em>E poi la gente come fa a sapere che sono proprio io a parlare? </em></p>
<p>Chiara: <em>Quelli che dovranno sapere lo sapranno. </em></p>
<p>GG: <em>A che ora avete la visita? </em></p>
<p>Chiara: <em>Tra un’ora. Stiamo tranquilli. </em></p>
<p>GG: <em>Hai fratelli, Nicola? </em></p>
<p>Nicola: <em>Tre.</em></p>
<p>Chiara: <em>Lui è il più grande. È la nostra roccia, il nostro campione.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nicola sbuffa. A disagio per ciò che dice Chiara. È una sensazione che conosco bene: quando si è bambini e la mamma tesse le nostre lodi davanti a degli estranei. Atroce. Do una pacca sulla spalla a Nicola. È così magra che sembra di toccare direttamente l’osso.</p>
<p>Nicola: <em>Cazzo, mamma, smettila! </em></p>
<p>Chiara: <em>Cos’hai detto? </em></p>
<p>Nicola: <em>Ho detto mamma smettila.</em></p>
<p>Chiara: <em>Prima.  </em></p>
<p>Nicola: <em>Cavolo. </em></p>
<p>Chiara: <em>Uhm. </em></p>
<p>Nicola: (a sua mamma) <em>Raccontiamo a Gabriele tutta la storia dall’inizio? </em></p>
<p>Chiara: <em>Raccontagliela tu. Ti va?</em></p>
<p>Nicola: (mi guarda, indeciso) <em>No, dai, dilla tu.</em></p>
<p>Chiara: <em>Va bene. </em>(Rivolta a me) <em>Hai acceso già il registratore? </em></p>
<p>GG: <em>Sì, sì, è acceso da prima. </em></p>
<p>Chiara: <em>Non è una storia chissà quanto speciale, te lo dico da subito. </em></p>
<p>GG: <em>Mah, io alle storie speciali non ci ho mai creduto. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Te l’ho detto così non corri il rischio di rimanere deluso. Dunque, abbiamo saputo della malattia di Nicola sei mesi fa. In quel periodo Nico era sempre debole, fiacco. I linfonodi gonfi, specialmente quelli dell’inguine che erano diventati enormi. Gli facevano molto male quando camminava tanto erano grandi. Lo andavamo a prendere a scuola e subito si addormentava sul sedile posteriore. Dormiva tantissimo e lui non era mai stato un dormiglione. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nicola: <em>E voi pensavate a uno scherzo! </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Mah, uno all’inizio che ne può sapere? <strong>Il pediatra ci diceva: “è una semplice influenza, non preoccupatevi, è la crescita e poi gli passa”. Ma dopo due mesi ancora nulla. Nessun miglioramento.</strong> E allora mio marito ha parlato con un suo amico medico che gli ha prescritto tutte le analisi del caso. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nicola: <em>Io l’avevo capito da subito che era grave. Ma voi niente. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: (ignorandolo) <em>Quando ci sono arrivati i risultati siamo inorriditi. Tutti i valori alterati. Niente al suo posto. L’amico medico ci consigliò alcuni esami più specifici. Intanto, Nico stava sempre peggio. La mattina non riusciva nemmeno a reggersi in piedi, dopo essersi alzato dal letto. In cucina si addormentava facendo colazione. Avevamo paura. E infatti, si trattava di una leucemia. </em></p>
<p>Nicola: <em>Scoperta già all’ultimo stadio. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Io e mio marito discutemmo a lungo. Ci confrontammo anche con diversi psicologi e tutti ci dissero che il bambino doveva sapere il meno possibile sulla sua condizione. Che gli avrebbe fatto soltanto male. Ma come? ho pensato io.<strong> Come possiamo nascondergli una situazione simile? Il bambino ci chiederà spiegazioni; ci chiederà i motivi del suo male. E noi? Inizialmente mio marito non era d’accordo. Diceva che a un bambino non puoi dire che sta per morire. </strong>Abbiamo riflettuto insieme. Nico stava sempre peggio e mi sembrava ingiusto tenerlo all’oscuro di tutto. Decidemmo di prendere le cose alla larga, di andare avanti cauti ma decisi. Ogni sera dopo cena guardavamo insieme film che con delicatezza trattassero il tema della morte. Film per tutta la famiglia, in cui la morte non era vista come fine ma come inizio di qualcos’altro, un nuovo inizio. Ti ricordi quanto hai pianto alla fine di </em>Al di là dei sogni<em>, Nico? </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nicola: <em>Non è vero. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Insomma, cercavamo di abituarlo. A poco a poco, gli abbiamo spiegato tutta la situazione. All’inizio non è stato facile. Voglio dire, non è mai facile per nessuno e figurati per un bambino. Per alcuni giorni, Nico non ci ha rivolto parola e nemmeno ha parlato con i suoi fratelli. Tu gli domandavi qualcosa e lui non rispondeva. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nicola ha intanto smesso di ascoltarci. Sta giocando con un tablet; si è infilato le cuffiette. Chissà perché, Chiara abbassa il tono della voce. E io con lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Poi un pomeriggio viene da noi, da me e mio marito, e ci abbraccia. Ci fa un sacco di domande e noi gli rispondiamo pazienti. Ci chiede cosa c’è dopo la morte, se i fratellini si ricorderanno di lui una volta adulti. </em></p>
<p>GG: <em>E voi? </em></p>
<p>Chiara: (risentita) <em>Certo che ce lo ricorderemo, cosa domandi? </em></p>
<p>GG: <em>No, intendevo: voi cosa avete risposto? </em></p>
<p>Chiara: <em>Che naturalmente lo avremmo ricordato tutti. </em></p>
<p>GG: <em>E quando ha chiesto cosa c’è dopo la morte? </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara non riesce a trattenere le lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Che ci avrebbe soltanto anticipato di là. <strong>Che poi lo avremmo raggiunto tutti, un giorno.</strong> Ma intanto si sarebbe fatto un sacco di amici e poi ogni notte ci avrebbe raccontato tutto nei sogni. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nicola non si è accorto del cedimento della mamma. Continua a giocare. Abbraccio Chiara.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Poi ci ha chiesto: è tutto già deciso o posso ancora guarire? C’è ancora una possibilità? </em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Cosa gli avete risposto? </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>La verità. Che guarire era purtroppo impossibile. E mio marito gli ha detto: “Cucciolo, non ti perdi niente, anche perché tra un po’ scoppia la guerra ed è meglio che tu non la viva; è solo tanta sofferenza”. Però te lo dico: qui mi sono incazzata. Ho trovato l’uscita di mio marito deleteria, di nessuna utilità. Tant’è che gli ho detto lì per lì: “Ma cosa dici? Sei coglione?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Ma un trapianto di midollo osseo? Possibile che non ci sia alcuna possibilità? Eppure hai sentito il caso di quella bambina&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Se ci fosse stata una possibilità, i medici lo avrebbero detto. </em></p>
<p>Chiara guarda Nicola, accertandosi che sia concentrato sul gioco. Si accosta a me.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Oggi lo ricoverano. Nicola ancora non lo sa. In macchina ho la valigia con i cambi. Non glielo abbiamo detto prima perché altrimenti avrebbe fatto un casino. Però qui possono dargli dei palliativi, tenere sotto controllo i dolori&#8230; e poi è meglio anche per i fratellini. Vederlo così è un incubo per loro. </em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Avete parlato anche ai fratellini della malattia? </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Certo. Ma sono più piccoli di Nico e gliel’abbiamo spiegata a misura loro<strong>. Io dentro sto morendo, anzi sono già morta. Perché, credimi, niente può alleviare il dolore di una perdita come questa.</strong> Vedere tuo figlio andarsene un po’, giorno per giorno&#8230; certo, poi esiste la speranza. Nico è fermamente convinto che questo non sia un addio, ma solo un arrivederci temporaneo. Una specie di centro estivo, una vacanza per farsi le ossa. </em></p>
<p style="text-align: justify;">GG: <em>Anche tu la vedi così? </em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: <em>Non lo so. Non so cosa pensare. Forse non ho ancora realizzato bene l’intera situazione. Penso che non realizzerò mai. Nemmeno quando Nico se ne sarà andato per sempre. <strong>Perché parliamoci chiaro: su questa terra nessuno vedrà più Nico. Dall’altra parte, chissà. È una incognita</strong>. Ma sai una cosa? Rifarei tutto daccapo, se potessi tornare indietro. Non mentirei a mio figlio, nemmeno per un secondo. Abbiamo fatto bene a dirgli la verità fin da subito. Adesso bisogna solo aspettare. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Alzo gli occhi. Nicola si è tolto le cuffie e ci sta guardando. Da quanto? Chiara fa finta di nulla; le squilla il cellulare. Risponde.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiara: (a Nicola) <em>Nico, è arrivato papà! Andiamo a prenderlo all&#8217;ingresso. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Li saluto entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nicola: <em>Ricordati il nome! Il nome nell’intervista!</em></p>
<p>Gabriele Galloni</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cronache-dalla-fine-non-mentirei-mai-mio-figlio-la-storia-nicola-nostro-campione/">Cronache dalla fine: “Non mentirei mai a mio figlio”. La storia di Nicola, “il nostro campione”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Daniele Mencarelli, poeta, scrive il romanzo più eversivo degli ultimi tempi. Una storia di disperazione. E di rinascita. Intervista a occhi spianati</title>
		<link>https://www.pangea.news/daniele-mencarelli-poeta-scrive-romanzo-piu-eversivo-degli-ultimi-tempi-storia-disperazione-rinascita-intervista-occhi-spianati/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 09:12:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima cosa da fare è afferrare Anna Achmatova. Requiem. La raccolta più dolente. Una delle più dolenti del Novecento. Impaniata nella censura russa. Ovviamente. Racconta i giorni in cui la poetessa, tra le grandi del secolo, mendicava notizie del figlio Lev, arrestato dal regime sovietico nel 1935 e poi, definitivamente, nel 1938. Elemosinava notizie [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La prima cosa da fare è afferrare Anna Achmatova. <em>Requiem. </em>La raccolta più dolente. Una delle più dolenti del Novecento. Impaniata nella censura russa. Ovviamente. Racconta i giorni in cui la poetessa, tra le grandi del secolo, mendicava notizie del figlio Lev, arrestato dal regime sovietico nel 1935 e poi, definitivamente, nel 1938. Elemosinava notizie al carcere della Kresty, Leningrado. Insieme a lei, code di madri, di mogli, di derelitte. “Ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado”, scrive la Achmatova <em>In luogo di prefazione </em>a <em>Requiem. </em>“Una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): <strong>‘Ma questo lei può descriverlo?’. E io dissi: ‘Posso’. Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto”. Il brano, di sonora sofferenza e dedicata bellezza, è la serratura per capire il primo romanzo di Daniele Mencarelli,</strong> <em>La casa degli sguardi </em>(Mondadori 2018, pp.226, euro 19,00). Il romanzo di Mencarelli, romanzo, classe 1974, tra i poeti più riconosciuti di oggi, comincia con una resa all’oblio (“non ricordo nulla”, dice il protagonista, Daniele medesimo, corrotto dall’alcol, divorato dall’annientamento, da una fragilità tumorale) e si chiude, con la leggerezza di una corolla, di una corona, con una pretesa di memoria (“Voglio ricordare tutto”). <strong>Mencarelli, come la Achmatova, allora, non volge le spalle dall’orrore, non annega, voluttuosamente, nel male – esercizio abusato dai dandy della narrativa, che godono l’eroina del nulla. Ha il coraggio della memoria, lotta (il romanzo è dedicato “ai lottatori”) per definire una fiamma nell’oscurità. </strong>Ha la gloria – così difficile, oggi, così gratuita – di raccontare una resurrezione. Il romanzo, in effetti, è questo. Siamo nel 1999 e Daniele – che è proprio lui, Mencarelli, ma non è lui, diluito in una storia di vertigini assolute – è un ragazzo perduto. Ha il crisma poetico, ma la vita lo spaventa, spazia in lui il male. Daniele si ubriaca. E quando si ubriaca non capisce nulla, non ricorda nulla, fa le peggio cose. Il romanzo parte sull’apice del primo giorno del ‘risveglio’. Daniele, grazie a un amico poeta (Davide Rondoni), trova lavoro presso una società di servizi all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Va a fare le pulizie. Un purgatorio devastante. <strong>L’obbligo di un lavoro umile – nitida la scena in cui Daniele deve nettare un bagno letteralmente pieno di merda: “vorrei scappare, in fondo a me dei bagni pubblici invasi di merda dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù cosa cazzo me ne frega?” – la necessità di dialogare con una vasta umanità di perduta gente.</strong> Il luogo, di per sé, è un agghiacciante Purgatorio. “Luogo di tortura, di maledizione”, lo chiama Daniele. Al Bambino Gesù si curano i bambini incurabili. Spesso i bambini muoiono. Muoiono ed è come una grandinata sulla testa di Daniele. Una grandinata di vite pure, di feti, di innocenti (micidiale la scena “in una sala d’autopsie a misura di bambino”, dove fiammano le domande lancinanti: “se ci sei tu, Dio, dietro tutto, perché non hai preso me? O qualsiasi altro adulto sulla faccia della terra?”). <strong>Il rapporto – mai astratto o concettuale o peggio, intellettuale, ma sempre fisico, in narrativa carnale – tra il perduto, il peccatore a contatto con la purezza che muore è devastante. Daniele, alla fine, si salverà.</strong> A piccoli, dolorosi passi. Scoprendo la vita. E incarnando la vita nella poesia – il direttore dell’ospedale pediatrico che gli commissiona una raccolta poetica sul Bambino Gesù, che effettivamente sarà pubblicata, con il titolo <em>Bambino Gesù</em>, nel 2001, presso le Tipografie Vaticane, ed è uno dei libri più atroci e sublimi di Daniele. Il romanzo, insomma, è di avventata bellezza, è una avventura nella tenebra della perdizione, un inno di gioia. In questa è l’eversione. Possente.</p>
<p><strong>Parto dalla cosa più semplice, che non è mai semplice. Cosa si scrive, cosa ti scrive, perché scrivi? Scrivi la vita, la verità, la salvezza, la santità, la perdizione&#8230; cosa? Perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo perché, per quanto ci provi, tutti i giorni, non riesco a farmi passare la vita come un fatto ordinario, è qualcosa incastrato negli occhi, nello sguardo, ha a che fare con la reale grandezza di quel che ci circonda, è una grandezza maestosa, sovrana. <strong>Scrivo perché non mi è mai passato per le mani un giorno in cui non mi sia speso alla ricerca di qualcosa, se vuoi chiamalo significato, una preda inafferrabile, una caccia impossibile,</strong> almeno per me, che non è mai riuscita a sbocciare pienamente in una fede, una cosa da cani in pena. Scrivo perché mi risulta inconcepibile affidare al caos ciò che amo e ho amato. Scrivo per testimoniare tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parto da un dato di fatto molto semplice, scabro. Sei un poeta. Per quanto narrativo. Resti un poeta. Che ora si muove nel palazzone del romanzo. Come hai fatto? Che cambiamenti hai fatto? Che moine formali hai accettato, quale accesso concedi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59386 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/libro-mencarelli-195x300.jpg" alt="libro mencarelli" width="195" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/libro-mencarelli-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/libro-mencarelli.jpg 325w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />Sono un poeta che concepisce la poesia come l’unione di due elementi sostanziali: lo sguardo, nominato poc’anzi, come motore primo, come visione scatenante; e uno più formale, intimamente formale, il respiro. Il mio metro dominante è il respiro, il verso come un’unica emissione d’aria, saldare parola a vitalità. Nel passaggio al romanzo ho rinunciato, ma non del tutto, a quest’ultimo elemento, al respiro, quindi alla versificazione in senso stretto. Meno che mai, ma quello sarebbe impossibile, allo sguardo, al mio modo di vedere le cose. Se devo dirti, però, ho anche guadagnato qualcosa, mi hanno sempre intrigato le strutture dei grandi romanzi, la gestione delle psicologie dei personaggi, è un lavoro diverso rispetto alla poesia, ma non meno affascinante. <strong>In parte sono stato anche fortunato: per me la poesia e la narrativa, più in generale l’arte tutta, hanno a che fare con, per dirla con le parole di Eliot, “una scena che si dispone e si compie”, ho bisogno di correlativi, di azioni, comportamenti. Lascio ad altri le astrazioni, le scritture che ambiscono alla verticalità dimenticando tutto il resto. </strong>Nella scrittura del romanzo mi sono imposto, a tutti i costi, di non scadere mai nel poetico, questo sì, questo è l’unica vera disciplina che mi sono dato.</p>
<p><strong>Racconti una delicatissima storia di perduti e salvati. Una ossessione, penso, pensando ai tuoi ‘romanzi in versi’. In questa storia, quanto c’è di vero, quanto di fiction?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura non è mai doppione assoluto della realtà, quando tenta di esserlo fallisce miseramente, semplicemente perché è regolata da leggi fisiche diverse, da meccanismi propri. Quindi il romanzo, com’è ovvio, ha elementi d’invenzione, ma il perduto e salvato che racconto, il Daniele protagonista del libro, sono in tutto e per tutto io. <strong>La </strong><strong>parabola è quella che ho vissuto realmente in quegli anni: l’alcol, i problemi psicologici, la disperazione mia e di c</strong><strong>hi mi stava intorno. </strong>Questa tema torna spesso nei miei lavori, semplicemente perché non mi ha mai abbandonato, ho sconfitto le dipendenze, ma convivo con lo sguardo che mi è toccato in sorte. Costa fatica, mentale, fisica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho avuto la fortuna, mesi fa, di avere una redazione di questo libro che non so se è l&#8217;ultima. Come è capitata Mondadori? Hai dovuto accettare tagli o un lavoro serrato con l’editor? Di cosa sei grato e cosa, ostinatamente, rivendichi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A riguardo si sentono racconti horror…io sarò l’eccezione che conferma la regola, ma il mio rapporto con Mondadori, da Carlo Carabba a Marilena Rossi, a Barbara Gatti, è stato bellissimo sin dal primo giorno, credimi, non c’è un grammo di ruffianeria in quel che sto dicendo. Sul testo: non ho dovuto tagliare, o difendere, né ho rivendicazioni, abbiamo editato con grande tranquillità. <strong>Mi ha senz’altro aiutato, in tutta la fase di lavorazione del libro, il fatto</strong><strong> che anche io sia un editor, non di libri ma di fiction, quindi parto dal presupposto che un autore, per quanto bravo e famoso, non è una divinità intoccabile e onnipotente. In Italia su questo tema siamo indietro di trent’anni. </strong>Il bravo editor sa contenere l’autore, consigliarlo, quando serve anche contraddirlo. Ma, ripeto, tutta la fase di editing è andata come mai avrei immaginato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i tuoi maestri, quelli di vita e di letteratura, come sempre, intendo? Insomma: per cosa vivi, che cosa leggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Maciniamo secoli, epoche e mode, ma se ti devo nominare un esempio vero, tra tante ipocrisie, <strong>torno a Cristo sulla croce, la sua eterna attualità, il </strong><strong>giudizio</strong><strong> come azione da rivolgere a se stessi, questa cosa mi innamora ogni volta, se ci pensi la storia può essere sintetizzata nella contrapposizione tra il “noi”, quindi il bene, e “gli altri”, il male da combattere.</strong> La vera rivoluzione è guardare in primo luogo ai propri peccati, errori, solo così possiamo crescere. Il mondo cambia cambiando noi stessi. Cosa leggo? Sono nato nel vecchio secolo, vivo nel nuovo, ma il legame con il Novecento, soprattutto italiano, per me è imprescindibile. Sbarbaro su tutti, ho una specie di venerazione, poi Caproni e Ungaretti, Turoldo, sino a Bellezza, e ancora più vicino a noi Salvia. Poi non posso non nominare Giovanna Sicari. Salto la generazione dei fratelli maggiori e arrivo ai nostri coetanei, quindi Francesca Serragnoli, Isabella Leardini, il grande Simone Cattaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che giudizio hai della letteratura italiana recente e della poesia? Tu lavori in Rai occupandoti di fiction, dunque si presume che conosci i diversi modi della comunicazione: perché il poeta è sempre il lebbroso, l&#8217;esiliato, l&#8217;emiro spacciato della società?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Torno al dato anagrafico: sono nato nel Novecento, ho esordito su rivista, <em>ClanDestino</em>, nel 1997. Lo sai quanto me: il mondo letterario che noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere, anche se nella sua fase crepuscolare, non esiste più, quel fiorire di riviste, collane. <strong>La rete, i social, che nell’immaginario di tutti avrebbero dovuto sostituire la carta hanno, in realtà, creato soltanto confusione, e dispersione. Questi sono i dati, ma ciò non vuol dire che siano morti i poeti.</strong> Tra i nati negli anni Settanta ci sono poeti che rimarranno, oggi occorre lottare di più perché gli spazi sono sempre di meno, ma di qualità in giro ne vedo, e tanta. Mi occupo di fiction, di serialità televisiva, forse il prodotto più <em>trendy </em>di questi anni ultimi. È un problema di peso specifico, di grammatura. La poesia è reietta perché chiama alla negazione delle apparenze, vuole vedere veramente, quindi è per sua natura eversiva, quando è vera. Non mi sembra un’epoca, la nostra, dotata di una volontà eversiva rispetto alle visioni dominanti. Forse un giorno…</p>
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