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	<title>Arthur Schopenhauer Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Come leggere l’Etica. Ovvero: Spinoza vs. Schopenhauer</title>
		<link>https://www.pangea.news/spinoza-etica-schopenhauer-bistolfi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2024 04:06:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Schopenhauer]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle due precedenti puntate di questa rubrica ci siamo soffermati su alcune introduzioni o approfondimenti della figura e del pensiero generale di Bento de Spinoza. Adesso dobbiamo andare un poco più a fondo e occuparci – direi quasi naturalmente – dell&#8217;Etica. Lo faremo, pur necessariamente alla breve, grazie a due edizioni, ciascuna speciale a suo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/spinoza-etica-schopenhauer-bistolfi/">Come leggere l’Etica. Ovvero: Spinoza vs. Schopenhauer</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Nelle due precedenti puntate di questa rubrica ci siamo soffermati su alcune introduzioni o approfondimenti della figura e del pensiero generale di Bento de Spinoza. Adesso dobbiamo andare un poco più a fondo e occuparci – direi quasi naturalmente – dell&#8217;<em>Etica</em>.</p>



<p>Lo faremo, pur necessariamente alla breve, grazie a due edizioni, ciascuna speciale a suo modo.</p>



<p><a href="https://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846738509" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>La prima è curata da Paolo Cristofolini (1937-2020), notevole filologo e studioso di filosofia, in particolare di Vico e Spinoza</strong>,</a> e autore di due significativi studi <em>L&#8217;uomo libero. L&#8217;eresia spinozista alle radici dell&#8217;Europa moderna</em> e <em>La scienza intuitiva di Spinoza</em>, oltreché dell&#8217;edizione definitiva dell&#8217;incompiuto <em>Trattato politico</em> (tutto per le pisane Ets).</p>



<p>È sua anche la migliore edizione italiana di sempre dell&#8217;<em>Ethica</em>.</p>



<p>Come molti grandi classici – ho detto molti, non tutti, ahimè – l&#8217;<em>Ethica </em>ha ricevute e talora subite molteplici traduzioni e curatele. Non voglio né posso ripercorrerne qui la storia; sarà sufficiente ricordare che tra i più noti volgarizzatori ci sono Erminio Troilo, Gaetano Durante (versione commentata da Giovanni Gentile), Piero Martinetti, Sossio Giametta e lo specialista spinoziano Filippo Mignini.</p>



<p>L&#8217;<em>Etica </em>di Cristofolini non ha tuttavia paragoni. Anzitutto porta il testo a fronte nella più filologicamente aggiornata lezione sino a questo momento disponibile; e, a quanto sembra dalle notizie offerte dallo stesso curatore nell&#8217;introduzione, sarà assai difficile aggiungervi qualcosa. <strong>La traduzione poi è semplicemente perfetta, sia perché elegante, sia perché tratta con intelligenza il latino di Spinoza.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="482" height="760" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/3745.jpg" alt="" class="wp-image-100814" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/3745.jpg 482w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/3745-190x300.jpg 190w" sizes="(max-width: 482px) 100vw, 482px" /></figure>



<p>Quanto al commento, Cristofolini se ne astiene del tutto e lascia parlare il solo Spinoza. I lettori potranno non gradire questa nudità e così d&#8217;esser lasciati a un solitario corpo a corpo con uno dei testi filosofici più complessi della nostra tradizione. Ma da questa impresa è meglio uscire un poco malconci e con poche pepite d&#8217;oro anziché tornare a casa rintronati dalle chiacchiere e con un sacco di pietrame volgare come si rischia tenendo dietro a certi concionatori.</p>



<p>La “tenuta adamitica” scelta da Cristofolini ha tuttavia anche un risvolto spiacevole ossia di non sciogliere le numerose citazioni implicite contenute nell&#8217;<em>Ethica</em>. Spinoza ama citare indirettamente autori e testi senza un benché minimo cenno alla fonte: <em>et qui potest capere, capiat</em>. Non è un contegno strafottente, ma solo una scelta dovuta, immaginiamo, alla necessità di andare al sodo. Nulla di male per Spinoza; ma invece per un&#8217;edizione critica curata per giunta da un filologo invece un po’ sì. Infatti se Cristofolini ci avesse riforniti di quei riferimenti, non sempre immediati neppure per un lettore preparato, sapremmo tra l&#8217;altro molto di più sulla cultura di Spinoza.</p>



<p>È però l&#8217;unico difetto che io sia riuscito a trovare in questa edizione e in fondo è perdonabile perché chi legga l&#8217;<em>Ethica</em> non sempre vuole fare il sommozzatore o il fungaiolo letterario.</p>



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<p>Ancora un avviso: si presti attenzione a procurarsi la «seconda edizione riveduta e aggiornata».</p>



<p>Un&#8217;ultima considerazione va svolta sulla copertina, in cui campeggia un ritratto di Spinoza di Hendrick van der Spyck. Come si sa, l&#8217;immagine più diffusa del filosofo è parecchio edulcorata perché dalle descrizioni Spinoza risulta esser stato più somigliante a come ce lo mostra van der Spyck. Qui il filosofo ci guarda metà sornione e metà beato e pare davvero l&#8217;incarnazione della sua alata teoresi e di chi abbia visti alcuni dei segreti più risposti dell&#8217;esistenza e attenda altri sulla medesima strada.</p>



<p>* * *</p>



<p>Commenti se ne trovano invece «a bizzeffe» come l&#8217;oro del Figaro rossiniano nell&#8217;ulteriore edizione dell&#8217;<em>Ethica </em>che suggerisco. Ma sono commenti di alto profilo perché niente meno che di Arthur Schopenhauer.</p>



<p>Come qualcuno sa, l&#8217;autore del <em>Mondo come volontà e rappresentazione</em> lasciò un vasto Nachlaß, di cui in Italia si iniziò a tradurre qualche volume (Adelphi) per poi abbandonare l&#8217;iniziativa per motivi non sempre chiari, o sin troppo. <strong>A suo modo fa parte degli opera postuma anche la copia, rigorosamente nell&#8217;originale latino, dell&#8217;<em>Ethica</em> su cui il filosofo aveva studiato e aveva lardellata di osservazioni.</strong> Dopo un secolo e mezzo di trascuratezza (<em>potius sero quam numquam</em>) abbiamo a disposizione questi commenti <strong><a href="https://eum.unimc.it/it/catalogo/435-schopenhauer-lettore-di-spinoza" target="_blank" rel="noreferrer noopener">grazie alle Edizioni dell&#8217;università di Macerata (EuM) in un volume che presenta sia il testo latino, sia la traduzione italiana</a></strong>, peraltro proprio quella di Cristofolini, sia un&#8217;ampia introduzione e le note di Stefano Busellato, che in questo caso non è per nulla di troppo.</p>



<p>Ho voluto sottolineare la lunga assenza di questi commenti non solo per dovere di cronaca, ma per espresso spirito di polemica, spero fruttuosa. Pur conoscendo già la risposta, mi domando infatti come sia stato possibile aver ignorato i commenti a un&#8217;opera cruciale della modernità per opera d&#8217;uno dei più significativi filosofi della storia. È come se avessimo ignorati i <em>Commenti a Boezio</em> di Tommaso d&#8217;Aquino oppure le chiose di Shankara alla <em>Bhagavadgita</em>.</p>



<p>Come accennavo, Busellato scrive un saggio molto generoso, che sarà d&#8217;aiuto per inquadrare meglio la posizione di Spinoza nella filosofia schopenhaueriana.</p>



<p>Debbo però rimbrottare severamente il curatore per l&#8217;utilizzo esclusivo della <em>Welt </em>nella traduzione Savj-Lopez e De Lorenzo (Laterza), per lunghi anni l&#8217;unica e a cui ancora, come si vede, molti sono legati. Purtroppo si tratta di una traduzione per certi versi pregevole, ma con due grandi difetti che a mio avviso la rendono quasi inutilizzabile: <strong>segue troppo la sintassi tedesca, assai diversa dall&#8217;italiana, e non è scevra da parecchie sviste di comprensione.</strong> Mi domando perché una scelta così infausta e spericolata quando circolano traduzioni incommensurabilmente migliori sotto ogni rispetto, ad esempio quella di Giorgio Brianese (Einaudi), un autentico capolavoro anche grazie agli apparati.</p>



<p>Non possiamo ovviamente passare in rassegna molto di più in questo contesto. Mi sia però concessa un&#8217;ultima parola per dire, che queste <em>Chiose all&#8217;«Etica»</em> saranno davvero un lavoro fecondo per chi saprà sfruttarlo a favore di una re-visione di due figure estremamente imprescindibili della storia filosofica universale e per penetrare all&#8217;interno di una psicologia, quella schopenhaueriana, che più scopertamente che in altrui – come ben capì Nietzsche in un frammento postumo dell&#8217;epoca di <em>Aurora </em>– ha fortemente segnata una gnoseologia tanto grandiosa e forte, se pur discutibilissima, quanto esistenzialisticamente pericolosa. Se talora capita con la <em>Welt</em> di sentire un forte impulso, per così dire, a ritornare a Spinoza, queste <em>Chiose </em>a qualcuno potrebbero offrire un&#8217;eccellente motivazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="513" height="795" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/schopenhauer-lettore-di-spinoza.jpg" alt="" class="wp-image-100815" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/schopenhauer-lettore-di-spinoza.jpg 513w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/09/schopenhauer-lettore-di-spinoza-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" /></figure>



<p><strong>Da questo commento d&#8217;autore emerge la radicale incompatibilità tra Spinoza e Schopenhauer. Ma bisogna ammettere che quest&#8217;ultimo, come quasi tutte le menti superiori, confidava troppo in sé stesso</strong>, com&#8217;è noto a chiunque e come si capisce, estraggo dai molteplici esempi che si potrebbe portare, dalla totale e voluta incomprensione di Hegel, ovvero, più ancora, dal contegno davvero inadeguato tenuto con Goethe sulla dottrina dei colori.</p>



<p>E anche alle prese con Spinoza, salvo rarissimi momenti, Schopenhauer non esce bene. È infatti davvero sgomentante constatare quanto poco o meglio nulla il filosofo di Danzica abbia colta la <em>portata liberatrice </em>dell&#8217;<em>Ethica </em>e di tutto Spinoza!</p>



<p><strong>La vita di liberazione proposta del grande filosofo nederlandese è felice virile nobile e oltre a tutto, per quanto ardua, realistica; invece quella di propugnata da Schopenhauer, che rielabora mistica cristiana e buddhismo, così come queste sue radici resulta goffa pretenziosa e impossibile.</strong> A sostegno di quanto sto dicendo potrei addurre molte prove, anche a titolo personale. Ma per verificarne la fondatezza basterà guardare alle biografie di Schopenhauer e di Spinoza.</p>



<p>Vorrei aggiungere che non sarà campato in aria attribuire l&#8217;insofferenza di Schopenhauer verso Spinoza a motivi assai poco filosofici. Da una parte infatti, secondo Schopenhauer, Spinoza non si era ancora liberato dal retaggio giudaico; in secondo luogo, per il filosofo di Danzica era inaccettabile ritrovarsi tra i piedi un “anticipatore”, mi si perdoni l&#8217;espressione sciatta, della Volontà, soprattutto in anni in cui l&#8217;<em>Ethica</em> e il suo autore accendevano parecchi entusiasmi in Germania, ciò che invece non capitava a Schopenhauer.</p>



<p><strong>Ad aver invece accolto a braccia aperte Spinoza quando gli comparve davanti quasi come un&#8217;epifania verso la fine della sua esistenza lucida, fu il migliore e più autentico discepolo di Schopenhauer, cioè a dire Nietzsche. </strong>E così avvenne, per altri versi, a uno dei primi tedeschi dopo Leibniz a capire la grandezza di Spinoza, vale a dire Goethe, della cui importanza, in Germania alquanto negletta, si era reso conto proprio Nietzsche. <em>Similis simili gaudet</em>.</p>



<p><strong><em>Luca Bistolfi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Jacob van Loo, Autoritratto, 1660 ca.</em></p>
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		<title>Cari, rispettabili studiosi è ora di leggere Schopenhauer come si deve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2023 05:36:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Novembre]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Schopenhauer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un breve aforisma di Del pensare breve, Manlio Sgalambro accusa gli studiosi di insegnare Schopenhauer solo «per divertire», intendendo così che la grandezza filosofica del saggio di Francoforte è sminuita fino al ridicolo. Non che lo scrittore siciliano, pur uno schopenhaueriano professo, abbia reso miglior servizio all&#8217;autore della Welt. Ma per lo meno ebbe [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>In un breve aforisma di <em>Del pensare breve</em>, Manlio Sgalambro accusa gli studiosi di insegnare Schopenhauer solo «per divertire», intendendo così che la grandezza filosofica del saggio di Francoforte è sminuita fino al ridicolo.</strong> Non che lo scrittore siciliano, pur uno schopenhaueriano professo, abbia reso miglior servizio all&#8217;autore della <em>Welt</em>. Ma per lo meno ebbe ragione nel rilevare questa stortura. Salvo rarissimi casi, infatti, Schopenhauer è preso assai poco sul serio ed è sempre fatto passare per una prefica, così come Leopardi, al quale per lungo tempo si è negata persino dignità filosofica.</p>



<p>Chi però non si lascia irretire dagli impiegati statali e dagli improvvisatori, conosce bene la profondità e la ricchezza di Schopenhauer, e lo tratta con l&#8217;attenzione e il rispetto dovuti. È il caso di Alessandro Novembre, segretario della sezione italiana della Schopenhauer-Gesellschaft e <strong><a href="https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857546612" target="_blank" rel="noreferrer noopener">autore di un poderoso e stupendo lavoro dedicato al <em>Giovane Schopenhauer </em>(Mimesis Editore),</a></strong> vòlto a ricostruire la genesi della metafisica della volontà sin dai primi passi. Ed è così che uno studioso dal nome autunnale rinverdisce i languenti, almeno in Italia, studi schopenhaueriani.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="500" height="750" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/i__id9972_mw600__1x.jpg" alt="" class="wp-image-94141" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/i__id9972_mw600__1x.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/i__id9972_mw600__1x-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>L&#8217;opera è la rielaborazione della sua tesi di laurea e sebbene ogni tanto Novembre si esprima in maniera inutilmente complicata e la faccia troppo lunga, si tratta di un lavoro che dovrebbe leggere e anzi studiare non solo qualsiasi schopenhaueriano, ma anche qualsiasi appassionato di filosofia. Novembre conosce bene il tedesco e può così attingere a una ricchissima bibliografia ancora più vasta di quella disponibile nella nostra lingua. Inoltre ogni tanto corregge qualche traduzione della bibliografia nostrana, il che non guasta. Ma i suoi due maggior meriti sono anzitutto aver posto e affrontato in maniera approfondita un tema di notevole importanza; e in secondo luogo, di farsi leggere con notevole slancio. Non è facile trattare certi argomenti in maniera così spigliata, a tratti persino appassionata, e ciò nonostante espositivi i difetti cui accennavo.</p>



<p>C&#8217;è un punto del <em>Giovane Schopenhauer</em> da rilevare e a cui vorrei aggiungere qualcosa.</p>



<p><strong>Novembre dimostra che Schopenhauer, al contrario di altri, è come se avesse sperimentato su di sé l&#8217;esistenza della volontà e che quindi il cuore del suo pensiero non provenga da congetture, ghiribizzi, ipotesi, tentativi o da pregiudiziali teoretiche, bensì per così dire dal di dentro.</strong> Venne poi il percorso chiarificatore, che, seppur relativamente breve (il filosofo pubblicò il suo opus magnum a nemmeno trent&#8217;anni) non fu facile. Mutatis mutandis Schopenhauer compì a un dipresso il medesimo percorso di certi mistici d&#8217;Occidente e d&#8217;Oriente ed è per questo che quando incontrò Meister Eckhart, i Veda e il buddhismo saltò sulla sedia. Ma il filosofo di Danzica non si limitò, come quelli, a lanciare messaggi criptici e che si prestano alle interpretazioni più bislacche. Cercò invece un fondamento concreto e solido alla sua visione del mondo. Diciamola così: egli si provò a coniugare sapienza orientale e scienza occidentale.</p>



<p>Ma perché ci si dovrebbe immergere in un&#8217;opera simile?</p>



<p>La risposta è semplice e complessa a un tempo e bisogna tornare a ciò che dicevamo all&#8217;inizio.</p>



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<p><strong>La filosofia di Schopenhauer è molto più “scientifica” di quanto si creda e non è affatto una specie di prontuario esistenzialistico da sfoderare all&#8217;occasione per suscitare scalpore o, appunto, per divertire, come quasi sempre accade anche da parte di insospettabili studiosi.</strong> Alla breve, Schopenhauer non è un Cioran. E crea davvero imbarazzo dover dire qualcosa che pur essendo sotto gli occhi di tutti viene bellamente ignorato.</p>



<p>Ci si ricordi che il filosofo non si accostò da subito alla filosofia, ma studiò dapprima medicina, e che dopo la pubblicazione del <em>Mondo</em>, come attesta la <em>Metafisica della volontà</em>, tenne dietro ai più aggiornati studi delle così dette scienze esatte per dimostrare la fondatezza del suo pensiero centrale: la volontà quale essenza del mondo. A conti fatti Arthur Schopenhauer, nonostante alcune aporie teoretiche e nonostante alcuni errori commessi a causa dell&#8217;arretratezza delle suddette scienze, è uno dei pochissimi filosofi, e sicuramente il primo dopo Kant, a prendere in considerazione la realtà concreta dell&#8217;esistenza e che non si lasci imbambolare da certe chiacchiere religiose o dai «sogni di un visionario», che poi sono la stessa cosa.</p>



<p>In conseguenza di ciò, trarrebbero giovamento dal pensiero schopenhaueriano anche gli scienziati medesimi. Ma anch&#8217;essi hanno le fette di salame sugli occhi e gli orecchi intasati di cerume. Ecco due esempi eloquenti.</p>



<p>In un recente libro di Arnaldo Benini e intitolato <em>Neurobiologia della volontà </em>(Raffarello Cortina Editore), l&#8217;autore cita volentieri, oltreché ovviamente scienziati, anche filosofi, tra cui Hume e – io lo considero tale – Edgar Allan Poe: ma il nome di Schopenhauer non compare nemmeno una volta. Caso ancor più sconcertante è Daniel Wegner, forse il più celebre studioso, come si titola un suo libro, dell&#8217;<em>Illusione della volontà cosciente </em>(in Italia stampato da Carbonio Editore). Ma come sia possibile occuparsi di <em>coscienza </em>e di <em>volontà </em>senza riferirsi a Schopenhauer è un mistero, o per meglio dire: una vergogna, che mette a nudo la sprovvedutezza e la saccenza di certi scienziati. Non ci si dimentichi mai che la filosofia senza la scienza è zoppa, ma la scienza senza la filosofia è cieca. Roger Penrose, uno dei matematici e fisici più geniali del nostro tempo, non si perita di ammettere di essere un platonico, e così Paolo Zellini. Ho citato Penrose perché credo che un incontro tra lui e Schopenhauer potrebbe essere fecondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="599" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/71oG3yIm5L-599x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94142" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/71oG3yIm5L-599x1024.jpg 599w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/71oG3yIm5L-176x300.jpg 176w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/71oG3yIm5L-600x1025.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/01/71oG3yIm5L.jpg 632w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /></figure>



<p>Certamente ci sono plurimi momenti nel pensiero di Schopenhauer che possono far storcere il naso a molti, a cominciare dal concetto di <em>noluntas</em>, che per l&#8217;appunto rischia di restare ed essere soltanto un concetto, quindi un prodotto della mente, e non una realtà pratica. Chi abbia un po’ di dimestichezza con certa letteratura spirituale e soprattutto con gli ambienti connessi, sa benissimo che, se non per brevi istanti e in condizioni favorevoli, è possibile ottenere quel distacco, per dirla con Meister Eckhart, necessario a passare indenni dalle tempeste della vita. Sarò stato distratto o sarò ottuso, ma in tanti anni non ho mai veduto nessun predicatore di siffatta attitudine, taluni anche considerati dei “maestri”, metterla in pratica, anzi: erano più identificati e invischiati col mondo e con le loro elucubrazioni di un bazzicabarbieri o di un camallo. D&#8217;altra parte lo stesso Schopenhauer disse: «Ho detto cosa è un santo ma io non lo sono». Almeno era onesto.</p>



<p><strong>Prima di togliere il disturbo vorrei rilevare alcuni “dettagli” bibliografici per dimostrare una volta di più quanto Schopenhauer sia snobbato dagli “addetti culturali”, siano essi professori di accademia</strong> (e con loro Schopenhauer se l&#8217;è cercata con <em>La filosofia da università</em>: ma a giusta ragione!), editori e sedicenti colleghi. Se infatti di un Nietzsche, di un Marx, di uno Heidegger, per non parlare di un Sartre o di una de Beauvoir, hanno tramandato persino i conti del droghiere, le passeggere ubbie e anche le imprese d&#8217;alcova, una vastissima parte del materiale schopenhaueriano è ancora inedita in lingua italiana.</p>



<p>Si pensi che l&#8217;Adelphi iniziò a pubblicare il <em>Nachlaß</em>, ossia il lascito, solo nel 1994 e fino ad oggi ne sono usciti – peraltro a prezzi proibitivi per un filosofo che voleva farsi leggere da tutti – soltanto il primo e il terzo, quest&#8217;ultimo nel 2006. L&#8217;epistolario, documento essenziale per penetrare nella testa di chiunque, scarseggia: abbiamo quello, assai istruttivo, con la madre e la sorella Adele (<em>La famiglia Schopenhauer</em>, Sellerio) e quello ancor più importante con i discepoli, pubblicato in due tomi da Pensa Multimedia di Lecce, che è una miniera quasi senza fondo, anche grazie al bel saggio del curatore, Domenico M. Fazio.</p>



<p><strong>In compenso pullulano certe diavolerie editoriali in cui si tentano antologie e “strappi murali”, quando è risaputo o dovrebbe esserlo, che Schopenhauer detestava simili sgangheratezze</strong> e che il suo pensiero deve essere colto nella sua interezza, altrimenti è meglio leggere un romanzo da diporto. E dire che i nostri tempi, dal punto di vista sia morale sia teoretico, trarrebbero un incommensurabile beneficio da una lettura sistematica e attenta di Schopenhauer. Il lavoro di Alessandro Novembre lo dimostra ampiamente. E buona lettura a chi ha orecchi per intendere.</p>
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		<title>“Ci sarebbe da impazzire… ma possediamo l’eternità”: su Schopenhauer, il filosofo più grande</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Nov 2018 07:09:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il più grande romanziere di ogni tempo, Lev Tolstoj, attraversò una crisi epica, assoluta. L’origine della crisi accadde nel 1869. Scoppiò, in modo definitivo, nel 1878. Fu come se un punteruolo principiasse a scavare gli occhi e la gola del grande scrittore russo. Tolstoj percepì, con potenza inaudita, il punteruolo del nulla. Percepì, acutamente, la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ci-sarebbe-da-impazzire-ma-possediamo-leternita-su-schopenhauer-il-filosofo-piu-grande/">“Ci sarebbe da impazzire… ma possediamo l’eternità”: su Schopenhauer, il filosofo più grande</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il più grande romanziere di ogni tempo, Lev Tolstoj, attraversò una crisi epica, assoluta. L’origine della crisi accadde nel 1869. Scoppiò, in modo definitivo, nel 1878. <strong>Fu come se un punteruolo principiasse a scavare gli occhi e la gola del grande scrittore russo. Tolstoj percepì, con potenza inaudita, il punteruolo del nulla. Percepì, acutamente, la nullità delle cose, l’annientamento del senso della vita, la sovranità della morte. </strong>Lev Tolstoj aveva appena terminato di scrivere i due più alti capolavori della letteratura occidentale, <em>Guerra e pace </em>e <em>Anna Karenina</em>. Li ripudiò. E ripudiò l’arte, gioco troppo ambiguo per adulti cresciuti nella bambagia. Come solo i rari titani della scrittura hanno fatto, Tolstoj rientrò nei suoi capolavori, scardinandoli, sconfiggendoli. “Era rallegrante per me guardare la vita nello specchietto dell’arte; ma quando cominciai a cercare il senso della vita, quando sentii l’esigenza di vivere la vita mia propria, questo specchietto mi divenne o inutile, superfluo e ridicolo oppure tormentoso. […] Se avessi semplicemente capito che la vita non ha senso, avrei potuto saperlo tranquillamente, avrei potuto sapere che questo era il mio destino. <strong>Ma io non potevo darmene pace. […] Per liberarmi da questo terrore io volevo uccidermi”. In quegli anni, fino al 1880, Tolstoj lavora a <em>Confessioni</em>, il libro della rivelazione del tormento.</strong> Negata la pubblicazione in Russia, Confessioni sarà edito a Ginevra, nel 1884. In quel breve saggio, Tolstoj disseziona il suo cuore e si affanna a cercare il senso della vita, che troverà – in misura illusoria – nella sua originale e radicale rilettura dei Vangeli. Quando tenta la via della filosofia, quella che “non perde di vista il problema essenziale”, Tolstoj si riferisce ai suoi personali maestri: Socrate, Buddha, la Bibbia (esemplificata dal <em>Kohèlet</em>), Arthur Schopenhauer. <strong>Tra i filosofi dell’era medioevale, moderna e contemporanea, Tolstoj sceglie Schopenhauer, l’unico che ama, che lo accompagna, che lo squassa. La filosofia devastatrice e corroborante di Schopenhauer, che sputtana tutti gli ottimismi atti a imbambolare il ‘popolino’, che assegna all’arte un ruolo rivelativo</strong> – per quanto parziale, “la liberazione offerta dall’arte non può essere che provvisoria, legata com’è ai brevi momenti della contemplazione estetica” (Giuseppe Riconda) – decisivo nella via verso l’ascesi, ha influenzato pressoché tutta la letteratura occidentale moderna. Nessun artista e nessun filosofo può prescindere dalla vertigine di Schopenhauer, riassunta nella sua opera somma, Il mondo come volontà e rappresentazione, che si chiude sguainando quella frase memorabile, “questo nostro mondo tanto reale con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, è – nulla”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Schopenhauer, l’esegeta del nulla, il pensatore che mette tutto in discussione e che procede per interrogativi incendiari e metafore abbacinanti, affascina – chiedere al suo lettore più intelligente, Nietzsche.</strong> Dopo aver letto Schopenhauer, lo dimostra Tolstoj, tutto cambia. “Chi legge quest’opera, alla fine non è più la stessa persona e tutti saranno grati all’autore di un’esperienza unica e altissima, il cui esito non può che essere una rigenerazione della mente e del cuore”, ha scritto Sossio Giametta, tra i grandi traduttori e interpreti di Schopenhauer. Anche Schopenhauer, per altro, come Tolstoj, si è inabissato nel nulla – esperienza necessaria per l’artista, che culmina con la distruzione totale di sé: l’esito è la resurrezione o l’estinzione. <strong>Pubblicato nel 1818, <em>Il mondo come volontà e rappresentazione</em> fu, editorialmente, un disastro. L’insuccesso, dopo tutto, è consustanziale al carattere del filosofo che scriverà, con atroce lucidità: “In ogni tempo i grandi geni della poesia, della filosofia, delle arti, si ergono come eroi solitari che conducono una lotta disperata e unica contro un intero esercito.</strong> L’idiozia, la banalità, la diseducazione, la violenza del genere umano si oppongono in eterno all’opera dei grandi spiriti, in ogni campo e in ogni arte, formando un esercito che finisce per soffocare e uccidere l’artista”. Il filosofo nato a Danzica non sarà soffocato dall’incomprensione. Malaccetto dalle accademie – dove era in voga il suo arcinemico, Hegel – nel 1851 Schopenhauer pubblica i <em>Parerga e paralipomena</em>. Nonostante il filosofo giudichi il tomo come una raccolta “scritti minori” che “non hanno potuto trovar posto nelle opere sistematiche”,<strong> il libro ha un successo importante, che fece “di Schopenhauer un avvenimento culturale non passeggero” (Giorgio Colli). Cosa è successo? Che Schopenhauer affronta le grandi questioni di sempre (“che cos’è il mondo? come dobbiamo vivere?”), solo che per la prima volta quelle questioni e quei concetti “trovano una forma di esposizione adatta”.</strong> Schopenhauer non ha più bisogno di dimostrare il suo genio filosofico, è più libero, più scaltro. Quel gran genio – troppo sottovalutato – di Giorgio Colli ha parlato di “popolarizzazione della filosofia”. Precisando: “popolare la filosofia diventa già nel linguaggio semplice e aperto, in antitesi con un atteggiamento soltanto teoretico, o con un’esposizione matematizzante, o con un qualsiasi gergo astruso, e comunque in rottura con ogni indirizzo specialistico”. Schopenhauer, che diffidava delle cattedre di filosofia e dei filosofi da università, trova un linguaggio adatto a divulgare le sue inquietudini. Finalmente, l’opera del filosofo tedesco viene riscoperta, letta, tradotta, divulgata nel resto del mondo. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Animalista (“in verità, gli uomini sono i diavoli sulla terra e gli animali le anime torturate”), anatomista della fugacità (“Ciò che è stato, non è più; tutto ciò che è, un attimo dopo è già stato”), cronista della compassione (“Ciascuno porta in se stesso gli errori dell’umanità intera, anche quelli per cui ora ci indigniamo”</strong>: concetto che ha assonanze concrete con il refrain che sibila in tutti i romanzi di Fëdor Dostoevskij, così ne <em>I demoni</em>, per dire, “peccando, ogni uomo pecca contro tutti gli altri e ogni uomo è in qualche modo colpevole dei peccati altrui”) Schopenhauer ha scoperto la via di fuga dal nulla. Il mondo è quello che è, ring di soprusi e di bestialità, l’inquietudine ci tortura, eppure, “il nostro vero essere è indistruttibile”, “ciascuno porta in sé il centro immobile dell’infinito”. Non esiste un regno oltre questo, non esiste Dio, ogni cosa nasce per morire, ma la nostra essenza è immortale. “L’<em>è</em> ci appartiene solo per un attimo, l’attimo dopo abitiamo il <em>fu</em>. Ogni sera, siamo più poveri di un giorno. <strong>Ci sarebbe da impazzire, non fosse che nei recessi del nostro essere abbiamo la percezione di possedere l’essenza dell’eternità, quella forza grazie alla quale si rinnova continuamente la vita”. Eccola, la perla che ci consegna Schopenhauer: l’individuo che guardiamo ogni giorno allo specchio non è che una forma transitoria, parziale, coagulata su questa Terra, regno di virus e di malattie. Qual è la nostra vera forma?</strong> Perché nel tramonto, nella luna o nella congiura delle nubi intuiamo qualcosa che ci sorpassa, fino alla commozione? Di quale eternità siamo il calco?</p>
<p style="text-align: justify;">L’eminenza di Schopenhauer, ad ogni modo, è sostanzialmente linguistica. La visionaria vivacità delle metafore, la laconica rapacità delle conclusioni, mai paghe, sempre estreme (“Guardare l’immensità delle stelle, che fiammeggiano illuminando mondi dove domina la sofferenza o la noia, porta allo sgomento, alla follia. Se l’atto del generare non fosse un bisogno, accompagnato dal godimento, ma fosse un semplice gesto razionale: come potrebbe esistere il genere umano?”), ci squarciano. <strong>Come se qualcuno gettasse la nostra testa nel cosmo, e noi, nati, morti e rinati miliardi di volte, contemplassimo la vita con animo sicuro e scuro.</strong> Certi del nulla; con la certezza che siamo indistruttibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Federico Scardanelli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Pubblichiamo per gentile concessione parte dell’introduzione a Arthur Schopenhauer, “Più forti della morte”, Theoria 2018, una selezione dei brani più potenti del filosofo tedesco</em></p>
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		<title>“Le stelle fiammeggiano su mondi dominati dal dolore”: l’insostenibile grandezza di Schopenhauer e le sue sculacciate</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jul 2018 04:52:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La situazione, direi, fu esemplare. Per conto di una casa editrice, qualche mese fa, ho avuto la fortuna di mettere il becco, come l’avvoltoio, dentro l’opera di Arthur Schopenhauer. Le mie idee editoriali sono semplici, sono quelle della casalinga, del muro di casa, del cane in cortile. Auspico che la meraviglia – cioè, la vertigine [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La situazione, direi, fu esemplare. <strong>Per conto di una casa editrice, qualche mese fa, ho avuto la fortuna di mettere il becco, come l’avvoltoio, dentro l’opera di Arthur Schopenhauer.</strong> Le mie idee editoriali sono semplici, sono quelle della casalinga, del muro di casa, del cane in cortile. <strong>Auspico che la meraviglia – cioè, la vertigine – in un’era che rotola verso il banale – non siamo degni neppure dell’orrido, ma ci lagniamo lanciandoci nell’infimo – sia per tutti, tutti i giorni, senza complicanze accademiche. </strong>Perciò, Schopenhauer. Non quello del <em>Mondo come volontà e rappresentazione</em>, l’immane romanzo del nulla e della rinuncia, troppo alto, pubblicato la prima volta, infelicemente, due secoli fa. Ho messo le mani, simili a lucertole, negli “scritti minori” (parola di Arthur), nei <em>Parerga e paralipomena</em>, l’opera ‘pop’ di Schopenhauer, quella che gli diede brandelli dell’agognata fama e dove, tramite immagini di cangiante delirio e di astronomica grandezza, il filosofo ripiglia tutti i suoi temi, esaurendoli in una formula letteraria imitata da tanti, quasi tutti, Nietzsche in testa. I <em>Parerga </em>esistono in Italia, per Adelphi, grazie al lavoro sontuoso di Giorgio Colli, un maestro delle imprese editoriali impossibili e antiaccademiche. Dunque: <strong>ho ritradotto, semplificando, limando quei concetti fino alla dimensione dell’aforisma, dell’epigrafe, della frase sullo zaino, del messaggio via WhatsApp, della sculacciata.</strong> Ho lavorato in una situazione, direi, esemplare. Mattina. Casa della nonna. Lei ansima accovacciata nel letto con le sponde. Come un cucciolo di minotauro nel labirinto di metallo. La saluto. La bacio. Carezze. Tiro su il letto, con la leva che sta sul davanti. Colazione. La imbocco. La pulisco. Tiro giù il letto. Baci. Di solito si addormenta. Accendo il computer, in sala. Schopenhauer. Dalla finestra qualche villa, una magnolia, transito di umani. Comincio la lotta linguistica con il filosofo più vasto, <strong>quello che mandava in estasi Lev Tolstoj</strong> – nella sua <em>Confessione </em>lo tiene in tasca insieme alla Bibbia, a Platone e ai testi buddhisti – <strong>e che ispira ogni frase di Michel Houellebecq</strong> – il quale sul deflagrante Arthur ha scritto un libello di atroce bruttezza. “Chi legge quest’opera, alla fine non è più la stessa persona…”, ha scritto Sossio Giametta, tra i grandi traduttori e interpreti di Schopenhauer. Quanto a Wiltold Gombrowicz, invece, pareva “un mistero che libri interessanti come quelli di Schopenhauer (e i miei!) non trovino lettori”. Nel suo lisergico <em>Corso di filosofia in sei ore e un quarto </em>s’è dato una risposta: la difficoltà di approcciare Arthur sta nell’“<em>aspetto aristocratico </em>di questa filosofia. <strong>Per Schopenhauer ci sono uomini mediocri e uomini superiori. Egli insultava i mediocri”. Già. Noi, al contrario, eleggiamo i mediocri ai vertici del governo, godiamo nel farci frustrare dai mediocri per credirci migliori, che porca mediocrità.</strong> Ogni tanto, leggevo alla nonna le frasi di Schopenhauer, per valutarne il ritmo. La delicata violenza con cui Arthur parla del nulla, del dolore, dell’incomunicabile, rasserena. Ragionavo del soffrire con l’emblema della sofferenza davanti a me – e dentro di me, soprattutto, perché la nonna, lei, era narcotizzata dalla vecchiaia. Lei soffiava, diceva “ti voglio bene”, e questa, direi, è una folgore di Schopenhauer che mi frattura il cranio: ignorare il dolore per dichiarare il bene all’altro, il prossimo, il sopravvissuto. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle profondità del proprio io, ciascuno avverte che dovrebbe vivere una vita diversa da questa,</strong> così misera, frustrante, temporanea, soggiogata dalla sofferenza – la morte, forse, ci conduce a ciò che desideriamo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tramite il <em>tempo </em>tutto ciò che abbiamo</strong> tra le mani diventa nulla – perde ogni valore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che è stato, non è più; tutto ciò che è, un attimo dopo è già stato. </strong>Il presente più infimo ha, rispetto al passato più nobile, il premio della realtà: il presente sta al passato come qualcosa al nulla. Si esiste, ora, che meraviglia, dopo non essere stati per moltiplicati millenni – e dopo un bramito di tempo, brevissimo, si deve non essere, per altri millenni. Questo è ingiusto, ci dice il cuore.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La nostra vita è come un mediocre mosaico:</strong> <strong>da vicino non fa alcun effetto, solo da lontano acquisisce una forma.</strong> Viviamo sempre attendendo il meglio – e spesso rimpiangiamo il passato. Il presente viene preso così com’è, nella sua fugacità, come una via verso la meta. La maggior parte degli uomini, però, guardando indietro, si accorge che proprio ciò che è passato senza goderlo è stato la vita, e che è nell’attesa di quello, ormai passato, che hanno vissuto. Questa è la vita: l’uomo, preso in giro dalla speranza, corre a passo di danza nell’abbraccio della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una lotta incessante agita la storia dell’umanità:</strong> la battaglia, in cui sono impegnate le forze del corpo e dello spirito, per conservare la vita contro l’insorgere della malattia. Il premio dopo la battaglia è un’esistenza assillata dalla noia, prima di precipitare, ancora, nel male. Dopo il male arriva la noia, che assale tutti gli animali, anche quelli più intelligenti, conseguenza del fatto che la vita, di per sé, non ha un contenuto autentico e veritiero, è mantenuta dall’illusione e dal bisogno. Quando il moto dell’illusione si arresta, percepiamo il vuoto di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se immaginiamo le sofferenze e i dolori che il sole illumina ogni giorno nel suo corso,</strong> viene da pensare che sarebbe stato molto meglio se esso non fosse riuscito a suscitare la vita sulla terra, lasciando il nostro pianeta nelle condizioni, di cristallina bellezza, della luna.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardare l’immensità delle stelle, che fiammeggiano illuminando mondi dove domina la sofferenza o la noia, porta allo sgomento, alla follia.</strong> Se l’atto del generare non fosse un bisogno, accompagnato dal godimento, ma fosse un semplice gesto razionale: come potrebbe esistere il genere umano? Presi dalla compassione, risparmieremmo volentieri il peso della vita alle generazioni future, non riusciremmo a imporre l’esistenza a sangue freddo. Il mondo è un inferno in cui gli uomini sono i tormentati e gli aguzzini.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora mi tocca sentire la solita solfa:</strong> che la mia filosofia è disperata, per il semplice fatto che dico la verità, mentre la gente preferisce sentirsi dire che il signore Iddio ha fatto tutte le cose per bene. Andate in chiesa, allora, e non date noia al filosofo. Non pretendete dai filosofi una teoria che si adatti alle vostre convinzioni: quella è roba da briganti, da filosofi canaglie, che si fanno commissionare la filosofia che preferite. Quanto a me, è un godimento sconfiggere l’ottimismo di facciata dei professori di filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se un’abitante dell’Asia più evoluta mi chiedesse cos’è l’Europa,</strong> io dovrei rispondergli: è quella parte del mondo ammorbata dall’idea folle, inaudita, incredibile, secondo cui tutto comincia con l’essere umano, che è sorto dal nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa contavano, al loro tempo, Mozart e Beethoven, Dante e Shakespeare?</strong> Se i contemporanei di Shakespeare lo avessero onorato come si deve, avremmo molti ritratti che lo raffigurano, invece ne abbiamo pochi, scadenti e di dubbia autenticità. Allo stesso modo, avremmo molti documenti con la sua firma. D’altronde, i portoghesi vanno giustamente fieri di Camões, il loro solo poeta: viveva dell’elemosina che un negro che aveva raccattato in India faceva per lui, la sera, per strada. Il tempo fa giustizia di ogni cosa, ma il tempo agisce con esasperante lentezza, e solo a condizione che l’artista in questione sia morto. Chi ha creato opere immortali deve considerare, come consolazione, il mito indiano per cui gli anni sulla terra sono solo minuti per gli immortali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una bella opera ha bisogno di uno spirito altrettanto bello, che sappia recepirla, per vivere realmente.</strong> Molto spesso, l’artista che partorisce un’opera somma si sente come un fabbricante di fuochi d’artificio: in un attimo, ha bruciato tutta la sua produzione, preparata con fatica, finché si accorge di essere capitato nel posto sbagliato, tra spettatori che sono ciechi.</p>
<p><strong><em>Arthur</em></strong> <strong><em>Schopenhauer</em></strong></p>
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