<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Alessandro Manzoni Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/alessandro-manzoni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/alessandro-manzoni/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 25 Apr 2026 04:04:20 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo…</title>
		<link>https://www.pangea.news/manzoni-promessi-sposi-ministero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 04:04:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[I promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Bramati]]></category>
		<category><![CDATA[Ministero]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=107177</guid>

					<description><![CDATA[<p>Arcicarissimo, iniziavi proprio così le tue epistole quando, immerso per vent’anni nell’avventura della scrittura del romanzo, chiedevi un parere linguistico a qualche tuo amico letterato, o un libro in prestito necessario da consultare per approfondire un dettaglio che non avresti trascurato, o ancora un altro documento da visionare per non lasciare nulla al caso. Perché [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-promessi-sposi-ministero/">Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Arcicarissimo,</p>



<p>iniziavi proprio così le tue epistole quando, immerso per vent’anni nell’avventura della scrittura del romanzo, chiedevi un parere linguistico a qualche tuo amico letterato, o un libro in prestito necessario da consultare per approfondire un dettaglio che non avresti trascurato, o ancora un altro documento da visionare per non lasciare nulla al caso. Perché questo è stato il cantiere de <em>I promessi sposi</em>, <strong>un lavoro paziente, amorevole e incessante d’immaginazione, studio, revisione e limatura guidato da un <em>autore incinto</em> – come ti sei definito tu stesso – a cui hanno partecipato, con la tua sollecitazione costante e sempre ironica, decine di persone</strong>, dal correttore instancabile al setacciatore di testi, fino al fido consigliere utile per accertare l’utilizzo di un’espressione dialettale, o la preferenza di un aggettivo rispetto a un altro. Ora, all’indomani della pubblicazione di un documento ministeriale che ha messo per iscritto, con la lingua che tu hai contribuito a forgiare, <strong>che il tuo romanzo non è più un classico contemporaneo (!) </strong>e che, a discrezione del docente, al secondo anno di scuola superiore sarà possibile leggere altri libri “meno complessi” dal punto di vista linguistico, l’arcicarissimo sei tu, Alessandro, che con la tua scrivania feconda sei divenuto un padre nobile della nostra lingua e della nostra Italia migliore.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="106315" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Non sei mai stato l’autore più amato, anzi hai sofferto e soffri di alcuni pregiudizi che nascono già alla prima presa di contatto con il tuo romanzo a scuola: non è facile uscire indenni dal sistema scolastico, e così quel “manzonismo di stato” che fino a ieri ha assegnato la lettura dei <em>Promessi Sposi</em> a ogni quindicenne sui banchi italiani ti ha fatto moralista nella narrazione, noioso nello svolgimento, poco coinvolto emotivamente, responsabile di approfondimenti pesanti sulla peste e in complicate vicende storiche. <strong>Ancora, proporti come esempio di edificazione e di etica, o come breviario di buone maniere linguistiche, prestando i tuoi periodi puliti e taglienti a un bel ripasso di analisi del periodo o allo studio delle figure retoriche ti ha imbalsamato, incolpevole, rendendo di te un’immagine opposta rispetto a chi sei.</strong> Nascondendo, di fatto, la storia bella, molto bella, che hai scritto e che chi oggi esulta – sui <em>social</em> ma con quelle dinamiche della folla che così bene hai raccontato e psicoanalizzato – non ha mai capito, o forse non è mai riuscito a tradurre in classe, o forse ancora non ha mai letto. <strong>Eh sì, perché basta leggerti (proprio in classe!) per volerti bene, a qualsiasi età.</strong>Certo non è semplice: leggere il tuo romanzo richiede impegno (ma tu ne hai messo di più) pazienza (niente al confronto della tua), fatica, lungimiranza, coraggio e desiderio: tutte qualità di cui sovrabbondavi, pur essendo umile, inibito dalla tua balbuzie. </p>



<p>E poi&nbsp;<strong>perché dovrebbe essere facile leggere&nbsp;<em>I Promessi Sposi</em>? O l’Iliade, o&nbsp;<em>The Waste Land</em>, o la&nbsp;<em>Critica della Ragion Pura</em>, o la fisica quantistica?</strong>&nbsp;Facile/difficile è una categoria a cui dar credito per stimare che cosa valga la pena affrontare e proporre? O per accedere o meno alla complessità di cui gli esseri umani sono capaci e, si spera, ancora desiderosi?&nbsp;<strong>Davvero, Alessandro arcicarissimo, siamo in un’epoca in cui tutto deve essere accessibile, immediato e chiaro</strong>, senza difficoltà alcuna, altrimenti si passa avanti senza colpo ferire: stavolta è toccato a te e alla tua&nbsp;<em>tiritera</em>, che tu chiamavi così canzonandoti, ma qualcuno ti ha preso sul serio.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="783" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/I_promessi_sposi-008-783x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107178" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/I_promessi_sposi-008-783x1024.jpg 783w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/I_promessi_sposi-008-229x300.jpg 229w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/I_promessi_sposi-008-768x1004.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/I_promessi_sposi-008-600x785.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/I_promessi_sposi-008.jpg 826w" sizes="(max-width: 783px) 100vw, 783px" /></figure>



<p>Eppure voglio dirti, prima di congedarmi, che l’esperimento di leggerti in classe a pieni polmoni non accetta scommesse, perché l’esito è sempre scontato: ogni anno&nbsp;<em>I Promessi Sposi</em>&nbsp;letti in classe danno vita a un lungo dialogo affettivo, culturale, spassoso ed emozionante con il gruppo di studenti che si avvicina, scettico, al romanzo.&nbsp;<strong>Ecco perché sei a me arcicarissimo: la tua vita rocambolesca, ma anche pigra, apre a una confidenza particolare, le tue scelte temerarie – un romanzo! Quei protagonisti! il ’600! – stupiscono e ti mostrano come sei, attento e coraggioso</strong>; il tuo amore per Enrichetta, per la storia e per i personaggi trasmette umanità e cuore, ma anche l’idea di considerare la statura di una persona non da imprese eccezionali, ma dall’impegno dinanzi a insidie come l’egoismo, le logiche di potere, il conformismo, i falsi ideali, la sopraffazione. E non è poco discuterne in classe. E poi, quando decidi di lasciare senza fiato, come con Cecilia, o nell’ultima pagina,&nbsp;<strong>riesci ogni anno a far commuovere un docente in aula in mezzo a una trentina di studenti,</strong>&nbsp;mostrando la potenza e la tenerezza della letteratura più alta e più vera. La tua.</p>



<p>Tuissimo,</p>



<p><strong>Marcello Bramati</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-promessi-sposi-ministero/">Arcicarissimo Alessandro, perdona i burocrati del Ministero, non sanno quello che fanno: io continuo a leggerti in classe e mi commuovo…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/ICCD3318474_SB042992-668x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Ora vogliono “modernizzare” la prosa micidiale di Manzoni… la imparassero a memoria! Così si educano flotte di editor a inchinarsi al cospetto dei tempi e dell&#8217;idiozia (e alla tracotanza delle leggi di mercato)</title>
		<link>https://www.pangea.news/manzoni-editing/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2020 11:29:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Belleville]]></category>
		<category><![CDATA[Editor]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=77904</guid>

					<description><![CDATA[<p>Pare che la scuola di scrittura Belleville sia importante. Non mi interessa giudicarla né sondare, qui, l’importanza o meno delle scuole di scrittura, di quella scuola in particolare. Chissenefrega delle mie opinioni. Riferisco un fatto. Belleville mette al bando “tre borse di studio a copertura totale per la quinta edizione della Scuola annuale di scrittura”. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-editing/">Ora vogliono “modernizzare” la prosa micidiale di Manzoni… la imparassero a memoria! Così si educano flotte di editor a inchinarsi al cospetto dei tempi e dell&#8217;idiozia (e alla tracotanza delle leggi di mercato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pare che la scuola di scrittura Belleville sia importante. Non mi interessa giudicarla né sondare, qui, l’importanza o meno delle scuole di scrittura, di quella scuola in particolare. Chissenefrega delle mie opinioni. Riferisco un fatto. <strong><a href="https://bellevillelascuola.com/eventi/borsa-di-studio-giuseppe-pontiggia-2020-2021/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Belleville mette al bando “tre borse di studio</a> a copertura totale per la quinta edizione della Scuola annuale di scrittura”. Che cosa sia questa Scuola annuale <a href="https://bellevillelascuola.com/scuola-annuale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">lo leggete qui.</a> Belleville, dicevo, pare importante.</strong> Un amico mi invia un racconto, con cui intende partecipare al bando. È buono – forse bisognerebbe lavorarlo qua e là, come si affila una spada, ma io chi sono? Non gli rispondo. Sono stronzo. Un altro, un amico solitario, mi scrive indicandomi qualcosa che mi ghiaccia.</p>
<p>*</p>
<p>Rewind. Per vincere la fatale borsa di studio – il bando è aperto fino al 20 luglio, conviene farlo, la scuola costa 3.900 euro più Iva – bisogna: scrivere un racconto; scrive un saggio “su un romanzo a scelta del candidato”; realizzare “una prova di editing”. Che cos’è l’editing? Sistemare un testo per la pubblicazione. O meglio – così evitiamo fraintendimento – “In editoria, cura redazionale di un testo per la pubblicazione, cioè lettura attenta intesa a verificare la correttezza di ortografia, grammatica, sintassi, l’organizzazione strutturale del testo e la sua coerenza interna, l’adeguatezza dello stile, l’esattezza e la rispondenza alla realtà delle asserzioni scientifiche, storiche, ecc.” (<em>Treccani</em> dixit). L’editing può essere blando o selvaggio, a seconda del testo di partenza – che, si presume, se s’intende pubblicarlo, abbia caratteri d’eccellenza – e dello scopo che si prefigge l’editore (di solito, giustamente, per carità, vendere; di norma, fare la storia). <strong>Non è detto che l’editing sia ‘darwinista’ (vince chi si adatta meglio alle leggi di mercato), pragmatico, utilitarista: l’editor di talento riconosce, nel libro che raffina, ciò che è improvvido, inatteso, di inesauribile novità.</strong> <strong>Un buon editor, insomma, non si allinea, rischia.</strong> Ma questo non c’entra nulla con questo.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La “prova di editing” – ecco quello che mi ha ghiacciato – si fa su un brano di <a href="http://www.pangea.news/alessandro-manzoni-come-dostoevskij/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandro Manzoni</a>. Proprio così. Per ottenere la borsa di studio nel regno di Belleville devi fare l’editing a Manzoni.</strong> Devi rifare le scarpe e la giacca e le tette al don Lisander. In particolare, l’editing si compie su un brano del <em>Fermo e Lucia</em>, tomo quarto capo terzo, quello in cui si parla delle risoluzioni pigliate per arginare la peste. Forse il brano – meravigliosamente involuto, con prosa di pitone, che ti soffoca per peculiarità intellettuale, soffocando ogni tentativo di ‘correggerla’ – è stato scelto per caso. Penso di no. <strong>Manzoni, infatti, sfotte quelli che non credono alla pestilenza: “Dopo tante calamità, parlare anche di peste pareva un raffinamento di crudeltà; il popolo bene o mal vestito gridava ad una voce che quell’orrendo sospetto era una invenzione di alcuni medici per guadagnare sul pubblico terrore”.</strong> Trapiantato ai giorni nostri, facendo editing cronologico, il sunto è questo: in molti credono che il Coronavirus non esista, sia affare minimo, ingigantito per favorire dei potenti, che così possono spadroneggiare con la scusa virale dentro il taschino.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77905 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-200x300.jpg" alt="" width="388" height="582" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-682x1024.jpg 682w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-768x1154.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1023x1536.jpg 1023w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1364x2048.jpg 1364w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1320x1983.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/phpThumb_generated_thumbnailjpg-scaled.jpg 1704w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" />Quelli di Belleville chiedono ai bellimbusti che si credono scrittori: <strong>“Editate il brano seguente modernizzandone la lingua, la punteggiatura e la sintassi”. <em>Modernizzare</em> la lingua, la punteggiatura e la sintassi del Manzoni? </strong>Mi pare inutile, al di là dell’esplicita minchiata (l’editing Manzoni se l’è fatto da sé passando dal <em>Fermo e Lucia</em> ai <em>Promessi sposi</em> della “quarantana”, la quarantena del romanziere assoluto). <strong>A contrario, vorrei che parecchi scrittori nostrani – che insegnano scrittura – imparassero “la lingua, la punteggiatura e la sintassi” del Manzoni, straordinaria</strong> – anche quella del <em>Fermo e Lucia</em>, leggete Salvatore Silvano Nigro, studiate, ingaggiate una lotta nel linguaggio, infangatevi nella lingua, cazzo (per altro, molti anni fa, e non a torto, Massimiliano Parente m’istruiva dicendomi che alcune parti del <em>Fermo e Lucia</em> sono molto più ‘moderne’, perché torbide, tortuose, dilaganti, ‘sporche’, dei <em>Promessi sposi</em> – da togliere il sonno a Gadda e a Sciascia. <strong>Come si fa a emendare il Manzoni, a “modernizzarlo”, quando lui è ancora lì, più moderno di tutti noi, morti viventi?</strong> E poi quelle parti sulla peste, che ci mostrano, con inesorabile potenza, che la pestilenza è della ragione umana, prona a tutte le follie, che il male alligna ovunque, la lebbra inquina il verbo, che dall’incredulità cretina alla più cretina superstizione – vedi: <em>Storia della colonna infame</em> – lo spazio sta in un capriccio, una chiacchiera, una fola meridiana.</p>
<p>*</p>
<p>Una volta, per scrivere, ti imponevano di passare a memoria alcuni passi di Manzoni, certi canti di Dante, i sonetti del Petrarca, i ritmi di Pascoli. L’indicazione era chiara: per ‘superare’ i padri, perfino per distruggerli, devi conoscerli. Solo chi s’inginocchia trova lo scatto per ergersi e pugnalare il padre. Ora, privi di memoria e di padri, ci chiedono, per esercizio, per gioco, di “modernizzare” la lingua dei grandi, tra poco semplificheranno Dante, pubblicheranno traduzioni soft dei <em>Malavoglia</em> e del <em>Principe</em> di Machiavelli. Pensano, insomma, che sia necessario facilitare, ‘abbassare’ tutto, al posto di stimolare la scalata, indicare la vetta, godere della vertigine, della fatica. <strong>“Modernizzare” Manzoni, è un gesto semplicemente errato, idiota, un tocco di cipria sulla statua, nettare le ragnatele con lo spazzolino. Rifare l’acconciatura al genio. Conciare ogni cosa perché sia prona alla vendita, sia ‘facile’.</strong> Percaritàdiddio. Implorerei Manzoni di farmi l’editing. E lui mi rispedirebbe a studiare, dandomi un calcio nelle palle. (d.b.)</p>
<p>**</p>
<p><em>In onore a Manzoni, pubblichiamo la porzione del “Fermo e Lucia” che quelli di Belleville chiedono di “modernizzare”. Lasciamo stare, va là.</em></p>
<p><strong><em>Fermo e Lucia</em></strong>, Tomo Quarto, Cap.III</p>
<p>Entrato così il contagio negli abitanti, poteva il tribunale circoscriverlo tosto a quei primi infetti, isolarlo, costringerlo nei luoghi dove si manifestava, ottenere quei due scopi egualmente sacri, e tanto difficili a conciliarsi, l’assistenza agli infermi, e la preservazione dei sani? Quando si consideri che i soldati avevano percorse forse cento cinquanta miglia del Milanese, e s’erano diffusi a destra e a sinistra per trovare alloggiamenti, e per rapinare; che in varie parti di quel tratto la pestilenza si manifestò ad un punto, in moltissime persone, si vedrà che anche quest’ultimo scopo era se non impossibile, difficilissimo ad ottenersi dal tribunale, quand’anche questo avesse avuti a sua disposizione mezzi grandissimi, e avesse trovata da per tutto una pronta, attiva, e sapiente cooperazione; del che non era niente.</p>
<p>Ma per conchiudere finalmente, adoperò il tribunale tosto o tentò tutti quei mezzi che aveva se non per distruggere, se non per ridurre a poco, almeno per iscemare in qualche parte il contagio, e per salvare i paesi non ancor tocchi? Qui bisogna distinguere fra le persone stesse del tribunale.</p>
<p>I due medici, convinti dal primo momento della gravità del pericolo, insistettero tosto e sempre perché si dessero pronti provvedimenti; ma non furono secondati dai loro colleghi. Proposero per esempio che fosse proibito sotto pene severissime, il comperar robe dai soldati alemanni; «ma», dice ingenuamente il Tadino, «non fu possibile persuaderlo al presidente pieno di molta bontà, che non poteva credere dovesse succedere incontri di morte di tante migliaja di persone, per il commercio di questa gente e loro robbe». Così l’avere a quel primo avviso del Settala, anzi dopo gli iterati avvisi che giungevano dal territorio di Lecco, spedito un ignorante commissario, col solo carico di riferire, fu atto di trascuranza inescusabile; per non parlare di molti altri atti di egual valore. Certo una condotta simile in simili circostanze d’un tribunale della sanità ai nostri giorni ecciterebbe uno scandalo universale; o per meglio dire non vi sarebbe ora forse in Europa tribunale della sanità che operasse a quel modo.</p>
<p>Ma — e qui appare il carattere singolare di quei tempi — non erano queste le accuse che gli uomini d’allora facevano al tribunale; lo accusavano, indovinate mò; di corrività, e di precipitazione, lo accusavano di credere pazzamente ad un male che non esisteva, di atterrire, di contristare, di tormentare con ordini inutilmente i cittadini. Dopo tante calamità, parlare anche di peste pareva un raffinamento di crudeltà; il popolo bene o mal vestito gridava ad una voce che quell’orrendo sospetto era una invenzione di alcuni medici per guadagnare sul pubblico terrore. Molti fra i medici stessi, facendo eco alla voce del popolo, la quale in questo caso — se è lecito fare una eccezione ad un proverbio — non era certamente voce di Dio, ridevano al nome di peste, attribuivano la mortalità ai disagj degli anni scorsi, ed avevano in pronto molti nomi per qualificare variamente gli accidenti di quel male nelle varie persone; quando qualche infermo, rimovendo tristamente la coltre, mostrava loro un tumore che gli dava da pensare, essi sogghignando gli domandavano se non aveva mai veduto foruncoli; quando si parlava di taluno estinto repentinamente, o dopo brevissimo languore, domandavano se non si erano mai conosciute apoplessie. Con una disposizione universale di questo genere, gli ordini del tribunale dovevano incontrare da per tutto ostacoli, resistenze, inesecuzione. Così era in fatti; e per immaginarsi a qual segno, basti sapere che gli ufiziali stessi del tribunale, quelli che dovevano fare eseguire gli ordini, erano, come l’universale convinti che fossero pazzie. Come però erano ordini, che davano ad essi una autorità, e ordini spiacenti a chiunque vi si doveva assoggettare, una gran parte di quegli ufiziali faceva un traffico della inesecuzione.</p>
<p><strong><em>Alessandro Manzoni</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-editing/">Ora vogliono “modernizzare” la prosa micidiale di Manzoni… la imparassero a memoria! Così si educano flotte di editor a inchinarsi al cospetto dei tempi e dell&#8217;idiozia (e alla tracotanza delle leggi di mercato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/4ae39867f361ea3fd6176bf4147e8105-e1594632109506.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Libero arbitrio, arbitrarietà e ricerca del “capro espiatorio”: ecco perché è necessario, oggi, rileggere la “Storia della Colonna Infame” di Manzoni</title>
		<link>https://www.pangea.news/manzoni-colonna-infame-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2020 06:12:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolò Bindi]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero Storico]]></category>
		<category><![CDATA[Promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[Storia colonna infame]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=75724</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel 1842 Alessandro Manzoni pubblica un breve saggio storico, dal titolo Storia della Colonna Infame. L’opera, nata in seno al Fermo e Lucia, sviluppata come appendice ai Promessi sposi e infine diventato titolo autonomo, narra il processo iniziato a Milano nel 1630 contro l’ispettore della sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora. È ancora oggi considerato uno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-colonna-infame-lettura/">Libero arbitrio, arbitrarietà e ricerca del “capro espiatorio”: ecco perché è necessario, oggi, rileggere la “Storia della Colonna Infame” di Manzoni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nel 1842 Alessandro Manzoni pubblica un breve saggio storico, dal titolo <a href="https://it.wikisource.org/wiki/Storia_della_colonna_infame" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Storia della Colonna Infame</em></a>. L’opera, nata in seno al <em>Fermo e Lucia</em>, sviluppata come appendice ai <em>Promessi sposi</em> e infine diventato titolo autonomo, narra il processo iniziato a Milano nel 1630 contro l’ispettore della sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora.</strong> È ancora oggi considerato uno degli scritti più importanti della produzione manzoniana, in particolare per la diversità del tono narrativo, ben lontano dall’ironica pacatezza dei <em>Promessi sposi</em>, e per il suo carattere anti-romanzesco. I tratti interessanti di questa opera, però, non si limitano soltanto agli aspetti stilistici.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75725 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/immagine1-275x300.jpg" alt="" width="433" height="472" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/immagine1-275x300.jpg 275w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/immagine1-940x1024.jpg 940w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/immagine1-768x837.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/immagine1.jpg 1258w" sizes="(max-width: 433px) 100vw, 433px" />Com’è già stato detto, siamo nel 1630. A Milano e in buona parte d’Italia imperversa il morbo della peste, gli abitanti sono terrorizzati e le istituzioni sono assolutamente impreparate ad affrontare un’emergenza di queste dimensioni. Manzoni, avvalendosi principalmente degli scritti storici del Ripamonti, comincia a narrare la diffusione della peste nel territorio lombardo a partire dal capitolo XXXI dei <em>Promessi sposi</em>: i governanti spagnoli, in un primo momento, si limitarono a ignorare la diffusione del morbo, non ascoltando le allarmanti notizie dei testimoni; si risolsero a intervenire solo quando la malattia aveva già mietuto molte vittime, e si contavano contagiati anche tra le fila dei nobili. Pur di non ammettere l’errore commesso, però, le istituzioni si allinearono al parere che stava maturando in seno alla popolazione, e che era già molto diffuso in tutto il resto d’Europa (dove parimenti erano scoppiati gravi focolai di peste), ovvero che la malattia fosse frutto di «arti venefiche, operazioni diaboliche» (<em>Promessi Sposi</em>, Cap. XXXI) operate da persone malvage. <strong>Ad avvalorare questa tesi stregonesca, vi fu il seguente fatto: la mattina del 18 maggio i cittadini di Milano videro in molte parti della città mura e porte delle case cosparse di una strana sostanza oleosa e giallognola. Chi fosse stato l’autore di tutto ciò è ancora oggi un mistero, fatto sta che tale imbrattamento fu visto dal popolo come la prova concreta che la peste si stesse propagando a causa di qualche stregoneria.</strong> A seguito di questo avvenimento in tutta la città si scatenò la caccia all’“untore”, ed è proprio in questo clima di giustizia sommaria che si svolge il processo narrato all’interno della <em>Storia della Colonna Infame</em>.</p>
<p>*</p>
<p>La giustizia cittadina, anziché intraprendere la via della ragione, si fa travolgere dalla corrente delle passioni popolaresche, assecondandole. In virtù di questo, i giudici accolgono una congettura fatta da un’umile donna di nome Caterina Rosa come fosse la chiara testimonianza di un delitto: la signora, dalla finestra della sua casa, aveva infatti notato un signore camminare rasente le mura di via della Vetra de’ Cittadini con una strana boccetta tra le mani, e da ciò aveva ipotizzato che fosse un untore. Poco dopo i commissari scoprirono che l’uomo in questione si chiamava Guglielmo Piazza, e non tardarono a condurlo dai giudici. Interrogato da questi, il Piazza rispose tranquillamente delle sue azioni, ignaro della colpa che pendeva sulla sua testa. <strong>I giudici dichiararono «inverosimili» le sue deposizioni e per questo lo condannarono per ben due volte alla tortura. L’intento di queste torture era ovviamente quello di estorcere una confessione all’imputato;</strong> entrambe le volte, però, il Piazza non dette alla Giustizia ciò che questa gli richiedeva, anche perché ignorava l’accusa. La “confessione” arrivò poi, a seguito di una falsa promessa di impunità: il poveretto, vedendo la possibilità di concludere i suoi tormenti, dette ai giudici quello che volevano, e dato che questi volevano i nomi dei presunti complici, fornì loro il primo nome che gli venne in mente, quello del barbiere Gian Giacomo Mora. Anche lui fu arrestato e torturato al fine di estorcergli una confessione. La narrazione del Mora, però, non coincideva perfettamente con quella del suo accusatore, perciò i due furono ampiamente torturati e minacciati, al fine di far uscire dalle loro bocche una storia coerente. In conclusione, però, i due malcapitati furono condannati a morte con atroci tormenti; in più, la bottega del Mora fu rasa al suolo, e al suo posto fu innalzata la Colonna Infame, in memoria di quella spietata sentenza.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75726 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/immagine2-193x300.jpg" alt="" width="280" height="435" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/immagine2-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/immagine2.jpg 643w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" />Quello portato alla luce da Manzoni è un chiaro caso di ricerca di un “capro espiatorio”: i governanti si rendono conto di aver commesso dei gravi errori di valutazione e, invece di correre ai ripari, pensano a come riabilitare la propria immagine agli occhi del popolo, offrendogli ciò che vuol vedere, ovvero dei colpevoli.</strong> A tali affermazioni, però, sarebbe facile ribattere che, come si è precedentemente scritto, quella degli untori fosse una credenza molto diffusa in Europa e che, data la difficoltà del momento, non sarebbe stato semplice per nessuno non incorrere in un simile errore. Per quanto riguarda l’estorsione delle confessioni tramite tortura e promesse di impunità si può anche qui affermare che erano costume del tempo. Insomma i giudici hanno commesso degli errori, dovuti però in larga parte ai tempi oscuri in cui vivevano, quindi in buona fede. È questa, ad esempio, la posizione di Pietro Verri, che tratta il caso di questo processo prima di Manzoni, come lui stesso ricorda, e che scaglia le sue invettive proprio contro le oscure credenze del tempo e contro la pratica della tortura, individuate dal pensatore illuminista come le vere responsabili della condanna dei due innocenti.</p>
<p>*</p>
<p>Manzoni, pur lodando più volte l’opera d’ingegno dimostrata dal Verri, non è molto convinto di queste sue conclusioni: <strong>accusare la cultura, accusare le pratiche giuridiche del tempo, non equivale a sollevare i giudici dalle loro effettive responsabilità?</strong> Con questa posizione, si badi bene, Manzoni non intende ignorare il contesto in cui tali decisioni sono state prese: sarebbe anch’esso, infatti, un grave errore di percezione. Al netto, però, dell’ambiente storico-culturale della vicenda, è davvero giusto affermare che i giudici hanno agito in buona fede? I fatti raccolti dall’autore dimostrano, in effetti, il contrario.</p>
<p>*</p>
<p>Per quanto riguarda il processo, Manzoni dimostra più volte che, nonostante ci fosse, al tempo, una grande confusione dello studio e nell’applicazione del diritto, per arrivare alla confessione del Piazza e del Mora i giudici si avvalsero di mezzi ritenuti scorretti anche dai contemporanei. Basti pensare, ad esempio, che le confessioni ottenute sotto tortura non erano considerate valide ai fini di una condanna. Eppure la confessione del Mora avvenne proprio tramite tortura e i giudici non esitarono a considerarla valida. <strong>Inoltre le confessioni dei due imputati erano piene di incongruenze. Lo sforzo di renderle coerenti e di crederle verosimili è stato sicuramente maggiore rispetto a quello che si sarebbe dovuto impiegare per ammettere la realtà dei fatti</strong>, ovvero che quelle storie erano state totalmente inventate.</p>
<p>*</p>
<p>Per quanto riguarda la superstizione, si guardi il proseguire del processo. I due presunti untori, più altri da loro accusati per salvarsi dalle torture, avevano fatto il nome di don Giovanni de Padilla, accusandolo di essere il mandante dell’unzione. Il Padilla era il figlio di un importante signore locale e gli avvocati difensori avevano esortato probabilmente i loro clienti a fare questo nome nella speranza che, tirando all’interno di quello scandalo un personaggio rinomato, potesse questo, nel farsi assolvere, far assolvere anche gli altri. <strong>La strategia, purtroppo, non ripagò. Il Padilla, sebbene dopo un processo assai lungo, fu assolto mentre gli altri furono condannati. Quel che colpisce Manzoni, però, è la differenza di trattamento ricevuto dal Padilla: nessuna tortura, nessuna forzatura giuridica, nessuna prevaricazione.</strong> Di fronte a un’autorità nobiliare, quindi, le credenze e le superstizioni si attenuarono, mentre la mente dei giudici si fece più razionale.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75727 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/imm3-175x300.jpg" alt="" width="270" height="463" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/imm3-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/imm3.jpg 364w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" />Era quindi possibile, al di là dei limiti del tempo, svolgere un processo regolare. Cosa ancora più sconcertante fu l’assoluzione del Padilla: questo avrebbe dovuto portare anche alla revisione degli altri processi, che tuttavia non fu fatta. Diventa chiaro, quindi, che in questo caso non ci si può appellare al contesto, non ci si può appellare alla cultura: la colpa sta nelle scelte dei singoli. <strong>Contestualizzare è una pratica positiva, se non abusata. Nel caso specifico, ridurre le scelte dei giudici al frutto dell’ambiente socio-culturale in cui sono vissuti, ha l’effetto di sollevare loro da tutte le responsabilità, e di condannare, invece, tutta la popolazione del XVII secolo. Questo è profondamente ingiusto, poiché esistono luminosi esempi di bontà anche in quel periodo che certamente meritano riscatto.</strong> È il caso di Gaspare (uno degli accusati dal Mora e dal Piazza), che, pur torturato più volte, si rifiuta di dichiararsi colpevole e, soprattutto, di accusare qualcun altro di essere untore, risparmiando così quelle torture ad altri innocenti. In questo caso ci tiene a precisare Manzoni, Gaspare dà una lezione di etica non solo ai giudici, ma anche agli altri accusati, che non avevano invece esitato a far nomi casuali nel disperato tentativo di salvarsi. Se effettivamente è sbagliato colpevolizzare il Piazza e il Mora, è certo necessario porre Gaspare su un piano più alto: i primi sono vittime, mentre il secondo è un martire. La differenza che passa tra queste due parole è fatta dal libero arbitrio, pratica che la contestualizzazione eccessiva dei fatti finisce irrimediabilmente per negare.</p>
<p>*</p>
<p>Appellarsi ai tempi difficili suona alle orecchie di Manzoni, come una troppo comoda giustificazione: è vero che la peste stava dilagando, ma è anche vero che il governo spagnolo lo ha permesso, negandone la diffusione finché è stato possibile; è vero che esistevano oscure credenze popolari, ma questo non legittima la giustizia a far diventar legge le parole di una signora ignorante come Caterina Rosa. <strong>Oltre la contestualizzazione c’è la scelta che determina la buona fede dell’individuo. Questo, infine, è il messaggio di Manzoni, sempre attuale e sempre scomodo: il libero arbitrio esiste ed è sempre esistito</strong>, ed è sulla base di questo che le nostre azioni saranno giudicate.</p>
<p><strong><em>Nicolò Bindi</em></strong></p>
<p><em>*Questo articolo è stato pubblicato in origine su <a href="https://www.ilpensierostorico.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Il Pensiero Storico.</a> Rivista internazionale di storia delle idee”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-colonna-infame-lettura/">Libero arbitrio, arbitrarietà e ricerca del “capro espiatorio”: ecco perché è necessario, oggi, rileggere la “Storia della Colonna Infame” di Manzoni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/33949243515_becdc34293_b.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Il libro da leggere a Natale: Mario Pomilio e il Manzoni nel caos nichilista</title>
		<link>https://www.pangea.news/manzoni-mario-pomilio-natale-1833/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 06:36:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Pomilio]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Natale del 1833]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=72211</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel 1813 Alessandro Manzoni scrive Il Natale, uno degli inni sacri, non certo il più bello. Segnalo un dettaglio. Tra l’ottava e la nona stanza, Manzoni termina così: “Immensamente Egli è./ Oggi Egli è nato…”. Il virtuoso del settenario mi rimanda alla poesia più grande, “Ei fu. Siccome immobile…”. Dio è; l’uomo, per quanto titanico, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-mario-pomilio-natale-1833/">Il libro da leggere a Natale: Mario Pomilio e il Manzoni nel caos nichilista</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 1813 Alessandro Manzoni scrive <em>Il Natale</em>, uno degli inni sacri, non certo il più bello. Segnalo un dettaglio. Tra l’ottava e la nona stanza, Manzoni termina così: “Immensamente Egli è./ Oggi Egli è nato…”. Il virtuoso del settenario mi rimanda alla poesia più grande, “Ei fu. Siccome immobile…”. <strong>Dio <em>è</em>; l’uomo, per quanto titanico, <em>fu</em>. Eterna presenza in contrasto con l’inevitabile del passare. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">(Parentesi. Alessandro Manzoni, non so se ne siamo del tutto consapevoli, è stato una delle intelligenze assolute degli ultimi secoli, uno al pari di Goethe, di Tolstoj, di Hugo. Ha attraversato tutti i generi con genio – dal teatro alla poesia –, ha inventato, pressoché dal niente, tolti alcuni esempi fascinosi e sghembi – Foscolo, Alfieri, Nievo, Cellini – il romanzo italiano. <strong>Ha strutturato il suo pensiero in lavori saggistici da riscoprire: ad esempio le <a href="https://it.wikisource.org/wiki/Osservazioni_sulla_morale_cattolica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Osservazioni sulla morale cattolica</em></a>, redatto due secoli fa. È stato, cioè, un artista rigoroso e inquieto, uno che si è posto i problemi capitali, estetici, formali.</strong> Un gigante, ecco).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72212 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-190x300.jpg" alt="" width="245" height="387" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-648x1024.jpg 648w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-768x1214.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18-972x1536.jpg 972w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-18.jpg 1158w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" />Vent’anni dopo <em>Il Natale</em>, nel giorno di Natale del 1833, muore la moglie di Manzoni, Enrichetta Blondel</strong> – madre calvinista, padre industriale, agnostico – che gli aveva dato dieci figli. Intorno a quel lutto, cui ne seguirà un altro, capitale, l’anno dopo – muore la primogenita, Giulia, moglie di Massimo d’Azeglio –, e una serie d’altri, Manzoni torna alla poesia. <em>Il Natale del 1833 </em>è l’abbozzo di una poesia, un guaito, il principio di un combattimento contro Dio, una fiammata. “Sì che Tu sei terribile/ Sì che tu sei pietoso”, attacca, in prima stesura, la poesia. <strong>Anche la pietà di Dio è terribile, piaga, perché Dio è soltanto quando l’uomo soffre. Dio pare agire per capriccio (“un decreto/ In ogni tuo vagir”), incurante del dolore della sua creatura, creata, forse, per schernirla </strong>(“Vedi le nostre lagrime,/ Intendi i nostri gridi;/ Il voler nostro interroghi,/ E a tuo voler decidi”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il genio artistico di Manzoni sta – pure – nel fatto che ai <em>Promessi sposi</em>, il grande romanzo della Provvidenza, lo scrittore incorpora, in appendice, la “Colonna infame”, una vera infamia, il resoconto di un evento che dimostra l’assenza di Dio, descrive lo scettro del caos, la maldicenza come grande male, la malagiustizia come ovvietà quotidiana. La <em>Storia della colonna infame </em>è il tasto che autodistrugge <em>I promessi sposi</em>, che ne fa crollare l’impalcatura cattolica. <strong>Soltanto un genio, un artista totalmente consapevole, può disintegrare ciò che ha costruito con pazienza – d’altronde, da un grande artista non chiediamo che questo, perché la vita non è che questo, la speranza violenta, la violenta disperazione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa, con una certa verve, Aldo Spranzi pubblicò un libro, <em>L’altro Manzoni </em>(Ares, 2008), che fin dall’incipit – plasmato, retoricamente, ‘a contrario’ – decostruiva tutta la metafisica cardinalizia intorno al Manzoni, ne sbriciolava l’aura da Lancillotto cattolico. <strong>“Sostenere che <em>I promessi sposi</em> non sono un romanzo cattolico ma un’opera pervasa da un radicale nichilismo anticristiano, e che Alessandro Manzoni non è stato mai credente, nemmeno quando si è ‘convertito’, costretto a fingere di esserlo per tutta la vita,</strong> è una tesi che va al di là della provocazione. Che l’enormità della proposta lasci perplessi, e anche infastiditi, è non solo comprensibile, ma inevitabile… Ma la nostra non è una provocazione, bensì una proposta seriamente argomentata”. Nella tesi di Spranzi, giustificata da una accurata lettura dei testi – anche se la pigliate con le pinze – ho sempre visto del vero: Manzoni è più oscuro di ciò che sembra dai lacerti di memoria scolastica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno al <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/il-natale-del-1833-9788845291999" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Natale del 1833</em></strong></a>, la poesia incompiuta e ‘maledetta’ di Manzoni, Mario Pomilio ha scritto, nel 1983, uno dei romanzi più remoti, sussurrati, eccentrici, mirabili della nostra accidentata storia letteraria. Lo dice – preferitelo a me – <strong>Domenico Rea: “Il tuo <em>Natale</em>… è un libro straordinario. È un assoluto nella storia della nostra letteratura. Mi ha dato, per la sua tenuta morale, le stesse emozioni ultimative dell’<em>Ivan Il’ic </em>di Tolstoj; del <em>Typhoon</em> di Conrad; </strong>di certe altezze proprie del Manzoni, quando ti avvia a discendere nel dramma della Signora Monaca; delle pagine di solitudine di Mastro don Gesualdo”. Il romanzo, brevissimo – un centinaio di pagine –, <a href="https://premiostrega.it/PS/1983-mario-pomilio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ottenne lo Strega</a>, superando ai punti <em>Il raggio d’ombra </em>di Giuseppe Pontiggia, distanziando grandemente gli altri antagonisti (Isabella Bossi Fedrigotti, Giampiero Bona, Davide Lajolo).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72213 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro2-15-192x300.jpg" alt="" width="212" height="331" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-15-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-15.jpg 263w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" />Il libro, che va riletto sotto Natale per darci ragione che è la morte ad esaltare la vita, che ogni giorno dobbiamo torturarci con le domande capitali altrimenti siamo i cani del consumo, gli avvoltoi dell’arraffare, sceglie una strategia narrativa saggistica. Il cuore del romanzo è Manzoni, messo alla prova con durezza: nel giorno in cui il suo Dio si fa carne, muore la creatura che gli è più cara, la moglie. Solo che a parlare non è Manzoni, ma un narratore, che commenta alcune osservazioni – per via di lettere fittizie – della madre, Giulia Beccaria<strong>. Così, velato, sullo sfondo, bellissimo e austero, indifferente al moto umano (così lo dicono), questo Manzoni roso dal dubbio, ustionato dall’inquietudine, è di un fascino da strapparsi le pupille. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni brani, vertiginosi, specie di rosario a cui tornare con dedizione estatica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Assorto in una sua sfera insonne, appartata, segreta e terribilmente alta, sembrava stremarsi a interrogare, se posso dir così, quei cieli inamovibili dove Dio scrive i suoi silenzi.</strong> Posso anche provare a figurarmi la successione dei suoi pensieri: quel Dio che un giorno l’aveva scelto e voluto suo eleggendolo addirittura a proprio testimone, e che lui in risposta, fedelmente quanto poteva, aveva adorato, cantato, esaltato con tutte le forze dell’animo e dell’ingegno, poteva dunque quel Dio lasciargli mancare il suo soccorso in un momento in cui lui ne aveva così bisogno?”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Qualcosa in lui non si placava, il rovello di non capire come mai Dio non è così – così, intendo, quale ce lo balbettano di tremore in tremore i nostri poveri cuori – e perché non si lasci raggiugere e ci attiri e ci deluda</strong>, e perché i suoi decreti ci rimangano oscuri e ci appaiano talmente diversi da come li speravamo, e perché insomma nonostante Dio il dolore abiti il mondo… Non pensate voi stessa che esiste un limite oltre il quale occorre desistere dal voler forzare l’imperscrutabile? Altrimenti anche Dio può diventare un vizio”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Egli si è fatto conoscere. Pronunziando il proprio silenzio, <strong>ha ricordato al fedele la sua propria impronunziabilità”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Non si ha il diritto di pensare a un fallimento di Dio</strong> per esserci sentiti, noi, trascurati da Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“</strong><strong>È di nuovo il dilemma di dover commisurare Dio all’oscurità delle sue decisioni…</strong> quel terribile seguito d’atti feroci, di decisioni perverse, di tormenti patiti al di là d’ogni limite accettabile o pensabile, e, in tutto, quel misto d’orrori fatti subire ingiustamente e di disperazione rimasta senza risarcimenti, senza sensi plausibili, senza promesse di riparazioni né avvisi di compassione, è come se mettessero a repentaglio quanto in lui ancora resta dell’idea che s’era fatta della provvidenzialità del dolore”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Pomilio, già autore di un libro folle e infinito, <em>Il quinto evangelio</em>, entra nel costato di una vita, non si sorprende – che scrittura sicura, obbediente, simile a un occhio inciso su giada – nel riconoscere che di noi è importante la lebbra, la bruciatura, la preghiera rimasta sul labbro come un ago. Non è il torbido della tenebra, il solito torpore mistico, l’aristocrazia gnostica, ma l’ingresso, per via di sangue, nella sequela che è allucinata luce. Nel giorno del Natale si inaugura la Passione. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/manzoni-mario-pomilio-natale-1833/">Il libro da leggere a Natale: Mario Pomilio e il Manzoni nel caos nichilista</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/De7EMVNWsAIY1yw-749x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Alessandro Manzoni è un genio che non ha niente da invidiare a Dostoevskij. In difesa di Don Lisander (che si difende benissimo da sé)</title>
		<link>https://www.pangea.news/alessandro-manzoni-come-dostoevskij/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/alessandro-manzoni-come-dostoevskij/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 04:12:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Verga]]></category>
		<category><![CDATA[I promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[La Lupa]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=70766</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alessandro Manzoni era ossessionato dal male – dal male della Storia e dell’umanità in genere, certo, che erutta, in simbolo di punizione e di redenzione, muta, mutevole, nella peste che squarcia Milano – ma soprattutto dal male minimo, individuale. Nella Storia della colonna infame – che frastornava Leonardo Sciascia – un esercizio di piccola delazione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alessandro-manzoni-come-dostoevskij/">Alessandro Manzoni è un genio che non ha niente da invidiare a Dostoevskij. In difesa di Don Lisander (che si difende benissimo da sé)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Alessandro Manzoni era ossessionato dal male – dal male della Storia e dell’umanità in genere, certo, che erutta, in simbolo di punizione e di redenzione, muta, mutevole, nella peste che squarcia Milano – ma soprattutto dal male minimo, individuale. <strong>Nella <em>Storia della colonna infame </em>– che frastornava Leonardo Sciascia – un esercizio di piccola delazione porta alla morte di due innocenti</strong>, efferato esempio di malagiustizia. Soprattutto, Manzoni è preoccupato dal fatto che il male non sia riconosciuto come tale. Più che dibattersi nel male, più che dibattere del male, bisogna rivoltarsi ad esso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/alessandro-manzoni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandro Manzoni</a>, genericamente incompreso – un passepartout è il bellissimo romanzo di Mario Pomilio, <em>Il Natale del 1833</em> –, non ha minor forza romanzesca di Dostoevskij, anzi:</strong> Don Lisander – con il proprio, raffinatissimo, linguaggio, una invenzione continua, che mandava in malia Gadda – sta nel sottosuolo dell’uomo, è affascinato dagli sguardi inquieti, dall’ago che turba la quiete. A parte Lucia Mondella, l’innocente che attraversa <em>I promessi sposi </em>come una spada – è luminosa e monda, mondata –, i personaggi di Manzoni vagano nella contraddizione, arsi dal caos. Per giustificare che ciò che dico non è assurdo (benché ogni paragone lo sia), cioè che Manzoni non è da meno di Dostoevskij, mi riferisco all’episodio di padre Cristoforo, nel Capitolo IV dei <em>Promessi sposi. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70767 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/fra-cristoforo-promessi-sposi-270x300.jpg" alt="" width="296" height="329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/fra-cristoforo-promessi-sposi-270x300.jpg 270w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/fra-cristoforo-promessi-sposi-768x853.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/fra-cristoforo-promessi-sposi.jpg 860w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" />L’evidenza dell’anima traspare dal corpo e dal suo moto. Padre Cristoforo, di cui è ignoto il luogo d’origine, “era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni”. Manzoni alterna la descrizione fisica a quella dell’anima, focalizzandosi su dettagli esemplari: “il capo rado… secondo il rito cappuccinesco” è il primo. A cui segue l’etica del moto: “s’alzava… con un movimento che lasciava trasparire un che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà”. <strong>I caratteri decisivi di padre Cristoforo sono l’inquietudine e l’alterigia, e poi l’umiltà, come se il tratto naturale sia distorto dallo sforzo interiore. </strong>Il meccanismo descrittivo procede egualmente: la “barba bianca e lunga” (un cliché) evidenzia “un’astinenza, già da gran pezzo abituale” che somma “gravità” al viso del padre. Qui si adempie a un cristianesimo radicale, radioso alla rinuncia: padre Cristoforo non è un prete dalla pancia piena e dalla buona parola a pioggia. La descrizione finale, degli occhi, riassume, esasperando, il carattere: “Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina”. <em>Incavati</em> per la rinuncia;<em> chinati a terra</em> per <em>riflessione d’umiltà</em>. Eppure: avidi, ingordi, inquieti. La similitudine è esplicita, ulteriormente: “come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso”. <strong>Gli occhi come due cavalli. S’intende che nel padre una energia violenta, non del tutto domata, si agita.</strong> Dostoevskij non si sarebbe dilungato in una similitudine, troppo interessato alla realtà dei fatti e alla sostanza della psiche. Subito dopo, però – dopo che ci domandiamo intorno al fascino corrusco di padre Cristoforo –<strong> Manzoni attacca una frase dalla rapidità memorabile, meravigliosa, modernissima, che ci spinge dentro l’abisso. “Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico”. </strong>Penso che solo un’opera artigianale di cesello estremo – <em>I promessi sposi </em>è licenziato definitivamente, dopo un ventennio, nel 1840 e nel 1842 – possa giungere a una frase così nuda, feroce, esatta. Esatta, ecco. Manzoni ci dice – con carisma retorico: <em>era sempre stato; sempre era stato </em>– che non solo padre Cristoforo era diverso nel corpo, ma pure nell’anima. Addirittura, che il suo nome era un altro. E io, lettore, mi domando, conquistato: ma che diavolo è accaduto di così potente a quell’uomo che lo ha costretto ad annientare il proprio nome e fare vita di scavata rinuncia?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La storia di Lodovico, figlio di un arricchito che fa la vita del dandy selvaggio, la sapete a memoria, sennò leggetela. Il fatto capitale è l’assassinio per una banalità: un nobile arrogante non cede il passo a Ludovico, su una via cittadina, né Ludovico vuol cedere all’arroganza. Si menano per una cretinata. Ci scappa il morto, “un tal Cristoforo… un uomo di circa cinquant’anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia”. <strong>Lodovico reagisce e infilza il nobile, che schiatta. Pezzo capitale: “Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune… pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti.</strong> Il cadavere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore”. Il male agisce con tale forza, riconosciuto, che Lodovico, in ricovero, ferito, in un convento, decide di uccidere il se stesso omicida. O si uccide o si converte. S’infittisce nel suo gesto fino a risolverlo in colpa, a farsene carico integralmente. “Così, a trent’anni, si ravvolse nel sacco; e dovendo, secondo l’uso, lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare; e si chiamò fra Cristoforo”. La scena s’aggioga in potenza ulteriore quando Lodovico, ora fra Cristoforo, decide di affrontare il fratello dell’uomo che ha ucciso, nella sua villa, tra la folla di parenti e amici, a impetrare perdono, a onorare la vita sottratta con la sua vita (“Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti che non s’era fatto frate, né veniva a quell’umiliazione per timore umano”). <strong>Odio e perdono, carne e spirito, avversione e conversione si affrontano in una scena capitale</strong> che – col senno di poi; e scritta con minor finezza – potrebbe stare in un romanzo di Dostoevskij.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70768 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/Monaca-dimonza-promessi-sposi-300x200.jpg" alt="" width="362" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/Monaca-dimonza-promessi-sposi-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/Monaca-dimonza-promessi-sposi-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/Monaca-dimonza-promessi-sposi.jpg 860w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" />In senso simile e contrario, la strategia narrativa usata per descrivere padre Cristoforo è adottata per la descrizione di Maria Virginia de Leyva, la Monaca di Monza. L’età (“poteva dimostrar venticinque anni”), l’aspetto complessivo, sinistro (“faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta”), inaugurano la diffusa descrizione della veste monastica che ne imprigiona l’esuberanza. <strong>Poi, come nel caso di Cristoforo, Manzoni s’inoltra nella descrizione degli occhi (“neri neri”), a dichiarare la natura profonda della donna: “si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio”.</strong> La natura di Cristoforo è l’alterigia e l’inquietudine, quella della monaca di Monza la superbia: il primo si abbassa in forzata umiltà, l’altra si china sorpresa da una colpa remota, che fiamma, si vuole nascondere. Il passo seguente è pura maestria manzoniana: “in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che [quegli occhi] chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce”. La donna è minacciosa e feroce, eppure, desidera cadere, come tutti gli uomini, desidera essere raccolta, come noi, chiede <em>affetto, corrispondenza, pietà. </em>Visitiamo il luogo del cedimento, la feritoia, per quanto stretta, da cui l’uomo s’illumina, procede al bianco, al bene.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che in Cristoforo è “astinenza” e “gravità”, nella monaca di Monza è “lenta estenuazione”. Con nitore erotico, Manzoni si sofferma sulle labbra (“quantunque tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore”), vive come occhi, audaci</strong> (“i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero”). Occhi come cavalli; labbra come occhi. Penso che nella storia della letteratura nessuno abbia paragonato le labbra agli occhi, labbra che si muovono vive e intelligenti come occhi, espressive e misteriose come occhi. Con ulteriore sapienza carnale, Manzoni si ferma, infine, sui movimenti della monaca “ben formata”: “scompariva in un certo abbandono del portamento o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca”. Virginia de Leyva è inadatta come monaca perché donna all’eccesso, abita l’irregolare, il rapace. <strong>La monaca di Monza ci schiaffa, per simboli, nel territorio carnale di Giovanni Verga, che descrive <em>La Lupa </em>con memorabile velocità, all’inizio, così:</strong> “Era alta, magra; aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano”. I modi, la musica narrativa, la sinfonia verbale, i tempi (Verga ci azzanna quarant’anni dopo Manzoni), gli intenti dei due scrittori, di fronte all’erotismo misterioso della donna, sono diversi. I dettagli vanno equiparati (gli occhi, le labbra, il pallore, l’attitudine famelica; uno, Manzoni, fonda la scrittura romanzesca, l’altro, Verga, la sfascia in cinema, rasentando l’informale, la sprezzatura grammaticale). La grandezza, però, è simile. Basterebbe studiare, con vigile ossessione, questi brani per imparare l’arte dello scrivere, o, meglio ancora, dell’attendere la vita, dell’attuarla a morsi. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alessandro-manzoni-come-dostoevskij/">Alessandro Manzoni è un genio che non ha niente da invidiare a Dostoevskij. In difesa di Don Lisander (che si difende benissimo da sé)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.pangea.news/alessandro-manzoni-come-dostoevskij/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/3316.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Dal “candidato della Bellezza” allo scapigliato Peter Pan che sbeffeggia l’Italia immobile “come un fachiro instupidito nella contemplazione del proprio ombelico”: breve storia degli scrittori in politica per sketch (Manzoni, Carducci, Verga, d’Annunzio, Dossi)</title>
		<link>https://www.pangea.news/scrittori-politici-manzoni-dossi-verga-dannunzio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2019 10:38:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Dossi]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele d'Annunzio]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Verga]]></category>
		<category><![CDATA[il Giornale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=66844</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mi affascina il rapporto tra scrittori e politica, tra poeta e ‘azione’. Cosa accade quando la scrittura trama gesti di governo, quando il verbo si fa – o disfa – in atto? E che ruolo ha – di servo, di complice, di ribelle – lo scrittore, l’artista, in Parlamento? Un po’ di tempo fa, in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scrittori-politici-manzoni-dossi-verga-dannunzio/">Dal “candidato della Bellezza” allo scapigliato Peter Pan che sbeffeggia l’Italia immobile “come un fachiro instupidito nella contemplazione del proprio ombelico”: breve storia degli scrittori in politica per sketch (Manzoni, Carducci, Verga, d’Annunzio, Dossi)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Mi affascina il rapporto tra scrittori e politica, tra poeta e ‘azione’. Cosa accade quando la scrittura trama gesti di governo, quando il verbo si fa – o disfa – in atto? E che ruolo ha – di servo, di complice, di ribelle – lo scrittore, l’artista, in Parlamento? Un po’ di tempo fa, in un pamphlet alato e divulgativo, “Grandi scrittori pessimi politici. Da Manzoni a D’Annunzio la triste carriera degli artisti nel Palazzo”, che andò in allegato a “il Giornale” per un tot. Mi pare tema di cangiante attualità, come si dice, per studiare la natura umana dell’artista, da Platone in poi messo ai margini della politica. Perciò, ecco alcuni esempi. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando D’Annunzio fece il «salto della quaglia»</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il più divertente di tutti, come sempre, fu Gabriele d’Annunzio.<strong> Eletto deputato nel 1897, ingabbiato nella XX Legislatura del Regno d’Italia, si presentò come «il candidato della Bellezza», dacché «la fortuna d’Italia è inseparabile dalle sorti della Bellezza, cui ella è madre nei secoli dei secoli plasticatrice». </strong>Capì prima di tutti, il Vate, che all’epoca aveva già scritto<em> Il piacere</em> e <em>Le vergini delle rocce</em>, la natura, per così dire, «teatrale» dell’attività politica. <strong>Del Regno d’Italia gliene fregava poco, avendo infiniti regni dentro di sé. Perciò, alle attività di governo partecipò quasi per nulla, si rompeva le palle. Eletto nel ring dell’estrema destra, il poeta fece scalpore perché il 24 marzo del 1900 passò dall’altra parte</strong>, con il consueto piglio estremista, rilasciando eroica dichiarazione: «Porto le mie congratulazioni all’Estrema Sinistra per il fervore e la tenacia con cui difende la sua idea. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono uomini morti che urlano e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo d’intelletto, vado verso la vita». Del «salto della siepe» &#8211; o «della quaglia» &#8211; parlarono i giornali di tutta Italia. D’Annunzio non desiderava altro. Il gesto di d’Annunzio, più estetico che politico, dimostra che l’individualità dell’artista non si concilia con la mera azione di governo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un Regno di sbadigli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di solito, lo scrittore entra a Montecitorio come in un’urna. L’attività politica è un premio per i meriti acquisiti in campo letterario. Per questo, è tra sbuffi e tuoni retorici che gli scrittori esercitano il ruolo. Il 29 febbraio del 1860, prima ancora che si facesse l’Italia, <strong>Alessandro Manzoni</strong> fu nominato Senatore da Vittorio Emanuele II. Sostanzialmente, si limitò a guardare, votando, nel 1864, il trasferimento provvisorio della capitale d’Italia da Torino a Firenze. <strong>Nel 1848, eletto deputato del Regno di Sardegna nel collegio di Arona, ammainò le voglie politiche. Prese carta e penna e firmandosi «umilissimo devotissimo servitore», si licenziò dai doveri, «mi trovo nella dolorosa necessità di protestarmi inabile a sostenere il difficile incarico», dacché «mi manca più d’una qualità essenziale a un deputato».</strong> La pelosa umiltà salvò il grande Alessandro, per un decennio, dai penosi compiti istituzionali. D’altra tempra il <strong>Carducci</strong>. Fiero sostenitore della coincidenza d’amorosi intenti tra poesia e politica – «il mio manifesto politico era ne’ miei scritti, qualunque sieno. (&#8230;) Ahi! ma la poesia a punto è la macchia originale, che, secondo i nostri avversari, mi esclude dalla casta politica», guaì agli elettori del suo collegio, a Lugo di Romagna – Carducci fu consigliere comunale a Bologna nel 1869 e nel 1889; nel 1876 è eletto deputato in Parlamento, ma per un cavillo della legge elettorale dell’epoca è sorteggiato tra gli esclusi. Nel 1890 accade la nomina a Senatore per «meriti eminenti». Non si distingue, piuttosto, per eminenza politica l’opera del Carducci in Senato. Tutore dei borghesi – «badate, o signori, la nazione italiana l’hanno fatta la nobiltà e la borghesia, quella che io direi cittadinanza. Le plebi, intendo specialmente le masse rurali, non ebbero parte nel nobile fatto» – il poeta lavorò per difendere la categoria degli insegnanti di lingue classiche (seduta del 17 dicembre 1892) <strong>e propose una festività nazionale, il 20 settembre, in memoria degli insorti cretesi nel 1897, che si erano ribellati all’Impero Ottomano fondando, nel 1898, lo Stato autonomo di Creta. </strong>Pressoché nulla l’attività politica di<strong> Giovanni Verga</strong>. Nominato Senatore il 3 ottobre del 1920 in quanto «glorioso superstite di quella letteratura d’arte che significò la tendenza e il carattere della nuova Italia» e scrittore di «opere che col passare degli anni si dimostrano sempre più salde e resistenti», fece appena in tempo a sentire l’odore del seggio. <strong>Il 27 gennaio del 1922 il geniale romanziere partì per l’altro mondo. Nell’aula del Senato il compito di marmorizzarne il ricordo spettò al Presidente Tommaso Tittoni: «Giovanni Verga aveva la modestia dei grandi: </strong>schivo di omaggi e di qualsiasi forma di ammirazione, lavorava nel silenzio e nel raccoglimento, evitando in ogni modo di richiamare l’attenzione sulla propria opera e sulla propria vita».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Peter Pan in Ambasciata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pallido, scavato, capelli all’aria, <strong>Carlo Dossi</strong> nelle fotografie pare un Peter Pan. Conte della schiatta dei Pisani Dossi, Lancillotto della «scapigliatura», autore di alcune tra le opere più eccentriche della nostra letteratura (<em>Vita di Alberto Pisani</em> e <em>La desinenza in A</em>, ad esempio), l’audace Carlo fu protagonista di una carriera importante nell’amministrazione pubblica, pari quasi a quella di Saint-John Perse. Legato a Francesco Crispi, di cui fu segretario particolare, <strong>entrò al Ministero degli Esteri nel 1870: divenne plenipotenziario in Eritrea, Console generale a Bogotà, Ambasciatore ad Atene.</strong> Nelle sue <em>Note azzurre</em>, uno dei libri segreti e sgargianti della letteratura italiana, l’ambasciatore Dossi auspica una «storia del risorgimento italiano ne’ suoi aspetti umoristici», fa la diagnosi di una Italia immobile «come un fachiro che rimane per anni instupidito nella contemplazione del proprio umbilico» e sfotte il rugginoso marchingegno della macchina statale <strong>(«Scopo della burocrazia è di condurre gli affari dello Stato nella peggior possibile maniera e nel più lungo tempo possibile»)</strong>. Se l’arte della politica fosse in mano ad artisti irregolari di questo calibro, vivremmo nel migliore dei paesi possibili.</p>
<p>*<em>In copertina: Tranquillo Cremona, &#8220;Ritratto di Nicola Massa&#8221;, 1867 ca</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scrittori-politici-manzoni-dossi-verga-dannunzio/">Dal “candidato della Bellezza” allo scapigliato Peter Pan che sbeffeggia l’Italia immobile “come un fachiro instupidito nella contemplazione del proprio ombelico”: breve storia degli scrittori in politica per sketch (Manzoni, Carducci, Verga, d’Annunzio, Dossi)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/01_Tranquillo-Cremona_Ritratto-di-Nicola-MassaFB2-e1555752726533.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Marcel Proust tra le spire dei manoscritti, ovvero: i grandi libri sono l’epos di ciò che sfugge. Una eccellente scrittrice mi scrive: “il mondo editoriale mi intimidisce, il bisogno di piacere è un veleno, voglio riuscire a scrivere per me”</title>
		<link>https://www.pangea.news/marcel-proust-tra-le-spire-dei-manoscritti-ovvero-i-grandi-libri-sono-lepos-di-cio-che-sfugge-una-eccellente-scrittrice-mi-scrive-il-mondo-editoriale-mi-intimidisce-il-bisogno-d/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2019 11:22:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[caos]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[generazione]]></category>
		<category><![CDATA[incertezza]]></category>
		<category><![CDATA[incompiutezza]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Lautréamont]]></category>
		<category><![CDATA[Lev Tolstoj]]></category>
		<category><![CDATA[Marcel Proust]]></category>
		<category><![CDATA[Montaigne]]></category>
		<category><![CDATA[Promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[Rimbaud]]></category>
		<category><![CDATA[salvezza]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[successo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=64943</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questo mi affascina. Sui grandi testi regna l’incertezza testuale. Falangi di filologi cercano di dissotterrare l’estremo lacerto verbale della Bibbia; gli autografi di Dante sono enigma, non esistono; le opere di Shakespeare, come si sa, erano astrali canovacci: qual è la versione corretta di Amleto? Mancanze, vuoti, screzi grammaticali. I grandi libri, i memorabili, vivono [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marcel-proust-tra-le-spire-dei-manoscritti-ovvero-i-grandi-libri-sono-lepos-di-cio-che-sfugge-una-eccellente-scrittrice-mi-scrive-il-mondo-editoriale-mi-intimidisce-il-bisogno-d/">Marcel Proust tra le spire dei manoscritti, ovvero: i grandi libri sono l’epos di ciò che sfugge. Una eccellente scrittrice mi scrive: “il mondo editoriale mi intimidisce, il bisogno di piacere è un veleno, voglio riuscire a scrivere per me”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Questo mi affascina. Sui grandi testi regna l’incertezza testuale. Falangi di filologi cercano di dissotterrare l’estremo lacerto verbale della Bibbia; gli autografi di Dante sono enigma, non esistono; le opere di Shakespeare, come si sa, erano astrali canovacci: qual è la versione corretta di <em>Amleto</em>? <strong>Mancanze, vuoti, screzi grammaticali. I grandi libri, i memorabili, vivono una arrendevole incompiutezza</strong> – per questo tendono all’eternità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intendo. Non esiste la versione ‘corretta’ di un grande libro – quale frase illuminante Lev Tolstoj sacrifica tra la primitiva versione di <em>Guerra e pace </em>e il ‘visto si stampi’?; che dramma etico-estetico vive Alessandro Manzoni tra il <em>Fermo e Lucia </em>e <em>I promessi sposi</em>; nel delirio teologico s’incagliò Torquato Tasso virando la ‘Liberata’ nella ‘Conquistata’; Nikolaj Gogol’ vagliò nel fuoco la seconda parte delle <em>Anime morte</em>, semplificando la missione dei cercatori di reliquie; Franz Kafka, per altro, lasciò ad altri d’intendere cosa intendesse per ‘fuoco’ e ‘incompiuto’. <strong>I grandi libri procedono per tentativi, a tentoni, e noi amiamo questo fallimento, amiamo lo scrittore a quattro zampe, sospeso nel vuoto, nel suo nido di vetro</strong>, e nessuno ne registra il grido.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64944 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/proust-200x300.jpg" alt="proust" width="133" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/proust-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/proust.jpg 300w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" />Nel precipizio di questi pensieri – l’opera è un vuoto dentro cui s’accuccia il lettore accalcando interrogativi – m’ha posto Carol Clark, straordinaria francesista al Balliol College di Oxford</strong>, per un pezzo italiana – la famiglia della mamma era di Pietrasanta – <a href="https://www.balliol.ox.ac.uk/news/2015/july/obituary-for-carol-clark" target="_blank" rel="noopener">morta nel 2015,</a> studiosa di Montaigne e Rabelais, traduttrice di Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont. In realtà, il suo lavoro sommo è la traduzione de <em>La prisonnière </em>di Marcel Proust per Penguin, pubblicato nel 2002, “che una intera generazione di lettori inglesi ha condotto alla scoperta dell’inimmaginabile ricchezza narrativa di Proust”, <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/580081/the-prisoner-by-marcel-proust/9780143133599/" target="_blank" rel="noopener">riprodotta in questi giorni</a> per il mercato anglofono. La rivista <em>Literary Hub </em>pubblica <a href="https://lithub.com/marcel-proust-was-almost-impossible-to-edit/" target="_blank" rel="noopener">l’introduzione della Clark</a> (ancora inedita), che si sofferma, appunto, sui manoscritti di Proust, un caos inesplicabile, l’epos di ciò che sfugge.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Proust componeva attraverso un complesso, micidiale processo di scrittura e di riscrittura, intrecciando passaggi composti, a volte, a distanza di anni, accumulando appunti sui margini, continuando su strisce di carta incollate alle pagine”.</strong> Rispetto a <em>La prisonnière</em>, il quinto volume della ‘Recherce’, il primo pubblicato dopo la morte dell’autore, la Clark scrive, “l’unica cosa di cui possiamo essere certi è che se Proust fosse vissuto in tempo per confermare il ‘pronto si stampi’ il libro sarebbe stato notevolmente diverso da quello che leggiamo oggi”. Segue rapida rassegna dei curatori che, barcamenandosi tra la mole manoscritta, hanno lavorato garantendo, da un lato, la leggibilità dell’opera, dall’altro la sua sanità filologica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo mi affascina. L’incertezza – quando termina la scrittura di un libro? Che grado di volontà può agire lo scrittore rispetto alla sua scrittura, alla sua creazione? E poi, <strong>la consistenza demoniaca della foga. Proust che accampa un tendaggio di fogli tatuati da scritte, sgorbi, disegni.</strong> Finché non scompare nel roveto della sua scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per chi scrive allora Proust? Per il futuro, per se stesso, per il dio delle apparenze e per quello che ama la malia umana? <strong>Perché si scrive e cosa significa ‘approvare’ un testo se la scrittura, per sua natura, disapprova l’impero del concluso</strong>, è una clausura che rompe tutte le clausole della prigionia, è lotta silente, barbarie dell’ottavo cielo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Una amica scrittrice – in questo tempo dove amicizia significa sopravvivenza anche senza toccarsi dal vivo – a mio avviso eccezionale, mi scrive. <strong>“Sto cercando di prendere le distanze dal mondo editoriale nei cui confronti provo un sentimento di generalizzato timore. Mi è già successo con le uscite precedenti, ma questa volta ho maturato un senso di estraneità assoluta.</strong> Voglio riuscire a scrivere per me e basta, voglio sperimentare la scrittura fine a se stessa perché non sento alcuna relazione con il lettore, tutto è schiacciato sull’intreccio, sulla trama, non esiste altro e questo fatto mi sta influenzando in senso negativo. Il bisogno di piacere è un veleno che non voglio più bere”. Penso che queste parole, di fragorosa lucidità, siano in sintonia con la scrittura fiamminga di Proust, a grumi e spire, con la sua insicura salvezza. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marcel-proust-tra-le-spire-dei-manoscritti-ovvero-i-grandi-libri-sono-lepos-di-cio-che-sfugge-una-eccellente-scrittrice-mi-scrive-il-mondo-editoriale-mi-intimidisce-il-bisogno-d/">Marcel Proust tra le spire dei manoscritti, ovvero: i grandi libri sono l’epos di ciò che sfugge. Una eccellente scrittrice mi scrive: “il mondo editoriale mi intimidisce, il bisogno di piacere è un veleno, voglio riuscire a scrivere per me”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/proust-2-1024x576.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>La suocera impossibile. Dai Manzoni i problemi di tutti: Giulia Beccaria non sopportava la seconda moglie del divo Alessandro</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-suocera-impossibile-dai-manzoni-i-problemi-di-tutti-giulia-beccaria-non-sopportava-la-seconda-moglie-del-divo-alessandro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Dec 2018 10:10:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Biografia]]></category>
		<category><![CDATA[fratello]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Beccaria]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[matrimoni]]></category>
		<category><![CDATA[moglie]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[Promessi sposi]]></category>
		<category><![CDATA[Teresa Borri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=64747</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fu uno dei migliori amici di Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, a presentare, all’illustre autore dei Promessi sposi, colei che sarebbe diventata la sua seconda moglie. Teresa Borri, vedova del conte Stefano Decio Stampa, la donna che Manzoni scelse, dopo la morte, nel 1833, della bionda e gracile prima moglie che aveva dato alla luce dieci [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-suocera-impossibile-dai-manzoni-i-problemi-di-tutti-giulia-beccaria-non-sopportava-la-seconda-moglie-del-divo-alessandro/">La suocera impossibile. Dai Manzoni i problemi di tutti: Giulia Beccaria non sopportava la seconda moglie del divo Alessandro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Fu uno dei migliori amici di Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, a presentare, all’illustre autore dei <em>Promessi sposi</em>, colei che sarebbe diventata la sua seconda moglie.</strong> Teresa Borri, vedova del conte Stefano Decio Stampa, la donna che Manzoni scelse, dopo la morte, nel 1833, della bionda e gracile prima moglie che aveva dato alla luce dieci figli, Enrichetta Blondel. Il Grossi descrisse Teresa, all’amico Manzoni, come una donna “colta, intelligente, sensibile, dedita al figlio e alle cure della casa – come si legge nella preziosa biografia <em>La famiglia Manzoni</em> di Natalia Ginzburg – Gliela presentò, una sera, a teatro. Grossi sapeva che Manzoni era stanco di vivere solo. Sapeva che la madre di lui desiderava si risposasse”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bastarono alcune visite a Teresa che, vista l’approvazione materna, Alessandro Manzoni si decidesse a chiederle la mano. “A quella domanda di matrimonio, Teresa esitò.</strong> Se esitasse davvero – continua la Ginzburg –, o invece simulasse esitazioni, è difficile dirlo. Le obiezioni che manifestò riguardavano la propria salute cagionevole – aveva sempre così spesso infiammazioni alla gola, e altri mali – il pensiero della propria inadeguatezza a un così alto onore, e il timore che il figlio non fosse contento”. <strong>Il figlio Giuseppe Stefano, <em>Steffanino</em>, che era ormai un diciassettenne, lasciò libera la madre di fare quello che lei credesse “il meglio per tutti e due”.</strong> La vita di Teresa, fino ad allora, le aveva riservato non poche difficoltà. Era incinta di Stefano, nel 1819, quando suo marito ebbe il primo sbocco di sangue, che venne curato secondo la medicina avanguardistica di allora, con diete e salassi, e con la villeggiatura a Lesa, sulla sponda piemontese del lago Maggiore. Tuttavia, il povero conte Stampa non riusciva più a camminare e, nel dicembre, ormai si nutriva solo di una marmellata di rose, “un dolciume genovese”, e si spense, reciso dal male.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’apertura del testamento, ebbe inizio un’aspra guerra tra suocera e nuora, perché la madre Julia non voleva saperne di accontentarsi soltanto di una misera pensione</strong>, ma vantava diritti su parte dell’eredità che il conte Stefano Decio aveva assegnato a moglie e figlioletto. Così Teresa Borri fu costretta a rispondere, colpo su colpo, a magistrati, procuratori e avvocati, indagando e facendo calcoli, aiutata, in questo, per fortuna, dal fratello Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il matrimonio tra Teresa e Alessandro Manzoni venne quindi celebrato il 2 gennaio 1837. Poco dopo, iniziarono i rapporti problematici per la seconda moglie, Teresa Borri Stampa, con la seconda suocera, Giulia Beccaria, che era “avvezza ad essere considerata per padrona”, a casa Manzoni.</strong> Ah, le suocere. Natalia Ginzburg dipinge Teresa Stampa, con parole forse troppo dure – del resto, si sa, bisogna schierarsi, parlare a nuora perché suocera intenda –, come una <em>matrigna indifferente</em> per i figli del Manzoni, visti da lei come “ombra, inutile ombra, grigia e senza interesse. Li osservava come si osservano, al di là dai vetri, degli estranei che per caso ci siano capitati nel giardino di casa, e che fra poco, grazie a Dio, se ne andranno via”. <strong>Del resto, anche donna Giulia detestava con trasporto, ricambiata, Stefano, il figlio di Teresa, che, in questo intreccio di amore e odio, andava invece d’accordo con il patrigno, tanto amato dalla madre.</strong> Teresa aveva una villa anche a Morosolo, nel varesotto (Villa Aletti Stampa) e, durante la prima estate del suo matrimonio, aveva persino chiesto al fattore Antonio Maspero, di valutare l’ipotesi – che non si presentò mai, chissà perché – di accogliervi la famiglia Manzoni al completo, di trovare, insomma, i letti necessari. <strong>Giulia Beccaria, a tavola a Brusuglio, rifiutava, con stizza, il vino che Teresa faceva arrivare appositamente da Morosolo. Del resto anche la contessa Teresa Borri Stampa, a ben guardare, era un po’ una <em>suocera</em>.</strong> Basti pensare che, nel 1823, avendo a disposizione finalmente un po’ di denaro dall’eredità del primo marito, commissionò, all’amico pittore Francesco Hayez, un ritratto di famiglia. Ma la tela la lasciò insoddisfatta – esistevano già allora i fanatici del fotoritocco <em>ante litteram</em> – a causa di un “gozzo discretamente visibile”. Quello stesso Hayez de <em>Il bacio</em>, non volle saperne, giustamente, di fare qualche ritocchino alla sua opera e, dopo lettere di fuoco, si tenne il quadro, in cambio di un altro soggetto. Nel frattempo, Teresa ebbe il privilegio di leggere, nel 1827, <em>I promessi sposi </em>e ne scrisse, con grande entusiasmo, alla sua, di madre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-suocera-impossibile-dai-manzoni-i-problemi-di-tutti-giulia-beccaria-non-sopportava-la-seconda-moglie-del-divo-alessandro/">La suocera impossibile. Dai Manzoni i problemi di tutti: Giulia Beccaria non sopportava la seconda moglie del divo Alessandro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Ritratto_di_Alessandro_Manzoni_by_Francesco_Hayez-e1545812023969-1024x702.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
