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	<title>Alain Delon Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Alain Delon e Joseph Conrad, ovvero: storia di un Lord Jim casalingo </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2024 03:41:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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<p><strong>Il 3 agosto del 1924, un secolo fa, moriva Joseph Conrad. Da tempo si era trasferito nel Kent, a Bishopsbourne, in campagna.</strong> Probabilmente, fu il cuore a cedere. Aveva 66 anni. Fu sepolto a Canterbury: il funerale, modesto, improntato alla cupa severità conradiana, fu seguito da una folla “che ignorava la grandezza di quello scrittore”, scrisse Edward Garnett. Jessie, la moglie di Conrad, di vent’anni più giovane, di spiazzante bellezza, morì dodici anni dopo; gli aveva dato due figli. Di Conrad, tutti ricordavano la barba, cavalleresca, gli occhi, gravidi di intramontabile inquietudine, le rughe, australi. Thomas S. Eliot e T. E. Lawrence riconobbero in Conrad le stimmate del genio: entrambi, a modo loro – uno, nell’alcova lirica, altoborghese, l’altro in un’esistenza liricheggiante, cioè tormentata di abissi e di dubbi – tentarono di interpretare <em>Cuore di tenebra</em>. <a href="https://www.nytimes.com/1924/08/04/archives/joseph-conrad-dies-writer-of-the-sea-author-of-victory-the-rover.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il “New York Times” si limitò a dire al mondo che Conrad era un <em>writer of the sea</em>:</a> se lo era, era uno <em>scrittore di mare</em> pari a Melville, dove l’oceano assurge a testo sacro, a funambolica icona di Dio. L’articolista citava i libri a suo dire memorabili di Conrad, <em>Victory, The Rover, Youth</em>. <em>The Rover </em>è l’ultimo romanzo di Conrad – non il più bello. Se <em>Nostromo</em> e <em>Chance</em> sono i libri più complessi, quello assoluto, il libro-icona, l’arcangelico, è <em>Lord Jim</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-704x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100653" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200-600x872.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/p_files_2017_47452.jpgo0c1f0w0d1200aCh1200.jpg 743w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p><strong>Alain Delon è morto un secolo dopo Conrad, nello stesso mese, agosto</strong>, decabrista più che augusteo, che annienta i campi con il sole sciacallo e fa del mare una palude tropicale. Non credo sia un caso. Tutti, di Delon, ricordano il volto, sublime, la vita privata, naturalmente labirintica. Da tempo, non faceva film. La parte più bella, probabilmente, Alain Delon la deve a Valerio Zurlini, che nel 1972 lo dirige in <em>La prima notte di quiete</em>. Il film fu quasi subito, come si dice, ‘di culto’: un manifesto dell’esistenzialismo all’italiana – a tratti, insopprimibilmente insopportabile. Il gioco d’azzardo, gli amori perduti, il talento sprecato e il corpo oltraggiato sono i simboli generici del film, girato, come si sa, in una Rimini piagata da lebbra-nebbia, mai così conturbante – pare la Saigon di <em>Apocalypse Now</em>, o uno dei porti estremo orientali degli estremi romanzi di Conrad, dove ci si siede in attesa che il destino, il demone, ti afferri per i capelli. Nel film, Alain Delon interpreta un professore, Daniele Dominici, che s’innamora – più per desiderio di abolirsi che per altro – di un’alunna, Vanina; il finale, va da sé, non può che sfinire in tragedia. Delon che vaga nella nebbia con il cappotto cammello è un fermoimmagine tra i più belli del cinema italiano; da paragonare, semmai, al Marlon Brando di <em>Ultimo tango a Parigi</em>, uscito nello stesso anno (chi dei due è Dioniso, chi Apollo?).</p>



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<p><strong>A Zurlini non piacque Alain Delon. “Ne ricavò un trionfo”, disse, ma “era l’opposto morale del personaggio e non ne rifletteva che esteriormente la profonda gentilezza e l’inguaribile malinconia”.</strong> <em>Profonda gentilezza</em>, <em>inguaribile malinconia</em> sembrano tralucere dal viso di Conrad; temprano, comunque, il suo personaggio più ambiguo, Lord Jim. Per chi non lo ricordasse, Jim, ufficiale della marina mercantile inglese, poi trasferitosi tra Giava e Celebes, è atrofizzato da un tremendo senso di colpa: aver abbandonato, durante una tremenda tempesta, la “Patna”, una bagnarola a lui affidata, che trasportava pellegrini musulmani. Ritirato in un sé Minotauro, Lord Jim sfoggia gesti spesso insensati, animato dal principio dello schianto.</p>



<p><strong>Zurlini forgia il carattere di Daniele Dominici sui tratti di Lord Jim:</strong> il soggetto del suo film, in effetti, s’intitolava <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di Daniele Dominici personalmente ho solo un vago ricordo. Lo avrò incontrato sì e no quattro o cinque volte, durante quel breve e rigido inverno che lui trascorse a Rimini, in occasione delle periodiche visite che facevo ai miei genitori sempre più vecchi e soli”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così attacca il testo di Zurlini: nell’anonimo che parla in prima persona non è difficile intuire le reticenze di un Marlow, il narratore di <em>Lord Jim</em>. Il ‘carattere’ di Daniele Dominici è speculare a quello di Lord Jim:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“in realtà, nessuno sapeva niente di lui… non poteva fare una buona impressione: vestiva in modo trascurato, pantaloni di flanella troppo larghi, un maglione grigio a collo alto, scarpe di antilope scalcagnate e bisunte, un vecchio paletot militare inglese a cui mancò sempre un bottone di cuoio, le mani profondamente affondate nelle tasche… portava la barba lunga… fumava ostinatamente delle Gauloises che infilava in un corto bocchino d’osso… parlava poco, rispondeva solo in maniera vaga e paradossale, così da ingenerare lo sgradevole sospetto di essere presi in giro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Eppure, Daniele Dominici – proprio come Jim, il cui enigma nasconde il riflesso di una arcana nobiltà – “quest’uomo apparentemente alla deriva, aveva qualcosa di elegante e di aristocratico che resisteva con ostinazione”. Possedeva “belle lunghe mani”, “colore chiaro degli occhi e dei capelli”, “distinzione naturale dei modi”, “l’aria timida di chi è – e tiene a rimanere – uno straniero nell’ambiente che lo ospita”. Naturalmente, “la sua vera identità nessuno riuscì a scoprirla se non dopo la sua morte”.</p>



<p><strong>Nel film, il carisma-Conrad, presente ovunque</strong> – Rimini resta, pur in monopolio di mare lacustre e di una natura territoriale da pingue lido, un porto –, rimane tuttavia in sottofondo, velato, tra Piero della Francesca e le notti in discoteca, tra abiezione e amorosi incanti. <em>La prima notte di quiete</em>, nel film, è il titolo di un libro di poesie di Daniele Dominici, della sua abiurata giovinezza; si dice sia tratto da un verso di Goethe, tuttavia irreperibile. Piuttosto, è Wilhelm Klemm, poeta espressionista tedesco, ad aver scritto un verso che pare riassumere il tema del film: “La morte è la prima notte tranquilla”. Così, almeno, scrive Jorge Luis Borges in <em>Storia dell’eternità</em> (ora: Adelphi, 1997): dubitare della citazione – JLB dissemina falsi, calchi di calchi – è necessario.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="993" height="993" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini.jpg" alt="" class="wp-image-100654" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini.jpg 993w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/alaindelonrimini-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 993px) 100vw, 993px" /></figure>



<p><strong>Il racconto-soggetto di Zurlini, <em>La prima notte di quiete di un Lord Jim casalingo</em>, fu pubblicato la prima volta nel 1983</strong>, in un libro complessivo stampato dalla Libreria Prandi, <em>Gli anni delle immagini perdute</em> (poi ripreso da Mattioli 1885 in <em>Pagine di un diario veneziano</em>, 2009; 2022). <strong>Piacque molto a Vittorio Tondelli</strong>, che lo antologizzò nel suo studio sulle “Immagini letterarie di Riccione e della riviera adriatica”, tra Alberto Arbasino e Mario Luzi, Giovannino Guareschi e Giorgio Bassani, Tonino Guerra, Sibilla Aleramo e Alfredo Panzini (raccolto in <em>Ricordando Fascinosa Riccione</em>, Grafis edizioni, 1990; poi, con larga messe di documenti, in: <a href="https://www.guaraldi.it/Scheda1c4b.html?id=431" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pier Vittorio Tondelli, <em>Riccione e la Riviera vent’anni dopo 1985-2005</em>, Guaraldi, 2005</a>).</p>



<p><strong>Detta in altri termini: Zurlini ha ideato una trasposizione filmica di Conrad, delle sue ‘atmosfere’, ben più accurata di altri ben più noti film</strong> (nell’immenso <em>Apocalypse Now</em>, ad esempio, Conrad, pur citato a man bassa, funge da zucchero a velo). Alan Delon è un Lord Jim, a conti fatti, più autentico di Peter O’Toole (che fu Lord Jim in un didascalico film di Richard Brooks, era il 1965).</p>



<p><strong>Zurlini, d’altronde, aveva il piglio dello scrittore puro.</strong> Nel 1951 aveva spedito al “Premio Riccione” – noto per aver premiato, quattro anni prima, Italo Calvino, per la giuria d’impeccabili nomi, per la cifra consegnata al vincitore, importante – una pièce, <em>Storia senza titolo</em>, con un ‘motto’ esplicito: “I mostri”. La vicenda è centrata su Barbara, ragazzina agitata da euforia di sesso, di fuga, di vita, inchiodata nella prigione familiare: i suoi fratelli sono “i mostri”, reclusi in una camera, sotto chiave, affetti da una inspiegata deformità-disabilità. Il testo, finora inedito, custodito negli archivi del Premio Riccione, ha un fascino corrusco, imperfetto: “mostruosi”, in fondo, sono i desideri – messi in catene, taciuti, oppressi da tabù basso-borghesi – che folgorano i personaggi della storia.</p>



<p>La storia è ambientata “in una cittadina sul mare”, in provincia. Anche qui – come nei romanzi di Conrad – la linea d’ombra, la prova, la moria morale, il bisogno di perdersi, il mare, i piedi a mollo, un torbido torpore, l’Adriatico come la Malesia.</p>
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		<title>Il critico che non salva nessuno (salvo se stesso) e vuole insegnarti come si vive e si legge: saggio contro Alfonso Berardinelli, che sculaccia chi è più grande di lui</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-critico-che-non-salva-nessuno-salvo-se-stesso-e-vuole-insegnarti-come-si-vive-e-si-legge-saggio-contro-alfonso-berardinelli-che-sculaccia-chi-e-piu-grande-di-lui/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2019 08:15:56 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-critico-che-non-salva-nessuno-salvo-se-stesso-e-vuole-insegnarti-come-si-vive-e-si-legge-saggio-contro-alfonso-berardinelli-che-sculaccia-chi-e-piu-grande-di-lui/">Il critico che non salva nessuno (salvo se stesso) e vuole insegnarti come si vive e si legge: saggio contro Alfonso Berardinelli, che sculaccia chi è più grande di lui</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“La Storia è implacabile contro gli apostati”, scrive Šestov.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mondo dei dotti da sempre custodisce gelosamente un’arma di distruzione di massa: l’ironia elevata a feroce satira, a compiaciuto cinismo, per polverizzare ogni scisma che tocca le corde profonde, con la persuasione, se possibile, con la forza, se necessario.</strong> Non è il boato di una risata cosmica, affermazione della vita, ma la pallida ironia che vanta una venerabile tradizione, una folta schiera di prìncipi del pensiero, e perfino di artisti che, lungo i secoli, hanno sfoggiato un ghigno di scherno, gli occhi socchiusi a lama di rasoio, una dissacrazione a getto continuo, il ridimensionamento umoristico, la morale dello scrupolo critico, la feroce ironia fatta <em>metodo</em>. L’olocausto dei poeti, dei creatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Volendo, infatti, possiamo trovare difetti micidiali in chiunque. Ma proprio tutti. Anche qualora ci trovassimo di fronte a un genio, grandi qualità si accompagnano sempre a grandi difetti! Materiale non manca mai. <strong>Gli esseri umani, in generale, nascondono un lato profondamente patetico, una parte di massiccia e brutale meschinità. Grattate, grattate e troverete.</strong> Inutile evocare, a titolo probatorio, il fetore della potente circolazione tra arte e vita tipico della letteratura russa, anche di quella più raffinata, dove il tragico e il meschino aleggiano sovrani, statuari. Ancora oggi, dall’oltretomba, Dostoevskij ci ossessiona con quel territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste, inoltre, un metodo particolarmente vile, molto di moda tra i critici di ogni razza e rango, soprattutto tra quelli intellettualmente disonesti, interessati a tirare acqua al proprio mulino, a buon mercato, e non disdegnando le più raffinate calunnie: <strong>quello di elencare la somma di difetti superficiali o limiti reali di un pensatore e uno scrittore di rango assoluto, e usarli contro di lui per dissacrarlo o delegittimarlo, anche qualora le sue qualità, sul piatto della bilancia, pesino di gran lunga di più rispetto ai difetti.</strong> Sono quegli intellettuali, i meri compositori e commentatori di idee altrui, che criticano ferocemente i propri simili o chi li sovrasta, si divertono con talento, crudeltà e sarcasmo nello smascherare l’intellettuale o il creatore, quando questi diventano la caricatura di loro stessi, con i loro giudizi satirici, irrisori, dimenticando però di includere anche il criticante nel quadro dissacratorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che rende insopportabile e patetico colui che fa della satira e l’ironia il suo mestiere, la sua arte e la sua ossessione, è l’impertinenza della sua dissacrazione a getto continuo, di tutto e di tutti; salvo che poi, lui, avendo riso di tutto, a un certo punto vorrà essere preso sul serio, vorrà la sua dose di dramma, essere risparmiato insomma dallo scherno universale. Vorrà essere profondo, serio. <strong>È poi ammissibile permettere a un altro essere umano di giocare con il mistero della nostra esistenza, e conferirgli così il potere di ridurci a un niente, a qualcosa di patetico e ridicolo, di ridimensionarci impietosamente, quando lui stesso vorrà essere qualcuno e non chiunque?</strong> Si è mai visto uno che usa la satira e l’ironia come una clava, esercitare su di sé, ininterrottamente, questa pratica, fino al punto da massacrare e cancellare in se stesso fino all’ultima traccia di orgoglio o vanità? Solo un mostro sarebbe capace di fare quello che fa agli altri anche e soprattutto a se stesso. Solo allora sarebbe un dio che ride di tutto e di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sputo subito sul piatto il movente impuro. <strong>Ci sono articoli e personaggi che stimolano in me reazioni scomposte e, soprattutto, mi tirano fuori, ancora una volta, temi che ormai ho già digerito da decenni. Il primo impulso è di profonda noia, poi quello di fare a pezzi, verbalmente, la viscida probità di chi pretende di insegnarci a vivere</strong>, da critico, con la tipica espressione dell’angoscia di uomini impersonali, i saggi, dediti a quella spietata macchina sociale che riduce gli esseri umani a creature amorfe e grigie: “le passioni fanno vivere l’uomo, la saggezza lo fa semplicemente durare”, scrive Chamfort, che aveva capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahimè, mi tocca rigurgitare il vecchio e trito armamentario silloggizzante. E già mi si chiude la vena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un paio di giorni fa mi capita di leggere un articolo di L. Mascheroni (su ciò che penso dei bibliomani, <a href="http://www.pangea.news/amo-i-libri-ma-odio-i-bibliomani-i-maniaci-del-libro-chi-esibisce-la-propria-erudizione-e-un-fiero-imbecille/" target="_blank" rel="noopener">ho già scritto qui</a>), <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/cari-venerati-maestri-attenti-non-pungervi-col-cactus-1626131.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Cari venerati maestri, attenti a non pungervi col cactus della critica</em></a>, dedicato ad Alfonso Berardinelli e il suo nuovo, spinoso libro (e già qui vorrei gridare a bruciapelo contro il recensore che le SPINE sono ben altre, da quelle di un critico): <em>Cactus. Meditazioni, satire, scherzi</em>, ovvero una raccolta di testi scritti tra gli anni ’80 e ’90 su varie riviste. Due polieruditi. L’accanito bibliomane, il sontuoso alfiere del nulla, che recensisce ed elogia lo sferzante critico della cultura, il saggista, il Proteo intellettuale, secolarizzato, che a sua volta fustiga al culo, con lo straccio bagnato, il suo stesso mondo di appartenenza, con la velleità di trasformare la sua critica in Letteratura; è risaputo che ahimè alcuni critici, ostinati, si rifugiano nella frase di Oscar Wilde: “la critica è più creativa della creazione”, nella pretesa e nella speranza di essere più Erode di Erode. Io al contrario penso subito alla frase di Cioran: “Quando uno non ha niente da dire, diventa critico letterario – e quando ha ancora meno da dire, diventa critico dei critici”.</p>
<p><figure id="attachment_65028" aria-describedby="caption-attachment-65028" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65028" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-300x241.jpg" alt="" width="300" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-300x241.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-768x616.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-1024x821.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-1320x1059.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65028" class="wp-caption-text">Lui è Luca Orlandini</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il critico italiano non salva nessuno dei suoi avversari, eccetto se stesso, implicitamente. Allora tocca a noi compiere l’esercizio apotropaico,</strong> l’attacco dissacrante, ironico, satirico, contro di lui, per una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Di lui, e delle vittime dei suoi ritratti feroci, ahimè ho letto quasi tutto, come si leggono i nemici, una curiosa specie aliena, per immunizzarvi, da lui e da tutti quelli come lui. Da sempre. A vent’anni, infatti, già sapevo che questa gente non aveva niente da dirmi, se non in negativo. È sempre stata <em>pars destruens</em>. Mi sono alfabetizzato in ‘cultura’ studiando i miei nemici, per poi lasciare per strada le loro <em>brainfart</em>. <strong>Di loro non mi rimane niente, se non un monito letale, che mette al riparo da clamorosi errori di connivenza. Non sono loro, i critici, cari lettori, a rivelarvi la potenza occulta dei rivolgimenti epocali, i recessi della storia, il vero nomadismo sapienziale, lo scandalo della creazione;</strong> né in loro troverete lucidità e linfa, o il dramma personale che si svolge in seno a un’autentica opera d’arte. La fisiologia del mondo, il suo mormorìo ininterrotto, il furore della sua evidenza silenziosa, non riaffiora mai nel pantheon della critica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, Berardinelli non scrive male, di tanto in tanto, a volte ha perfino qualche picco di talento. Ma scrive come un saggista, e non è un fuori classe. Non un Arbasino, meno che mai un Flaiano.</strong> D’altronde, lo leggiamo, e mai che vi faccia saltare sulla sedia, ridere di gusto, piangere, scorrere un brivido lungo la schiena. E se gli capita di essere corroborante, di riuscire a regalarvi un flebile <em>frisson</em>, immancabilmente scoccato dalla sua fottuta ironia maieutica, è solo quello del <em>raisonneur.</em> Il sordo clangore incatenato di una coscienza bibliografica. Io vagheggio un uccello selvatico, feroce, roso dalla nostalgia del cielo e del vento, che prende alle viscere, provoca un brivido lungo la schiena, scuote i nervi; immagino colui che spiega ali come un’aquila e si alza in volo, per creare opere immortali, per predare e lottare, e poi vedi quelli come Berardinelli, un probo, un amico fraterno della mediocrità aristotelica, che non è mai libero di volare, e di sbagliare. Uno che osa addirittura scrivere – ahimè, il bisogno di fissarlo su carta, di avere testimoni, di giustificarsi! – che lui nell’anima è un anarchico, terribile, e che solo per discrezione liberal-democratica recita un responsabile disincanto, la “disavventura dell’impegno” del critico della cultura; lui, che non apprezza in quanto critico le qualità per cui è in difetto in quanto creatore! Un fottuto Tersite che sceglie di essere fiero della propria mediocrità, che dice di aver scelto in tutta lucidità, preferendosi ad Achille. <strong>Uno di quelli che ti insegna la viltà speculativa, che avere paura di qualcosa è un buon motivo per mancarle di rispetto,</strong> e non che, al contrario, se certe cose non è consigliabile accoglierle, è altrettanto disdicevole respingerle – <em>choosing not to believe in the Devil won’t protect you from It</em>. È quel genere di pensatore, dalla faziosità stupefacente, che ti mette una mano paternalistica sulla spalla e, sotto sotto, gratta gratta, disprezza tutto ciò che esiste, si amareggia per ogni grandezza degli esseri umani e delle creature, per tutto ciò che crede in sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, con me lui sfonda una porta aperta, quando critica e ridicolizza a ragion veduta gli heideggeriani e il loro gergo. Quando sbeffeggia coloro che annegano nell’abuso delle parole in corsivo, con la loro voluttà essenzialista, nella “ricerca mistica, come illustrazione, messa in scena, decorazione, orgia culturalista, estetica della profondità”,</strong> un lamento estenuato, un luogo comune o un ridicolo conformismo; dove il gusto della lucidità viene consumato come potrebbe esserlo una portata al ristorante, e “l’estatico alla Kirillov e non del genere dei credenti” sarebbe solo alta pasticceria per animali da cortile, manichei da salotto. Il mainstream dei lettori. Il <em>prêt-à-porter </em>dell’orgoglio, vanità <em>déguisé</em>, coatta degli scrocconi di un assoluto pletorico e sentimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">E c’è del vero quando sottolinea i plateali difetti di alcuni colleghi. G. Vattimo e il suo pedante quanto vano “pensiero debole”, pura metallica ingegneria filosofica creata in laboratorio,<em> in vitro</em> e mai <em>en plein air</em>; <strong>il soporifero M. Cacciari, di cui vi invito a leggere, come regale esempio di supercazzola, se avete tendenze masochiste</strong>, la sua prefazione al <em>Diaro postumo </em>di Simmel, da lui curato e tradotto, dove sfoggia un rutilante affastellamento di concetti, un frastuono di pretenziosa erudizione, e la totale assenza di senso del ridicolo; T. Negri, verboso nipotino del suo idolo Spinoza, con i suoi abracadabra teorici, e il suo stile arcigno, metallico, così desolante, privo di immagini, uno che ha sempre elevato la forza probatoria del concetto a danno della linfa espressiva, come si conviene a gente come lui; C. Magris, l’ennesimo obnubilato – rincoglionito? – in malafede che sbeffeggia la prosa struggente di Cioran; U. Eco, vera e propria icona della Kultura, e amato da Elisabetta Sgarbi (che oggi pubblica santo Houellebecq e quel disturbatore in livrea cinica di Parente, uno che ha l’ansia di informare i lettori della sua depressione, e del fatto che vegeta tutto il giorno seduto sul divano a giocare alla play station), che ai miei occhi ha sempre rappresentato il prototipo dell’intellettuale che ho sempre disprezzato, e dello scrittore sopravvalutato (<em>Il nome della Rosa </em>e <em>Il pendolo di Foucault</em>). La sua vanità, elevata al rango del genio, si manifestava sulfurea durante i corsi che teneva all’università, quando, per manifestare platealmente il suo dissenso, e il suo viscerale fastidio per qualcosa, alzava la voce e sputava bilioso contro la lavagna portentosi agglomerati di catarro, davanti ai suoi allievi. Era il suo modo per far capire al mondo delle giovani generazioni che lui non era solo il re dei polieruditi, una Testa che cammina, il fiero detentore di trentamila volumi, il kantiano, il tuttologo, il semiologo <strong>ma il Carmelo Bene degli intellettuali, dei bibliomani. La fottuta rockstar delle pippe mentali. Uno di quelli che, sostengo io, avrebbe dovuto essere sepolto sotto il boato di una risata cosmica, e invece è stato osannato, e ricompensato con ricchezze e onori.</strong> Me lo sono sempre immaginato nel suo castello di Urbino, questo Napoleone di ogni geografia intellettuale, soddisfatto della sua <em>testa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il mercato del circuito culturale ci spaccia la pedanteria intellettuale del più modesto Fusaro. Un prodotto confezionato a tavolino, rivestimento o prefigurazione di logo, marketing. Desolante spirito del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65027 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-212x300.jpg" alt="" width="153" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-768x1086.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-724x1024.jpg 724w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1.jpg 902w" sizes="(max-width: 153px) 100vw, 153px" />Naturalmente, Berardinelli, a fronte di certe follie reali della cultura di oggi, ne approfitta anche per dichiarare off-limits la profondità, una nozione tipicamente romantica – e questo è il problema – in nome di una proba e recitata assoluta prosaicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiuta il Romanticismo tout court, benché, cazzo, anche Leopardi oppose un netto rifiuto alla sirena dialettica e idealista, e con quale ineguagliabile profondità, per rimanere, nonostante tutto, a suo modo un rapace ultraromantico. Rifiuta la Mitteleuropa e la sua letteratura, la matrice ambigua e oscura, la depravazione slava. Rifiuta Nietzsche e la tenebrosa filosofia tedesca, sebbene già criticate con ineguagliabile profondità e nitida concisione dalla stupefacente poesia in prosa di Cioran, decenni prima; e ancor prima dallo stesso Leopardi. Rifiuta ogni oscuro fondo animale, velato da una pellicola opaca, impenetrabile, refrattaria a rendere conto all’intelligenza. Rifiuta la parola <em>carica</em>, ogni ingorgo di linfa, addensamento di energia, ogni pressione dell’ignoto. Disprezza l’antenna metafisica, le determinazioni metafisiche dell’arte, ossia il magico e il religioso, dimenticando che in passato tutto ciò che in filosofia era vivo si riduceva a qualche prestito dal religioso (e lo scrivo io, che non ho la minima inclinazione religiosa, né scientifica), che veste il linguaggio poetico; inutile citare Robert Graves. Rifiuta il mito, che, nonostante la voluta miopia, non è semplice storia remota, ma realtà senza tempo che si ripete nella storia, l’irruzione dell’assoluto nel tempo, il respiro delle ere geologiche, il non umano, la capacita di stimolare l’istinto vitale, la carica di verità delle prima mitologie – scrive infatti Benjamin Fondane: “ogni metodo implica un linguaggio e dunque un mistero; ogni cosa nasce nel mito… Oh santa semplicità, cosa non è mito?!”. <strong>Rifiuta la vena carsica inattuale, immoralista, antiumanista, antistoricista – così cara, al contrario, a Leopardi – una realtà che non deve e non può rappresentare la costruttiva e sommamente impoetica critica della cultura, la moderna religione dell’umano</strong>, l’immacolata concezione del sociale che aleggia ovunque, onniavvolgente, sull’arte, la poesia, la letteratura. Soprattutto, su tutto ciò che è individuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Berardinelli non si ferma qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel tempo ha criticato ferocemente, esattamente come Edmondo Berselli, l’Adelphi (vogliamo paragonare i <em>Quaderni piacentini</em>, con un editore per fighetti, con le copertine color pastello?!) – la casa editrice che alla fine degli Sessanta nasce da una costola della sovietica Einaudi, per proporre un cultura antagonista a quella marxista o neo-marxista, allora dominante – e un buon numero di suoi alfieri: R. Calasso, P. Citati, G. Ceronetti, E. Cioran. La santa setta delle “C”.</p>
<p style="text-align: justify;">Calasso viene rubricato per direttissima sotto la <em>philosophia perennis</em>. Ascoltate: “Tra le ossessioni di Calasso occupa una zona centrale del suo spirito la lotta contro il mondo occidentale moderno, contro le idee di Storia e di Progresso, contro l’Illuminismo e contro la politica ‘di sinistra’… <strong>Il limite stilistico del libro – il <em>Rosa Tiepolo</em> – è che Calasso ci racconta una favola di cui conosce in anticipo la morale. Un sapiente come lui non è, e non potrebbe essere un narratore moderno”, ossia un probo critico della cultura.</strong> “Per lui la verità non accade, è già accaduta nei miti delle origini”. Stiamo parlando di uno che, per quanto criticabile – e ce ne sarebbero di cose da dire – ha prodotto saggi o monografie tutt’altro che disprezzabili, di primissimo ordine: <em>Le rovine di Kash</em>, <em>Il rosa Tiepolo</em>, <em>I quarantanove gradini</em>, <em>La Folie Baudelaire</em> (che in Francia ha vinto il <em>Prix Chateubriand</em>, l’unico italiano di sempre). Nondimeno, il critico è lì, chino a testa bassa, con la zelante opera di dissacrazione. Ndo cojo cojo! Tattica levantina. Non gli piace il progetto culturale che Calasso &amp; Company portano avanti, il territorio spirituale da cui parlano, che tra l’altro ha il grave difetto, ai suoi occhi, di allevare in seno alla società un popolo di solitari. Ne propone uno alternativo, e con che mezzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche G. Ceronetti, a sua volta, è sminuito, non senza qualche equanime concessione</strong>, che non manca mai, nel momento in cui viene definito laconicamente un “esteta del sacro” (la stessa accusa che gli rivolge S. Quinzio), per far ammutolire in blocco anche la sua forza reale, sapienzale, quella che sulla bilancia pesa di più: il suo contatto con “l’anguilla delle verità profonde”. Un’altra personalità di rango assoluto, liquidata in quattro battute, a buon mercato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pietro Citati, poi, è definito un “manipolatore postmoderno del passato culturale”, un abile sfruttatore compulsivo della citazione, che rimaneggia con estro.</strong> <strong>Un grondare ipertrofico di saggezza esoterica, in posa plastica: quella assorta e profonda, ieratica.</strong> Uno che ha guizzi estrosi, troppo personali (qui B. copia uno degli aedi della ragionevolezza critica, T.S. Eliot, il quale sostenne che perfino le letture sull’opera di Shakespeare dei ‘creativi’ e troppo personali Goethe e Coleridge erano un’“aberrazione critica”!), che manca della dovuta impersonalità, tipica di quella persone che “volano basso”! In ogni caso, è quanto di peggio possa esistere, per B., che detesta la <em>profondità</em> in ogni sua forma. Già solo la parola “esoterico” gli fa venire l’orticaria, figuratevi citargli la “gnosi”. Non dite di essere metafisicamente single, è un’eresia. E non osate mai citare, di fronte a lui, il lirico, potrebbe colpirvi con uno schiaffo a bruciapelo. Meno che mai l’irrazionale, la sterile prerogativa di coloro che si perdono in “bambinate”, come le chiamava Jean Wahl, arcigno studioso accademico di Kierkegaard, suo sterile tuttologo, quando definiva così le <em>Memorie del sottosuolo </em>di Dostoevskij. C’est dure dure être ‘bébé’! Soprattutto non evocate la potente poesia, quella degli appassionati amanti e non quella dei falsi figli delle Muse, dagli amorosi eunuchi, <strong>perché B. è uno di quelli che si perde in fantasmagoriche pedanterie, come quelle che trovate in <em>Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati.</em> Un libro noiosissimo, di sfibrante inutilità, scritto in coppia con H.M. Enzensberger!, e dove non trovate un etto di vera poesia. Niente, zero.</strong> Da spararsi nei coglioni. Per carità, neanche io stravedo per Citati, e trovo comici i ferventi adepti della Adelphi (conosco uno scrittore, un demente, che appena ha fatto due soldi si è comprato tutto il catalogo, in blocco), ma la questione è un’altra: B. spara a zero su Citati soprattutto per un motivo. Quest’ultimo ha il grave torto di difendere un mondo, quello che trovate per esempio ne <em>Il male assoluto</em>, che B. detesta inquadrato al modo degli aedi della cultura adelphiana, poiché lui è un esorcista dell’inquietudine metafisica, e afferma candido che non esiste alcuna ragione, oggi, per aggrapparsi a questo genere di inquietudine, a questo “culto da princisbecchi, che non innerva nessuna seria critica della cultura”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora, un caso di clamorosa disonestà intellettuale, da parte di B., lo trovate nel suo commento a Emil Cioran. Altro gigante che fa sembrare B. quello che è, a confronto – un nano. Cioran viene massacrato senza mezzi termini, a buon mercato.</strong> Leggete qui di seguito un sunto dei suoi miasmi isterici e la prova fatale dell’idiozia dei suoi commenti. Sono esemplari. In <em>Cioran, il più pessimista</em>, il critico italiano, che ancora oggi definisce il rumeno un “petulante manierista”, scrive in appena poco più di tre fottute pagine: “Pensiero negativo”, “parvenu dell’intelligenza e dello spirito” (la stessa ridicola accusa che gli rivolse A. Camus, al tempo del fenomenale <em>Sommario di decomposizione</em>), “antiprogressivo senza incertezze”, “acrimonioso”, “splenetico”, pieno di “infatuazioni, di piccoli dogmi personali”, quello che deve essere sempre “il più fine”, “volgare”, “dispotismo e feticismo dello stile”, “finge la lucidità”, la migliore dimostrazione dell’“ottusità dello spirito puro come categoria assoluta”, “pensa solo a se stesso… alla propria immagine”. <strong>Emil Cioran liquidato in tre pagine, e con che argomenti! Ed è quanto meno curioso. E già mi vergogno per lui. Non solo perché Berardinelli, per esempio, ammira W.H. Auden, quello stesso poeta e lettore infallibile </strong>(a cui Brodskij dedicò un saggio ispirato in <em>Fuga da Bisanzio</em>, elevandolo al rango della “più grande mente del XX secolo”) che 1971 scrisse una recensione entusiasta sulla <em>New York Review of Books</em>, dedicata a <em>The Fall into Time</em>, dove definisce Cioran: “il miglior scrittore in lingua francese dal dopo guerra in poi, insieme a Malcolm de Chazal”. Saint-John Perse, a sua volta, votava un’ammirazione incondizionata a Cioran. Al pari di Iosif Brodskij, che ne consigliava i libri nei corsi che tenne in vari College americani. <strong>Auden, Perse, Brodskij. Il rango assoluto. Basterebbero loro per schiacciare come una cimice Berardinelli. Eppure la lista continua… Ammirazione nei suoi confronti, la votarono Elie Wiesel, Jules Superveille (la prima persona ad aver letto il<em> Sommario</em>, ancora in manoscritto – era già molto anziano, profondamente incline alla depressione, ma disse: “È incredibile quanto mi abbia <em>stimolato</em> il suo libro”), Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Alain Delon. Lo scrittore rumeno fu apprezzato anche da Paul Celan</strong>, che tradusse in tedesco il <em>Sommario di decomposizione</em>. Ma anche da Ernst Junger, Jean Rostand, Margeurite Yourcenar, Henri Michaux. Ma non andiamo oltre con la fiera degli ammiratori.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, ancor prima del brutale e rachitico libello di Berardinelli, fu pubblicato l’attacco ancor più impietoso, ostile e vile di un altro critico di fama, lo zelante pedagogo G. Steiner (osannato per la sua “profonda probità”, dalla <em>liberal</em> Susan Sontag, una saggista che capì poco e male di Cioran, se prestiamo fede a quello che scrive nella sua lunga prefazione al <em>The temptation to exist</em>). È appena il caso di notare, infatti, che l’attacco di B. è del 1985, curiosamente uscito solo pochi mesi – opportunismo? – dopo l’articolo di più di nove pagine di George Steiner sul <em>New Yorker</em>, nel 1984. <strong>In tutte le nove pagine di Steiner, più raffinato e se non altro meno sbrigativo del critico italiano, solo due accenni positivi: “Cioran è autore di un interessante saggio su De Maistre” (quando in realtà è uno dei migliori, in assoluto, che io abbia mai letto),</strong> “si dà il caso che io sia convinto che lo stoico élitarismo di Cioran, il suo rifiuto del migliorismo <em>à l’américaine</em> contengano più verità delle varie etichette attualmente di moda di progressismo ecumenico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Note positive subito abbattute da una sequela di impressionanti detrazioni: “odora di falso”, “pseudopensiero”, “funereo sermone”, “pronunciato da molti prima di lui… non è originale”, “eccesso massiccio e brutale di semplificazione”, “facile”, “minacciosa faciloneria”, “nessun pensiero analitico profondo”, le sue frasi “facili da scrivere… gratificano lo scrittore con il tenebroso incenso dell’oracolarità”, pretende “ottusa acquiescenza… un’eco compiacente”, “flebile gioco di parole”, “non convincente”, il tono “gonfio di macabro chic”, “portentosa stupidità”, “apocalittiche convinzioni”, “pessimismo letale”, “futile”, “idee politiche nere come la notte”, lo “stoico élitarismo”, “non c’è niente qui di molto originale o sensazionale che vada ad aggiungersi all’apologia delle tenebre di De Maistre, in Nietzsche o nelle idee politiche visionarie di Dostoevskij”, “frisson alla moda”, “ridicolo grido”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è finita. Steiner sostiene che altra cosa è la non meno chiaroveggente tristezza di Tocqueville, di Henry Adams, Schopenhauer, poiché le loro ragioni “sono scrupolosamente argomentate”! Ossia liberali, storiche, talvolta kantiane, politiche, filosofiche. Ah, la dialettica! Con loro non si rischia il<em> krampf</em> della ragione, la bancarotta della speculazione. La preferenza di Steiner è ovvia. Tutto il loro argomentare, come il loro pessimismo, è per lui <em>circoscritto storicamente</em>. Schopenhauer, ci dice infatti Steiner soddisfatto, malgrado il suo pessimismo, portava con sé ancora significative tracce di Kant e di odio per l’io, faceva inoltre profondamente sua l’ironia del pallido riso dianoetico (il <em>risus purus </em>di Beckett); e, infine, di lui rimaneva il <em>moraliste. </em>Questi pensatori, secondo Steiner, esprimono “dubbi, riserve, rendendo onore al lettore. Non pretendono acquiescenza o un’eco compiacente, ma un ripensamento e una critica”. E “c’è poi molto da <em>dire</em> sulla morte?”, ci dice la fottuta lucidità tutta diurna di questo critico, con una nota perfettamente spinoziana – anche quelli che vegetano ancora nell’infanzia dell’intelletto, in fondo, intuiscono che il <em>tragico </em>era la bestia nera di Spinoza, e che perdersi in <em>cogitationes </em>sulla morte, per lui, non era da uomini “ragionevoli”. Eppure, lo stesso Leopardi, più di un secolo prima, alla temperante frase di Steiner obbietta potente e lapidario: “le opere di genio… non trattando né rappresentando altro che la morte”; Šestov, a sua volta, sostenne che il timore della sofferenza è il timore di scuotere l’<em>ordo et connexio idearum.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Steiner ci parla anche dell’“indiscutibile autorità” di Karl Kraus, Wittgenstein, Beckett (anche lui enormemente influenzato, apertamente, dalla strategia ironica di Schopenhauer!) e Kafka (colui che rappresenta, sì, un tragico potente, ma soprattutto l’antagonismo del più mite degli uomini, una volontà di potenza disarmata, il Kafka animale, sì, ma soprattutto scarafaggio, coleottero, talpa, tenero, puro, accorato e straziante!).</strong> “Pensate a Rousseau e Nietzsche – continua Steiner – che giunsero alle stesse conclusioni, ma con ben maggiore forza probatoria”, rispetto a Cioran. L’affondo, nonché l’esempio principe – udite udite – di “traboccante autorità, nata da una sintesi autentica, da una scrittura la cui concisione si ritraduce, obbligatoriamente, in una psicologia e sociologia di attenta coscienza storica su vaste proporzioni”, è il pensiero dei <em>Minima Moralia</em> di T.W. Adorno: “Qualsiasi onesto confronto con <em>Squartamento</em> sarebbe disastroso. Senza dubbio ci sono esempi migliori nell’opera di Cioran…  Ma una raccolta di questo tipo… solleva non tanto la questione se il re sia nudo, quanto se un re ci sia.”, conclude Steiner, che rifila al lettore la squallida e conciliante zampata della dialettica negativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Steiner gioca Adorno, la Weil, Tocqueville, Kraus, Nietzsche, Schopenhauer, Dante, Kafka, De Maistre, Adams, Beckett, Wittgenstein, Rousseau contro Cioran, che non solo scriveva con grande considerazione della Weil, Tocqueville, Beckett, Kafka, Hume e di tanti altri che non dispiacerebbero a Steiner, ma criticava con grande lucidità e profondità – probabilmente è questo il problema per Steiner: <em>troppa </em>profondità – le alienazioni della nostra epoca con anni, se non decenni di anticipo rispetto a quegli autori che avrebbero svolto analisi analoghe a quelle di Cioran ma limitate, talvolta, a un ordine puramente sociologico e politico, come ad esempio Hannah Arendt (la pia e rivoluzionaria, che nel suo resoconto del processo Eichmann scrisse: “noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato”) o Raymond Aron e Canetti; e anticipando di mezzo secolo, nel suo <em>Lacrime e Santi</em>, alcune analisi che il narcotico Derrida avrebbe svolto nel suo <em>Glas.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, un aut-aut. L’alfiere della notte, l’esteta egoista, moralmente e socialmente irresponsabile, il pessimista scettico, deve sparire. È inutile, il peggiore di tutti. Sterile su tutta la linea. Non era lui stesso a dirlo?</strong> È un aborto per la continuità della specie, urta ogni continuità vitale e storica, compromette il continuo, ogni generazione, ogni trasmissione organica della vita, fisica o intellettuale. Non lo avrebbe ammesso anche lui nei suoi <em>Cahiers</em>? Chi mi legge è fregato! Ti diceva che tutto stava morendo, ma ahimè in un modo così vitale, con un tale senso dell’umorismo, che purtroppo ci si sente assolutamente sedotti. Ma è poco <em>utile</em>, se non per il piacere di una superba scrittura. Dopotutto, i nichilisti e gli scettici non hanno perso, non sono datati, <em>a cold product</em>? ci dicono i critici americani. Leopardi al contrario scrive: “Così che il Misantropo ch’io era, feci un’opera più utile agli uomini… di quante mai n’abbia prodotte la più squisita filantropia, o qualunque altra qualità umana…”!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cioran ha il gravissimo difetto, agli occhi di Steiner, di non essere un teologo, uno psicologo, un sociologo, un filosofo politico, uno storico, un moralista. Un pensatore sociale.</strong> Gli manca troppo <em>logos</em>! Second Steiner, Cioran non può neanche essere annoverato tra i <em>moraliste</em>, poiché non applica valori e princìpi universali ai problemi della condotta sociale, della società del suo tempo; non riduce le analisi sull’uomo ai rapporti che lo legano ai suoi simili, al sociale, al culto per la cultura che oppone la dittatura del dialogo, e la sua impietosa forma di vita, la tirannia dei valori. La preferenza di Steiner è ovvia: sebbene i <em>moralisti</em> non cerchino di modellare l’uomo, almeno si fermano all’uomo esteriore, all’essere nel tempo, nella società, all’uomo tutto in superficie, e non risparmiano il mistero di niente e di nessuno; per loro nulla è misterioso; spiegare un essere per loro equivale ad abolirlo, a ridurlo a un nulla. Ne scorgono solo le infermità mediocri, generali, di individui socievoli e indaffarati; sfugge loro il male essenziale, guardano alle amarezze diurne, sondano solo il fondo delle apparenze comuni. Lo aveva capito, Cioran, nel <em>Antologia del ritratto</em>. Quella dei moralisti è la stessa<em> superficialità</em> di fronte a cui si arresta, sterile, Berardinelli. A lui, e a una legione di quelli come lui, non interessa la ricerca della profondità, l’anguilla della verità profonde, il sottosuolo che uccide la teoria, ma solo l’abuso della speculazione<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, Joseph de Maistre, il potente autore del pamphlet in favore del boia, per Steiner rimane un interlocutore poiché, per quanto agli antipodi rispetto alle sue idee, era pur sempre contro il romanticismo, difendeva la trinità costituita dal classicismo, dalla monarchia, dalla chiesa, era l’incarnazione del chiaro spirito latino, l’antitesi stessa della cupa anima germanica; classificava, era rigoroso nel suo pragmatismo politico. All’interno di questo quadro cognitivo, per quanto reazionario, De Maistre rimane un interlocutore passibile di confronto e di confutazione, nonché autore di notevoli intuizioni moderne e precursore di altre, ultramoderne. In lui permane una fondamentale psicologia politica, circoscritta storicamente! Una ragione reazionaria è pur sempre una ragione. <strong>Il pessimismo reazionario di De Maistre, infatti, è lontano dal radicale ma paradossale pessimismo reazionario di un Leopardi, nel quale De Maistre non avrebbe potuto riconoscersi, dato l’atteggiamento di dichiarata non-politica del grande recanatese. È solo per questo motivo che Steiner include De Maistre nel pantheon della critica della cultura. Cioran, al contrario, con la sua estetica evanescenza, con il suo stile aristocratico e la sua gnosi permanente, il suo lutto a getto continuo nero come la notte, è roba per artisti, poeti, attori, cantanti</strong>, i <em>puer</em> e i perduti di ogni angolo della terra! I <em>lumpen</em>. Non fa una piega, vi pare?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il paradosso esilarante di Berardinelli, infine, è quello di criticare sarcasticamente il dna dell’Adelphi, salvo poi recensire recentemente (in <em>Avvenire</em>, 1 aprile 2016) un grande libro della filosofia esistenziale degli anni Trenta,<em> La coscienza infelice</em>, di un poeta e pensatore rumeno, l’unico erede diretto di Lev Šestov, ossia Benjamin Fondane, <strong>e senza neanche accorgersi che se Šestov, per molti aspetti, è in parte uno dei nonni del dna dell’Adelphi, Fondane, il filosofo e poeta dell’assurdo e della tragedia, per molti aspetti rappresenta il fratello maggiore (è nato nel 1898) di Cioran (1911) e Ceronetti (1927). </strong>Scrivono e pensano, tutti, ognuno con le proprie modulazioni, da un identico territorio spirituale, quello che Berardinelli ha sempre sbeffeggiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il critico, nella cultura, ha sempre svolto la stessa funzione che svolge Cristo nel cattolicesimo. Il ruolo di vicario. Nel caso del critico, il laico pensatore pubblico. Il <em>professor publicus ordinarius</em>. Come in religione si crede in Cristo per non credere direttamente in Dio, per non avere un rapporto autonomo con lui, così i critici sono i vicari del pensiero di tutti, per impedirci di accedere a quella profonda autonomia individuale che testimonia l’esperienza del pensatore privato, del <em>selbstdenker</em>, colui che pensa da sé e per sé, che vede il mondo con i propri occhi. Sono due realtà inconciliabili. Brodskij affermava che la psichiatria è dello Stato. Si può affermare qualcosa di analogo della critica, che, da sempre, pretende di essere il filtro intellettuale tra noi e il reale. Il processo di pastorizzazione, normalizzazione, a danno della individuo. Ridotto all’osso, spogliato da ogni maschera, il meccanismo della critica è sempre stato questo. <strong>Il critico vuole <em>curare</em>. Dato che gli artisti non compirebbero le loro opere abbastanza coscientemente, occorre che qualcuno le verifichi, le spieghi e le completi! </strong>Susan Sontag ammette candidamente: “Il mio io è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono, ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa altrui.” è un territorio diafano, immateriale, dove una forza reale diventa finta solo perché ne è stata contrastata la vitalità.</p>
<p style="text-align: justify;">“C’è un élite di ansiosi. Il resto è l’umanità.”, scrive Cioran.</p>
<p style="text-align: justify;">Spazziamo via quella impertinenza intellettuale di chi non ha il rango per poter essere annoverato tra queste élite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
<p><em>*In copertina la fotografia di Alfonso Berardinelli è realizzata da Dino Ignani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-critico-che-non-salva-nessuno-salvo-se-stesso-e-vuole-insegnarti-come-si-vive-e-si-legge-saggio-contro-alfonso-berardinelli-che-sculaccia-chi-e-piu-grande-di-lui/">Il critico che non salva nessuno (salvo se stesso) e vuole insegnarti come si vive e si legge: saggio contro Alfonso Berardinelli, che sculaccia chi è più grande di lui</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Dobbiamo tornare alla grotta, alla pergamena (e Stalin è un ditale)”: riscopriamo Jean Cau, ribelle alla stupidità odierna. Ovviamente impubblicabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 05:23:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una cosa che non sopporto. Non sopporto che mi impongano cosa devo leggere. Eppure, sappiamo che la stortura, il peccato originale, è proprio qui. Decido cosa devi leggere. Ti educo a leggere ciò che voglio io – letteratura ‘edificante’. * Ora. Per me si ‘edificano’ le case, non gli uomini. Chi ha voluto educare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-cau-ribelle/">“Dobbiamo tornare alla grotta, alla pergamena (e Stalin è un ditale)”: riscopriamo Jean Cau, ribelle alla stupidità odierna. Ovviamente impubblicabile</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è una cosa che non sopporto. <strong>Non sopporto che mi impongano cosa devo leggere. </strong>Eppure, sappiamo che la stortura, il peccato originale, è proprio qui. Decido cosa devi leggere. Ti educo a leggere ciò che voglio io – letteratura ‘edificante’.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora. Per me si ‘edificano’ le case, non gli uomini. <strong>Chi ha voluto educare o ‘edificare’ gli uomini ha dovuto edificare, anzi tutto, la ghigliottina o i campi di lavoro.</strong> Di solito, in effetti, non si ‘educa’, si ‘ri-educa’. Siamo educati, per natura, infatti, a obbedire a noi stessi, alla nostra fame.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il fatto che ci sono autori e libri che ‘bisogna leggere’, ben installati nel canone del perbenismo – <strong>e altri che non bisogna neanche nominare.&nbsp;</strong>Come lui.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62276 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/Cau-Mondadori-189x300.jpg" alt="Cau Mondadori" width="154" height="244" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cau-Mondadori-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Cau-Mondadori.jpg 440w" sizes="(max-width: 154px) 100vw, 154px" />Le notizie più intriganti in merito a Jean Cau, le leggo dalla penna di James Kirkup, che quest’anno farebbe cento anni, non fosse morto nel 2009. <strong>James Kirkup è famoso – povero lui – per aver scritto nel 1977, su <em>Gay News</em>, un poema in cui marca il suo possente amore omosessuale verso Gesù. </strong>Il poema s’intitola <em>The Love That Dares to Speak Its Name</em>, è stato perseguito per legge e giudicato blasfemo dal tribunale d’Albione. Letto oggi il poema fa tenerezza, è delicatamente osceno (un centurione si eccita a scavare il corpo crocefisso di Gesù: “Questa è la crocefissione passionale e beata/ la soffrono, pazientemente e con godimento, gli amanti dello stesso sesso”). All’epoca, più che altro, Kirkup firmava ‘coccodrilli’ <a href="https://www.independent.co.uk/news/people/obituary-jean-cau-1494832.html" target="_blank" rel="noopener">per l’<em>Independent</em></a> e attacca subito così, qualche giorno dopo la morte di Cau – accaduta il 18 giugno del 1993: “è stato uno dei principali personaggi letterari e intellettuali della Francia postbellica”. Addirittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">James Kirkup gode nel titillare il tasto del gossip, così di Cau ci dice che prima “abbraccia l’ideale esistenzialista nei cafè intellettuali esistenzialisti”, insieme a Jean Genet, ad Albert Camus, a Jean-Paul Sartre. “La loro musa era Juliette Greco e Cau ricorda di averla vista ballare a piedi nudi fuori dalla chiesa di Saint-Germain-des-Pres, nonostante la ruvidezza dei ciottoli”. Ruvido, piuttosto, divenne lui, Cau. Pubblicista di talento, scrittore formidabile <strong>(<em>La pietà di Dio </em>vince il Goncourt nel 1961 e viene tradotto l’anno dopo da Roberto Cantini per Mondadori, nella collana ‘Il bosco’, tra Marcel Proust e Samuel Beckett e Ernest Hemingway),</strong> sceneggiatore di pregio (<em>Borsalino</em>, con Alain Delon e Jean-Paul Belmodo e <em>Il ribelle di Algeri </em>portano la sua firma), divenne segretario personale di Sartre, <strong>salvo scaricare Sartre (“Non gli devo nulla, eppure gli devo tutto – è un prodigioso pugile dell’intelletto, ma senza alcuna traccia di sensibilità”, disse di lui, rimarcando che la rinuncia al Nobel da parte del filosofo fosse una mera operazione pubblicitaria)</strong> e “iniziare una brillante carriera come pamphlettista di destra, nella tradizione dei Mauriac e dei Raymond Aron”. Diciamo, stando nel ring del gossip, che sfotteva Hemigway – diceva che di Spagna sapeva nulla – scrisse che Mitterand “pare Dracula… si muove tra le tombe polverose del Pantheon come una statua di gesso”, sfotteva tutta la <em>gauche</em> e fu, in era progressista, un imperdonabile antimoderno.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto di non essere ‘dalla parte giusta’, ha esiliato Cau dall’editoria nostrana – d’altronde, ora che, pare, la destra è al governo, pare che di questo strepitoso anomalo freghi a nessuno, nessuno sa chi è, siamo al sovranismo dell’ignoranza da qualche decennio. In Italia, al di là del romanzo edito da Mondadori – e mai più ristampato, perché poi Cau è diventato uno dei ‘cattivi’ – Cau è stato stampato da Volpe (<em>Il papa è morto…</em>, 1969; <em>Le scuderie dell’Occidente</em>, 1973; <em>Il cavaliere, la morte e il diavolo</em>, 1979), da Longanesi (<em>Toro</em>, 1962), da Vallecchi (<em>Un passione per Che Guevara</em>, 2004), insomma, è roba che risale a valanghe di anni fa, introvabile. <strong>Noi proponiamo dei brani da <em>Il popolo la decadenza e gli dei </em>(Edizioni Settecolori, 1996), in particolare stralciando il testo di apertura, <em>Elogio sconveniente del pesante</em>, dove Cau, pensatore d’acciaio ma con l’agilità di un Cassius Clay, parte dai “rasoi Bic, in plastica gialla, ‘usa e getta’”, per compiere una micidiale messa in questione del nostro mondo, dell’Occidente imbarbarito dallo stipendio fisso, dai consumi, dalla viltà.</strong> Fulgida delizia stilistica francese: gusto per l’eccesso, arguzia provocatoria, stile provocante. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62277 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-192x300.jpg" alt="Cau" width="134" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867-600x937.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/cop-e1533964707867.jpg 1578w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Oggi bisogna stare attenti al proprio sguardo, evitare che si ingorghi e rigurgiti, come una fogna che non può più inghiottire rifiuti. Bisogna allenarsi continuamente alla polizia. Non avere la tv, non andare al cinema, è già un buon metodo. È uno dei miei segreti. Una donna mi indica i suoi bambini: “Si sono svegliati male stamattina. Ieri hanno guardato la televisione fino alle 22”. Il mio dolore è tremendo. Mi risponde: “Hanno già dimenticato tutto, non è grave”. Sì, è grave, perché domani dimenticheranno tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da poeta, Jean Genet aveva il genio di leggere attraverso i muri e di vedere quali spettacoli venivano dati dietro le quinte. In generale parlavamo di argomenti importanti – per esempio di Racine o di Giovanna d’Arco che, secondo lui, doveva essere stato un gran bel ragazzo – ma, <strong>quel giorno, siccome parlavamo di politica, appresi che Stalin era un ditale.</strong> Feci notare al poeta che Churchill e Roosevelt, a Yalta, che de Gaulle (ecc.) avevano incontrato un dittatore in carne e ossa. Alzò le spalle: “No!”. “Eppure…”. “Rifletta! Come vuole che Churchill dica a Roosevelt: ‘Ha notato che Stalin è un ditale?’. Avrebbe temuto di passare per pazzo. E Roosevelt faceva lo stesso ragionamento. E de Gaulle anche (ecc.). E se tutti vedevano chi era in realtà Stalin, nessuno osava rivelarlo”. “Ma gli accordi di Yalta, discussi aspramente e firmati tra Roosevelt-Churchill da una parte e un ditale dall’altra?”. “Certo! È l’interprete che ha fatto tutto il lavoro, perché anche lui si trovava in una situazione terribile. Come avrebbe potuto dire a Roosevelt, Churchill, ai marescialli, all’ufficio politico: ‘Ascoltate, non posso tradurre. Stalin non esiste, è un ditale’. Sarebbe stato fucilato. È evidente. È la perfezione ammirevole della dittatura. Questo non si discute”. “Lei sa un formidabile segreto”. “Ma no. Non ha capito niente. C’è solo una connivenza mondiale”. Ero convinto. <strong>Allo stesso modo, dite che, come Stalin, poesia, musica, scultura, pitture contemporanee non esistono e che ci sono solo parole, rumori, materia e macchie.</strong> Osate dire che vedete solo quello che vedete – un neonato, un ditale – e sentite solo quello che sentite. Osate proclamare che non vi commuovete per l’arte contemporanea e il partito strapperà la vostra tessera e vi espellerà. Non avrete nessun peso…</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il gesto perde ogni solennità. Già mio padre, che si rasava con l’aiuto di una sciabola, mi scrutava con diffidenza, quando, non più imberbe, acquistai un Gilette. “Questo lo chiami rasoio?”. Mi feci – e lo rimpiango – avvocato del diavolo. “È pratico…” dissi, ignorando che un giorno questa vile spiegazione mi avrebbe condotto al Bic usa e getta e all’acquisto di un’auto piena di “circuiti elettronici” in cui ci si siede senza complimenti. Dove siete, giorni di settembre, quando saltavo sulla carretta della vendemmia, appollaiato in alto sul banco di legno come un imperatore sul carro trionfale? <strong>I grappoli, tagliati con l’aiuto di un’accetta, pesavano in mano e, quando uno era di eccezionale bellezza, si chiamavano da lontano gli altri vendemmiatori per esibirlo, con il braccio teso, come uno scalpo di cannibale se era nero, di viso pallido se era dorato.</strong> Con un colpo di reni si vuotava il secchio nella bigoncia. L’estate scorsa ho visto un mostro ronzare nelle vigne: una macchina per vendemmiare! Foglie, grappoli, avanzava, strappava tutto, ingoiava tutto. La sua ferocia, la sua voracità mi riempirono di spavento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Oramai c’è solo una soluzione, per non volare via, Bic in tasca, e diventare un coriandolo umano, sballottato e gettato ovunque. Ai coriandoli – lo preciso – perdono la leggerezza veneziana perché mi fanno sognare feste che non vedremo più, belle donne mascherate e vestite di broccati. A Venezia, sugli abiti neri delle vedove, avrei gettato coriandoli rossi. Presto sedotte dalla mia impertinenza, le avrei condotte nella camera del mio palazzo e lì, sulla neve del loro corpo bianco e nudo, avrei gettato coriandoli neri. Ecco un’altra catastrofe! Le vedove non vestono più di nero. Alle vecchie lo perdonerei, ma le giovani che errore commettono nel ritrovarsi pimpanti di colori dopo aver pianto il marito! Prima, tutte vestite di nero, si riconoscevano subito e il lutto era per loro un modo di annunciare la ritrovata libertà. A cinquanta metri si esclamava: “Ecco una vedova!”; poi, che fosse pallida o ben truccata, presto la si corteggiava. Se era pallida, dovevamo consolarla. Se era truccata, voleva dire che si ritoccava con i belletti per invitarci a sedurla senza troppi sforzi. Una vedova nuda dal corpo immenso e bianco su un letto e, sulla poltrona, i veli neri… Sulla terra e nei cieli c’è visione più bella? <strong>Ma dicevo che, per non scomparire, oramai, si può solo risalire, ostinatamente, il corso dei secoli. Fino alla Genesi, alla grotta, alla pergamena, all’olio, all’uccello e alla piuma d’oca o d’aquila. Al momento in cui la scimmia smette di volare sull’albero per camminare sulla terra, pesantemente, e catturare, sulle pareti delle grotte, l’animale che fuggiva.</strong> Vedo, in quell’istante, due antenati, ancora molto villosi, ad Altamira o a Lascaux. L’uno dipinge un uro, l’altro un cavallo. Grugniscono e mai tra artisti si udì un dialogo più profondo. Si radono solo con lamine di selce intagliate, accendono il fuoco strofinando due pietre dalle quali sprizza la scintilla. Sono molto cambiato da queste aurore. <strong>La mia caverna è un’auto, i cavalli bevono benzina e il velo di pioggia è cancellato dal tergicristallo. Insomma, con grande vergogna collaboro con la plastica e col polistirolo;</strong> e, invece di chiamare da lontano il mio amico nella foresta, gonfiando il petto per gridare, gli telefono. Collaboro!</p>
<p><strong><em>Jean Cau</em></strong></p>
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		<title>Alain Delon ha il coraggio di dire che questo mondo fa schifo e tutti si occupano del suo cane. Siamo proprio una civiltà che abbaia al nulla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2018 09:58:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Se il mondo andasse al contrario, almeno mi verrebbe il capogiro, invece mi girano solo i coglioni. In realtà, il mondo continua a girare oggi con la stessa paziente follia con cui girava ai tempi di Jimmy Fontana – gira il mondo gira nello spazio senza fine. Piuttosto, è l’uomo che è precipitato dal grattacielo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se il mondo andasse al contrario, almeno mi verrebbe il capogiro, invece mi girano solo i coglioni. In realtà, il mondo continua a girare oggi con la stessa paziente follia con cui girava ai tempi di Jimmy Fontana – <em>gira il mondo gira nello spazio senza fine. </em>Piuttosto, è l’uomo che è precipitato dal grattacielo della sua grandezza nel tracotante abisso della coglioneria. Esempio bestiale. Alain Delon rilascia una lunga intervista a <em>Paris Match</em>. <strong>Il vecchio – ha 82 anni – è ancora un bell’uomo, jeans, camicia, foulard. Titolo sparato, <em>Le solitaire de Douchy. </em>Il solitario di Douchy, micro comune della Loira – poco più di mille abitanti – dove Delon ha la sua tenuta. Quelli di <em>Paris Match </em>sono adorabilmente bastardi</strong> perché in calce alla copertina ufficiale con il vecchietto ne piazzano un’altra, di parecchi anni fa. Titolo: <em>Delon: l’Unique. </em>Segue fotografia di Delon da giovane, lineamenti apollinei e occhi glaciali, un figo pazzesco, di cui è inutile, penso, ricalcare la filmografia oceanica che lo rende uno dei titani del cinema mondiale (ne cito tre a casaccio: <em>Rocco e i suoi fratelli, Frank Costello faccia d’angelo, La prima notte di quiete</em>). Beh, Delon al pio intervistatore dice delle cose di appagante ferocia. Esempio: <strong>“Odio l’epoca che stiamo vivendo, mi fa vomitare. Ci sono persone che odio. Tutto è falso e contano solo i soldi. Lascerò questo mondo senza rimpianti”. A Delon è capitata la più puttana delle sorti. Gli dèi non invecchiano. </strong>Il cinema ha reso Alain Delon un dio. E ora noi assistiamo al grottesco per antonomasia: il deperimento, la corruzione, l’invecchiamento del dio. <strong>A Delon, audace sciupafemmine, viso di femminea crudeltà, non gli tira più, la faccia gli si sgretola, è un rudere, fa fatica a pisciare e a cagare, una camminata più lunga del solito gli fa venire il fiatone. Il corpo – la miseria della carne – ha preso possesso del mito e lo sta selvaggiamente distruggendo.</strong> Inutile tirare fuori i violini per canticchiare quanto è bella la terza età. Gli dèi non invecchiano. Alain Delon, il dio del cinema francese, invecchia, è decrepito, fa schifo, si fa schifo e tutto gli fa schifo. Il mio orecchio da romanziere va in aureo brodo. Bisognerebbe scrivere un racconto, un romanzo sulla capitale depressione di Delon, tipicamente francese, così virulenta, <strong>pare un Laclos a contrario, un redivivo Céline. Eppure. I giornali parlano d’altro. Parlano di coglionerie.</strong> Delon ha detto che in punto di morte chiederà al veterinario di uccidere il suo cane, Loubo. “Gli farebbe un’iniezione in modo che possa morire tra le mie braccia”. Apriti cielo. Gli animalisti s’indignano, i media s’incazzano, comminate a Delon la ghigliottina, che i servizi sociali gli sottraggano il cane. Ora. Portiamo i figli al Museo Egizio di Torino e mica c’indigniamo del fatto che i faraoni – memoria carnale della divinità celeste – facevano sgozzare falangi di amministratori, cugini e servi quando morivano, per portarseli con sé nell’aldilà. Son passati 3mila anni, avete ragione. Pigliamo le parole di Delon per effervescenza senile, il ghigno di un dolente iconoclasta. Il tema, però, cari noi, è altro. <strong>Delon, il dio del cinema francese roso dalla vecchiaia, preferisce la compagnia di un cane a quella di un proprio simile.</strong> Questa magistrale ostilità verso il regno degli uomini, che volete farci, mi affascina. Roba da film.</p>
<p><em>Davide Brullo</em></p>
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