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	<title>Società Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 15 Sep 2026 03:35:05 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Essere una caregiver in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 03:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[caregiver]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aveva smesso di parlare. Era successo una delle ultime volte che ero andata a trovarla. Provai a disegnare le lettere dell’alfabeto su un foglio per fargliele indicare con il dito, come nel film di Julian Schnabel&#160;Lo scafandro e la farfalla, ma niente da fare.&#160; A volte riusciva a dire “sì” o “no” picchiettando il dito [&#8230;]</p>
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<p>Aveva smesso di parlare. Era successo una delle ultime volte che ero andata a trovarla. Provai a disegnare le lettere dell’alfabeto su un foglio per fargliele indicare con il dito, come nel film di Julian Schnabel&nbsp;<em>Lo scafandro e la farfalla</em>, ma niente da fare.&nbsp;</p>



<p>A volte riusciva a dire “sì” o “no” picchiettando il dito indice sul bracciolo della carrozzina. Le insegnai io quel metodo, prendendo spunto da Hector Salamanca in&nbsp;<em>Breaking Bad</em>, ma senza campanellino. Non riusciva più a tenere gli occhi aperti né a mangiare; ingurgitava solo alimenti liquidi con i quali si strozzava continuamente, perché è come se ti prendessero dei crampi improvvisi in tutto il corpo, anche agli organi interni. Tutto si blocca, inizi a tossire, a sbavare, ti sembra di soffocare, ed effettivamente stai per soffocare.&nbsp;</p>



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<p><strong>I dottori semplificavano le cose. Con la proverbiale sensibilità che li contraddistingue, un giorno ci chiesero: “La lasciamo morire di fame oppure aspettiamo che se ne vada ma almeno con lo stomaco pieno?”.</strong>&nbsp;Avrebbero voluto metterle una Peg per nutrirla artificialmente, una sonda che collega lo stomaco all’esterno, ma mia madre ci fece capire che a costo di strozzarsi, di lacrimare per la fatica di deglutire, di sentirsi la gola bloccata per via di un minuscolo pezzetto di cibo o di una goccia d’acqua, lei voleva mangiare dalla bocca, e non attraverso un buco nello stomaco.&nbsp;</p>



<p>Rispondemmo di continuare a nutrirla in maniera naturale fino alla fine dei suoi giorni, magari usando pazienza e amore, calma e preparazione, perché quella donna, nonostante sembrasse una statua di marmo, era ancora capace d’intendere e di volere e non si trovava in stato vegetativo; mia madre, sempre usando il dito indice, ci disse anche che spesso mangiava poco perché alcuni degli operatori sanitari che avevano il compito di nutrirla, erano impazienti, maleducati e antipatici, e che non sapevano neanche come imboccarla.&nbsp;</p>



<p>Credevo che volesse morire. Un giorno le dissi che l’avrei aiutata e che l’avrei portata in Svizzera se lo desiderava, ma disse di no. Era ancora troppo lucida e coltivava speranza.</p>



<p><strong>Con i pochi soldi a disposizione, mia sorella ed io fummo costrette a trovare una RSA fuori città, che comunque costava più di 2.000 euro al mese.</strong>&nbsp;Metterla in una residenza sanitaria fu una scelta faticosa, ma non avevamo i soldi per pagare badanti su badanti disponibili ventiquattrore su ventiquattro; oltretutto mia madre viveva in un bilocale nelle case delle Cooperative di Milano, non c’era spazio per far dormire qualcun altro o per allestire una sorta di stanza d’ospedale. Chi giudica la scelta di mettere un parente in una struttura sanitaria, non sa che spesso si tratta di un’opzione obbligata.&nbsp;<strong>Mia madre aveva una forma gravissima di parkinsonismo, un’atrofia multisistemica simile alla SLA, per la quale non c’è cura e non esistono farmaci.</strong>&nbsp;Nessuno sa come e perché si manifesti il parkinsonismo (che non è il Parkinson) ma sicuramente lo stress, la depressione, fattori ambientali e genetici, contribuiscono alla comparsa e all’avanzamento della malattia, me lo confermò un primario dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano.&nbsp;</p>



<p><strong>Quando esci da una RSA, puzzi. Senti sui vestiti e tra i capelli l’odore di quei fiati cattivi e stanchi, di quei pannolini sporchi, di quelle magliette logore e sbrodolate, piene di cibo e bava.</strong>&nbsp;E allora, in macchina, tornando a casa, ti ritrovi ad ascoltare quei dischi che consumavi quando eri un’adolescente incazzata, perché sei ancora incazzata, e non puoi fare altro che piangere.</p>



<p>A volte, i caregiver pregano perché i propri cari muoiano. Lo fanno perché le forze sono allo stremo e si è psicologicamente devastati. Sperano che valga anche per loro quello che scrisse Haruki Murakami in&nbsp;<em>Kafka sulla spiaggia</em>:&nbsp;</p>



<p><strong>“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”.&nbsp;</strong></p>



<p>È il futuro che ci aspetta a causa dell’allungamento della vita e riguarderà intere generazioni. In un articolo uscito sul sito di Sky Tg24, è emerso che&nbsp;<strong>secondo l’Istat nel 2026 i caregiver in Italia sono arrivati a dodici milioni, per la maggior parte donne; quelli che coabitano solo 4,4 milioni.&nbsp;</strong>Ma i dati più tristi li troviamo sul “Fatto Quotidiano”: tre nuclei su dieci sono in condizioni di povertà. La situazione peggiora d’estate, a causa dell’isolamento e della mancanza di servizi. Lo Stato non aiuta con sostegni economici; infatti, i caregiver assistono i familiari gratuitamente anche ventiquattrore su ventiquattro, e spesso sono costretti a lasciare il lavoro o a trovarne più di uno per riuscire a pagare almeno una badante part-time. L’Inps interviene con un assegno d’invalidità, ma che non è certo sufficiente a coprire tutte le spese.</p>



<p><strong>E intanto si deve andare avanti. E anche se in passato hai odiato i tuoi genitori e vi siete fatti del male, ora te ne devi occupare,</strong>&nbsp;proprio ora che stavi invecchiando, stavi iniziando a somigliargli e ci andavi un po’ più d’accordo.&nbsp;</p>



<p>Ma è troppo tardi.&nbsp;</p>



<p>L’ultima volta che mia madre mi sorrise fu quando le feci vedere sul cellulare una foto di me da bambina. La indicò con il dito indice. Le s’illuminarono gli occhi, mostrò i suoi denti grandi e ancora bianchi. Poi, una mattina è peggiorata in maniera irreversibile a causa di una polmonite bilaterale. Sono andata a trovarla in ospedale. Ho cercato di confortarla. Ventiquattrore dopo ha perso conoscenza. Sono andata nuovamente a trovarla.&nbsp;</p>



<p>Le ho detto tutto quello che non ero mai riuscita a dirle prima.</p>



<p>Le feci anche una promessa.&nbsp;</p>



<p>So che mi ha sentito.&nbsp;</p>



<p>È morta nove giorni dopo il ricovero.&nbsp;</p>



<p><strong><a href="https://www.dejanirabada.com">Dejanira Bada</a></strong></p>



<p><em>*In copertina: Lucian Freud, Girl with a Fig Leaf, 1947</em></p>
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		<item>
		<title>Dal castello incantato al supermarket. Qualcosa su Yayoi Kusama</title>
		<link>https://www.pangea.news/yayoi-kusama-roberto-floreani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 04:12:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[artistar]]></category>
		<category><![CDATA[Louis Vuitton]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Floreani]]></category>
		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Yayoi Kusama]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 14 agosto scorso è mancata a 97 anni l’artista giapponese&nbsp;<strong>Yayoi Kusama, autentica&nbsp;<em>artistar</em>&nbsp;dell’ultimo decennio</strong>, al vertice della classifica delle vendite nel ’26, con un’aggiudicazione recente che supera i 10 milioni di euro. Nata a Matsumoto nella provincia di Nagano nel ’29, inizia a disegnare compulsivamente fin da bambina. Manterrà questo rapporto ossessivo con l’opera fino alla fine, diventando negli anni le sue distese di pois e le zucche antropomorfe, intimamente rassicuranti in quanto bucolico deposito memoriale, un autentico brand cavalcato dalle grandi&nbsp;<em>griffes</em>&nbsp;della moda: Louis Vuitton su tutte. Alla prima scuola d’arte, in conflitto con la madre, rifiuterà le previste lezioni di etichetta, già dimostrandosi insofferente alle imposizioni, frequentando poi, la scuola d’arte&nbsp;<em>nihonga</em>&nbsp;all’insegna di un grande rigore formale che le conferirà continuità e disciplina.&nbsp;</p>



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<p><strong>Il trasferimento a New York è del ’58, grazie ad un contatto epistolare con l’artista Georgia O’Keeffe che la esorta da uscire da un Giappone post-bellico sventrato in tutto il suo retaggio tradizionale e abusato da un doppio, irrimediabile crimine atomico.&nbsp;</strong>I suoi primi contatti americani saranno con il minimalista Donald Judd e con due dei caposaldi pop come Claes Oldenburg e Andy Warhol che nel ’65 plauderà – con il suo gallerista Leo Castelli – ad una sua passeggiata collettiva, nude per strada, coperte dai pois d’ordinanza. Dello stesso anno la prima&nbsp;<em>Infinity Mirror Room</em>: stanza specchiata tappezzata da una costellazione di strutture falliformi di stoffa a pallini rossi, riproposta in svariate versioni fino ai giorni nostri. Anche il Minimalismo di Judd lascerà traccia, favorendo grandi tele monocrome, oltre alle&nbsp;<em>performances</em>&nbsp;radicali dove oggetti, superfici e gli stessi corpi dei partecipanti verranno battezzati dagli ormai consueti puntini. Commercialmente soffrirà la sua indipendenza formale dai canoni mercantili – non solo americani – imposti dalla Pop da un lato e dagli&nbsp;<em>Irascibili</em>dell’Espressionismo Astratto dall’altro, caratterizzati entrambi da una dominante presenza maschile.&nbsp;</p>



<p>A ulteriore riprova del contributo degli artisti alla valorizzazione critica dei colleghi, Lucio Fontana – in occasione della XXXIII edizione della Biennale di Venezia(’66), all’apice del suo successo e presente con l’imponente, candida sala personale titolata&nbsp;<em>Attese</em>&nbsp;realizzata in collaborazione con l’architetto veneziano Carlo Scarpa – si adopererà per consentire a Kusama (non invitata) una presenza sui prati dei Giardini, dove allestirà un campo di palline di plastica argentata specchiante titolata&nbsp;<em>Garden of Narcissus</em>.&nbsp;<strong>Palline messe poi in vendita a 150 lire cadauna. Kusama approderà così in Italia, anticipando la sua successiva personale in Biennale nel ’93.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/GettyImages-948291034-1024x683.webp" alt="" class="wp-image-108372" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/GettyImages-948291034-1024x683.webp 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/GettyImages-948291034-300x200.webp 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/GettyImages-948291034-768x512.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/GettyImages-948291034-1536x1024.webp 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/GettyImages-948291034-600x400.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/GettyImages-948291034.webp 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il rientro in Giappone sarà nel ’73, dopo il violento esaurimento nervoso del ’70 che la porterà ad assolutizzare il rapporto con la perdita di confini, vagheggiando verso la dissoluzione dell’individuo smaterializzato in un indistinto diffuso, nonché popolando le sue stanze di specchi riflettenti e di costellazioni di zucche multicolori punteggiate. Clima ossessivo che si rivelerà fertile nei confronti delle opere, che assumeranno una caratterizzazione unica e riconoscibile (punto primo per un successo mercantile), ma straordinariamente complesso dal punto di vista psicologico e mentale: in pratica Kusama produrrà opere cavalcando l’estremo della sua fragilità,&nbsp;<strong>messa a tal prova da richiedere autonomamente di essere sottratta al mondo, di fatto ricoverandosi volontariamente dal ’77 in una clinica psichiatrica, per vivere tranquillizzata nel suo pianeta privato.</strong></p>



<p>Ambiente protetto che favorirà in modo decisivo la realizzazione di opere floreali dal grande impatto visivo per svariati musei nel mondo (MoMa di New York; Walker Art Center, Minneapolis; Tate Modern, Londra; Museo d’Arte Moderna di Tokio e molti altri), focalizzando a tal punto la sua indagine pluriennale sulla zucca fino a renderla espressione autentica del suo alter ego. Kusama, negli anni, diventerà sicuramente un’artista di successo ma la svolta, quella vera, quella endemica, virale,&nbsp;<strong>avverrà dal 2012, quando Marc Jacobs, direttore artistico di Louis Vuitton, le commissionerà svariati capi d’abbigliamento caratterizzati dalle ormai celebri sequenze di puntini colorati.</strong>&nbsp;È così che Yayoi, da regina di un mondo ulteriore, costellato di sogni e ossessioni, diventerà il volano per bracciali modello&nbsp;<em>bangle</em>, borsette, scarpe&nbsp;<em>décolletée</em>&nbsp;e ballerine, teli mare e&nbsp;<em>foulard</em>.</p>



<p>Vero è che già nel ’67 Guy Debord aveva indirettamente allertato il mondo (quello sensibile, non l’altro) sull’avvento della Società dello Spettacolo, ma fino ad un ventennio&nbsp;&nbsp;fa questa deriva (si può dire, oggi?) mercantile sarebbe stata considerata l’esito definitivo di un declino sul versante espressivo, una sua massificazione dolente, un’avvilente mercificazione: dal castello degli incanti (e delle streghe ossessive) al supermarket, dalla zucca fatata agli scaffali dorati del negozio per pochi. Nella realtà Yayoi è divenuta la perfetta artista social, con tutte le caratteristiche che piacciono a questo mondo ovattato e ipocrita dove l’ideale è quello di relazionarsi da dominanti sulle fragilità, considerate prede per massificare il profitto, donna di coccio in mezzo a maschilità di ferro, Warhol in gonnella dalla parrucca d’ordinanza rosso acceso, riedizione di quella warholiana argentata. Di tutto questo, nulla è ancora apparso sulle innumerevoli testate ubbidienti che ne parlano oggi, disciplinatamente allineate ad una santificazione assoluta, unidirezionale e osannante. Yayoi è la più grande da un po’ e ci penseranno le aste a piombare la sua memoria in tal senso godendo anche della elementare riproducibilità delle sue opere, già sperimentata con la moltiplicazione miracolosa delle opere di Warhol.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="691" height="1017" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/IMG_3850-231160.jpeg-copia.jpg" alt="" class="wp-image-108373" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/IMG_3850-231160.jpeg-copia.jpg 691w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/IMG_3850-231160.jpeg-copia-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/IMG_3850-231160.jpeg-copia-600x883.jpg 600w" sizes="(max-width: 691px) 100vw, 691px" /></figure>



<p>Una delle frasi ricorrenti di oggi è&nbsp;<em>Kusama ha trasformato l’ossessione in infinito</em>&nbsp;laddove, con molta più probabilità per un umano, semmai ha coltivato infaticabilmente la sua ossessione infinita. È infatti indubitabile dalla sua biografia che Kusama abbia considerato la sua pervicacia pointillista come terapia per contenere un disagio,&nbsp;<strong>una sorta di mantra da ripetere all’infinito – appunto – per occupare la sua mente con un movimento quasi meccanico, per togliere spazio ai fantasmi terrifici del panico</strong>, nel tentativo inesausto di sopravvivere loro. Arte-Vita e Arte-terapia allo stesso tempo, esperimento – proprio così titolato – che ho contribuito a condurre nel ’90 con seminari-laboratorio al Paolo Pini di Milano e all’<em>Istituto per le materie e le forme inconsapevoli</em>&nbsp;diretto dall’artista Claudio Costa al Centro di Igiene Mentale di Genova-Quarto. Questo tipo di avvicinamento mentale avrebbe portato nel ’93 a mostre quali&nbsp;<em>Lanormalità</em>&nbsp;dell’Arte in spazi deputati quali le Stelline di Milano (titolazione che oggi porterebbe dritti dritti in tribunale). Stesse ossessioni, stessa ripetitività, stessi scarti, stesse identificazioni in oggetti, situazioni ricorrenti, superfici alternative, stessa indispensabilità nel sopravvivere loro, probabilmente con meno originalità espressiva di Kusama, ma autentiche,&nbsp;<strong>senza America, senza Warhol, senza Vuitton, senza parrucche, social, senza media, senza soldi, senza niente, con i materiali rimediati grazie a fondi di recupero delle varie, acciaccate Unità Sanitarie.</strong>&nbsp;Inserito nel progetto c’era anche tal Marco Raugei (’58-’06), con i suoi disegni salvifici basati sulla ripetizione compulsiva di oggetti, inseriti oggi nella Collezione de l’Art Brut di Losanna e oggi faccio fatica a pensare che i pois di Kusama non abbiamo la stessa, identica natura e non siano affatto:&nbsp;<em>Uno strumento per interrogare il rapporto tra individuo, spazio e infinito</em>, bensì il tragico, commovente tentativo privato di restare aggrappati alla vita “nonostante”, riempiendo superfici per togliere spazio ai fantasmi e all’angoscia. Mi ha destato oggettivamente un disagio quasi fisico, rivelatosi in realtà drammatica conferma, vedere il video della performance di Kusama in una vetrina iper-illuminata alla Fondazione Vuitton di New York, dove un robot-Yayoi, pressoché indistinguibile dall’originale anche a poca distanza, propinava oscenamente e inesorabilmente pois al di là del vetro, sguardo fisso, opaco, temendo che – se fosse stato possibile avere l’originale in bella mostra, pur novantenne – questo sarebbe potuto accadere.&nbsp;<em>Icona pop globale</em>, come dicono oggi. Purtroppo. In quell’occasione, qualche mormorìo educato di dissenso, vista la volgarità inadeguata della proposta, ma nessuna considerazione circa un progetto di mercificazione che aspettava solo la morte per diventare potentemente redditizio. Se non altro per recuperare anche le milionate necessarie per realizzare un robot dalle movenze e sembianze straordinariamente avanzate.</p>



<p>Il personaggio instabile e inespressivo,&nbsp;<strong>la povera Yayoi, al di là di un’originalità distintiva, di una (inevitabile) coerenza espressiva</strong>, di un’indubitabile sapienza cromatica d’insieme, di una gradevolezza che sfiora la tenerezza, merita la sua nicchia nella storia dell’arte, ma soprattutto come espressione inesorabile e puntuale del nostro tempo senz’anima.&nbsp;</p>



<p>E questo – viste le implicazioni – non vuol certo essere un complimento. Alla società, non certo a Yayoi.</p>



<p><strong>Roberto Floreani</strong></p>
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		<item>
		<title>La letteratura è insindacabile. Qualcosa sul FLiP </title>
		<link>https://www.pangea.news/flip-festival-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 04:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Festival della letteratura indipendente di Pomigliano d'Arco]]></category>
		<category><![CDATA[Flip]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Festival della letteratura indipendente di Pomigliano d’Arco è alla sua sesta edizione ma quest’anno si terrà a Casalnuovo di Napoli e non a Pomigliano d’Arco perché al sindaco di Pomigliano d’Arco non va giù la presenza della libraia e organizzatrice storica del FLiP Maria Carmela Polisi, e siamo subito in una pagina di Giovannino Guareschi perché [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il <strong><a href="https://flipfestival.it">Festival della letteratura indipendente di Pomigliano d’Arco</a></strong> è alla sua sesta edizione ma quest’anno si terrà a Casalnuovo di Napoli e non a Pomigliano d’Arco perché al sindaco di Pomigliano d’Arco non va giù la presenza della libraia e organizzatrice storica del FLiP Maria Carmela Polisi, e siamo subito in una pagina di Giovannino Guareschi perché la tragedia del potere ridicolo da sempre alla letteratura italiana riesce benissimo di raccontarla attraverso la microlente della provincia.</p>



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<p>Ciro Marino, editore&amp;librario Wojtek e organizzatore storico del FLiP con Fabio d’Angelo e Parisi, si conferma essere allergico a ogni retorica tanto resistenziale quanto vittimistica: <strong>“Se mi chiedi dove potrei aver già letto questa storia io ti rispondo in <em>Se una notte d&#8217;inverno un viaggiatore </em>di Calvino, perché qui siamo di fronte all’assurdo della realtà.</strong> A essere state prese di mira non sono state le nostre proposte, non so neanche se il nostro programma sia stato letto. Semplicemente abbiamo perso fondi e concessione di spazi per non aver voluto obbedire all’arbitrarietà di un uomo che non ha voluto sentire ragioni al di fuori della sua sola.”</p>



<p>La reazione collettiva è stata quella che mi auguravo e mi aspettavo: immediata e molteplice. È il risultato di una credibilità ottenuta sul campo, per un festival costruito e che deve la sua forza oltre che la sua lealtà&nbsp;<em>“a chi lo ama, a chi legge, a chi scrive, a chi partecipa agli incontri e aspetta ogni nuova edizione”,&nbsp;</em>così si legge nel comunicato ufficiale. Questo invece l’incipit: “Ci è stato imposto un aut aut: cancellare dal programma del FLIP un nome”. Marino, raggiunto al telefono, ci ha tenuto a precisare: “La richiesta sarebbe stata irricevibile chiunque fosse stata la persona sgradita e additata dal sindaco: organizzatrice o volontario al servizio di sicurezza, sarebbe stato lo stesso. Assurdo anche solo pensare che il FLiP fosse addomesticabile.”</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="608" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_01-1024x608.jpg" alt="" class="wp-image-108197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_01-1024x608.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_01-300x178.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_01-768x456.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_01-1536x912.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_01-600x356.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_01.jpg 1819w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Che il punto per il quale Marino&amp;co abbiamo perso la cappa di Pomigliano sia stato quello sulla i di indipendenza del FLiP? Nella risposta Marino ribadisce che non è in cerca di clamori facili:&nbsp;<strong>“L’indipedenza a cui facciamo e continuiamo a fare riferimento ha una notazione squisitamente tecnica, riguarda l’editoria indipendente</strong>&nbsp;rispetto ai grandi gruppi anche internazionali di settore, nel tentativo di dare spazio e visibilità a chi fin troppo spesso fa fin troppa fatica per averne. Non sentiamo il bisogno di sposare grandi cause aggiuntive e alternative: la letteratura fa tutto da sé, di questo ne restiamo convinti.”</p>



<p>La gratitudine per la disponibilità e l’ospitalità di Casalnuovo di Napoli da parte degli organizzatori è autentica come lo è la loro consapevolezza del valore culturale e mica soltanto culturale che rappresenta la loro quattro giorni, quest’anno dal 3 al 6 settembre prossimi, di presentazioni e incontri con autori di riconosciuta fama nazionale e internazionale. “Appena il sindaco di Pomigliano ci ha sbattuto le porte in faccia non sono state soltanto quelle di Casalnuovo ad aprirsi subito dopo. Il comunicato termina così:&nbsp;<em>Il FLIP non va via da Pomigliano perché ha perso. Va via perché non si è piegato</em>. E non se ne va via da sconfitto.”</p>



<p>Posso immaginare il trambusto per il relativamente poco tempo a disposizione per dover riorganizzare il tutto da un comune a un altro durante il torrido agosto. Chiedo: slittamenti nelle date o nel programma? “Nessuno, per quanto ora dovremo contattare i partecipanti per comunicare i cambiamenti in corso.”&nbsp;</p>



<p>Magari e giusto per fare qualche nome a caso Dario Voltolini e Alessandro Baricco saranno già pratici dei paraggi oltre che dei malvezzi del costume nazionale, però vorrei tanto esserci quando dovranno dire a Maylis de Kerangal quale diga civica abbia dovuto tenere perché lei potesse presentare il suo&nbsp;<strong><em>La diga</em></strong>&nbsp;alla stessa ora ma in un altro posto, così come mi piacerebbe vedere la reazione di&nbsp;<strong>Irvine Welsh</strong>&nbsp;quando gli spiegheranno come mai il palco per il suo dj set di giovedì 3 settembre dovrà essere montato a diversi chilometri di distanza dal punto previsto.&nbsp;</p>



<p>Meglio che dover contattare Bruno Tognolini e dovergli ammettere: “Hai presente l’evento&nbsp;<em>Rime vive per risvegliare il mondo</em>, previsto per sabato 5 settembre alle 18 e 30? Non se ne fa più niente. Non si fa proprio più la sezione Bambini del FLiP. Sai perché? È un po’ come nelle fiabe vecchia maniera, con l’orco inaridito dalla lunga conta degli inverni trascorsi…”</p>



<p>Come lo avevano pensato gli organizzatori l’Atto Sesto del FLiP? Secondo programma: “𝐈𝐦𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚𝐥𝐞: La sesta edizione del FLIP nasce dall&#8217;idea che scrivere sia un modo per non morire del tutto, per cogliere l&#8217;eterno dentro il finito. Quattro giornate per attraversare quel limite con il pensiero e con le parole.” Mi viene il dubbio e chiedo se il programma sia stato scritto prima o dopo le intemerate del sindaco, e Ciro Marino: “Assolutamente prima.”</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="675" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_39-1024x675.jpg" alt="" class="wp-image-108198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_39-1024x675.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_39-300x198.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_39-768x506.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_39-1536x1013.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_39-600x396.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/Edward_Lear_A_Book_of_Nonsense_39.jpg 1638w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Da ossessivo lettore moreschiano quale sono allora non posso che fargli notare come per diventare immortali non potevano pretendere di non dover attraversare primapoi la fine da parte a parte, come in un romanzo di Antonio Moresco appunto. Neanche gli stessi facendo marameo gli dico proprio: “Siete finiti in un romanzo di Moresco!”&nbsp;&nbsp;e Marino se la ride di buon gusto, se la ride così tanto che secondo me lo dirà ad&nbsp;<strong>Antonio Moresco</strong>&nbsp;la sera di domenica 6 settembre quando Moresco presenterà al FLiP&nbsp;<strong><em>Il Finimondo</em></strong>. “Siamo finiti in tuo romanzo!” gli dirà, e se la rideranno assieme.</p>



<p>D’altronde, cosa ce ne si fa dell’immortalità se non si può ridersela su?&nbsp;</p>



<p>L’infantilismo dei potenti di turno passa fin troppo velocemente all’incasso del meritato oblio e mi sa debba essere questo a incattivirli. La letteratura invece è fatta per restare e per lei vale la stessa definizione che Aldo Busi ha dato della felicità: è “uno stato di&nbsp;moto a luogo&nbsp;con sosta brevissima”. La letteratura, per restare, deve sapersi mettere in movimento sempre.</p>



<p>Righello alla mano,&nbsp;<strong>la distanza tra Pomigliano d’Arco e Casalnuovo di Napoli è cinque chilometri circa: risibile, eppure incolmabile&nbsp;</strong>se serve a indicare quella che c’è tra il potere esercitato quale arbitrio personale e la letteratura quand’è vissuta come contropotere istintivo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Modesta proposta swiftiana: e se tutti i cittadini per fare marameo al sindaco e per traslocare assieme al festival di letteratura indipendente smontassero pezzo per pezzo Pomigliano d’Arco e la rimontassero dentro Casalnuovo di Napoli facendola diventare Pomigliano di Napoli o Casalnuovo d’Arco, decidano pure loro il nome purché sia per alzata di mano di tutti e non per l’indice alzato del sindaco, il quale sindaco il bel giorno appresso potrà allora risvegliarsi con la città traslocata, ovvero senza città,&nbsp;&nbsp;riscoprendosi sindaco tutt’al più di sé stesso, ambito sul quale potrà continuare ad esercitare un imperio lui sì indiscutibilmente insindacabile?&nbsp;</p>



<p><strong>antonio coda</strong></p>



<p><em>*In copertina e nel testo: immagini dal “Book of Nonsense” di Edward Lear</em></p>
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		<title>“Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero”. Capolinea Milano</title>
		<link>https://www.pangea.news/milano-dejanira-bada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 04:24:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Spirt de Milan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È notizia di questi giorni l’imminente chiusura di un altro locale di Milano, lo Spirit de Milan. C’è in atto una mobilitazione per cercare di impedirla. Non sappiamo come andrà a finire, ma riflettendo su un altro pezzo di città che scompare, è nata una presa di coscienza: tanti non la riconoscono più. E non è [&#8230;]</p>
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<p>È notizia di questi giorni l’imminente chiusura di un altro locale di Milano,<a href="https://spiritdemilan.it"> <strong>lo Spirit de Milan</strong></a>. C’è in atto una mobilitazione per cercare di impedirla. Non sappiamo come andrà a finire, ma riflettendo su un altro pezzo di città che scompare, è nata una presa di coscienza: tanti non la riconoscono più. E non è questione di destra o di sinistra. Il cambiamento era già in atto dai tempi della Moratti, dall’Expo. </p>



<p>Milano è da sempre amata e odiata, ma oggi sembra essere diventata ancor di più il tempio della finanza, dei miliardari, dei ristoranti e dei negozi di lusso. Pensavamo che sarebbe bastato continuare a viaggiare, andare via il weekend, ma si può vivere perennemente in fuga dal luogo in cui si risiede?&nbsp;</p>



<p>Quando eravamo giovani ci bastava la musica dal vivo. C’erano i locali. C’era qualcosa che non c’è più. Ci s’incontrava alle Scimmie, alla Casa 139, al Trottoir, alla Salumeria della Musica, al Magnolia (lui c’è ancora), all’Atomic Bar, nei vari circoli Arci o nei centri sociali come il Deposito Bulk, il Pergola, il Leonkavallo oppure negli squat. Pensate che ce n’era uno proprio lì dove ora c’è l’immenso quartiere della Bocconi, in viale Sabotino.&nbsp;</p>



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<p>Nei locali si rideva e scherzava con i musicisti, più o meno famosi. Gente che sarebbe finita sotto a un ponte pur di continuare a fare la propria musica con autenticità. E i palchi c’erano, non mancavano, e c’erano i talent scout, quando ancora non contavano solo le visualizzazioni su YouTube o l’algoritmo di TikTok. E intanto facevo la critica musicale, in una città in cui la musica dal vivo era un’istituzione.</p>



<p>Per non parlare dei locali dove si andava a ballare la musica dark o rock, come il Rainbow, il Transilvania, lo Zoe, il Rolling Stone, il Plastic. Si sapeva come si arrivava ma non come si tornava. A volte, dopo le serate sottoterra nel viscido Rainbow a ballare fino allo sfinimento il “monopasso” dei darkettoni al suono dei Killing Joke, Depeche Mode, Joy Division, Bauhaus e The Sisters of Mercy, si andava ai rave fuori Milano.&nbsp;</p>



<p><strong>Io c’ero la notte della retata, l’ultima sera del Rainbow. È entrata la polizia. Ha fatto uscire tutti. La musica si è spenta per sempre.</strong>&nbsp;Ho tirato un bicchiere di vetro a terra davanti ai piedi di due poliziotti. Stavano per venire ad arrestarmi, due amici mi portarono via.&nbsp;</p>



<p>Pazienza, tanto inaugurava lo Zoe.&nbsp;</p>



<p>Al posto di quei locali, oggi, ci sono case e garage.&nbsp;</p>



<p><strong>Cos’è rimasto di una generazione che non si accoltellava?&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Noi non vedevamo l’ora di uscire e d’incontrare quelli che credevamo amici.</strong>&nbsp;Le chitarre accompagnavano le passioni delle anime tristi che provavano a trovare conforto tra le braccia di qualcuno. Agognavamo la morte perché ci sentivamo immortali. Non avevamo nessuna eredità da lasciare. Non avevamo mai avuto niente. Eravamo eremiti capaci di abitare il vuoto. Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero. Chiudevamo le porte dei sensi per perderci e ritrovare noi stessi.</p>



<p>E&nbsp;vivevamo quei momenti credendo di innamorarci, come quella volta che a un concerto dei Verdena al Magnolia un ragazzo mi si sedette di fianco e mi disse: “Vuoi sposarmi?” Finimmo per baciarci a lungo, davanti a tutti, sotto il cielo nero dell’estate.&nbsp;</p>



<p>O come quel ragazzo dai capelli blu che conobbi davanti a un bancone, sempre al Magnolia. Ci guardammo. Ci baciammo. Ci frequentammo. Finché non mi disse: “Io sono un po’ matto”. E l’avevo capito. Che ci potevo fare.&nbsp;</p>



<p>I concerti ci hanno dato la forza per tirare avanti. Quei palazzetti dello sport come il Palasharp (che non c’è più), quei templi che venivano riempiti da gente come i Pearl Jam, i Muse, i Nirvana, i Radiohead.</p>



<p>Si aspettava il concerto di chi aveva accompagnato i tuoi giorni tristi e ti era stato vicino più di un amico, di un parente, sicuramente più di tua madre. Non potevi perdertelo. Dovevi andare a ringraziarlo, a onorarlo, sentendo dal vivo quella canzone che ti aveva fatto piangere e che magari ti aveva fatto passare la voglia di farla finita.&nbsp;</p>



<p><strong>Il disagio era esistenziale, non solo materiale. Non eravamo felici, ma almeno non si pensava solo a far soldi.</strong>&nbsp;Era importante stare in compagnia, avere amici con cui uscire. Non sapevamo che, una volta diventati adulti, a Milano si esce poco. Ci si chiude in casa a fare cene o ci si isola, anche perché questa città stanca come poche altre.&nbsp;</p>



<p>Oggi molti di noi non frequenterebbero più certi locali nemmeno se ci fossero ancora.&nbsp;<strong>Siamo cambiati, siamo cresciuti, non beviamo nemmeno più, andiamo a letto presto, meditiamo, ci siamo curati, siamo una generazione in analisi, sogniamo di vivere nella natura, bramiamo un cambio di rotta nella pace e nella tranquillità,&nbsp;</strong>le nostre sofferenze hanno portato alcuni di noi a scegliere professioni che permettono di aiutare gli altri, abbiamo fatto tesoro dei traumi, pensiamo al benessere e alla salute, proprio noi, chi lo avrebbe mai detto, ma quello che ci chiediamo è: cosa ha da offrire Milano oggi ai giovani che scelgono di restare?&nbsp;</p>



<p>Per noi, forse, è arrivato il momento di allontanarci un po’. Abbiamo vissuto intensamente. Rimpianti ne abbiamo. Ma siamo stati noi stessi. Fino alla fine.&nbsp;</p>



<p><strong><a href="https://www.dejanirabada.com">Dejanira Bada</a></strong></p>
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		<title>O la borsa o la vita! Considerazioni intorno al massacro quotidiano</title>
		<link>https://www.pangea.news/considerazioni-sul-massacro-fontana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 04:03:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Borsa]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da anni un popolo di poveri cristi, di poveri mussulmani, e persino di poveri atei è sottoposto al martirio. Non c’è crudeltà che sia stata loro risparmiata. La più atroce di tutte: quella sui bambini. Qualcosa che nemmeno Iddio avrebbe il diritto di perdonare, se la pensassi come Ivan Karamazov. È stata scritta e ancora [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da anni un popolo di poveri cristi, di poveri mussulmani, e persino di poveri atei è sottoposto al martirio. Non c’è crudeltà che sia stata loro risparmiata. La più atroce di tutte: quella sui bambini. Qualcosa che nemmeno Iddio avrebbe il diritto di perdonare, se la pensassi come Ivan Karamazov. È stata scritta e ancora si sta scrivendo una delle più vergognose pagine della “storia universale dell’infamia”. Comunque la si pensi, qualunque sia la fede: un’infamia! Silenzio delle nostre autorità governative, se non qualche balbettio, o peggio complicità, se c’è del vero nel “qui tacet, consentire videtur”. La più vile forma di complicità, quella del silenzio, dell’acconsentire tacendo, lo stesso vigliacco silenzio che acconsentì al martirio degli Ebrei d’Europa, in altri tempi. Poi succede che il Patriarca latino di Gerusalemme e il Custode di Terrasanta vengano fermati dalla polizia israeliana lungo la Via Crucis. Succede che venga loro impedito l&#8217;ingresso alla Basilica del Santo Sepolcro per la celebrazione della Messa della Domenica delle Palme. Non accadeva da secoli. Allora si assiste a un miracolo: la resurrezione del nostro Ministro degli esteri, ché altrimenti avrebbe rischiato di non passare alla storia come uno “nato con un cuor di leone”. Facendosi forte dell&#8217;indignazione della Cristianità, guardandosi alle spalle, poi a destra, quindi al&nbsp;&nbsp;centro e poi a sinistra, di sotto e soprattutto di sopra, e persino sotto il letto, infine pare essersi deciso a convocare alla Farnesina l&#8217;ambasciatore di Israele.&nbsp;</p>



<p>A onor del vero o perlomeno ad essere sinceri, sino ad oggi non mi è sembrato molto leonino nemmeno il Pontefice che porta il nome di Leone, semmai piuttosto vago: è il minimo sindacale che un papa predichi la&nbsp;<em>pacem in terris</em>. Giusto qualche giorno fa la predicava nel suo viaggio apostolico in Costa Azzurra, a convertire i ricchi monegaschi. Parole al vento che il Mistral avrà disperso. A convincerli non ci riuscì neanche Tolstoj col racconto&nbsp;<em>Costa caro.&nbsp;</em>Cristo, invece, credo fosse con quelle ragazze e quei ragazzi che partirono alla volta Costa del Sangue e furono fermati e sequestrati in acque internazionali. Ma nel caso del Papa, almeno, si ha a che fare con la più antica diplomazia del mondo, più che altro sotterranea, forse un retaggio dei tempi eroici in cui i papi si nascondevano nelle catacombe. Però ci sono momenti, nella vita del più comune essere umano come nella storia del papato, dove non può esserci diplomazia che ci trattenga.&nbsp;</p>



<p>Però non è di questo che avrei voluto fare materia del presente articolo.&nbsp;</p>



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<p>Dopo essermi tolto un piccolo peso dal cuore, volevo e ora voglio cominciare col descrivere, in poche e povere parole, la morte e la resurrezione secondo il &#8220;libero mercato&#8221;, quel credo nella &#8220;manina invisibile&#8221; e simili superstizioni nella plutonica provvidenza. Vorrei farlo dalla parola&nbsp;<em>catacresi</em>, figura retorica che in greco significa&nbsp;<em>abuso</em>. Tradotta nella neolingua dei giornali finanziari, ma non solo, tradotta e usata nel classico gergo borsistico essa va oltre l&#8217;abuso etimologicamente certificato per mistificare ancora di più la verità. Verità che consiste nella ciclica macellazione soprattutto di quella parte del suddetto &#8220;libero mercato&#8221; chiamata &#8220;parco buoi&#8221; &#8220;, ossia la massa planetaria dei piccoli risparmiatori e magari aspiranti quanto improbabili speculatori. Ma c&#8217;è di peggio e di più. Parlare o scrivere di &#8220;Sofferenza dei mercati&#8221;, &#8220;Panico dei mercati&#8221;, &#8220;Calvario dei mercati&#8221; e simili bestemmie, come d&#8217;uso nella più fetente letteratura giornalistica, significa offendere Dio e l&#8217;umanità. Par che a soffrire e morire non sia la gente a causa della guerra, delle bombe, della fame, dei contractors dell&#8217;Apocalisse, ma i banchieri, gli speculatori finanziari e simili adoratori del &#8220;vitello d&#8217;oro&#8221; che dei mercenari e della manipolazione, come di qualunque altro strumento, si servono per riempirsi la pancia e arricchire sino a vomitare. Basta un tweet postato &#8220;dall&#8217;uomo più potente del mondo&#8221; e si assiste al miracolo della &#8220;Resurrezione del mercato&#8221;. Ma è un trucco, una frode peggiore di quella tecnicamente conosciuta come &#8220;inside trading&#8221;. E di certo, con la guerra e la rapina delle risorse, non soffrono ma anzi ingrassano non solo i finanzieri, i petrolieri e &#8220;simile lordura&#8221;, ma i soliti avvoltoi come i produttori di armi e &#8220;i mercanti di morte&#8221;. Questa è cosa arcinota, ma giova ripeterla sempre, poiché sembra diventato normale e moralmente accettabile che un tale possa privatamente trafficare armi su scala industriale e insieme ricoprire apicali incarichi pubblici. Però si invocano e fanno leggi per disarmare (giustamente) dei ragazzini che in fondo non fanno che emulare gli adulti. Ma non si educa soprattutto con l&#8217;esempio? Non sono gli adulti, perlomeno certi adulti, a invocare il riarmo universale? A strombazzare &#8220;si vis pacem, para bellum&#8221;? Che poi, liberamente attualizzata e tradotta dal &#8220;latinorum&#8221; in italiano, la locuzione suonerebbe così: &#8220;Colonnello non voglio pane, voglio piombo per il mio moschetto!&#8221; Quante storie per dei ragazzi che si addestrano al combattimento all&#8217;arma bianca, in attesa di essere arruolati e mandati al fronte! Insomma, i ragazzi potrebbero rispondere: &#8220;O la borsa o la vita! Dateci i vostri missili e noi vi daremo i nostri temperini. Lasciateci rimbambire con gli smart&#8230; (sic!), con gli smartphone che ci avete donato per riempire il vostro vuoto sin dalla nostra più tenera infanzia. Lasciateci gli smartphone, perché il giorno che ce ne priverete e cominceremo a pensare faremo tremare il mondo!&#8221;</p>



<p>Bel mondo davvero&#8230; Insomma, che dire a fronte di tante bugie, di tanta infamia e tanta desolazione? Forse non resta che sperare e aspettare ’<em>A livella</em>&nbsp;del grande tragicomico napoletano. O immaginare, col grande poeta fiorentino, quel fiume gonfio di lacrime e sangue dell&#8217;umanità, quel fiume che scorre all’Inferno e che ha le sue sorgenti nel tempo per finire nell&#8217;eterno mare o gran lago di ghiaccio. Quel fiume che ad un certo punto del suo corso strafoga in eterno i violenti e i prepotenti del mondo. Questo fiume che da giorni è alimentato anche dal petrolio di una nuova guerra di aggressione. L&#8217;ha scatenata il Caligola del nazionalcapitalismo americano che però, ai tempi del Vietnam, da giovane miliardario viziato fece carte false per non infangarsi gli stivaletti stile cafonal nel delta del Mekong. E certo non perché fosse contrario alla guerra. Si dice che nella guerra contro l&#8217;Iran lo abbia trascinato il suo camerata di stragi israeliano e che non abbia un vero piano. Si dice che sia pazzo, per quanto ciò non lo darei per scontato nemmeno se nominasse giudice della Corte suprema il suo cavallo. A dirlo sono soprattutto i suoi concorrenti dell&#8217;altro capitalismo, quelli del credo neoliberista, dell&#8217;internazionale neoliberista, coi suoi propagandisti, politici e giornalisti, quelli che di sofferenze al genere umano ne hanno inflitte forse più dei nazionalisti. Basti considerare la guerra che hanno provocato, voluto e alimentato ai confini orientali dell&#8217;Europa, e ancor prima, con la guerra balcanica per lo smembramento della Jugoslavia, al tempo dei bombardamenti di Belgrado anche con la partecipazione dell&#8217;Italia, regnanti a Roma il grande D’Alema e il suo vice Mattarella. A meno che non si scopra che a bombardare e a versare il sangue dei romani furono i serbi.&nbsp;</p>



<p>&#8220;Se c&#8217;è una speranza, è nei prolet&#8221; scrive George Orwell in&nbsp;<em>1984</em>. Ma sarà poi vero? È mai esistito, ma per davvero, l&#8217;internazionalismo proletario? Cosa resta del motto &#8220;Proletari di tutto il mondo, unitevi!&#8221;? Questo mito in Europa morì e fu sepolto nelle trincee della Grande guerra, oltre cent&#8217;anni fa, il tempo di un battito di ciglia paragonato ai cicli storici. Per cui mi conforta un poco, lo ripeto, la poesia del grande tragicomico napoletano.</p>



<p><strong>Enzo Fontana</strong></p>



<p><em>*In copertina: Otto Dix, Teschio, 1924</em></p>
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		<item>
		<title>La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà compresa</title>
		<link>https://www.pangea.news/internazionale-letteratura-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 04:21:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Buni]]></category>
		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[realtà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=106920</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mi sento rappresentato assai dalla striscia di Buni sul numero 1655 di “Internazionale”, quello con in copertina una foto di Hamid Vakili – la donna che m’ha sposato, quando l’è capitato l’occhio, m’ha chiesto perché avessi comprato una rivista sugli zombie. Erano due bombardati in Iran. I numeri d’“Internazionale” non posso tenerli per casa con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mi sento rappresentato assai dalla striscia di Buni <a href="https://www.internazionale.it/sommario/1655">sul numero 1655 di “Internazionale”,</a> quello con in copertina una foto di Hamid Vakili – la donna che m’ha sposato, quando l’è capitato l’occhio, m’ha chiesto perché avessi comprato una rivista sugli zombie. Erano due bombardati in Iran. I numeri d’“Internazionale” non posso tenerli per casa con la copertina a vista, ho una bambina di sei anni che va in agitazione anche solo guardando le prime scene di <em>Jumpers</em>, con la tartarughina rovesciata sulla schiena che non riesce a rimettersi sulle zampe. Il numero 1655 lo lascio aperto sulla pagina successiva, con la pubblicità del Rolex, da bravo comunista-vota-no troppo spocchioso per andare al Pulp Podcast.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="640" height="212" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd.jpg" alt="" class="wp-image-106921" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd-300x99.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/339200-sd-600x199.jpg 600w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>Nella striscia di Buni che intendo c’è questa sorta di coniglio bianco e nero che tazza rossa in mano raccoglie il giornale consegnato sul vialetto, se lo porta al tavolo della colazione, lo apre e gli esplodono in faccia le ultimissime, viene ustionato all’ennesimo grado dal mondo nella malora della guerra a-fin-di-bene, il bene s’è capito di chi, di certo non dei cittadini che grazie alla guerra non s’ingrossano i conti in banca, anzi, s’accostano alle pompe di rifornimento con lo spirito contrito di chi entra nella Rothko Chapel di Houston.&nbsp;</p>



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<p>Cercando nella rubrica dei contatti whatsapp mi chiedo a chi potrebbe far piacere se gli mandassi uno stralcio dal pezzo di Sasha Mudd&nbsp;<em>La magia di leggere ai figli ad alta voce</em>&nbsp;dello stesso numero di “Internazionale”, questo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Parte del brivido che proviamo entrando in una storia assieme a chi ci ascolta nasce dall’improvvisa immersione – simultanea, intensa, naturale – in una coscienza, quella del personaggio. I suoi pensieri e le sue emozioni diventano i nostri. Il suo viaggio, il nostro. Il lato solitario della coscienza svanisce mentre noi siamo risucchiati in un altro sé, entrando in una sorta di trance collettiva. Da tanti, diventiamo uno.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Roba da brivido, sul serio, sembra Pluribus.&nbsp;</p>



<p>La Mudd, voglio precisare, ai suoi figli legge Peter Pan e Harry Potter ma c’è pure chi è riuscito a farsi rifarsi la coscienza leggendo in comitiva&nbsp;<em>Il Signore degli Anelli</em>. La realtà è la conseguenza delle fantasie che uno si fa.&nbsp;</p>



<p>Da <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Fiori-Un-Solo-Giorno/Kazumi-Stahl/1248"><em>Fiori di un solo giorno</em>, di Anna Kazumi Stahl:</a> </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di che vita reale parli? Certo che capita questo genere di cose. Cosa pensi che sia? Ti svegli un bel giorno e hai il cancro. Ieri no, ma oggi sì, e non lo credevi possibile. Oppure ti svegli un bel giorno e ci troviamo in uno stadio d’assedio, oppure ti bloccano i risparmi, vinci al lotto, ti investe un autobus… Oppure, Aimée, erediti una casa che vale un mucchio di soldi. La vita è così, Aimée. Ormai sei grande, non dovresti meravigliarti.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Sembra la morale di quella puntata de <em>La ruota della fortuna</em> col concorrente di ventidue anni che ha vinto duecentomila euro e con l’assistente al tabellone Samira attonita in volto, come resto attonito io quando sento i giocatori dire “Esse come Samira”. </p>



<p>I grandi non si meravigliano, non dovrebbero. I romanzi di finzione che spiegano cos’è la vita reale sono un’ottima dimostrazione di come non esista nessuna vita reale prescrivibile. Scrive la Mudd nell’articolo di cui prima:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Di solito la coscienza è frammentata. Saettiamo da un pensiero all’altro, da un’emozione alla seguente. La coscienza di un personaggio, invece, ha una forma, un’unità, una coerenza che di rado raggiungiamo nel corso della nostra vita.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>La letteratura è l’arte di dare forma di parole a ciò che forma non ha, realtà compresa.<strong>&nbsp;</strong>I bambini è giusto lo sappiano per tempo.</p>



<p><strong>antonio coda</strong></p>



<p><em>In copertina: La bella addormentata secondo Roland Topor</em></p>



<p></p>
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		<item>
		<title>“Non si può fare a meno di Dio”. Invettiva contro i rincretiniti dal progresso</title>
		<link>https://www.pangea.news/progresso-giovanni-papini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 05:08:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cosimo Mongelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Papini]]></category>
		<category><![CDATA[progresso]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella mia vita, col passare del tempo e degli anni, ho imparato ad evitare le discussioni e di credere nel dialogo: il tempo di noi tutti è limitato, quindi prezioso. La scrittura, quando l’apatia si prende una pausa, è la mia unica arma e oggi non potevo farne a meno di usarla come spada e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella mia vita, col passare del tempo e degli anni, ho imparato ad evitare le discussioni e di credere nel dialogo: il tempo di noi tutti è limitato, quindi prezioso. La scrittura, quando l’apatia si prende una pausa, è la mia unica arma e oggi non potevo farne a meno di usarla come spada e carezza assieme.</p>



<p>L’antefatto: mi ritrovo seduto su un bus cittadino, sfoglio un libro di Malaparte quando, di fronte a me, si seggono due bizzarri individui. Comincia un dialogo surreale quanto stupido, sull’inesistenza di Dio, sull’inutilità della fede, in un mondo dove è la tecnologia a farci felici. Perché pregare quando hai le risposte dell’assistente vocale?</p>



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<p>Mi è venuto in mente Flaiano:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma, una volta tornato a casa, ho pensato che Flaiano non era abbastanza come risposta, la risposta non data ai due buffi e ingenui viaggiatori.&nbsp;</p>



<p>A colmare l’abbastanza e andare oltre mi serviva qualcosa di più ed eccolo lì. tra i miei libri più preziosi, lo splendido tomo di <strong>Giovanni Papini, <em>Lettere agli uomini di Papa Celestino VI</em>.</strong> Libro che valeva allora, vale oggi e varrà sempre per le illuminanti, profonde e dolenti parole, che lo scrittore verga immedesimandosi in un immaginario Papa in un epistolario verso tutte le categorie degli uomini. Giovanni Papini, mai amato e pubblicato come merita, nella sua virata verso la fede e il cristianesimo ha regalato meraviglie come <em>Il Diavolo, Giudizio Universale, Storia di Cristo</em>, che andrebbero mandati a memoria per la fulgida bellezza che emanano in ogni pagina. Così come dovrebbero giacere in ogni libreria <em>Un uomo finito, Dante vivo</em> e tutto quel che il nostro ha scritto. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="700" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1200-1-700x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106733" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1200-1-700x1024.jpg 700w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1200-1-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1200-1-600x878.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1200-1.jpg 738w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>Ma ritorniamo a noi, io e i due dei peggio rappresentanti dei senza Dio e devoti al feticcio della materia e della tecnica. Lascio parlare lo scriba:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La causa più profonda della negazione di Dio è un’altra: l’invidia e la gelosia. L’uomo, ubriacato dalle conquiste innegabili della sua conoscenza e dominazione della materia, ha sempre avuto il segreto desiderio d’inalzarsi al di sopra della sua umanità, di uguagliarsi a Dio, di sostituirsi a Dio. Nei tempi più remoti con la magia, nei tempi più recenti con la filosofia, con la scienza, con la tecnica ha sognato di poter strappare a Dio gli attributi che più lo fanno invidioso: l’onnisapienza e l’onnipotenza. L’aver decifrato qualche legge dell’universo, l’aver assoggettato qualche forza della natura gli ha fatto credere d’esser capace di spodestare Dio e di ascendere al suo trono”.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’eco di Nietzsche s’ode in queste parole, ma Papini ci mette l’anima, ci mette la sua profondità abissale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’uomo vuole fare a meno di Dio, vuol uccidere Dio, non già perché ritenga impossibile l’esistenza di un Dio, ma perché vuol succedere a Dio, vuol sostituirsi a Dio, vuol essere lui stesso un Dio. Una delle radici occulte dell’ateismo è l’ossessione della rivalità, l’astio dell’inferiore verso il superiore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Sorrido pensando che cosa potrebbero trarre da queste parole, i due viandanti, e tutti i viandanti del mondo che pensano di vivere in un mondo dove l’intelligenza è un manufatto e la panacea di tutti i mali si celi dietro schemi e schermi.&nbsp;&nbsp;Sicuri di saper tutto, inconsapevoli di non saper niente:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“nessuna ipotesi matematica e nessuna macchina, per quanto prodigiose, potranno redimere la radicale ignoranza e impotenza dell’uomo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Viandanti e i loro maestri, che cianciano di prodigi da televendita, in grado di farli vivere (non mi ci metto in mezzo) in salute, in eterno e senza alcun bisogno. Perché tutto deve essere calcolato e il resto è solo superstizione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Farneticare di espellere Dio e di prenderne il posto è infatuazione demoniale, risibile delirio di grandezza, arrogante demenza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Devo confessare, a voi e a me stesso, che son stato anche io un senza Dio e mi crogiolavo goffamente nella convinzione che l’ateismo fosse l’unica religione praticabile. Poi son cresciuto, poi ho&nbsp;<em>capito&nbsp;</em>che:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non si può fare a meno di Dio. E poiché Dio esiste, di là d’ogni umana invidia e dubbiezza, altro non è dato a noi, per attingerlo, che amarlo nell’obbedienza e obbedirlo nell’amore”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Cosimo Mongelli</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Gian Lorenzo Bernini, Angeli in volo, disegno, post 1663</em></p>
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		<item>
		<title>Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”</title>
		<link>https://www.pangea.news/cazzullo-sal-da-vinci-ferrucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 05:16:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Cazzullo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
		<category><![CDATA[polemica]]></category>
		<category><![CDATA[Sal Da Vinci]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco, però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa settimana ero all&#8217;Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato di quando portai i miei figli da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cazzullo-sal-da-vinci-ferrucci/">Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco, però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa settimana ero all&#8217;Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l&#8217;orchestra di Renzo Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano. Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”. </strong></p>
<cite><strong>Aldo Cazzullo&nbsp;<a href="https://w/">citato da Napoli Today</a>&nbsp;, 5 marzo 2026</strong></cite></blockquote>



<p>Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di diamante del&nbsp;<em>Corriere della Sera</em>&nbsp;e divulgatore televisivo nazional-popolare, ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si veda&nbsp;<a href="https://www.pangea.news/secondo-aldo-cazzullo-o-e-il-suo-avatar-sono-un-poveraccio-frustrato-ha-ragione-lui-ecco-come-grazie-al-sommo-giornalista-ho-scoperto-il-senso-della-vita-e-della-verita/">l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore</a>&nbsp;– e incline al commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno,&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/lodicoalcorriere/26_marzo_04/il-paese-dove-chiunque-puo-fare-qualsiasi-cosa-rd-62df750f-6354-4062-b9cb-0b2d65bfexlk.shtml">rispondendo ad alcuni lettori che gli chiedevano lumi</a>&nbsp;sul vincitore canoro dell’ultimo festival di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”, Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”, sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione semantica&nbsp;<em>matrimonio napoletano = matrimonio di camorra</em>, diventa interessante la successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale, chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i&nbsp;<em>social</em>&nbsp;– non potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le budella d’oro.&nbsp;</p>



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<p>Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso:&nbsp;<em>l’Italia è il Paese dove chiunque può fare qualsiasi cosa</em>. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi “tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo. Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel tempo abbiamo visto soubrette e&nbsp;<em>escort</em>&nbsp;entrare in politica, vallette e tronisti fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio&nbsp;<a href="https://www.pangea.news/walter-veltroni-libri/">dirigente di partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri</a>&nbsp;diventare scrittore di buone vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia, sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso nemmeno deontologicamente lecito.&nbsp;</p>



<p>Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba. Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato del&nbsp;<em>Corriere della Sera</em>&nbsp;e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui – giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con&nbsp;<em>La mia anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore</em>. Le recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come schede promozionali mascherate, di cui&nbsp;<a href="https://www.thrillermagazine.it/11694/la-mia-anima-e-ovunque-tu-sia">indichiamo un esempio</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni nostri come&nbsp;<em>noir</em>&nbsp;e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze, terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse:&nbsp;<em>una grande metafora</em>,&nbsp;<em>straordinariamente originale</em>,&nbsp;<em>storia epica</em>,&nbsp;<em>i terribili segreti</em>,&nbsp;<em>le ragioni profonde dell’odio e dell’amore</em>,&nbsp;<em>colpo di scena finale</em>. Sorvolando su questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito critico, ovvero i&nbsp;<em>veri</em>&nbsp;lettori. Sul sito IBS&nbsp;<a href="https://www.ibs.it/mia-anima-ovunque-tu-sia-libro-aldo-cazzullo/e/9788804615651/recensioni">qualche utente fece sentire la sua voce, con argomentazioni non proprio superficiali</a>: cominciamo da Livio Berardo, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione. Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro, fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del federale torinese Solaro!”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni fa, che s’intitolava&nbsp;<a href="https://www.ibs.it/nostri-occhi-sporchi-di-terra-libro-dario-buzzolan/e/9788860734792">‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan</a>. Stessa struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106688" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/811P7MKAwL._SL1500_.jpg 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></figure>



<p>Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana “Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei giorni della Liberazione raccontata in versione&nbsp;<em>light</em>, per bocche buone che non hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a spiegare i quattro elementi della storia:&nbsp;<em>un delitto, un tesoro, una guerra, un amore</em>, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo 119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli –&nbsp;<em>quarantacinque</em>, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani, come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a passeggio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani. Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due, talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30, lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:&nbsp;</p>



<p><strong>“«Uno!»</strong></p>



<p><strong>La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in un singulto roco.</strong></p>



<p><strong>«Due!»</strong></p>



<p><strong>Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo per sé, ma per lei.</strong></p>



<p><strong>«Tre!»</strong></p>



<p><strong>La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi.</strong></p>



<p><strong>«Quattro!»</strong></p>



<p><strong>Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con donne preziose e delicate quanto Sylvie.</strong></p>



<p><strong>«Cinque!»</strong></p>



<p><strong>Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo candido, su cui risaltavano i segni rossi.</strong></p>



<p><strong>«Sei!»</strong></p>



<p><strong>Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia.</strong></p>



<p><strong>«Sette!»</strong></p>



<p><strong>Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa.</strong></p>



<p><strong>«Otto!»</strong></p>



<p><strong>Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”.</strong></p>



<p>Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile, ovvero l’ispettore&nbsp;<em>gourmet</em>&nbsp;che spiega la ricetta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente. Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare, di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto, visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo già qui il <em>topos</em> che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile <em>book-jockey</em> Antonio D’Orrico: pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti, il romanzo andò in libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco e potente: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta servita fredda”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Paolo Ferrucci</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cazzullo-sal-da-vinci-ferrucci/">Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il diritto alla propria intelligenza)</title>
		<link>https://www.pangea.news/henry-james-contro-intelligenza-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 05:16:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Henry James]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Carlo Pizzati, in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio, propone la parola macedonia&#160;rosaggio: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria, la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o&#160;rosaggio: autobiografia che colonizza il saggio stesso”. Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/henry-james-contro-intelligenza-artificiale/">Sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui (o quantomeno leggersi Henry James per tutelare il diritto alla propria intelligenza)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Carlo Pizzati, <a href="https://www.repubblica.it/cultura/2026/02/16/news/autofiction_scrivere_di_se_potra_salvare_la_letteratura-425161346/">in un articolo per “Repubblica” del 16 febbraio</a>, propone la parola macedonia&nbsp;<em>rosaggio</em>: “il saggio autobiografico dove la critica letteraria, la memoria personale e la riflessione filosofica s’intrecciano in un unico gesto. È quello che definisco romanzo saggio, o&nbsp;<em>rosaggio</em>: autobiografia che colonizza il saggio stesso”.</p>



<p><strong>Per gareggiare con l’IA che ormai scrive meglio di Pynchon e Bernhard messi assieme bisognerebbe starsene chini in avanti a bonificare l’orto che ciascuno farebbe bene a coltivare attorno al proprio ombelico.</strong>&nbsp;&nbsp;Voglio dire: se l’IA scrive così bene, ma leggiamone pure i romanzi, pazienza se un ombelico non ce l’ha. Pur di non leggere di un altro anniversario del mesto Bajani&#8230; Solo vorrei sapere chi se l’è mai letto per intero un romanzo tutto scritto dall’IA: l’avrà fatto Carlo Pizzati, botanico della letteratura per innesto per cui non c’è rosaggio senza la spina del trauma, quello di essere nati può bastare?, che piace tanto ai lettori, che a questo punto mi domando io perché dovrebbero leggersi un libro e non andare avanti a sbirciare gli stati dei loro influencer di riferimento, autobiografici per vendersi meglio?&nbsp;</p>



<p><strong>Umberto Eco l’ha detto in altri tempi, sospetti come tutti: che sia successo molto o molto poco il giorno prima, i giornali del giorno dopo pure in questi tempi di simultaneità online devono garantire quotidianamente la stessa fogliazione, quindi ben vengano anche gli articoli di critica letteraria floreale, dopodiché a voler essere maliziosi:</strong>&nbsp;gli Agnelli-Elkann con “Repubblica” non vedo perché non dovrebbero seguire la stella imprenditoriale di Bezos che sta riuscendo a demolire il “Washington Post” rimettendoci quello che per lui sono giusti due spiccioletti, le finalità non vedo perché non possano essere le medesime: mica vendere più copie, piuttosto moltiplicare i non-lettori, ovvero quelli convinti che basti aprire un quotidiano senza notizie&nbsp;&nbsp;o leggere un’autobiografa senza letteratura per poter dire di aver letto qualcosa, restando beatamente inconsapevoli e più comodi da circuire.&nbsp;</p>



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<p><strong>Una proposta per salvare il giornalismo? La stessa per salvare la letteratura: puntare sulla scrittura-scrittura,</strong>&nbsp;sull’autonomia critica della parola con ciascuno la sua, non sul solito copia&amp;incolla da altri, dopodiché e l’uno e l’altra si salveranno da sé o se no significa che non c’è più niente da salvare.&nbsp;</p>



<p>Per di più, a pensarci: l’IA non solo non ha l’ombelico, non ha neanche i piedi oltre a tutto il resto, quindi perché recintarsi nell’autobiografia quando si potrebbe fare tanta letteratura di viaggio purché non virtuale? In questo caso vale quanto avvisato da Busi: a chi non ossigena il culo si ossida presto pure il cervello.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>La realtà, l’unico modo per poterla cambiare è sapersene immaginare un’altra, e questo l’IA non lo può fare, è troppo copiona e basta, la letteratura invece sì</strong>, ma i critici e lettori con loro dovrebbero essere semplicemente più umili, e grati per tutta la letteratura che fin qui c’è già stata, che seppure nessuno ne saprà mai scrivere altra (vana speranza nichilistica) ce ne sarebbe comunque abbastanza per chiunque. O i critici rosaggianti credono che la letteratura per poter essere contemporanea debba essere pubblicata a partire da ora?&nbsp;</p>



<p>Il primo esempio a tiro: eccome come Henry James in&nbsp;<em>Principessa Casamassima</em>&nbsp;racconta le dinamiche di una bolla social:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“l’eccesso di idiozie sembrava far scoppiare il locale e ci si vergognava di trovarsi mescolati a tanta ovvia fatuità e sfacciata ambizione.”</strong></p>
</blockquote>



<p>E lo scrittore di fronte al bivio tra l’obsolescenza storica e l’autofiction per pagarsi l’affitto?&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Hyacinth si rendeva conto di essere passibile della stessa imputazione, ma non poteva farci nulla; gli sarebbe stato impossibile esibire a prova dell’autenticità dei suoi sentimenti (…) lo stato del suo guardaroba o denunciare che da sei mesi non metteva in bocca un pezzetto di bacon.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel 1886 l’IA avrebbe mai potuto scrivere un romanzo così classico, cioè contemporaneo ora e sempre perché ha per misura la condizione umana? No, perché allora manco esisteva, non c’erano ancora gli strumenti perché i pirati dell’immaginario diventassero milionari grazie alla saccheggiata immaginazione altrui, spacciandosi per essere loro i geni, laddove al massimo lo sono nell’accezione dell’organismo tecnico: il genio informatico, di fianco a quello civile, militare, eccetera.&nbsp;</p>



<p>Il pub “Sole e Luna” del quale James racconta il borbottio protorivoluzionario, aggiungo, non anticipa solo la fomentata idiozia dei social di inizio ventunesimo secolo, pure le birrerie Hofbräuhaus&nbsp;in cerca di un Hitler di inizio ventesimo. Nella mia mente l’hyperlink è stato istantaneo all’articolo a pagina due de “La Stampa” di sabato 14 febbraio: per Monica Perosino la presa di posizione della Germania che finalmente dissente dall’agenda trumpista è un benemerito per quanto guerrafondaio colpo sparato da una Europa fin qui troppo prona, all’italiana ecco, però a leggere che secondo il cancelliere Merz “la Germania è pronta a giocare un ruolo guida, con la Bundeswehr destinata «a diventare presto l’esercito convenzionale più potente del continente»”, il colpo a momenti veniva&nbsp;&nbsp;a me, per come sembra tutto si stia ridisponendo per dare a un artista mancato tutti i motivi per spiccare il volo dittatoriale grazie a un putsch a Monaco.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="627" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788811013716_0_0_0_0_0-627x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106514" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788811013716_0_0_0_0_0-627x1024.jpg 627w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788811013716_0_0_0_0_0-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788811013716_0_0_0_0_0-600x980.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/9788811013716_0_0_0_0_0.jpg 661w" sizes="(max-width: 627px) 100vw, 627px" /></figure>



<p>Altro che darsi al rosaggio concimando il tutto di sé, bisognerebbe imparare della Mediaset che da più di due anni manda a schermo il disclaimer: “È severamente vietato ogni utilizzo delle immagini trasmesse atto all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale generativa così come l’utilizzo di mezzi automatizzati di&nbsp;data scraping”, ovvero&nbsp;<strong>sarebbe ora intentare una class action mondiale contro i ladri dell’immaginazione altrui, o quantomeno leggersi&nbsp;<em>Principessa Casamassima</em>&nbsp;per tutelare il diritto proprio e di tutti all’intelligenza non esternalizzata.&nbsp;</strong></p>



<p>Due sospetti gravosi, il primo è se questo testo covi in sé un semino di rosaggio. Il secondo: per evitare finisca coll’addestrare inermi algoritmi costretti a subirne di ogni senza potersi mai tutelare con vertenze sindacali, è il caso di apporre in conclusione un disclaimer da mitomane? Beh, se la resistenza all’ultima rivoluzione tecnologia della carta carbone deve essere condotta tramite francobolli e postini io sventolo subito carta bianca.&nbsp;</p>



<p><strong>antonio coda</strong></p>



<p><em>*In copertina: Henry James nel 1913 fotografato da Frederic Hilaire D&#8217;Arcis (National Portrait Gallery)</em></p>
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		<title>Il ruggito di Bruce. Ovvero: di Springsteen, di Saba e della verità</title>
		<link>https://www.pangea.news/springsteen-umberto-saba-minneapolis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 04:59:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Bruce Springsteen]]></category>
		<category><![CDATA[canzone]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Bramati]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Streets of Minneapolis]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Saba]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un concetto, nel sabiano&#160;Quel che resta da fare ai poeti, che continua a imporsi come un criterio morale prima ancora che letterario: ai poeti non resta che essere onesti. Umberto Saba, nel suo saggio – peraltro rifiutato nel 1911 dalla “Voce”, che proprio Saba definiva “la sola rivista possibile”, e pubblicato solo dopo la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/springsteen-umberto-saba-minneapolis/">Il ruggito di Bruce. Ovvero: di Springsteen, di Saba e della verità</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’è un concetto, nel sabiano&nbsp;<em>Quel che resta da fare ai poeti</em>, che continua a imporsi come un criterio morale prima ancora che letterario: ai poeti non resta che essere onesti. Umberto Saba, nel suo saggio – peraltro rifiutato nel 1911 dalla “Voce”, che proprio Saba definiva “la sola rivista possibile”, e pubblicato solo dopo la morte del poeta – parlava di una poesia che rinuncia all’ornamento, alla finzione, alla posa, per aderire alla verità dell’esperienza e dell’esistenza: per Saba tocca scegliere ogni volta di osservare e scrivere della realtà anche quando è scomoda, opaca, non eroica.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>[…] Qui prostituta e marinaio, il vecchio<br>che bestemmia, la femmina che bega,<br>il dragone che siede alla bottega<br>del friggitore,<br>la tumultuante giovane impazzita<br>d’amore,<br>sono tutte creature della vita<br>e del dolore; […]</strong></p>
<cite>(<em>Città vecchia</em>, vv. 11-18)</cite></blockquote>



<p>È difficile ascoltare oggi la nuova&nbsp;<em>Streets of Minneapolis</em>&nbsp;di Bruce Springsteen senza avvertire questa stessa urgenza. Springsteen, che quest’anno compirà 77 anni, torna a scrivere dopo più di cinque anni – e con un’intensità che non si avvertiva da molto tempo – perché qualcosa, dentro e fuori di lui, lo ha richiamato a matita, foglio, pentagramma e chitarra.&nbsp;</p>



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<p>È un ritorno inatteso, perché se la sua energia non conosce cedimenti e si esprime ancora con concerti che sono atti fisici di memoria collettiva, da almeno vent’anni il racconto dell’America attraverso le&nbsp;<em>ballads</em>&nbsp;appare sovrastato, o quantomeno ridotto a ricordo di quanto già scritto e cantato liturgicamente a memoria in ogni concerto. Springsteen aveva smesso di fare ciò che per decenni lo aveva reso una voce necessaria: raccontare l’America mentre accade, come ha sempre fatto cantando quella luccicante e vincente, quella da sognare e che sa rialzarsi, ma anche e soprattutto quella dimessa della&nbsp;<em>working class</em>.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Streets of Minneapolis</em></strong><strong>&nbsp;ritorna all’onestà del racconto di vicende precise che sono cronaca e che diventeranno storia: la violenza esercitata sulle strade, il rapporto degenerato tra Stato e cittadini, il volto armato dell’ordine pubblico nell’America trumpiana.&nbsp;</strong>Springsteen guarda lì e decide di parlare, anzi di più, sceglie di scrivere, comporre e cantare, fissando così un’emozione e un frammento di cronaca e di storia in un tempo e in uno spazio artistico. Springsteen avrebbe potuto intervenire con un’improvvisata in un momento commemorativo, con un post o un video affidato ai social e già si sarebbe raccontato della presa di posizione di un cantore dell’America del Quarto Novecento, invece ha scelto la forma più profonda e più duratura: l’espressione artistica. E la canzone, come la poesia, resta.&nbsp;<strong>Da mezzo secolo Springsteen attraversa l’America raccontandone le strutture e le crepe, la forza e le piaghe: ha cantato il desiderio ostinato di farcela, la promessa di un futuro migliore, gli anni scintillanti dell’illusione.&nbsp;</strong>Stavolta&nbsp;<em>Streets of Minneapolis</em>&nbsp;fissa con la parola questa fase storica e Springsteen nomina la violenza, chiama in causa il potere, lascia che la canzone dica ciò che non può più essere taciuto e che verrà ricordato: il sangue per le strade e nella neve, l’azione dei colpevoli, i nomi delle vittime incastonati nei versi che verranno mandati a memoria con il testo della canzone.&nbsp;</p>



<p>[…] <em>Where mercy should have stood<br>And two dead left to die on snow-filled streets<br>Alex Pretti and Renee Good</em></p>



<p><em>Oh our Minneapolis, I hear your voice<br>Singing through the bloody mist<br>We’ll take our stand for this land<br>And the stranger in our midst<br>Here in our home they killed and roamed<br>In the winter of ’26<br>We’ll remember the names of those who died<br>On the streets of Minneapolis</em></p>



<p>*</p>



<p>Dove avrebbe dovuto esserci pietà<br>E due morti lasciati a morire su strade innevate<br>Alex Pretti e Renee Good</p>



<p>Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce<br>Cantare attraverso la nebbia insanguinata<br>Prenderemo posizione per questa terra<br>E per lo straniero in mezzo a noi<br>Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato<br>Nell’inverno del ’26<br>Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti<br>Per le strade di Minneapolis […]</p>



<p><strong>Quando Umberto Saba scrive il suo saggio, egli afferma anche la necessità di ritrovare “il filo d’oro della tradizione”: il poeta triestino sceglie gli endecasillabi classici, forme metriche tradizionali, con “le radici nell’Ottocento e la testa nel 2000” alla ricerca della poesia onesta attraverso un “ritorno alle origini”:</strong>&nbsp;proprio così fa Springsteen nel comporre una ballata che non cede ai suoni del momento e alle cadenze radiofoniche, e che si affida al contrario al tipico incedere narrativo e musicale delle canzoni che sono considerate le più riuscite e le più profonde del rocker americano. Ancora, l’andamento del brano si rifà chiaramente a&nbsp;<em>Desolation Row</em>&nbsp;di Bob Dylan, chiamando in causa così il cantautore che per antonomasia – si ricordino il Pulizer nel 2008 e il Nobel nel 2016 – unisce musica d’autore e letteratura e, allo stesso tempo, rifacendosi proprio a una canzone specifica che narra di bassifondi, di detriti, in perfetto stile sabiano.&nbsp;</p>



<p><strong>Saba, Dylan e Springsteen: difficile pensare a persone più diverse, eppure accomunate nell’espressione artistica dal fascino che gli ultimi esercitano sulle loro coscienze, dal bisogno di mettere in versi ciò che è onesto, e insieme turpe, e insieme vero,</strong>&nbsp;dal pensiero, come scrive sempre Saba, che “la funzione sociale del poeta sta appunto in questo: il poeta consola, attraverso lo splendore della forma, gli uomini, tutti gli uomini sensibili alla poesia (e sono pochi) di tutto quello cui hanno dovuto rinunciare per essere degli uomini civili”. Saba, Dylan e Springsteen: tre autori, tre artisti che scrivono anche per chi non riesce, per chi non può, per chi ha altro da fare, ma è tuttavia in ascolto e in attesa.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/s-l1200.jpg" alt="" class="wp-image-106250" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/s-l1200.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/s-l1200-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/s-l1200-600x800.jpg 600w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><strong>Saba ricorda inoltre che il poeta deve rinunciare all’eccezionalità, perché la verità abita le cose comuni e, in questo gennaio nordamericano del 2026 Springsteen avverte che la cosa comune è diventata intollerabile:</strong>&nbsp;morire per strada, a colpi di arma da fuoco, davanti a una telecamera, senza opporre ostilità né resistenza: per questo sceglie di stare dalla parte del reale anche quando il reale è insopportabile e, come Saba con la sua Trieste e i suoi personaggi minimi, anche Springsteen annota, descrive e poi smaschera. È in questo esercizio di sottrazione di un episodio alla nuda cronaca che la canzone d’autore trova spazio nella letteratura, grazie alla sua parola scelta per musicalità e densità, ma capace di esprimersi anche tramite altri mezzi, perché rispetto alla poesia comunemente intesa, con la canzone d’autore cambiano i supporti, ma non il mandato, e così il cantautore come il poeta si espone e accetta il rischio della verità, rinunciando alla protezione del ruolo.&nbsp;<strong><em>Streets of Minneapolis</em>&nbsp;segna questo punto preciso: il momento in cui Springsteen torna a essere non solo un’icona buona per la glorificazione generale, e nemmeno l’interprete rassicurante di un glorioso passato condiviso, ma voce essenziale del presente</strong>, con un ruggito che non è nostalgia né rabbia generica, ma presa di posizione politica, tramite l’espressione artistica che ritorna limpida quando la realtà non può più essere elusa. Dario Brunori si chiede, in chiusura de&nbsp;<em>La ghigliottina</em>&nbsp;(2025), “cosa bisogna cantare oggigiorno?”: una buona risposta l’ha trovata Springsteen nel vento di Minneapolis.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Marcello Bramati</em></strong></p>
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