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	<title>Yahya Hassan Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Una fiamma eterna del suo inferno”. Yahya Hassan, il Rimbaud delle periferie</title>
		<link>https://www.pangea.news/yahya-hassan-luca-ormelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2020 10:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ormelli]]></category>
		<category><![CDATA[Rizzoli]]></category>
		<category><![CDATA[Yahya Hassan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“VERSO VENTI LITRI DI OSCURITÀ/E UN’INFANZIA SULLA PARETE/UNA MANO DELL’ETÀ DELLA PIETRA UN CORANO IN PAPERBACK/FORSE TI AVREI AMATO/SE FOSSI STATO TUO PADRE E NON TUO FIGLIO” (PAPÀ IL MIO FIGLIO NON NATO) * Hassan. Un cognome che racchiude un mondo, una umma. “NON AVEVAMO CANALI DANESI/ AVEVAMO AL JAZEERA/ AVEVAMO ALARABIYA/ NON AVEVAMO PROGETTI/ [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/yahya-hassan-luca-ormelli/">“Una fiamma eterna del suo inferno”. Yahya Hassan, il Rimbaud delle periferie</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>“VERSO VENTI LITRI DI OSCURITÀ/E UN’INFANZIA SULLA PARETE/UNA MANO DELL’ETÀ DELLA PIETRA UN CORANO IN PAPERBACK/FORSE TI AVREI AMATO/SE FOSSI STATO TUO PADRE E NON TUO FIGLIO” (PAPÀ IL MIO FIGLIO NON NATO)</p>



<p>*</p>



<p>Hassan. Un cognome che racchiude un mondo, una <em>umma</em>.</p>



<p>“NON AVEVAMO CANALI DANESI/ AVEVAMO AL JAZEERA/ AVEVAMO ALARABIYA/ NON AVEVAMO PROGETTI/ PERCHÉ ALLAH LI AVEVA PER NOI” (PARABOLA). Yahya è il fosforo bianco della striscia di Gaza che esplode nel cielo reticolato di sbarre del rifugiato: “MANCANZA DI OSSIGENO NEL GHETTO” (L’UTOPIA).</p>



<p>Nato nel 1995 ad Aarhus, il poeta danese è immigrato tra immigrati, straniero tra stranieri: “NON SO CHI SONO/ ZIE E ZII/ SE MAI CI SIAMO INCONTRATI/ ERO TROPPO PICCOLO PER POTERLO RICORDARE/ E ADESSO CHIAMATE DA UN LONTANO COLLEGAMENTO/ CON GUERRA E POLVERE DI SOLE NELLA VOCE/ VANNO BENE LE COSE QUI AL CONVITTO/ UN SOGGIORNO SOCIOPEDAGOGICO” (CHIAMATA DAL MEDIO ORIENTE). La sua famiglia d’origine è il distillato dell’apolidia: <strong>vite bruciate in Palestina, un rifugio in Libano ed un asilo/esilio in Danimarca al tramonto degli anni ’80. Socialdemocrazia <em>à la</em> scandinava, orizzonti di marmo contro infiorescenze di bengala. La vita di Yahya è una stagione all’inferno in piena regola:</strong> istituti correzionali, delinquenza minorile e tossicodipendenza: “MI HAI ABBANDONATO COSÌ/ CON UNA CANNA ALL’ANGOLO DELLA BOCCA/ LE UNGHIE DA HASHISH ROSICCHIATE/ SCHERMO NERO E GRAN FUMATORE/ NON SO CHE SUCCEDE LAGGIÙ TRA GLI ALBERI/ SE SOFFIA UN ALTRO VENTO/ MA TI TELEFONO DALLA GUARDINA” (MANDATO DI ARRESTO).</p>



<p><strong>Del santo Genet tratteggiato da Sartre, Yahya ha il portato maledetto del “ladro” e la sfrontatezza che t’impedisce di pensare al futuro perché il presente, assassino e vile, è pronto a divorarti, lì, dietro l’androne di cemento armato,</strong> in una giungla di parabole che rendono le <em>banlieue</em> dell’Occidente una torre di Babele in macerie: “A SCUOLA NON SI PUÒ PARLARE ARABO/ A CASA NON SI PUÒ PARLARE DANESE” (INFANZIA).</p>



<p>E tuttavia la violenza genera il sacro, come insegna Girard. E nulla di più sacro vi è del poeta, ierofante che travalica la storia per dialogare con le stelle. Del talento del giovane Hassan si avvedono i suoi pedagoghi – il dilemma, compiutamente danese, è: può un poeta restare sfigurato dalla mediocrità che lo circonda e gli presta una voce?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="735" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/610ORT9GwQL-735x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81041" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/610ORT9GwQL-735x1024.jpg 735w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/610ORT9GwQL-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/610ORT9GwQL-768x1071.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/610ORT9GwQL.jpg 911w" sizes="(max-width: 735px) 100vw, 735px" /></figure>



<p><strong>Yahya è un adolescente in piena temperie creativa: lo attrae il rap per la brutalità della forma, perché è la colonna sonora del ghetto in cui è nato e dimora. Del rap, divenuto poeta, conserverà l’idiosincrasia alla punteggiatura e l’impiego totalizzante del maiuscolo, cosicché l’urlo – Munch non giace poi così lontano – giunga più forte, più ‘a tempo’ e si annidi nello stomaco dell’uditore.</strong> Perché la poesia di Yahya Hassan, che tutta si brucia e si consuma in due raccolte omonime, è <em>epos</em>, canto del quotidiano perire. Tra le dita stringo il primo ed unico volume edito in Italia (Rizzoli, 2014) del prodigio danese: un diario che si trasfigura in altissima poesia, in strazio e flagellazione. Niente e nessuno sfugge alla furia nichilista del poeta: i genitori innanzitutto, colpevoli di avergli dato la vita e una parola incendiaria; le istituzioni danesi con il loro portato di ipocrisia protestante e perbenista; l’Islam (“LE VIE DI ALLAH FINISCONO QUI”), che gli costerà una <em>fatwā</em> e l’abisso delle dipendenze dopo il successo, folgorante come l’alba del deserto, che lo colse a soli 18 anni con la pubblicazione della silloge <em>YAYHA HASSAN</em>.</p>



<p><strong>Di questa raccolta, scabra eppur lirica, graffiante come i cocci di una bottiglia rotta sul pianerottolo, di questa raccolta dicevo, un testo, tra tutti, s’imprime frastornandomi: OSCURAMENTO DA JETLAG.</strong> La medesima urgenza delle <em>Illuminazioni</em> rimbaldiane, l’ipertrofia egoica dell’Artaud di Rodez, la sociopatia d’un Cattaneo. Se dovessi eleggere una lirica, una sola, che racchiuda come fiore la poetica del nuovo millennio, non avrei alcun tentennamento.</p>



<p>L’incipit miltoniano: “QUANDO MI SVEGLIO SUONA LA SINFONIA/ DA UNA CREPA DEL CIELO/ SATANA È STATO QUI”.</p>



<p>La violenta arroganza della disperazione: “HO L’IMPERFEZIONE TRA LE GAMBE/ HO SCOPATO VIA LA VITA DA UNA RAGAZZINA/ CON LA PROTESI EREDITATA DA MIO PADRE/ HO SENTITO IL SANGUE/ HO ABBANDONATO ALLA MIA DESTRA IL CRISTALLO DEL GIORNO E LA SPERANZA/ HO CERCATO RIPARO DALL’UMANITÀ”.</p>



<p>E l’agnizione della propria miseria: “IO NON VALGO QUEL CHE DITE CHE VALGO/ VOGLIO ANDARE DALLA PUTTANA/ VOGLIO RINFACCIARLE LA MISERIA DEI PIACERI/ LA LORO DIFFUSIONE NELLA MIA ANIMA/ SE POSSO PRETENDERLA IN QUESTO SECOLO/ LA MIA ANIMA COCAINA LA MIA ANIMA INTERNET/ LA MIA ANIMA PORNO LA MIA ANIMA SOLDI LA MIA ANIMA PRIGIONE”.</p>



<p>Il volo della rivolta si abbatte sull’origine verminosa, il covo di serpi, la famiglia: “HO PIÙ CUGINI DALLA PARTE COLPEVOLE DELLA RECINZIONE/ DATEMI IL SILENZIO/ VIOLENTATE IL MIO CORPO PRIMA CHE LO FACCIA ALLAH/ PORTATEMI AL BAZAR/ LANCIATE LE VOSTRE PIETRE/ PORTATE ANCHE I MIEI GENITORI PER CIÒ CHE HANNO CREATO/ IO NON MERITO LA MIA NASCITA/ PISCIO SULLA MIA STESSA TOMBA” e piomba come una granata consapevole della propria deflagrazione e della rovina che si lascerà a testimonio, come un martire, uno <em>shahīd</em>: “MENTRE I DRONI PIANGONO LE LACRIME DI UN DIO STRANIERO/ CAMMINO/ A CACCIA DELLA PANCIA DI MIA MADRE/ MI AVETE RESO INDIPENDENTE/ MI AVETE RESO IN GRADO DI FERIRE MIA MADRE/ QUANDO AVETE TAGLIATO IL CORDONE OMBELICALE/ NON AVRESTE MAI DOVUTO FARLO/ AVREI DOVUTO ESSERE IL CANE DI MIA MADRE AL GUINZAGLIO/ LA CENERE È CIÒ CHE NON È PIÙ/ L’OSCURITÀ È CIÒ CHE MAI SARÀ/ MA GUARDATE ORA COSA HA LASCIATO SATANA/ UNA FIAMMA ETERNA DEL SUO INFERNO”.</p>



<p><strong>Yahya Hassan muore, apparentemente di morte ‘naturale’, nell’anno del Signore 2020, <em>annus horribilis</em> e nauseabondo.</strong> Per un angelo dai capelli inferi e crespi, condannato a 21 mesi di detenzione per aver esploso un colpo di pistola contro un adolescente, la morte si presenta sempre puntuale.</p>



<p><strong><em>Luca Ormelli</em></strong></p>



<p>Bibliografia: Yahya Hassan, <em>YAHYA HASSAN</em>, Rizzoli, Milano, 2014</p>
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