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“Una fiamma eterna del suo inferno”. Yahya Hassan, il Rimbaud delle periferie

“VERSO VENTI LITRI DI OSCURITÀ/E UN’INFANZIA SULLA PARETE/UNA MANO DELL’ETÀ DELLA PIETRA UN CORANO IN PAPERBACK/FORSE TI AVREI AMATO/SE FOSSI STATO TUO PADRE E NON TUO FIGLIO” (PAPÀ IL MIO FIGLIO NON NATO)

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Hassan. Un cognome che racchiude un mondo, una umma.

“NON AVEVAMO CANALI DANESI/ AVEVAMO AL JAZEERA/ AVEVAMO ALARABIYA/ NON AVEVAMO PROGETTI/ PERCHÉ ALLAH LI AVEVA PER NOI” (PARABOLA). Yahya è il fosforo bianco della striscia di Gaza che esplode nel cielo reticolato di sbarre del rifugiato: “MANCANZA DI OSSIGENO NEL GHETTO” (L’UTOPIA).

Nato nel 1995 ad Aarhus, il poeta danese è immigrato tra immigrati, straniero tra stranieri: “NON SO CHI SONO/ ZIE E ZII/ SE MAI CI SIAMO INCONTRATI/ ERO TROPPO PICCOLO PER POTERLO RICORDARE/ E ADESSO CHIAMATE DA UN LONTANO COLLEGAMENTO/ CON GUERRA E POLVERE DI SOLE NELLA VOCE/ VANNO BENE LE COSE QUI AL CONVITTO/ UN SOGGIORNO SOCIOPEDAGOGICO” (CHIAMATA DAL MEDIO ORIENTE). La sua famiglia d’origine è il distillato dell’apolidia: vite bruciate in Palestina, un rifugio in Libano ed un asilo/esilio in Danimarca al tramonto degli anni ’80. Socialdemocrazia à la scandinava, orizzonti di marmo contro infiorescenze di bengala. La vita di Yahya è una stagione all’inferno in piena regola: istituti correzionali, delinquenza minorile e tossicodipendenza: “MI HAI ABBANDONATO COSÌ/ CON UNA CANNA ALL’ANGOLO DELLA BOCCA/ LE UNGHIE DA HASHISH ROSICCHIATE/ SCHERMO NERO E GRAN FUMATORE/ NON SO CHE SUCCEDE LAGGIÙ TRA GLI ALBERI/ SE SOFFIA UN ALTRO VENTO/ MA TI TELEFONO DALLA GUARDINA” (MANDATO DI ARRESTO).

Del santo Genet tratteggiato da Sartre, Yahya ha il portato maledetto del “ladro” e la sfrontatezza che t’impedisce di pensare al futuro perché il presente, assassino e vile, è pronto a divorarti, lì, dietro l’androne di cemento armato, in una giungla di parabole che rendono le banlieue dell’Occidente una torre di Babele in macerie: “A SCUOLA NON SI PUÒ PARLARE ARABO/ A CASA NON SI PUÒ PARLARE DANESE” (INFANZIA).

E tuttavia la violenza genera il sacro, come insegna Girard. E nulla di più sacro vi è del poeta, ierofante che travalica la storia per dialogare con le stelle. Del talento del giovane Hassan si avvedono i suoi pedagoghi – il dilemma, compiutamente danese, è: può un poeta restare sfigurato dalla mediocrità che lo circonda e gli presta una voce?

Yahya è un adolescente in piena temperie creativa: lo attrae il rap per la brutalità della forma, perché è la colonna sonora del ghetto in cui è nato e dimora. Del rap, divenuto poeta, conserverà l’idiosincrasia alla punteggiatura e l’impiego totalizzante del maiuscolo, cosicché l’urlo – Munch non giace poi così lontano – giunga più forte, più ‘a tempo’ e si annidi nello stomaco dell’uditore. Perché la poesia di Yahya Hassan, che tutta si brucia e si consuma in due raccolte omonime, è epos, canto del quotidiano perire. Tra le dita stringo il primo ed unico volume edito in Italia (Rizzoli, 2014) del prodigio danese: un diario che si trasfigura in altissima poesia, in strazio e flagellazione. Niente e nessuno sfugge alla furia nichilista del poeta: i genitori innanzitutto, colpevoli di avergli dato la vita e una parola incendiaria; le istituzioni danesi con il loro portato di ipocrisia protestante e perbenista; l’Islam (“LE VIE DI ALLAH FINISCONO QUI”), che gli costerà una fatwā e l’abisso delle dipendenze dopo il successo, folgorante come l’alba del deserto, che lo colse a soli 18 anni con la pubblicazione della silloge YAYHA HASSAN.

Di questa raccolta, scabra eppur lirica, graffiante come i cocci di una bottiglia rotta sul pianerottolo, di questa raccolta dicevo, un testo, tra tutti, s’imprime frastornandomi: OSCURAMENTO DA JETLAG. La medesima urgenza delle Illuminazioni rimbaldiane, l’ipertrofia egoica dell’Artaud di Rodez, la sociopatia d’un Cattaneo. Se dovessi eleggere una lirica, una sola, che racchiuda come fiore la poetica del nuovo millennio, non avrei alcun tentennamento.

L’incipit miltoniano: “QUANDO MI SVEGLIO SUONA LA SINFONIA/ DA UNA CREPA DEL CIELO/ SATANA È STATO QUI”.

La violenta arroganza della disperazione: “HO L’IMPERFEZIONE TRA LE GAMBE/ HO SCOPATO VIA LA VITA DA UNA RAGAZZINA/ CON LA PROTESI EREDITATA DA MIO PADRE/ HO SENTITO IL SANGUE/ HO ABBANDONATO ALLA MIA DESTRA IL CRISTALLO DEL GIORNO E LA SPERANZA/ HO CERCATO RIPARO DALL’UMANITÀ”.

E l’agnizione della propria miseria: “IO NON VALGO QUEL CHE DITE CHE VALGO/ VOGLIO ANDARE DALLA PUTTANA/ VOGLIO RINFACCIARLE LA MISERIA DEI PIACERI/ LA LORO DIFFUSIONE NELLA MIA ANIMA/ SE POSSO PRETENDERLA IN QUESTO SECOLO/ LA MIA ANIMA COCAINA LA MIA ANIMA INTERNET/ LA MIA ANIMA PORNO LA MIA ANIMA SOLDI LA MIA ANIMA PRIGIONE”.

Il volo della rivolta si abbatte sull’origine verminosa, il covo di serpi, la famiglia: “HO PIÙ CUGINI DALLA PARTE COLPEVOLE DELLA RECINZIONE/ DATEMI IL SILENZIO/ VIOLENTATE IL MIO CORPO PRIMA CHE LO FACCIA ALLAH/ PORTATEMI AL BAZAR/ LANCIATE LE VOSTRE PIETRE/ PORTATE ANCHE I MIEI GENITORI PER CIÒ CHE HANNO CREATO/ IO NON MERITO LA MIA NASCITA/ PISCIO SULLA MIA STESSA TOMBA” e piomba come una granata consapevole della propria deflagrazione e della rovina che si lascerà a testimonio, come un martire, uno shahīd: “MENTRE I DRONI PIANGONO LE LACRIME DI UN DIO STRANIERO/ CAMMINO/ A CACCIA DELLA PANCIA DI MIA MADRE/ MI AVETE RESO INDIPENDENTE/ MI AVETE RESO IN GRADO DI FERIRE MIA MADRE/ QUANDO AVETE TAGLIATO IL CORDONE OMBELICALE/ NON AVRESTE MAI DOVUTO FARLO/ AVREI DOVUTO ESSERE IL CANE DI MIA MADRE AL GUINZAGLIO/ LA CENERE È CIÒ CHE NON È PIÙ/ L’OSCURITÀ È CIÒ CHE MAI SARÀ/ MA GUARDATE ORA COSA HA LASCIATO SATANA/ UNA FIAMMA ETERNA DEL SUO INFERNO”.

Yahya Hassan muore, apparentemente di morte ‘naturale’, nell’anno del Signore 2020, annus horribilis e nauseabondo. Per un angelo dai capelli inferi e crespi, condannato a 21 mesi di detenzione per aver esploso un colpo di pistola contro un adolescente, la morte si presenta sempre puntuale.

Luca Ormelli

Bibliografia: Yahya Hassan, YAHYA HASSAN, Rizzoli, Milano, 2014

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