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	<title>William Dalrymple Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>L’odore dell’India? Disordine, corruzione, schifo. L’epopea della “Grande Anarchia”</title>
		<link>https://www.pangea.news/india-anarchia-william-dalrymple/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Mar 2023 05:18:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Compagnia delle Indie]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Bistolfi]]></category>
		<category><![CDATA[William Dalrymple]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Disordine e corruzione non cercavano più nemmeno di nascondersi, e il regno dell&#8217;India, un tempo pacifico, divenne il regno dell&#8217;anarchia». Così, con giusta visione, Fakir Kahir ud-Din Illahabadi, storico moghul. Il cuore della frase sta tutto in una paroletta, fitna, che in arabo, la lingua di Fakir, significa sedizione. Più propriamente essa deriva dal verbo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/india-anarchia-william-dalrymple/">L’odore dell’India? Disordine, corruzione, schifo. L’epopea della “Grande Anarchia”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p><strong>«Disordine e corruzione non cercavano più nemmeno di nascondersi, e il regno dell&#8217;India, un tempo pacifico, divenne il regno dell&#8217;anarchia».</strong> Così, con giusta visione, Fakir Kahir ud-Din Illahabadi, storico moghul.</p>



<p>Il cuore della frase sta tutto in una paroletta, <em>fitna</em>, che in arabo, la lingua di Fakir, significa <em>sedizione</em>. Più propriamente essa deriva dal verbo <em>fatana</em>: in origine «distogliere», da «sedurre» (proprio come se-ducere), «indurre in tentazione», «incantare», «affascinare». Quindi il sostantivo <em>fitna</em> assume il valore di «seduzione», «tentazione», «fascino», poi anche «sedizione», «dissenso», «sommossa», che secondo i musulmani di ogni tempo e latitudine è il peggior crimine, tanto da assumere in taluni testi normativi connotati ancor più gravi e irremeabili di ogni violazione della sharia o dei pilastri religiosi. La <em>fitna </em>può sconvolgere sotto ogni rispetto un&#8217;intera comunità, un&#8217;intera nazione e molto oltre.</p>



<p>Ed è traendo da Fakir Kahir che <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845936616" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>William Dalrymple trova il titolo,</strong> <strong><em>Anarchia</em></strong></a>, per il suo libro interamente dedicato alla Compagnia delle Indie Orientali della Gran Bretagna (Adelphi, 2022).</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Quasi tutti i testimoni oculari dell&#8217;India di fine Settecento ricordano a più riprese gli infiniti disordini e i bagni di sangue di quel periodo, e la difficoltà a viaggiare in sicurezza in vaste aree del paese senza una scorta pesantemente armata. Anzi, furono proprio questi testimoni oculari a far circolare per primi l&#8217;idea di una Grande Anarchia».</strong></p></blockquote>



<p>Fondata sulla soglia del XVII secolo, ben presto e fino allo scioglimento nel 1858, la Compagnia «finì per controllare quasi la metà del commercio mondiale e divenire la più potente società della storia» e secondo uno dei suoi principali attori «uno stato in guisa di mercante». Lo scopo era soltanto uno: arricchirsi, a qualunque prezzo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="600" height="943" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/cover__id10399_w600_t1645518573.jpg.jpg" alt="" class="wp-image-94766" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/cover__id10399_w600_t1645518573.jpg.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/cover__id10399_w600_t1645518573.jpg-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Un arricchimento spregiudicato e criminale ma di natura sommamente privata, tanto da presentarsi modello, attentamente seguito e migliorato, delle odierne multinazionali apolidi e onnipotenti. La patente regia infatti «concedeva poteri assai più ampli di quanto i petizionisti si fossero attesi o avessero forse persino sperato», poiché «oltre all&#8217;esenzione di tutti i dazi doganali per i primi sei viaggi, garantiva loro per quindici anni il monopolio nazionale del “commercio con le Indie Orientali”, definizione geografica piuttosto vaga che fu subito presa a significare tutti i commerci e i traffici tra il Capo di Buona Speranza e lo stretto di Magellano; e accordava inoltre il diritto semi-sovrano di governare territori e assoldare eserciti».</p>



<p>Una formulazione, spiega l&#8217;autore,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«sufficientemente ambigua da consentire alla future generazioni di funzionari della CIO di richiamarsi ad essa per rivendicare la giurisdizione su tutti i sudditi inglesi in Asia, battere moneta, costruire fortificazioni, promulgare leggi, muovere guerra, condurre una politica estera indipendente, istituire tribunali, comminare pene, imprigionare sudditi inglesi e fondare insediamenti inglesi».</strong></p></blockquote>



<p>La Corona naturalmente beneficiava dell&#8217;iniziativa non solo attraverso i canali consueti ma anche, per un certo verso, i più “classici”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Nel 1693, a meno di un secolo dalla sua fondazione, si scoprì che la Compagnia usava le proprie azioni per comprare i favori dei parlamentari, sborsando 1200 sterline l&#8217;anno a ministri e deputati di spicco. Emerse che la corruzione era arrivata fino al sostituto procuratore generale, che riceveva 218 sterline, e al procuratore generale, che ne riceveva 545».</strong></p></blockquote>



<p>Ci fu un&#8217;indagine parlamentare, una delle tante che conosciamo benissimo anche noi, e delle sanzioni pure: ma poi tutto, per restare in tema di mare, seguitò a gonfie vele, che vale la pena di seguire lungo l&#8217;informatissima ricostruzione dell&#8217;autore, nelle cui mani lascio volentieri il lettore a che si scopra da sé l&#8217;orrida ma istruttiva epopea.</p>



<p>Gli elementi eclatanti e scabrosi della lunga vicenda non debbono però distogliere l&#8217;attenzione da una più ampia contemplazione del fenomeno all&#8217;interno della storia del mondo occidentale. Per quanto Dalrymple si muova con la cautela del ricercatore serio e asettico, anche se partecipe, e anzi forse proprio per questo, egli ci fornisce un&#8217;utilissima messe di dati, fatti, documenti, testimonianze sugli albori di un&#8217;èra di cui oggi noi ancora non vediamo (del tutto) la fine, vale a dire l&#8217;èra del capitale. <strong>Capire infatti la storia della Compagnia delle Indie, significa capire anche la ragion pratica dell&#8217;allora più potente impero universale</strong>, che a sua volta ci fornisce un ulteriore corpo documentale per l&#8217;intelligenza del presente e, per chi voglia applicarsi più oltre, di ciò che ci potrebbe aspettare.</p>



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<p>Non è solo, questa, la vecchia lezione secondo cui «chi capisce il passato, capisce anche il presente», che può contentare gli eruditi perdigiorno. No: <em>Anarchia </em>può essere imponente tassello della costruzione di una <em>revisione critico-pratica </em>dell&#8217;esistente. Se infatti <em>l&#8217;accumulazione del sapere </em>non ha ricadute sociali concrete, si dimostra l&#8217;eguale dell&#8217;accumulazione capitalistica: un egoismo sterile e odioso, destinato a costituire il carburante per l&#8217;eternizzazione dell&#8217;attuale modo di produzione, pur da tempo in evidente putrescenza.</p>



<p>Infine va rilevata un&#8217;altra potenziale utilità offertaci dal libro, non disgiunta dalla succitata. <em>Anarchia </em>mette nelle condizioni le anime belle degli esotisti e dei passatisti di pensare rispettivamente all&#8217;Oriente quale luogo d&#8217;elezione dell&#8217;onninvocato spirito o di riguardare ai tempi andati quasi età dell&#8217;oro; quando non entrambe le cose insieme.</p>



<p><strong>L&#8217;India e l&#8217;Oriente sono infatti un bell&#8217;esempio di quanto l&#8217;immaginario nostro, forgiatosi negli anni attraverso una certa cinematografia e certa bibliografia, sia soltanto un teatro in cartapesta</strong>, che, per quanto concerne quel luogo, seppur senza intento polemico e men che meno rivoluzionario, provvide in parte a smontare or son quasi quarant&#8217;anni il cattolico Dominique Lapierre con <em>La città della gioia</em>.</p>



<p>Si arrivava e in parte ancora si era in anni in cui l&#8217;Oriente e l&#8217;India nella fattispecie erano meta di pellegrinaggi di occidentali, benestanti e no, hippy, spiritualisti d&#8217;ogni risma. Anni in cui si importavano con sempre maggiore intensità e convinzione i così detti capolavori della letteratura classica e spirituale e religiosa di quelle terre. Quei due tangheri di Guénon e Coomaraswamy avevano già impestato l&#8217;Europa con le loro fandonie e fantasie sul mitologico Oriente.</p>



<p><strong>Tutto ciò dava a noi occidentali in gran parte grassi e pasciuti, ottusi e distratti, l&#8217;idea di una terra meravigliosa, bensì con qualche guasto, ma dove anche noi, soprattutto noi così bisognosi, avremmo potuto trovare l&#8217;illuminazione.</strong> E se ne ritornava talmente illuminati, così fortemente illuminati già sull&#8217;aereo ad aria condizionata, da obliare subito, in un capolavoro di rimozione da far impallidire il più scafato degli psicoanalisti, lo schifo dello ieri che si riversava impietoso sull&#8217;oggi e ristagnava, complici anche gli eletti locali, abitatori irremovibili e inamovibili dei piani superiori delle caste.</p>



<p>Qualche tempo prima di morire, Tiziano Terzani, nonostante le sue pose da guru biancovestito e tolkieniano, ma forse più per irritazione davanti a due grossi nomi ancora indimenticati delle lettere italiane, Moravia e Pasolini, commentò con sprezzo ma con verità i resoconti del loro viaggio in India. <strong>Il cineasta, al ritorno dopo solo tre settimane di soggiorno, scrisse un libro che doveva diventar poi famoso: <em>L&#8217;odore dell&#8217;India</em>, e Terzani che là ci aveva vissuto trent&#8217;anni disse due cose: non si può scrivere sull&#8217;India dopo solo pochi giorni e, soprattutto, che l&#8217;odore dell&#8217;India «è il puzzo della merda».</strong> Era solo l&#8217;altro giorno.</p>



<p>Grazie al cielo, anzi: grazie alla Trimurti indù il mondo non si ferma e ogni tanto sopraggiunge qualcuno coi piedi per terra a raccontarti le cose come stanno, a maggior beneficio di chi saprà farne buon uso.</p>



<p><strong><em>Luca Bistolfi</em></strong></p>
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