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	<title>vocabolario Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Nuovo vocabolario del virus: “deserto”, “passeggiare”. Non sarà una passeggiata, cerchiamo di farne un privilegio, una rivoluzione spirituale</title>
		<link>https://www.pangea.news/vocabolario-virus-deserto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2020 11:33:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[deserto]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Eremo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Deserto: Le città deserte, continuamente riprese dai tiggì più per sottile desiderio di apocalisse che per confortare l’obbligo – restare serrati in casa. Vuoti di umani, monumenti e mausolei sono una promessa mancata, una cosa che cade: un guaito d’erba, dilagando, avrà presto ragione di una statua laboriosamente istoriata per decretare una qualche vittoria, una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Deserto: </strong>Le città deserte, continuamente riprese dai tiggì più per sottile desiderio di apocalisse che per confortare l’obbligo – restare serrati in casa. <strong>Vuoti di umani, monumenti e mausolei sono una promessa mancata, una cosa che cade: un guaito d’erba, dilagando, avrà presto ragione di una statua laboriosamente istoriata</strong> per decretare una qualche vittoria, una deliziosa vanità. La sola patria di un monumento deserto di sguardi è l’espatrio, la rottura, la fine.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.treccani.it/vocabolario/deserto1/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Deserto</a> </em>è una parola affascinante: significa disabitato, vuol dire, soprattutto, abbandonato. Per geologia linguistica, deserto porta e <a href="https://www.etimo.it/?term=disertare" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>disertare</em></a>, che ‘in positivo’ è “devastare, guastare, distruggere”; nel lato d’ombra, però, è “abbandonare un luogo”, rifiutare di aderire a una norma, “abbandonare il corpo in cui si presta servizio militare”. <em>Diserzione</em> rima con codardia – piuttosto, nel nostro singolare deserto, dovremmo pensare verso che tipo di diserzione siamo responsabili.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-74228 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-23-e1584353581305-221x300.jpg" alt="" width="317" height="430" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-23-e1584353581305-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-23-e1584353581305.jpg 237w" sizes="(max-width: 317px) 100vw, 317px" />Dio coagula Israele nel deserto: entrambi sperimentano l’abbandono per lanciarsi nella promessa. In ogni caso, il deserto va <em>passato</em>, è un <em>passaggio</em> – e a noi è impedito perfino il <em>passeggio</em>.</strong> Uomini inadatti al deserto – la socialità per mezzo telematico ci rende <em>massa</em> o <em>comunità</em>, ci fa truppa o monastero? – abbiamo la primizia di fare deserto dentro – di <em>passarci sopra</em>. Il privilegio del deserto consente non tanto di svuotarci – cosa possediamo, poi, per esserne pieni? – ma di tornare nudi. Dopo il deserto, nulla sarà come prima. Non lasciamo che siano altri, altre cose, a desertificarci: incateniamo questi momenti come il cristallo, come l’unico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In ebraico deserto è <em>midbar</em>; <em>dabar</em> è parola – ma è anche l’atto, parola che consegna all’azione. <strong>La parola accade nel deserto, e sancisce un patto, un’alleanza, spicca come fuoco. Altrove, in città, non c&#8217;è parola ma chiasso, non verità ma suono. La parola è verificata da un gesto – da una scelta, reale e rituale. Il deserto è il luogo in cui la parola ha eco di Dio</strong> – nel luogo del rischio, del niente, l’invisibile parla e l’uomo reclama, accoglie, va.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">“Con pietà copre le rovine/ dal deserto trae il giardino”, dice Isaia (51, 3).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I monaci scelgono il deserto, di accudire l’abbandono, di abbandonarsi all’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anni fa, per bancarelle, ho preso un libro che si è rivelato ora. S’intitola <a href="https://www.queriniana.it/libro/l-eremo-1225" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>L’eremo. Spiritualità del deserto</em></a>, è scritto da “un monaco” – “In un momento in cui l’uomo cerca la pubblicità e le luci della ribalta, ecco un libro scritto da una persona che non vuole rivelare il suo nome”</strong> – è pubblicato nel 1974 dall’Editrice Queriniana, la traduzione e la cura sono di Enzo Bianchi. Il titolo originale del libro, pubblicato nel 1969 a Ginevra, da Claude Martingay, è <em>L’ermitage. Spiritualité du desert. </em>La copertina prima del libro è micidiale, completamente bianca – un deserto bianco, fare di sé un deserto, valicarsi, passarsi oltre, passare al di là di ogni passato. <strong>“L’entrata nel deserto è sempre un momento solenne. Lascia il mondo normale delle relazioni per l’ignoto della solitudine.</strong> Bisogna iniziare con distacchi, dolori, rinnegamenti. Questa universale e definitiva rottura con ciò che ci era più caro non si può compiere senza lacrime”. Queste sono le prime frasi del libro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74229 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-2-1-203x300.jpg" alt="" width="319" height="472" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-2-1-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-2-1.jpg 221w" sizes="(max-width: 319px) 100vw, 319px" />Certo, questo è un deserto – è un digiuno – imposto. Ma a ogni atto va offerta l’adatta solennità. Ad esempio, il tempo. Abitudini, contatti, lavoro: ogni cosa subisce modifiche. Il tempo si modifica. Il giorno è scalfito. Dobbiamo costruire il nostro libro d’ore, facendo stagionare in altro modo mani, pensieri, ossa. Obbedire al tempo per salvarlo. <strong>Il monaco è paziente, ma feroce: “Di tutto questo splendore, le prime settimane di cella ti riveleranno soltanto poca cosa, forse nulla. Accetta umilmente di annoiarti e di girare in tondo…</strong> C’è ancora troppo tumulto nella tua immaginazione e nella tua sensibilità perché tu sia attratto dall’Invisibile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Estraggo da <em>L’eremo </em>alcune frasi che pungolano, che stimolano all’addestramento:</p>
<p style="text-align: justify;">“Troverai cara la solitudine, ma ne affronterai l’austerità”</p>
<p style="text-align: justify;">“Difendi gli accessi al tuo deserto”</p>
<p style="text-align: justify;">“Il deserto, per te, non è una cornice, è uno stato d’animo… Il deserto non consente i compromessi, obbliga brutalmente a scegliere: è la pista selvaggia, l’incessante cammino in avanti con il bagaglio più leggero possibile o la morte. Non offre né ammette nulla che diverta. Tu perderesti tutto; il dilettante ucciderebbe il contemplativo”</p>
<p style="text-align: justify;">“Persevera, lavora, per riportare le tue facoltà all’unità, alla semplicità del silenzio”</p>
<p style="text-align: justify;">“L’eremo non è una dimora stabile”</p>
<p style="text-align: justify;">“La notte dà corpo al deserto smaterializzando le cose: esse, spoglie di colori e contorni, si dissolvono in uno strato azzurrognolo dove lo sguardo sprofonda”</p>
<p style="text-align: justify;">“Fa tutto ciò che l’amore comanda”</p>
<p style="text-align: justify;">“L’eremita, solitario, non è isolato. L’isolamento si definisce come mancanza assoluta di relazioni vitali con gli altri… L’isolamento è inumano: è una specie di dannazione”</p>
<p style="text-align: justify;">“La cella è un ambiente unico nel suo genere… il suo carattere distintivo sta nel fatto che essa è tutto l’universo”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Addestrati al deserto, attrezzando le case in cella e i legami in grazia, non usciremo più</strong> – avremo voltato vita – dovranno venirci a prendere: ma in quale costellazione saremo, quale nuovo mondo avremo colonizzato, allora? Già ora la nostra vertigine è più vasta di miriadi di biblioteche di Alessandria. Non più ‘fuga dal mondo’ ma conquista del mondo, il più vasto moto dello spirito dal IV secolo in qua. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Jacques Blanchard, &#8220;San Girolamo&#8221;, 1636</em></p>
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		<title>Nuovo vocabolario del virus: “casa”, “clausura”, “prigionia”. Fare della propria casa il luogo dell’esclusivo e non dell’esclusione</title>
		<link>https://www.pangea.news/vocabolario-del-virus-casa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 12:12:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Basho]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[cristiano]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[deserto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Casa: La casa, proprietà prima dell’uomo, da ambizione è diventata costrizione. Si dice che “bisogna avere almeno un tetto sopra la testa” per soddisfare i bisogni primari dell’uomo. L’uomo definisce la propria personalità attraverso la casa: avere una casa è diritto e vanto, l’arredamento, più o meno audace, racconta il gusto, dunque, si dice, il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Casa</strong>: La casa, proprietà prima dell’uomo, da ambizione è diventata costrizione. Si dice che “bisogna avere almeno un tetto sopra la testa” per soddisfare i bisogni primari dell’uomo. L’uomo definisce la propria personalità attraverso la casa: avere una casa è diritto e vanto, l’arredamento, più o meno audace, racconta il gusto, dunque, si dice, il carattere, l’anima di chi lo ha composto. Ti invito a casa per farti entrare nel mio cuore.<strong> Che paradosso: l’uomo è sancito dalla casa eppure “le volpi hanno tane, gli uccelli del cielo il nido ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (<em>Mt</em> 8, 20). Sembra che insussistenza e nomadismo segnino la via del Figlio: l’uomo ha casa, Dio no; le creature hanno un riparo, il Figlio è esposto al pericolo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La casa, in effetti, è sostanzialmente il luogo a cui fare ritorno, non quello in cui abitare. Il compito del cristiano non è volteggiare in casa e farsi vanto di essa, ma vivere per avviarsi verso “la casa del Padre mio” dove “vado a prepararvi un posto” (<em>Gv</em> 14, 2). D’altronde, negli omerici la casa è il ristoro dopo la guerra, il luogo dell’accoglienza dopo la prova: per Ulisse Itaca è la giovinezza e la speranza, l’amore e il fato organizzato in campi, bestie, tramonti, per questo vuole tornarvi. Etimologicamente, la casa ha a che vedere con l’atto di coprire, con la pelle e il riparo. Con l’ombra. Allora, come sapevano i mongoli, è più efficace la tenda: il riparo, sempre uguale e sempre diverso, che asseconda il mio destino di conquista. <strong>D’altronde, il monaco poeta Saigyo si riparava all’ombra dei ciliegi e Basho si fabbricava un frugale rifugio tra le foglie del banano. Localizzarsi in una casa terrorizzava questi maestri della transitorietà.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La casa, però, non è un luogo ma un covo, un cunicolo, un crocevia di relazioni. In questi giorni forzati, vive bene chi ha una casa vasta e ricca di amabili beni. Chi ha una palestra in casa evita che la casa si divori ciò che resta del suo corpo. Chi condivide una casa minuscola con molte persone rischia il cannibalismo. C’è, però, anche un cannibalismo degli affetti. La casa è il luogo a cui tornare, ripeto, non lo spazio da abitare di continuo. Alcune relazioni, condizionate dal contagio, troveranno resurrezione; altre collasseranno nel rancore, nell’attesa disattesa. I figli usciranno dal mutismo per coalizzarsi ai padri o li uccideranno prima del tempo? <strong>La casa è, a seconda dei casi, un anello che benedice l’unione o un cappio da cui scappare. Di certo è un luogo pieno di nodi, di legami. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, per sopravvivere all’eccezionale, la casa deve farsi clausura. Chi sceglie di recludersi non si chiude, esplode. Converge le proprie energie in un punto, come la lente raduna la luce in un fascio, in un’asta. <strong>Fa dell’ascesi un’ascesa, della vita un destino. Anche l’imposizione, squalificata come ‘prova’ è presa come ‘premio’. “Va’, resta nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa”, dice abba Mosè a un eremita.</strong> Se per il prigioniero, che ha una vita fuori di sé, la casa-cella è qualcosa che esclude, per l’eremita, che non ha nulla dentro e oltre di sé, è la possibilità di un esclusivo rapporto con Dio. Ecco, la casa – mero riparo, come due mani messe a forma di vaso sopra il nostro capo – è il luogo dove respirare l’esclusivo. Ma una volta che diviene abito-abitudine – dove la famiglia non si eleva in calice – la casa va estirpata, a ragione dell’inconsistenza dell’uomo, del suo vagabondaggio. “Un giorno, mentre abba Daniele e abba Ammoe erano in cammino, abba Ammone disse: ‘Quando ci fermeremo anche noi in una cella, padre?’. Gli rispose abba Daniele: ‘Perché, c’è qualcuno che ci toglie Dio? Dio è nella cella e Dio è fuori’”. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Jusepe de Ribera, &#8220;San Girolamo&#8221;, 1648</em></p>
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		<title>Il vocabolario del virus. Le città sono “spettrali”, la situazione è “surreale”, ognuno “deve fare la propria parte”. Ecco come gli slogan diventano mistica</title>
		<link>https://www.pangea.news/vocabolario-del-virus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2020 10:44:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[contagio]]></category>
		<category><![CDATA[grammatica]]></category>
		<category><![CDATA[surreale]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
		<category><![CDATA[vocabolario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le città sono “spettrali”, la situazione è “surreale”, d’altronde, “ognuno deve fare la propria parte”. Il contagio impone un nuovo vocabolario, un inedito rosario di aggettivi ricorrenti, certe parole che emergono, improvvise, dall’anonimato del discorrere. Ogni parola ha in sé un carico di avvertimenti, di emergenze culturali, di sensi sottili. Cominciamo a dare forma al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vocabolario-del-virus/">Il vocabolario del virus. Le città sono “spettrali”, la situazione è “surreale”, ognuno “deve fare la propria parte”. Ecco come gli slogan diventano mistica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Le città sono “spettrali”, la situazione è “surreale”, d’altronde, “ognuno deve fare la propria parte”.</strong> Il contagio impone un nuovo vocabolario, un inedito rosario di aggettivi ricorrenti, certe parole che emergono, improvvise, dall’anonimato del discorrere. Ogni parola ha in sé un carico di avvertimenti, di emergenze culturali, di sensi sottili. Cominciamo a dare forma al vocabolario del virus.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spettrale: </strong>La città vuota di umani è “spettrale”, alcova di spettri – i nostri ricordi, le malinconie affilate dalla solitudine? –, degna scenografia dell’oltretomba. D’altronde, la città, a differenza del bosco, non ha vita, dall’asfalto non cresce un bosco di betulle, i pilastri di cemento non cibano scimmie o poiane. La letteratura e il cinema – dalla città di Dite alla New York di <em>Io sono leggenda</em> – non ci hanno abituati alla metropoli “spettrali” e leggere Edgar Allan Poe, Lovecraft o Stephen King non aiuta a misurare la perplessità che lega il deserto urbano agli ospedali gonfi di malati. Per questo, forse, vedere una città in rovina, le rovine accerchiate di piante, colonizzate da tigri e cervi, dona una profilata idea di benessere: abbiamo creato spazi infelici, inadatti alla vita, “spettrali”. Meno ancora che “spettrali”, però, perché la città non è il luogo dove appaiono i morti, ma quello in cui muoiono i vivi. Tuttavia, <a href="https://www.etimo.it/?term=spettro" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>spectrum</em> </a>si fonda sul verbo <em>specere</em>, vedere: la città deserta è uno spettacolo, questo tempo è qualcosa che fonda una attesa, una aspettativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Surreale: </strong>Magari fosse “surreale” la vita capovolta che ci capita di vivere, costretti alla reclusione, contagiati dal panico o da una sotterranea forma di quiete. <em>Surreale</em> è ciò che supera la realtà per eccesso di profondo, “che esprime o evoca il mondo dell’inconscio, della vita interiore del sogno”, dice la Treccani. Magari le nostre case diventassero incubatrici del sogno, cubi in cui s’incuneano desideri inauditi. Magari, da ora, la nostra vita reale fosse quella al di là della realtà, nel paradigma degli enigmi, nella foresta dell’estro onirico. “Surreale” rimanda per ovvietà al Surrealismo, movimento estetico e d’estasi coniato da André Breton, che postulava la “massima libertà dello spirito”. “Le allucinazioni, le illusioni, eccetera, sono una fonte non trascurabile di godimenti”, scrive Breton <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_surrealista" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nel “Manifesto” del 1924.</a> “Viviamo ancora sotto il regno della logica&#8230; Il razionalismo assoluto che rimane di moda ci permette di considerare soltanto fatti strettamente connessi alla nostra esperienza. I fini logici, invece, ci sfuggono. Inutile aggiungere che l’esperienza stessa si è vista assegnare dei limiti. Gira dentro una gabbia dalla quale è sempre più difficile farla uscire. Anch’essa poggia sull’utile immediato, ed è sorvegliata dal buon senso. In nome della civiltà, sotto pretesto di progresso, si è arrivati a bandire dallo spirito tutto ciò che, a torto o a ragione, può essere tacciato di superstizione, di chimera; a proscrivere qualsiasi modo di ricerca della verità che non sia conforme all’uso”. Più che avere note negative o grevi, la parola <em>surrealismo</em> significa disporsi alla ricerca della verità, rompere le gabbie, o meglio, fare della propria casa-gabbia un Everest, il Tabor. D’altronde, ci è mai garbata la <em>realtà</em>? Superiamola con un salto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ognuno deve fare la propria parte”: </strong>Lo dicono tutti, dai Ministri alle star che ci convincono quanto sia bello stare a casa (se la casa è bella; la casa imposta, per altro, è utile a comprendere l’origine nomade dell’uomo). È lo slogan del premier Conte. Nessuno, a dire il vero, potrebbe fare <em>parti</em> che non siano la <em>propria</em>; siamo partigiani del nostro privato, di una <em>proprietà</em> che sentiamo, ora, claustrofobica. Per il bene di tutti, ognuno deve farsi da parte, <em>fare la parte</em>. L’allusione è teatrale: bisogna recitare il proprio ruolo nel gran teatro del mondo contagiato. Piuttosto, il tutto esiste se le parti funzionano: sembra di udire San Paolo ai Corinti, “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; se un membro ha gloria, tutte le membra gioiscono con lui. Ora, voi siete corpo di Cristo, ognuno secondo la propria parte, sue membra” (<em>1 Cor</em> 12, 26-27). Facendo scempio dell’ordine sacro, lo Stato esiste come corpo se tutti i cittadini-membra fanno la loro parte, in astrale armonia. Eppure, se ognuno fa la sua parte a ciascuno deve essere data, in verità, la propria parte… Il sostantivo femminile ci conduce anche a una considerazione mistica. Del tutto, infatti, rimarrà una parte – quella su cui si fonderà una nuova idea di tutto. Il concetto, terribile e salutare, è espresso nella Bibbia, ad esempio, <a href="https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Is/10/?sel=10,1&amp;vs=Is%2010,1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nel capitolo 10 di Isaia</a>. Israele sarà vagliata dal male, sarà dispersa, perduta. In ogni cosa c’è una necessità di dispersione e di disperazione. La luce si affievolisce, bisbiglia, ma da una brace si ripeterà il fuoco. “Il resto d’Israele, i superstiti della casa di Giacobbe/…si appoggeranno con fede/ sul Potente, sul Santo d’Israele/…anche se il tuo popolo, Israele/ fosse come la sabbia del mare/ solo un resto tornerà”. La giustizia si esprime nella prova; la prova scuote il tutto, lo vaglia, lo spezza; la parte superstite riconoscerà il grande, si affiderà, ricomponendo le luci perdute. In questo modo lo slogan politico assume valore di avvenire. Una cosa va spezzata perché si ricomponga in altro. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vocabolario-del-virus/">Il vocabolario del virus. Le città sono “spettrali”, la situazione è “surreale”, ognuno “deve fare la propria parte”. Ecco come gli slogan diventano mistica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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