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	<title>uccelli Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Mia latitudine che ascolti la tigre feroce”. Una poesia inedita di Alessandro Ceni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2022 03:49:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Ceni]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alessandro-ceni-poesia-inedita-pica/">“Mia latitudine che ascolti la tigre feroce”. Una poesia inedita di Alessandro Ceni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Si sbaglierebbe a ridurlo a dirupo verbale, allo scoscendere tra vocaboli lavici e vocabolari, involgariti d’anni magari, come quelli che industriano la selce per interrogare, sotto ricatto, le lapidi. Ogni parola ne è l’avversione, la cupola d’ambra, l’ombra, l’altra parte: <strong><em>Pica</em> – l’ultima di Alessandro Ceni, finora inedita – è la <em>pica pica</em>, la gazza</strong> (secondo circostanza, per taluni, la ghiandaia); eppure, in sviluppo marginale, riguarda il <em>picacismo</em>, cioè la prassi di ingurgitare “sostanze normalmente non commestibili”. Da qui, il divinare d’ombre, la verbosità non ondivaga, la prassi tra il quotidiano meridiano e il mito, leggende riesumate da sogni indiani con stola taoista – a voi intercettare l’egida del “cane assoluto”, tra grammatura azteca e allevamenti di caccia alla corte del Khan. Tutto sta, semmai, a capire cosa la <em>pica</em> coglie della <em>diomedea</em> su cui plana la lirica, che è poi l’albatro. Eccolo, il punto: Ceni non è uno che ausculta vocaboli per il gusto – prassi di spericolato sperimentalismo – ma per andare al succo del rito (dunque: lirica arcaica, sopra il tempo, a suggere i cieli). Il testo va letto, sperabilmente, a voce alta, e danzato, tra inno e favola, meglio se spogli. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="769" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Ceni.jpg" alt="" class="wp-image-92880" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Ceni.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Ceni-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Ceni-768x577.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Ceni-600x451.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Alessandro Ceni in un ritratto di Dino Ignani</figcaption></figure>



<p>Detto questo, va detto dell’ornitologia lirica di Ceni. Poesia fitta di uccelli, la sua, di continuo, a frotte, dalla “ridda di falchi” (“<em>Ottima Babilonia, macello di pace”</em>) all’“uccello che china il suo osso/ di testa finché il becco non batta al cuore” (<em>Crescita a zero</em>), dalla merla (<em>La merla o altre parole del padre</em>) all’<em>Airone grigio</em> (“Scenderò su di voi come una tenue trama invernale”), agli “uccelli appesi/ per i lungoviali a mare”. La poesia è una voliera – forma chiusa – che prepara al volo, cioè all’assenza alata del linguaggio, silente essenza. Che l’uccello sia icona sciamanica, mediazione mantica, sigillo poetico – dall’aquila di Hölderlin all’albatros di Baudelaire, dal passero di Leopardi all’upupa di Montale etc. etc. – tutto è vero, tutto si tiene, a patto che la cinghia lirica sia efficace e non becchime per becchini. Ma qui, forse, è proprio tutt’altro: il vocabolo non è ornamento, ma mandorla, lieve piumaggio; la fiera di uccelli non accade per birdwatching letterario. Ah, gli uccelli, “le più liete creature del mondo”: compito del poeta è riprodurne il canto per dare ai suoi versi una leggiadria, feroce, magari, ma efficace. Senza <em>efficacia</em> – cioè azione, perfino levitante – la poesia, semplicemente, non è se non stridio. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>***</p>



<p class="has-text-align-center"><strong><em>Pica</em></strong></p>



<p class="has-text-align-center">Ombra<br>che<br>con un mite gesto<br>di finemente setacciante<br>mano di morta<br>affacciandoci osserviamo<br>nell’avversa superficie della peschiera<br>conversami<br>degli animali dei circhi, i pugni,<br>la frase fatta dei due<br>in stallo nell’abito confezionato<br>dentro l’ultima prova<br>della scena conclusiva della recita finale:<br>ombra<br>che<br>non siamo noi ad attendere<br>che sta ferma che si muove<br>di quel poco soltanto<br>quando il momento è giusto<br>che così è lei che ci attende<br>in un vai e riporta, in un manda a prendere,<br>in un vieni<br>in una vieni<br>di qua<br>vieni di<br>richiami<br>qua vieni<br>sottintendenti apodittici nomi,<br>dove nuova l’anima del cane assoluto corre:<br>conversami di questo,<br>balbutendo e strabicando<br>il persuasore col bastone magico,<br>il mimo poliglotta,<br>il corno di Rolando<br>e i denti di Bacon,<br>mia priva di dolcezza<br>mia latitudine<br>mia diomedea figliata anzitempo<br>che ascolti la tigre feroce.</p>



<p class="has-text-align-center"><em><strong>Alessandro Ceni</strong></em></p>
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