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	<title>Toro scatenato Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sun, 18 Feb 2024 05:25:41 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La lotta per la vita. Boxe, ovvero: storie di pugni &#038; di letteratura</title>
		<link>https://www.pangea.news/boxe-arte-letteratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Feb 2024 05:39:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Cravan]]></category>
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<p>Fu Norman Mailer a dire che dietro i grandi pesi massimi come <strong>Joe Louis</strong> sembrava nascondersi, nel loro silenzio, la solitudine dei secoli.&nbsp;Louis era nato in un misero tugurio nel più segregazionista degli stati del profondo Sud americano, l&#8217;Alabama; la sua famiglia subì anche aggressioni dal Ku Klux Klan e, fedele allo stereotipo poi sdoganato da tutte le saghe pugilistiche della cinematografia, <em>Rocky</em> in primis, il suo riscatto sociale ed umano avvenne attraverso i pugni.&nbsp;</p>



<p>Perfetta ed esemplare storia americana, segnata dalla miseria e dal degrado, e altrettanto pesanti e dure furono le parabole di altri campioni indimenticabili, come <strong>Floyd Patterson</strong> che, due volte campione dei massimi (il primo a compiere tale impresa), non riuscì mai a scacciare da sé tutti i propri demoni e anche al vertice della gloria era solito talvolta travestirsi per non farsi riconoscere in pubblico sedere per ore piangendo, in preda a tutte le sue fragilità irrisolte, nei luoghi dove era vissuto da ragazzo.&nbsp;</p>



<p>O <strong>Sonny Liston</strong>, &#8220;the big ugly bear&#8221;, che come pochi altri campioni del ring sembrava incarnare il senso di solitudine e disadattamento di chi si volge alla nobile arte e sulla&nbsp;cui morte rimasta misteriosa incombe ancora il sospetto di un omicidio da parte della mafia americana.</p>



<p>O come <strong>Mike Tyson</strong>, la cui lacerata autobiografia, <em>True</em>, resta la testimonianza di una vera e propria discesa all&#8217; inferno, delle risalite e delle ricadute di chi ha dovuto patire sulla propria pelle e sulla propria anima l&#8217;indicibile e che ogni giorno continua a lottare per riappropriarsi di sé.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/29fa0e587517626844123db2cf73328b-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98556" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/29fa0e587517626844123db2cf73328b-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/29fa0e587517626844123db2cf73328b-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/29fa0e587517626844123db2cf73328b-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/29fa0e587517626844123db2cf73328b.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>O, ancora, come <strong>Chuck Wepner</strong>, &#8220;il sanguinatore di Bayonne&#8221;, macchina da pugni e incassatore oltre l&#8217;autolesionismo che resistette 15 round contro Muhammad Ali dando a Sylvester Stallone l&#8217;ispirazione per il suo Rocky Balboa.</p>



<p>Diverso il caso di <strong>Muhammad Ali</strong>, in cui la boxe trascese se stessa e assunse tecnicamente, come nel virtuosismo quasi jazzistico di <strong>Sugar Ray Robinson</strong>, la dimensione della danza.&nbsp;Ali riscattò la boxe una volta per tutte dalla storia di degrado, di sudore, di fango e di sangue che l&#8217;avevano tradizionalmente impregnata.&nbsp;Nel ring andò oltre la boxe come era sempre stata concepita e praticata segnando il trionfo dell&#8217;intelligenza e della grazia sulla pura forza bruta, come nella dimensione quasi onirica e favolosa del <em>Rumble in the Jungle</em>, della vittoria contro ogni pronostico e contro ogni aspettativa su <strong>George Foreman</strong> nella notte tropicale di Kinshasa.&nbsp;E alla dimensione della fiaba pensò anche Mailer raccontandola serratamente nel suo libro <em>Il combattimento</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="667" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780141184142-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98557" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780141184142-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780141184142-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780141184142-600x920.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780141184142.jpg 704w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p>Ali poi andò oltre la boxe anche nella vita, innanzandola ad una dimensione superiore e facendone uno strumento di elevazione spirituale, un simbolo di coraggio e resistenza che si estese alla lotta contro i diritti civili, nel suo rifiuto di andare a combattere in Vietnam e nel farsi togliere il titolo di campione quando egli era, come suona il titolo della biografia di David Remnick, <em>Il Re del Mondo</em>.&nbsp;</p>



<p>Dicevamo prima dello scacciare i demoni.</p>



<p>La boxe è un enorme esorcismo, una messa a fuoco dei propri fantasmi, delle proprie paure, non confessate neanche a sé stessi, delle proprie fragilità messe a nudo ed esibite in un confronto che non lascia scampo.&nbsp;</p>



<p>Anche il semplice atto del colpire un sacco da boxe è un esorcismo della violenza interiore, un&#8217;espulsione di tutto ciò che di irrisolto e mai passato attraverso una catarsi ci portiamo dentro.&nbsp;</p>



<p>Proprio quel martellamento coreografato al sacco, che ubbidisce in realtà a precise combinazioni e a precise forme, costituisce il fuoco purificatore in cui si bruciano le scorie di una psiche lacerata e ferita dal mondo che fa appello alle proprie forze ancestrali.&nbsp;Che si colpisca il sacco, avversario immaginario, o che si combatta effettivamente con un antagonista in carne e ossa la boxe resta una macerazione della carne e dell&#8217;anima, un tuffo negli abissi della propria personalità e un invito a padroneggiare i demoni che ci ospitano.&nbsp;</p>



<p>È la migliore psicanalisi che si possa fare, molto meglio di qualsiasi strizzacervelli, perché ogni combattimento è innanzitutto un combattimento interiore, una guerra contro i propri spettri.&nbsp;</p>



<p>E nelle palestre di boxe si respirano un&#8217;aria e un&#8217;atmosfera che non si respirano in nessun altro luogo.&nbsp;<strong>La boxe impone un denudamento dell&#8217;anima. In essa cadono tutte le menzogne, quelle coscienti come quelle inconsce, vengono meno le maschere</strong> che ci fabbrichiamo per dissimulare il nostro io interiore e per venire a patti con il mondo.&nbsp;Attraverso la sua violenza ritualizzata si compie una celebrazione della fisicità, della sua apoteosi nello slancio atletico e insieme del suo disfacimento.&nbsp;</p>



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<p><strong>Il più bel libro mai scritto sulla boxe, il più struggente e partecipato resta senza dubbio quello scritto da Joyce Carol Oates, <em>Sulla boxe</em>,</strong> un titolo semplice e autentico come la disciplina che descrive.&nbsp;La Oates, appassionata di boxe fin da quando veniva portata bambina da suo padre ad assistere agli incontri, ha fatto notare come il pugilato non sia, come comunemente si suol dire, una metafora della vita, ma esattamente il suo opposto.&nbsp;È giusto semmai dire che la vita è una metafora della boxe, di uno di quegli incontri sfibranti che si protraggono all&#8217; infinito, con se stessi e il proprio avversario, così simili che è impossibile non accorgersi che il tuo avversario sei tu.&nbsp;</p>



<p>La Oates considera la boxe come un rito celebrativo della religione perduta della mascolinità e nega il carattere propriamente sportivo di essa.&nbsp;</p>



<p>Lo sport è gioco, ubbidisce a regole ludiche, allo spirito del divertimento; la boxe è dannatamente seria, è un non-gioco, in cui a prevalere sono i nostri impulsi più ferini, <strong>la lotta per la vita in una competizione che spesso, a livello agonistico, può culminare anche con la morte di uno dei contendenti.</strong> Proprio il fatto che in nessuno altro sport, sempre che di uno sport si tratti, a essere in palio è la vita stessa ha fatto della boxe la più letteraria, musicale e cinematografica delle discipline.&nbsp;Nessuna altra forma di competizione ha suggestionato così tanto la letteratura e ha ispirato così tanto il cinema con pellicole di forza e di lirismo epici, dal <em>Sentiero della gloria</em> di Walsh a <em>Lassù qualcuno mi ama</em> fino al vertice assoluto del genere, <strong><em>Toro scatenato</em> di Scorsese, il più grande film sulla boxe di tutti i tempi</strong>, la più compiuta e dolente esaltazione delle pulsioni distruttive e autodistruttive che animano il combattimento.&nbsp;La parabola di &#8220;Raging Bull&#8221; Jake La Motta è il più patetico ed umano rispecchiamento della psicologia della boxe.&nbsp;</p>



<p>Nel&nbsp;bel libro <a href="https://www.amazon.it/Marciano-blues-storia-quindici-battute/dp/8832973065" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Rocky Marciano Blues</em></strong>, </a>di recente pubblicazione nella collana &#8220;Vite inattese&#8221; della casa editrice 66Thand2nd, Marco Pastonesi ha raccontato un&#8217;altra parabola struggente di vita e di sport, quella dell&#8217;unico campione del mondo dei massimi ritiratosi imbattuto dopo 49 incontri.&nbsp;</p>



<p>Nel ragazzone italoamericano di Brockton, Massachusetts, non si troveranno le angosce e le lacerazioni di altri grandi pesi massimi. Molto più rassicurante e più semplice la sua figura, che si presta tuttavia, nel racconto di Pastonesi, a modello e a pretesto per tante altre cose che nell&#8217; immediato, nella percezione comune non si assocerebbero alla boxe.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="702" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/sulla-boxe1-702x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98558" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/sulla-boxe1-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/sulla-boxe1-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/sulla-boxe1-600x876.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/sulla-boxe1.jpg 740w" sizes="(max-width: 702px) 100vw, 702px" /></figure>



<p>In questo libro ci viene spiegato come Marciano e la boxe c&#8217;entrino in qualche modo con Bessie Smith e con Robert Johnson, con John Lee Hooker e con Miles Davis, con Memphis Minnie come con Thelonious Monk e con B. B. King.&nbsp;Fu George Foreman, in gioventù delinquente di strada poi redento dalla boxe e dalla sconfitta di Kinshasa, preludio al suo risorgere dalle proprie ceneri come un uomo nuovo, a dire che la boxe è come il jazz, e che proprio dove è più bella meno la si capisce.&nbsp;Pastonesi estende il raffronto al blues, ai suoi movimenti, ai suoi ritmi, ai suoi silenzi.</p>



<p>Quel canto ferito che, per riecheggiare il titolo del documentario di Scorsese, dal Mali è approdato al Mississippi, rispecchia pienamente l&#8217;anima sofferta della boxe, disciplina apparentata anche alla danza e al teatro, con il ring come palcoscenico della propria forza e delle proprie paure.&nbsp;</p>



<p>Pastoresi evoca alcune schegge della tanta e tanta letteratura che si è versata sulla boxe, dai <strong>racconti pugilistici di Jack London</strong> (tra tutti <em>Una bella bistecca</em>) <strong>a <em>The Battler</em> nei <em>49 racconti</em> di Hemingway</strong>, scrittore che per il pugilato ebbe sempre un profondo amore e di cui resta celebre anche l&#8217;incontro improvvisato con Morley Callaghan e Scott Fitzgerald come arbitro.&nbsp;</p>



<p>Ma forse nessuno ha incarnato coerentemente la fusione fra la poesia e la boxe come la figura erratica e inclassificabile di <strong>Arthur Cravan</strong>, il nipote di Oscar Wilde. Poeta, critico d&#8217;arte, fondatore di riviste letterarie che vendeva per le vie di Parigi su un carrettino da fruttivendolo, appassionato di boxe <strong>al punto da sfidare alle Canarie l&#8217;allora campione del mondo dei massimi, Jack Johnson</strong>, che fu anche il primo afroamericano a detenere il titolo quando tale sport restava appannaggio dei bianchi in un&#8217;America profondamente razzista.</p>



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<p>Jack Johnson, il suo eroe, colui che Cravan riteneva “dopo Poe, Whitman ed Emerson il più grande nordamericano mai esistito”, mise al tappeto il poeta-pugile al sesto round, ponendo fine a uno dei più strabilianti cortocircuiti fra la boxe e la letteratura cui il mondo abbia assistito.&nbsp;Cravan morirà misteriosamente in Messico nel 1918, forse annegato al largo di Salina Cruz, senza che il suo corpo sia mai stato ritrovato.</p>



<p><strong>&#8220;Non desidero essere civilizzato&#8221;, disse una volta Cravan. E fino all&#8217;ultimo il suo spirito fu barbarico come quello dello sport cui si era dedicato</strong>, una barbarie temperata dalla grazia, nel&nbsp;connubio inscindibile fra la Violenza e la Bellezza che impronta la boxe come impronta l&#8217;arte.&nbsp;</p>



<p>In questo forse consiste la parentela più intima fra la boxe e la poesia, che entrambe originano da una violenza fondatrice e rigeneratrice ed entrambe scardinano le convenzioni della vita come del linguaggio che della vita è il rispecchiamento.&nbsp;Senza quella violenza l&#8217;arte sarebbe retorica, docile ubbidienza ai canoni codificati, al bon ton di un linguaggio addomesticato e convenzionale.&nbsp;</p>



<p>Un po&#8217; come la boxe, il cui pungolo sarà sempre una ferita ricevuta dal mondo.</p>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong><strong><em></em></strong></p>
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		<title>Indimenticabile bastardo. 40 anni da “Toro scatenato”</title>
		<link>https://www.pangea.news/scorsese-toro-scatenato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2020 05:27:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nato nel Lower East Side di Manhattan da padre di Messina, Jake LaMotta in verità si chiamava Giacobbe, fu uno dei grandi interpreti del pugilato: incassava e colpiva, con sprezzante potenza. In carriera, vinse 83 incontri, fu vinto 19 volte, conquistò, nel 1949, a Detroit, il titolo dei pesi medi. Mitologica la rivalità tra l’italoamericano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Nato nel Lower East Side di Manhattan da padre di Messina, <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Jake_LaMotta" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jake LaMotta</a></strong> in verità si chiamava Giacobbe,</em> <em>fu uno dei grandi interpreti del pugilato: incassava e colpiva, con sprezzante potenza. In carriera, vinse 83 incontri, fu vinto 19 volte, conquistò, nel 1949, a Detroit, il titolo dei pesi medi. Mitologica la rivalità tra l’italoamericano e Sugar Ray Robinson, riassunta nell’incontro del 14 febbraio del 1951, “Il massacro di San Valentino”: al Chicago Stadium, dopo 13 sfiancati riprese, vinse “Sugar”. Sulla vita di LaMotta – soprattutto, sulla sua brutalità, sulla prodigiosa caduta – <strong>Martin Scorsese, quarant’anni fa, gira quello che per molti è il suo film più bello, <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Raging_Bull" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Toro scatenato”.</a></strong> Mezzo insuccesso al botteghino, il film incassò otto candidature agli Oscar; una statua andò a Robert De Niro, autore di una interpretazione di magnetica potenza. Il bianco&amp;nero del film scava il vuoto ovunque, lo scova anche in noi, ci precipita in una leggenda capovolta. &nbsp;</em></p>



<p>**</p>



<p>Di solito c’è la tendenza – praticata anche dal più acuto dei critici – a giudicare un film dalla riuscita dei personaggi. Un “personaggio improbabile” appare spesso nelle recensioni che si scagliano contro un film. Un problema, certo, in una commedia romantica in cui vorresti soffocare entrambi i protagonisti più che goderti il lieto fine.</p>



<p>Pochi cineasti si sono dedicati a testare la pazienza del proprio spettatore come Martin Scorsese. Da <em>Taxi Driver</em> a <em>The Wolf of Wall Street</em>, da <em>Re per una notte </em>a <em>Quei bravi ragazzi</em>, il suo cinema si è specializzato in figure di antieroi, tanto difficili da amare come da dimenticare. Anche nelle storie più convenzionali, complica le cose: <em>Cape Fear </em>rompe il confine consueto vittima-carnefice, in equilibrio tra l’assassino psicotico Robert De Niro e il padre di famiglia corrotto Nick Nolte; in <em>L’età dell’innocenza </em>non sappiamo per chi parteggiare in un triangolo amoroso che comprende personaggi diversamente compromessi e manipolatori. <strong>Eppure, è in <em>Toro scatenato </em>che Scorsese concentra la sua ossessione su un solo personaggio.</strong> <strong>Il soggetto, ideato da Scorsese con Paul Schrader, è noto: l’autobiografia dell’ex campione del mondo dei pesi medi, Jake LaMotta, pubblicata nel 1970</strong>, che celebra una leggenda costruita in parti eguali da talento sportivo e vita sregolata. Robert De Niro era convinto che quella storia sarebbe stata perfetta per esaltare le sue capacità; i tentativi di persuadere Scorsese, al principio, furono infruttuosi: al regista non interessava girare un film sulla boxe.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="690" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/Robert-De-Niro-Martin-Scorsese-Raging-Bull-imdb-1024x690.jpg" alt="" class="wp-image-81188" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Robert-De-Niro-Martin-Scorsese-Raging-Bull-imdb-1024x690.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Robert-De-Niro-Martin-Scorsese-Raging-Bull-imdb-300x202.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Robert-De-Niro-Martin-Scorsese-Raging-Bull-imdb-768x518.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/Robert-De-Niro-Martin-Scorsese-Raging-Bull-imdb.jpg 1483w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>I produttori, Robert Chartoff e Irwin Winkler, erano reduci dalla fortuna (con tanto di Oscar) di <em>Rocky</em>, compensata dal clamoroso fallimento del sottovalutato musical di Scorsese, <em>New York, New York</em>. Chissà con quale spirito i due avranno discusso con Scorsese di <em>Toro scatenato</em>, dopo averne sperimentato la peculiarità artistica in un progetto estremo, costoso, vano. Ma la storia di LaMotta era prepotente: di rado sono stati investiti così tanti soldi per raccontare la storia di un bastardo di tale livello.</p>



<p><strong>Narrandolo dagli anni Quaranta alla metà dei Sessanta, LaMotta si mostra per ciò che è, un uomo egoista, violento, viscerale, che precipita in un declino senza rimedio.</strong> Tormenta fisicamente e psicologicamente due mogli, sfrutta le minorenni, allontana da sé, con brutalità, il fratello manager: alcune scene sono di intensa violenza. Di per sé, la sceneggiatura è poca cosa. Seguiamo la carriera del pugile che diventa proprietario di un night, dissipa i matrimoni e la vita, passa dalle urla al pianto, si perde senza imparare nulla. Eppure, realizzato da Scorsese e interpretato da De Niro, il film ha una sontuosa vitalità: è uno studio sulla rabbia incontrollata e sull’insicurezza che si fa ferocia, in un mondo che non è soggetto alla consueta catarsi hollywoodiana. <strong>In un genere dove dominano storie devote di vittoria sulle avversità, <em>Toro scatenato</em> mostra la dura realtà della vittoria, le avversità che inghiottono tutti, tutto.</strong> <strong>Non tutti gli uomini feriti guariscono, imparando a guarire le ferite degli altri.</strong> La fotografia in bianco&amp;nero di Michael Chapman e la musica caotica, sprezzante, richiamano il neorealismo italiano del dopoguerra che giunge in America quando LaMotta attraversa la sua estasi. <em>Toro scatenato </em>spoglia la narrazione di ogni enfasi romantica, racconta i bassifondi della vita, guarnita da persone sgradevoli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="692" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/poster-692x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/poster-692x1024.jpg 692w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/poster-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/poster-768x1137.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/poster-1038x1536.jpg 1038w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/poster.jpg 1081w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /></figure>



<p>Perfino i bersagli contro cui si scaglia LaMotta non vengono addolciti per attirare la nostra simpatia. La sposa adolescente, Vickie (interpretata in modo egregio da Cathy Moriarty, al suo debutto al cinema) è una figura remota e sfuggente, indurita dai maltrattamenti, in uno stato emotivo opaco, severo. Joey (Joe Pesci, che inizia qui la sua collaborazione con Scorsese) è espressivo quanto aspro, meno feroce di Jake soltanto perché gli manca la mole fisica. <strong><em>Toro scatenato </em>non ci invita ad avere compassione per l’uomo, ma ci piega a provare la sua vita interiore e crudele, rotta dai combattimenti forzati.</strong> Non sorprende che il pubblico <em>mainstream</em> non abbia apprezzato: uscito alla fine del 1980, il film ha incassato 23 milioni di dollari negli Stati Uniti, recuperando a mala pena gli investimenti. Il genio registico di Scorsese ha permesso al film otto nomination agli Oscar. La statuetta più importante andò al melodramma familiare girato da Robert Redford, <em>Gente comune</em>, tuttavia De Niro riuscì a trionfare come miglior attore. Il puro talento fisico ostentato nel film – come si sa, De Niro è ingrassato per la parte di circa trenta chili – gli ha concesso la vittoria.</p>



<p><strong>Ciò che rede il suo LaMotta agghiacciante e indelebile, tuttavia, non è certo la tracotanza fisica né l’audace tono della voce o la pervicacia nella lotta, ma lo scavo dentro un’anima lacerata, la cui vulnerabilità non suscita necessariamente simpatia.</strong> Con un autentico colpo di genio, <em>Toro scatenato </em>si chiude con LaMotta che recita l’immortale monologo di Marlon Brando, da <em>Fronte del porto. </em>Un attore che intreccia la spavalderia ferita del suo personaggio a quella di un altro attore, mentre realtà, finzione e delusione tintinnano come la campanella sul ring. Quarant’anni dopo, <em>Toro scatenato </em>resta un film, fortunatamente, che pende su di noi con corrosiva, irrisolta bellezza.</p>



<p><strong><em>Guy Lodge</em></strong></p>



<p><em>*L’articolo è stato originariamente pubblicato su “The Guardian” come <a href="https://www.theguardian.com/film/2020/nov/13/raging-bull-at-40-robert-de-niro-martin-scorsese-jake-lamotta-boxing" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Ranging Bull at 40: Scorsese’s brutal boxing saga still bruises”</a></em></p>
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		<title>“Sputare sangue, a questo punto, è l’unico vezzo che m’interessa”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgio-anelli-mirabilia-dei-romanzo-a-puntate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jun 2019 05:31:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Mirabilia Dei]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>A, arriva ogni mattina, zoppicando. Sa il fatto suo e la sa molto lunga. Mi vuol bene come a un figlio, ma con lo sguardo da duro e la lingua pungente di chi ha attraversato gli spettri dell’alcol e l’ironia della sorte, con dignità e furore.</strong> Di certo non le manda mai a dire. Un giorno, quando ha capito che mi lamentavo troppo, mi ha raccontato di lui. ‒ Avevo il mio bel lavoro, dice. Poi, mi sono fatto male alla gamba, e l’ho perso. Se non c’era mia zia, sarebbero stati guai. Lei mi ha permesso di tirare avanti, fino a quando ho trovato qui, in cooperativa. Ti capisco, G. È dura! A, me lo dice con sincerità, per la prima volta, dopo cinque anni che ci conosciamo. Il mio amico sa bene che con cinquecento euro di paga, non si arriva alla pensione, né a fine mese né tanto meno a prospettarsi un futuro, una volta che dovrò cavarmela totalmente da solo. Con una casa tutta mia: quale ‒ casa ‒ tutta ‒ mia? A sessant’anni suonati, A provoca tutti, ma in fin dei conti è un buono. Gli manca così poco alla pensione, che già non vede l’ora di stare con i suoi nipoti, e magari più in là, di tornare come volontario da noi. Per il suo ultimo giorno di lavoro, lo abbiamo festeggiato. Il presidente della cooperativa gli ha regalato un orologio. E lui, anche se non lo dava a vedere, era contento. I duri non danno mai a vedere niente. Si tengono tutto dentro. O quasi. Era tipo giovedì o venerdì. Sabato, mi arriva una fucilata alla gola. La telefonata della mia responsabile fa esplodere la giugulare. ‒ Cosa succede?!, le chiedo immediatamente. G!, è morto A, all’improvviso, ieri pomeriggio&#8230;, dice lei, sprofondando in un ottuso silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mondo certe volte ti crolla addosso, come quando scopri che una donna ti tradisce. All’improvviso. Certo! All’improvviso si disintegra tutto.</strong> Lunedì mattina ho dato venti euro per la famiglia. Non ci ho pensato due volte. Si stavano raccogliendo i soldi. Chi poteva, dava ciò che voleva. Abbiamo tentato di lavorare per un paio d’ore. Ma chi riusciva a lavorare! Ero devastato e sconvolto. Il mio amico e collega se n&#8217;era andato alla stessa maniera di mio padre. Un infarto, e bon&#8230; Poi, siamo andati tutti al funerale&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se vuoi saper di me quanto ho sofferto, chiedilo alla buriana, al chiasso, allo scompiglio, alla sommossa. Loro ti risponderanno: che c’importa di un cristo o l’altro.</strong> Noi spaventiamo, spacchiamo, devastiamo. Se vuoi tentar di capire chi sono, chiedilo alla poesia, alle foglie della foresta, alla valanga, al tormento, all&#8217;assiolo e al pettirosso. Ti diranno che uno straniero ha vissuto con i Walser.</p>
<p style="text-align: justify;">‒ &#8230;ora che sono cieco, devo continuare a lavorare, perché che giustificazione ha la mia vita se non lavoro?, diceva Jorge Luis Borges a Liliana Heker&#8230; <em>Se vuoi saper di me, questa è la risposta.</em> Non deve interessarti il perché ho sofferto, invero il come voglio affrontare la mia vita, adesso. Io devo mantenermi, in qualche modo. E voglio pure realizzarmi. A testa alta. Non so cosa accadrà domani. Sappi che sono perennemente in viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dire la verità, non è cruccio né dispetto. Il dispetto, semmai, te lo fanno gli altri. Dopo. Ho sempre pagato lo scotto di dire le cose come stanno. </strong>L’ho sempre pagata, come Eduardo, e non mi dispiace affatto. Andrò avanti per la mia strada, senza voltarmi all’ipocrisia dei mestatori. Il controllo, il potere, li lascio a loro. A me interessa essere povero e libero. Il poeta è fuori controllo ‒ si sappia. Mi hanno pure detto che sono una voce fuori dal coro: lo sono sempre stato, stolti&#8230; Mi incuriosisce leggere un libro, parlare con uno sconosciuto, fare l’amore, scrivere una poesia. Che m’importa dell’invidia. Vorrei per lo meno essere contraccambiato in qualcosa. La diceria più vera, riguarda i desideri. Si sobilla che se sogni forte, se ci credi veramente in quello che vuoi fare, allora potrebbe accadere. Crollano muri, si omaggiano amici, si scrivono libri dal nulla. Nessuno ti darà mai una mano. O, quasi. È la legge non scritta del mondo. <strong>Però, una volta, il mio amico Sandro Bonvissuto mi ha detto che: “non c’è peggior nemico dello scrittore, che lo scrittore stesso”. Sante parole. In sogno, sono andato a trovarlo.</strong> Mi ha portato nel quartiere della Magliana. Da quel sogno, ho cesellato un racconto di rapina; non ditelo a nessuno, è un segreto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La verità è avere lo sguardo da clandestino. Due occhi magnetici e la ferocia che ti avvita il corpo. La verità rischia di scoprire un’abnegazione a te sconosciuta.</strong> Però. A volte sbotto. Sfondo la porta della mia stanza. Ho bisogno di tuffarmi nella massa di Milano, o nell’ardire di qualche lago. La poesia non può nascere solamente dal buio e freddo interno di una cella. La poesia ha bisogno di incontri, di pugni, corse, baci, vecchi mulini a acqua. Lo sguardo ‒ squarcio del cuore ‒ ha bisogno di vedere battelli attraccati al molo, per dire&#8230; la verità però, è che è tutta una questione di soldi. <strong>Possiamo stare qui giorni interi a filosofeggiare sulla fantastica vita del poeta e dello scrittore. Ma, come mi ha sempre detto il mio amico &amp; fratello Sandro, gli scrittori sono gli altri: noi siamo camerieri o impiegati. Gli scrittori sono quelli che c’hanno i soldi, che fanno questo di mestiere, che viaggiano, che possono buttare via giorni e giorni alla lettura e alla scrittura.</strong> Poi, solo dopo, veniamo noi. Dopo aver sgobbato ore e ore per i clienti della trattoria o della cooperativa, allora sì possiamo permetterci di prendere in mano un libro, iniziare a leggerlo; oppure, aprire il taccuino e sperare di iniziare a scrivere qualcosa di buono. Solo in quel momento possiamo riparlarne. Noi, non abbiamo una vita fantastica. Noi proviamo il sacrificio sulla nostra pelle. Non fraintendetemi. È fantastico aver l’onore di rischiare nella vita, ogni giorno. Perché ogni soldo è sudato, come ogni parola letta e a mala pena scritta. Sputare sangue, a questo punto, è l’unico vezzo che m’interessa. Mi attira salire su un ring, se non lo avete ancora capito, come Rubin Hurricane Carter&#8230; e iniziare a fare gioco di gambe, guardare dritto negli occhi in atto di sfida, il mio avversario, il mastino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Robert De Niro e Martin Scorsese all’epoca di “Toro scatenato” (1980)</em></p>
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