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	<title>Tocqueville Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Ecco perché il relativismo della cancel culture è l’Anticristo dei nostri giorni</title>
		<link>https://www.pangea.news/cancel-culture-relativismo-woke/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 May 2023 04:20:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Magaddino]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le prime avvisaglie dell’avvento della cultura woke e della cancel culture che oggi tengono in ostaggio le nostre culture occidentali è forse rintracciabile in quello straordinario sismografo della modernità che è La Democrazia in America di Alexis de Tocqueville.&#160;Il grande pensatore, nella sua lucidissima disamina dell&#8217;esperienza grandiosa della democrazia americana, ne intravedeva anche i limiti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le prime avvisaglie dell’avvento della cultura <em>woke</em> e della <em>cancel culture</em> che oggi tengono in ostaggio le nostre culture occidentali è forse rintracciabile in quello straordinario sismografo della modernità che è <em>La Democrazia in America</em> di Alexis de Tocqueville.&nbsp;Il grande pensatore, nella sua lucidissima disamina dell&#8217;esperienza grandiosa della democrazia americana, ne intravedeva anche i limiti e i pericoli:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli Americani sono così innamorati dell’eguaglianza che preferirebbero essere uguali nella schiavitù che eguali nella libertà”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Anteporre l&#8217;eguaglianza alla libertà è la prima radice del pensiero totalitario o, quantomeno, autocratico. Libertà ed eguaglianza sono unite in un sinolo, in una <em>concordia discors</em> in cui una categoria favorisce l&#8217;altra, ma, al contempo, può anche sopraffarla e calpestarla.&nbsp;</p>



<p>Tocqueville scorgeva l&#8217;insidia di una tirannia nello stesso esperimento democratico, una tirannia che ignora il corpo e va dritto dritto all’anima.&nbsp;Essa non pone l’aut aut categorico ma a suo modo onesto del “Pensare come me o morire”: essa, molto più insidiosamente, può porre il diversamente pensante all&#8217;interno di un sottile ostracismo che emargina tale soggetto consentendogli però di mantenere inalterati i diritti alla vita e alla proprietà.&nbsp;<strong>Si mantengono i diritti civili, ma non li si possono usare. Formalmente non si è esclusi dal gioco democratico, ma nella realtà fattuale l&#8217;ostracismo è senza appello.</strong>&nbsp;</p>



<p>Tocqueville, impareggiabile e inascoltata Cassandra, nota così che quando ti avvicinerai ai tuoi simili essi ti additeranno come impuro e anche chi crede nella tua innocenza ti abbandonerà.&nbsp;Nel capolavoro tocquevilliano è già preconizzata la possibilità non solo della dittatura della maggioranza, ma anche quella opposta ma con essa intercambiabile della dittatura della minoranza, di una minoranza che invece di volere semplicemente la sacrosanta tutela del proprio pensiero e dei propri costumi pretende invece di imporre la propria alterità alla maggioranza.&nbsp;</p>



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<p>È il nucleo della <em>cancel culture</em>, dell&#8217;estremizzazione del politicamente corretto, del finto fair play applicato alla vita politica e civile, del galateo ipocrita di chi finge di rispettarti e in realtà ti pugnala.&nbsp;<strong>Il relativismo culturale in essi prospettato è in realtà il vero assolutismo dei tempi moderni in quanto fondato sull’imposizione di un pensiero unico</strong>, unidirezionale, ed è il gemello omozigote del relativismo estetico e morale che ci siamo sforzati di descrivere in un precedente articolo.&nbsp;</p>



<p>La demenza della <em>cancel culture</em> non conosce ormai limiti e confini, straborda in ogni direzione e sommerge tutto, riscrivendo la storia a senso unico, cassando non solo qualsiasi giudizio che possa risultare scomodo o urticante, ma sopprimendo tout court qualsiasi forma di giudizio.&nbsp;<strong>Si riscrivono Roal Dahl o Agatha Christie o addirittura Jane Austen cercando di sopprimere qualsiasi passaggio o qualsiasi aggettivo che possa suonare come divisorio e discriminante</strong> e si commette un peccato capitale non solo contro la decenza del pensiero, ma contro l&#8217;essenza dell&#8217;opera d&#8217;arte, arrogandosi con luciferina presunzione il diritto di stravolgere e violentare ciò che è già stilisticamente perfetto e che è comunque innervato in una precisa cultura e in un preciso humus storico.&nbsp;</p>



<p>Di questo passo si censura Shakespeare in quanto creatore dell&#8217;immortale personaggio di Shylock: Shakespeare era un antisemita!&nbsp;Con simile criterio si potrebbe estendere la guerra delle statue che già si manifesta negli Stati Uniti abbattendo da noi le statue di Dante. Il Sommo Poeta pone Maometto all’Inferno. Quale più lampante dimostrazione che Dante era islamofobo e nemico del dialogo interreligioso?&nbsp;</p>



<p><strong>I parossismi di tale ragionamento si sono forse avuti nella crociata indetta dai benpensanti e dai moralizzatori del Woke contro J. K. Rowling per avere fatto delle dichiarazioni di completa evidenza e completo candore sulla diversità dei generi</strong>, dichiarazioni che hanno prestato il fianco all&#8217;accusa di discriminazione e di transfobia e che hanno fatto emettere roventi condanne contro l&#8217;autrice di Harry Potter da parte degli stessi attori arricchitisi a dismisura interpretando i suoi personaggi.</p>



<p>La Rowling ha scoperto l&#8217;acqua calda, vero, ma l&#8217;acqua calda oggi non si può più scoprire e ciò che appare banale e oggetto di immediata evidenza sensibile non è più banale.&nbsp;È il funerale del senso comune, celebrato dai necrofori della cultura Woke ponendo ai margini chiunque si permetta anche solo di esprimere delle sfumature di pensiero differenti dal loro Non-pensiero.&nbsp;</p>



<p><strong>Un atto o è morale o non è (riferendoci all&#8217;intenzionalità morale di esso e non alle sue ricadute, per cui paradossalmente un atto morale può avere conseguenze non morali e viceversa),</strong> un’opera o è estetica o non è.&nbsp;Non è vero che le opinioni si equivalgano, non è vero che le differenze non esistono: la natura stessa nella sua immediata evidenza suggerisce il contrario.&nbsp;Il relativismo può anche essere connotato come ‘culturale’ ma non nel senso detto sopra, bensì in quello (siamo ancora alla banalità più trita) della diversità delle culture e delle tradizioni umane ma questo non implica assolutamente l&#8217;equivalenza delle opinioni e delle culture medesime.&nbsp;</p>



<p><strong>Si sono ricercati pretestuosamente molti padri fondatori del relativismo, additandoli in Nietzsche (povero Nietzsche, strattonato da tutte le parti facendogli dire rigorosamente ciò che non ha mai detto)</strong> o in Marx, che, al dire di Popper, eseguì delle plastiche facciali alla teoria lacerata delle confutazioni fattuali. Nel foro della storia credo che sia Nietzsche che Marx possono essere assolti con formula piena da tali accuse, essendone&nbsp;semmai responsabili i loro maldestri scimmiottatori.</p>



<p>La cultura Woke cerca anche di elidere i simboli, i riferimenti storici, più forti e persistenti di qualsiasi ideologia e di qualsiasi legame politico.&nbsp;<strong>Censurare le svastiche e i fasci littori da internet non è un atto di antifascismo o di antinazismo, è un puro e semplice atto di stupidità, così come la proposta di modificare la toponomastica richiamante il passato coloniale italiano</strong>, come se l&#8217;esperienza coloniale non fosse cosa da vivisezionare e da inquadrare nella sua prospettiva storica (in tali epoche quasi tutti erano in qualche modo ‘colonialisti’ in ambito occidentale e quasi tutti erano in qualche modo ‘razzisti’) ma fosse un’ipostasi eterna, una categoria perenne e metastorica non più passibile di revisione critica.&nbsp;</p>



<p><strong>Il relativismo della <em>cancel culture</em> è l’Anticristo dei nostri giorni. Non si bruciano uomini o libri, come negli autodafé che per secoli hanno arso spesso i prodotti più nobili del pensiero umano, si bruciano le idee</strong>, e quel che è peggio è che tali roghi immateriali sono praticati da minoranze (future maggioranze?) che confondono la tutela dei diritti delle minoranze stesse con l&#8217;imposizione del loro pensiero! Non c&#8217; è bisogno di essere cattolici e forse nemmeno in senso tecnico cristiani per capire che proprio la tradizione cristiana che Novalis faceva coincidere con l&#8217;essenza dell&#8217;Europa, col suo cuore pulsante, è oggi il più forte baluardo contro l&#8217;avanzata di queste forme di relativismo.&nbsp;</p>



<p>In una lettera alla poetessa Maria Curtopassi, Benedetto Croce scriveva, anticipando il contenuto del celeberrimo <em>Perché non possiamo non dirci cristiani</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io stimo che il più profondo rivolgimento spirituale compiuto dall’umanità sia stato il Cristianesimo; e il Cristianesimo ho ricevuto e serbo, lievito perpetuo, nella mia anima”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Parole dette da un filosofo laico e anche immanentista, ma che risuonano potenti e suggestive contro la dittatura del relativismo Woke, capace di compiere anche un’opera devastante di scristianizzazione in nome della tutela di tutte le culture e di tutte le fedi.&nbsp;I buoni proponimenti astratti (quando anche si concedesse ai seguaci del Woke l&#8217;attenuante della ‘buona fede’) finiscono spesso col creare disastri nelle situazioni concrete. La via dell’Inferno è quasi sempre lastricata di buone intenzioni&#8230;</p>



<p><strong>Come si esce dalla prigione del Woke? Anche qui l&#8217;antidoto è un truismo di sconcertante banalità: semplicemente praticando l&#8217;esercizio del pensiero e studiando direttamente le cose.&nbsp;</strong>Parafrasando una celebre battuta, i fautori del Woke sono invece tutti affaccendati nel procurare una teoria del pensiero dalla quale ogni pensiero sia lontano.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Alessio Magaddino</em></strong></p>
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		<title>“La democrazia è dispotica, Kissinger va matto per i tagliolini alle vongole e il Duce, come diceva Longanesi, rimarrà in Italia, da morto, per più tempo di quanto non ci sia rimasto da vivo”: dialogo con Marco Giaconi Alonzi</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-giaconi-alonzi-intervista-di-andrea-bianchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Aug 2019 08:17:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[analisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggo l’ultimo romanzo di le Carré, A legacy of spies, tutto un gioco di specchi tra il passato del Servizio inglese e la sua realtà odierna, più semplicistica e giustizialista. A un certo punto, salto in aria come una pentola a pressione: anche le Carré, sempre a sinistra, sbotta perché c’è troppa gentucola che va a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-giaconi-alonzi-intervista-di-andrea-bianchi/">“La democrazia è dispotica, Kissinger va matto per i tagliolini alle vongole e il Duce, come diceva Longanesi, rimarrà in Italia, da morto, per più tempo di quanto non ci sia rimasto da vivo”: dialogo con Marco Giaconi Alonzi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Leggo l’ultimo romanzo di le Carré, <em>A legacy of spies</em>, tutto un gioco di specchi tra il passato del Servizio inglese e la sua realtà odierna, più semplicistica e giustizialista. A un certo punto, salto in aria come una pentola a pressione: anche le Carré, sempre a sinistra, sbotta perché c’è troppa gentucola che va a cercare i peli nell’uovo. Traduco dall’originale, sciogliendo: <strong>“Quegli avvocati civili in infradito, di alti principi, tutti lì a dar la caccia al Servizio come fossero a richiamare, fischiando, un uccel di bosco”</strong>. Stupendo. Anche le Carré, con gli anni, ha perso qualche freno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La battuta di le Carré mi fa ricordare qualche conversazione erudita (ma non troppo) con un compagno di Scuola Normale. <em>Compagno</em> è una parola grossa: diverse generazioni ci separano, né c’è stato tra noi alcun tipo di tutoraggio perché in Italia, semplicemente, non esiste. È valsa soltanto una buona intesa intellettuale e cordiale tra il pimpante che scrive qui e il professionista.<strong> Sto parlando di Marco Giaconi Alonzi, ex docente di filosofia della scienza a Zurigo nei primi anni Ottanta</strong> (quando Feyerabend faceva fischiare le orecchie un po’ a tutti), poi funzionario dello Stato. Ha visto la Prima repubblica, la Seconda (cosiddetta) e per mantenere i suoi vecchi hobby continua a leggere. E scrivere: il suo ultimo libro s’intitola <em>Le guerre degli altri </em><a href="https://www.letture.org/le-guerre-degli-altri-piccoli-e-grandi-eserciti-del-mondo-marco-giaconi-alonzi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(una buona intervista qui)</a>. Credetemi: di Giaconi andrebbero lette anche le cose antiche come <em>Spazio e potere </em>sulla geopolitica di inizio (dominio del mare) e di fine (dominio del denaro sporco) Novecento. Se proprio non avete tempo, leggetevi in poche ore il suo lavoro sull’intelligence e le forze armate in Cina (<em>Uccidere con una spada presa in prestito</em>, Il campano 2017). Intanto, gli fisso un’intervista.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-69258 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/libro1-3-209x300.jpg" alt="" width="221" height="317" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro1-3-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro1-3.jpg 436w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" />Bei tempi, quando fresco di laurea lo incontrai di persona. Perché Marco Giaconi è meglio di un cocktail Maugham-Sterne-Hardy elaborato (con De Gaulle a fare d’arancia). <strong>Con classe impeccabile, da gentiluomo, mi disse una volta “quanti libri abbiamo bloccato, senza saperlo!”</strong>. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che figure come la sua sono dei veri libri viventi e semoventi, non tanto per il loro carico di storie ma perché Giaconi coincide col profilo di individuo che prende la follia di lato e la trasforma in genio. (<strong><em>Andrea Bianchi</em></strong>)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Professore, le propongo una serie di domande per nulla intellettuali. Cosa Le hanno dato l’università e la Scuola Normale nella sua formazione? Voglio dire, anche per il gergo e la postura, diciamo così.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Poco o niente sul piano della carriera. <strong>La Scuola Normale è come l’Ente Nazionale per la Montagna, ovvero uno dei 500 Enti inutili. Non crea carriere, anzi. </strong>Mi ricordo che il Direttore della Scuola dei miei anni, un fesso iperbolico, salutandoci dopo la Laurea, ci disse che “un giorno un ex-normalista vi darà una mano”. Con questa mentalità, c’è da ringraziare il cielo che la SNS non sia diventata un argomento fisso del “Vernacoliere”. Se crei, per quattro anni, il mito per il quale “noi siamo i più bravi”, poi devi anche fornire una base di partenza accettabile, altrimenti i casi sono due: o non siamo i più bravi o tu, dirigenza della SNS, non conti nulla. E sei anche mitomane. Né vale la sequenza degli “allievi famosi”. Ogni università ce l’ha. Sul piano culturale, la SNS qualcosa, comunque, mi ha dato. Ma eravamo in anni speciali, dove tutti i grandi (Noam Chomsky, Giuseppe Galasso, Arnaldo Momigliano e tanti altri) venivano in SNS e seminavano. Ed era merito personale di tanti docenti della SNS. Ora, con il Nulla che vedo tra i professori attuali, temo il peggio anche in questo caso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>A cosa paragonerebbe Pisa?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pisa è una città stranissima, che sembra diretta dal suo sottoproletariato. Una città cafonissima che non conta assolutamente niente. Con il dono, quasi esoterico, di mandare in rovina tutto ciò di rilevante che possiede. <strong>La stessa capacità di lavoro del Dahomey, la stessa intelligenza diffusa di una cittadina del Belgio. Un paragone possibile? Le città segrete, le ZATO, della vecchia URSS</strong>, piene di plutonio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Parliamo di statisti. Vorrei cominciare da Tocqueville. Una volta lei ha scritto che Tocqueville viene prima della Reazione dell’Ottocento, ed è curioso perché i più dicono che l’Ottocento è il secolo della libertà. Mi spiega di più riguardo al pronostico espresso da Tocqueville ne </em>La democrazia in America<em> riguardo la democrazia dispotica?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La democrazia dispotica è uno dei pronostici di Tocqueville, insieme alla “dittatura della maggioranza”, previsione che si è materializzata perfettamente nel XX secolo e ora, nel Terzo Millennio. <strong>Oggi, ogni democrazia precostituisce i propri slogan e le proprie agende, e li fa votare <em>bene</em>, i sudditi, con la scusa della “crisi” o di altro, mentre la debolezza della rappresentanza attuale deriva proprio dalla percezione, da parte degli elettori, che nulla può smuovere gli <em>apparatchik </em>del Regime.</strong> La Democrazia Dispotica, comunque, fa sempre poco o nulla, ed è questo il suo vero tallone di Achille. Per Tocqueville, il nuovo dispotismo veniva dalla tendenza della democrazia all’appiattimento sociale, con la conseguente diminuzione del ruolo dell’individuo, il che fa sorgere un nuovo “dispotismo”. Si, è vero, ma oggi noi abbiamo individui-massa totalmente egolatrici, ma privi invece di qualsiasi carattere e senso della società. Lo stesso meccanismo di Tocqueville, quindi, ma attraverso l’egocentrismo di massa, l’esaltazione del gregge in quanto tale. E questo crea un nuovo dispotismo, ma proprio dell’<em>untermensch</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Considerato che Tocqueville scrive tra 1835 e 1840, dopo un lungo viaggio sul continente americano, direi che è testimone credibile. Parliamo ora delle qualità di scrittore di Tocqueville. Dove dà il suo meglio? Nei diari dal deserto americano, nei ricordi del ’48? Leggo ad esempio nel suo diario stampato da Einaudi: “</em><em>Perché, quando si diffonde la civiltà, diminuisce il numero degli uomini di valore? Perché, quando il sapere diventa appannaggio di tutti, i grandi talenti intellettuali diventano rari? Perché quando non vi sono più classi basse, non vi sono più nemmeno classi superiori? Perché quando la capacità di saper governare arriva alle masse, vengono a mancare le grandi intelligenze alla guida della società? L’America presenta chiaramente questi problemi, ma chi potrà risolverli?” La nota è del 6 novembre 1831. Siamo rimasti ancora lì o sbaglio?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io amo molto i diari del viaggio in America, quello compiuto con De Beaumont. Mi sembrano tutte descrizioni lucide e letterariamente originali. Per quel che riguarda la necessaria polarizzazione sociale, non siamo rimasti lì, ma anzi la situazione è molto peggiorata. All’epoca, il <em>medio </em>che arrivava al potere in mancanza di meglio era, almeno, acculturato, seppure nei termini di <em>Bouvard e Pécuchet. </em><strong>Oggi, arriva al potere solo l’uomo del gregge, e proprio in quanto tale.</strong> Le classi superiori sono tali in quanto rispondono alle gerarchie accettate, quindi non sono superiori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In effetti Tocqueville, che ha festeggiato il compleanno lo scorso 29 luglio, è estremamente attuale. Forse più che per i suoi pensieri sulla democrazia, proprio per quel che ha scritto sulla centralizzazione dello Stato. Nel 2017 il partito comunista cinese ha tradotto ufficialmente i classici del pensiero politico europeo e cos’ha scelto? </em>L’Antico Regime e la Rivoluzione<em> di Tocqueville. Insomma, ai compagni cinesi importa la durata, l’idea che la Rivoluzione (cinese, francese) è solo il coronamento di un processo di accentramento che dura secoli. In altre parole, che la continuità vince, sul lungo periodo, sulle rotture e le infrazioni dell’ordine. La rivoluzione sarebbe allora il coronamento della tradizione.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per la Cina comunista, il regime attuale è la realizzazione del ciclo plurimillenario in cui la Cina Eterna si rialza dal “secolo dell’umiliazione”, che termina proprio con la presa del potere da parte del PCC. <strong>È sempre bene ricordare che gli allievi ufficiali cinesi, nelle loro accademie, studiano anche la magia e l’esoterismo tradizionale. Mao era un taoista, più che un “marxista”.</strong> La Rivoluzione è il ritorno al potere di Mao, il nuovo “Shi Huang Ti” comunista, che riunificherà ancora una volta tutta la Cina.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69259 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/libro2-5-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro2-5-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro2-5.jpg 351w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" />Proviamo ancora a tirare fuori Tocqueville dal recinto degli scienziati politici. Se lo leggiamo da cima a fondo, arriviamo a quei suoi appunti finali e inquieti sul pauperismo nell’Inghilterra imperiale. Eppure, nonostante le sue tare, l’Inghilterra con la sua stratificazione sociale in classi resiste ancora. Come mai?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché la stratificazione in classi britannica è il risultato di una società che non ha mai avuto scosse rivoluzionarie europee, salvo la decapitazione di Carlo I Stuart nel 1649. Poi, l’orgoglio di classe dei poveri non ha permesso né di acquisire né di imitare lo stile delle classi ricche ma, anzi, ha reso i poveri fierissimi delle loro tradizioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>C’era un grande storico svizzero, Burckhardt, che a botta calda teneva lezione su Tocqueville. I suoi appunti sono raccolti nelle opere complete in tedesco, io ne tradussi una manciata quando ero alla Normale. Eccone uno sull’Illuminismo che credo le piacerà: “</em><em>L’Illuminismo francese e poi la Rivoluzione francese si riempiono molto la bocca di ‘umanità’. Con la correlata ‘borghesia mondiale’ che rappresenta l’immagine, tutta europea, di vissuti generali ed interessi comuni e una volontà di ispessirsi; perciò non la nazionalità, bensì un più sano Stato-patria, che sia signore del sentire diffuso. Dove vi è già un potere, la nazionalità cresce per agglomerazione: principi e popolo sono d’accordo. Oppure un partito sovversivo sfrutta la richiesta di completare la nazionalità con una brusca svolta (come fanno gli irredentisti italiani). Uguaglianza e partecipazione tramite opinione personale sono diventati moneta di scambio concettuale – e come una volta, si può dare anche un’uguaglianza insieme al dispotismo”. Notevole, no?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mille volte condivisibile. Anche oggi l’identità nazionale eccessiva è l’immagine di una “rivoluzione” che si consuma, appunto, solo in effigie. La partecipazione non è una garanzia di libertà, ma solo di costrizione della massa sugli individui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ancora una parola sulle degenerazioni dispotiche (dittatura del tweet!). Nel 1955 Auden osservava, da scrittore, che negli anni Quaranta, tra </em>La<em> </em>Democrazia in America<em> e </em>L’Antico Regime<em>, il nostro adotta uno stile alla Tucidide. Questo perché ha assistito alla Rivoluzione del ’48 in presa diretta e incomincia a vedere, da ex parlamentare, che l’organismo sociale passa attraverso un decorso di situazioni critiche, di malattia e di ripresa. Auden aveva ragione, considerato che Tocqueville aveva studiato bene le lingue antiche con un abate, da ragazzo?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si, aveva ragione. Tocqueville legge la realtà che si trova a vivere con le categorie dei classici, da Tucidide a Senofonte. E vede i suoi tempi proprio con le ipotesi storico-metafisiche dei classici greci: la ciclicità delle categorie mentali e dei fenomeni storici, il <em>Fato, </em>il giusto ruolo delle grandi personalità, che però non possono andare oltre i limiti imposti, appunto, dal Fato agli avvenimenti storici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vede in giro qualche politico che abbia la stessa forza espressiva di Tocqueville? Oppure calma piatta? Se ricordo bene, per Lei non c’è filosofo della politica che tenga: se arriva uno statista preparato non ce n’è per nessuno. Da questo punto di vista, andrebbe recuperata la lezione di Kissinger. Ma chi lo legge più in Italia? Eppure quando ero in UK notavo che nelle università lo si studia ancora per bene: insomma, non era l’avvocatino di destra che mangia solo ciambelle. Kissinger è stato una specie di Tocqueville </em>remastered<em>, uno studioso del congresso di Vienna, l’artefice della Casa Bianca che chiude l&#8217;URSS nella morsa del maoismo e la sinistra europea nella stretta del gauchismo. Un uomo capace di organizzare la trattativa di Parigi per chiudere la guerra nel Vietnam, il trucco meglio riuscito di Cina e Russia dopo la seconda guerra. È ancora troppo presto per valutarlo?  </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Politici alla Tocqueville oggi? Nemmeno l’ombra. <strong>Nemmeno quelli professionalmente bravi, come Putin e Xi Jinping (in occidente nemmeno l’unghia dei nostri “vecchi”) che hanno la tecnica del potere, ma non la sua necessaria metafisica. Legarsi all’economia come arte del governo non è il modo migliore di tenere il potere, mai.</strong> Forse no, è già il momento di rivalutarlo, anche se Kissinger è ancora vivo e lavora a tutt’oggi come consulente del governo cinese. Tutto quello che ha detto Lei è esatto. Ma forse manca, nella Sua breve ricostruzione, lo spessore storico del personaggio, la sua idea, tocquevilliana, appunto, che i Paesi vivono in un contesto ristretto e ciclico di idee e di simboli. Mao Zedong può credere di essere un capo marxista-leninista, ma se si gratta sotto la crosta c’è Qin Shi Huang, l’imperatore che riunifica la Cina, ferocissimo uccisore dei suoi nemici, che si appoggerà alla scuola “legista”, come in futuro le Guardie Rosse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mi diceva che chi va a trovare Kissinger, oggi a New York, dice che il maestro accetta sempre volentieri un invito in un ristorante italiano e si mette a parlare: si capisce lontano un miglio che sta traducendo, faticosamente, dal tedesco che ha ancora in testa. E come tutti quelli che hanno comandato davvero, parla per apologhi. Senza mai citare Nixon in vita sua. Facciamo un esercizio di scrittura apocrifa: cosa racconta Kissinger per spiegare i movimenti nel Golfo Persico?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Iran vuole riprendersi il Golfo Persico, che ha ormai lasciato da troppo tempo in mani altrui. Chi vuole riprendere qualcosa, è bene che non la lasci mai. Kissinger, comunque, va matto per i tagliolini alle vongole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vuole deliziare i lettori di Pangea affilando un aforisma per definire il libro ‘stregato’ di Scurati?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha seguito il principio di Leo Longanesi: il Duce rimarrà in Italia, da morto, per più tempo di quanto non ci sia rimasto da vivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Grazie Professore</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-giaconi-alonzi-intervista-di-andrea-bianchi/">“La democrazia è dispotica, Kissinger va matto per i tagliolini alle vongole e il Duce, come diceva Longanesi, rimarrà in Italia, da morto, per più tempo di quanto non ci sia rimasto da vivo”: dialogo con Marco Giaconi Alonzi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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