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	<title>Parioli Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>La vita omerica di Bruno Giordano, il calciatore che voleva diventare Cruijff e vinse lo scudetto con Maradona</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jul 2018 08:26:44 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Calcio, vita di quartiere, delinquenza, morte, poesia. A Trastevere la strada insegnava a comportarsi: era l’università a cielo aperto tra Campo de’ Fiori e i monumenti, nel rione, a Gioacchino Belli e Trilussa, i poeti sardonici della capitale. <strong>Giordano Bruno, bruciato vivo per eresia dall’Inquisizione, rinacque nell’agosto del 1956 nel nome di Bruno Giordano, figlio di un tappezziere un po’ burbero che abitava proprio dalle parti della statua in bronzo del monaco e filosofo.</strong> Giocava a pallone tra le stradine tortuose con i sampietrini sconnessi e le facciate arancio dei muri sui vicoli, al Gianicolo, davanti al sacrario dei garibaldini o a piazza Santa Maria. Finì all’oratorio Don Orione, dove don Pizzi, il prete dalla tonaca lunga, si occupava degli adolescenti per evitare che finissero nel giro della droga e della malavita in espansione. Era questa la Roma dai contorni medievali degli anni Sessanta e Settanta, delle bancarelle, dei fruttivendoli, di chi vendeva le bombole e le sigarette di contrabbando, dei ristoratori come lo zio del calciatore che cucinava le fettuccine e con cui il ragazzino mangiava la pizza e beveva la coca cola dopo le partitelle con gli amici. Gli altri preferivano il vino di Frascati, la “fojetta” o il “quartino” estratto dalla botticella con la leva orizzontale. <strong>Oggi Trastevere è abitata per lo più da forestieri: i giapponesi e i romeni hanno sostituito i romani. Allora si distingueva un ragazzo volitivo, un po’ sfrontato, dalla schiena dritta, i capelli neri a caschetto come quelli del suo idolo, l’olandese volante Johan Cruijff, visto in fotografia e ai mondiali del 1974.</strong> Giordano fu scoperto da <em>Flaco</em> (il minuto) Flamini, ex centrocampista argentino della Lazio naturalizzato italiano, e valorizzato dal mister Paolo Carosi, il “barone” che gli dava i “pizzoni” se non rigava dritto. Lo ritrovò in serie A nel 1984, durante l’estemporanea presidenza targata Chinaglia. <strong>La storia di Bruno Giordano, la sua meticolosa biografia, l’ha scritta un giornalista acuto, un autore televisivo per i programmi delle reti Rai. Uno che sa raccontare, un laziale di vecchio corso: il volto televisivo Giancarlo Governi.</strong> <em>Bruno Giordano. Una vita sulle montagne russe</em> (Fazi 2017) contiene la prefazione di Edoardo Albinati, altro laziale doc, lo scrittore che esalta l’essenzialità del campione erede di Long John: Giorgio Chinaglia, il centravanti per eccellenza della sponda aquilotta del Tevere. Amico per la pelle del pariolino Lionello Manfredonia (che nel 1989 rischiò di morire in campo per un improvviso infarto), Giordano ha giocato con il pibe de oro Diego Armando Maradona, colui che l’ha voluto di persona al Napoli per vincere, finalmente, il campionato. Alti e bassi come calciatore e come uomo: <strong>l’esordio bruciante con un goal all’ultimo minuto nel 1975, la morte dell’allenatore buono Maestrelli, del compagno di squadra più saggio, Re Cecconi, al quale spararono dentro una gioielleria, il carcere a Regina Coeli e la squalifica per il calcio scommesse, il grave infortunio ad un gamba, la serie B, l’apoteosi con i partenopei, una madre morta mentre lo andava a trovare, una sorella drogata, la ex moglie finita nella rete di Renatino De Pedis, il boss della Banda della Magliana colpito a freddo in via del Pellegrino, appena uscito da un negozio.</strong> Ma anche una seconda moglie, Susanna, i figli, una femmina avuta con la prima donna e due maschi ormai grandi (Rocco gioca a calcio come trequartista). Vicolo del Cinque numero 22 a Trastevere rimane la sua casa, quella con il portone in legno, come il suo tempo fermo lì, mentre la madre lo chiamava dalla finestra e gli prometteva la “cucchiarella”, il mestolo o il battipanni in testa se non fosse rientrato per il pranzo e la cena. “La mia strada non aveva neppure l’onore di chiamarsi via, in realtà il vicolo stava a significare una strada stretta circondata da palazzi all’interno di un tessuto urbano medievale”. La via era dedicata alla nobile famiglia Del Cinque, proprietaria dello stabile patrizio situato all’inizio della strada, dove si trova un’edicola con un’immagine sacra che i residenti chiamavano la “madonella”. <img decoding="async" class=" wp-image-61788 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/GIORDANO-197x300.jpg" alt="GIORDANO" width="136" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/GIORDANO-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/GIORDANO-672x1024.jpg 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/GIORDANO-600x914.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/GIORDANO.jpg 709w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" /><strong>Nel libro di Governi c’è l’aneddoto del provino con i biancoazzurri, dove Bruno Giordano andò con gli scarpini rotti prestatigli dal prete. Aveva il tiro potente, il dribbling secco: lo presero.</strong> Dagli Allievi arrivò alla Primavera e alla prima squadra in un batter baleno, come Manfredonia, Stefano di Chiara e Andrea Agostinelli, quando il calcio, la domenica, si ascoltava ancora alla radio e le azioni, i goal, si immaginavano prima di vederli registrati a “Novantesimo minuto”. Lui andava agli allenamenti con l’autobus, il tram, la vespa. Il trasteverino sfondò e a 23 anni vinse la classifica dei cannonieri. Era l’idolo della curva della Lazio, della squadra del sor Umberto Lenzini, il presidente che gli regalò un appartamento dopo il primo contratto da professionista. Bruno Giordano non beveva e non fumava (a differenza di quanto dicessero), sapeva fare le finte, trattare sapientemente il pallone, tirare in porta. <strong>Beffò perfino Dino Zoff e la grande Juventus con un pallonetto e una doppietta in un memorabile incontro nel novembre del 1977 reso epico dal poeta Valentino Zeichen, il neo marziale (lo disse Alberto Moravia) per cui Giordano era il gladiatore al quale “avevano recapitato l’incoronazione dei titoli di Augusto”.</strong> Rimane un monumento del bel calcio e non della storia comune, dell’elasticità, dell’improvvisazione, della velocità con il passo elegante. Capace di giocate sopraffine e di segnature difficili che sapevano fare in pochi (la palla battuta seccamente dal limite dell’area o liftata). Nel 1979 avvenne anche il primo delitto allo stadio: Bruno Giordano, presente, rimase sconcertato. Prima di un derby all’Olimpico un razzo partì dalla curva sud e finì nell’occhio di un tifoso della nord, Vincenzo Paparelli, che morì prima di arrivare in ospedale. La gente protestava con veemenza, ma la partita si giocò lo stesso in un clima surreale. Giordano era un calciatore con uno stile singolare in un’epoca ancora di gioco all’italiana, poco prima dell’avvento dello stratega Arrigo Sacchi che rivoluzionò metodi e schemi nel paese del <em>paron </em>Nereo Rocco, dove era più importante non prenderle che darle. Il trasteverino, che ha chiuso la carriera nell’Ascoli dopo aver indossato la casacca del Bologna, adesso è un allenatore e un direttore sportivo che ama tornare nei luoghi che hanno dato i natali anche ad Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, quelli della povertà tramutata in fantasia istrionica, dei palloni di plastica che non dovevano bucarsi perché non ce n’erano altri a disposizione. <strong>Ha dichiarato Maradona: “Bruno Giordano è stato l’italiano più forte con cui abbia mai giocato, il più sudamericano tra quelli che sono nati nel vostro meraviglioso paese”. I due continuano a sentirsi al telefono da vent’anni. Per Crujiff è stato “il prototipo dell’attaccante moderno”.</strong> Se ne rese conto quando l’attaccante, appena diciannovenne, lo incontrò in un Barcellona-Lazio del 1975 per i sedicesimi di finale della Coppa Uefa. Crujiff lo omaggiò regalandogli la sua maglia, la famosa numero 14. Il ragazzo viveva ancora in vicolo del Cinque, al 22, e la mamma che sfaccendava in casa era la sua tifosa più benevola. Durante la settimana aspettava i biglietti per la curva nord dell’Olimpico. Bruno, il suo Bruno, era ormai una promessa mantenuta del <em>football</em> e le amiche della signora volevano vederlo allo stadio sfidare Riva, Mazzola, Rivera, Capello, Facchetti…</p>
<p><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
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		<title>Se vi pagano un articolo 6 euro è colpa dei licei al Parioli, con “studenti provenienti da famiglie benestanti” che fanno fatica a convivere con i figli dei portieri</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2018 10:00:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È un po’ complicato gestire il mio essere Dr. Jekyll e Mr. Hyde. In tanti mi chiedete di spingere l’acceleratore sui consigli di business aggressivo di Awanagana Mengoli, lo zar dei cialtroni. Sono altrettanti, però, quelli che vogliono il mio lato ultra-etico, da Torquemada della stampa. Allora oggi faccio un “ammazzacaffè” che somma entrambi, <strong>tornando sulle parole di Nicola Marini, presidente dell’Ordine dei giornalisti (come ho già detto, uno degli enti più inutili della storia dell’umanità):</strong> “La situazione dell’editoria è devastante, ormai il 65% degli iscritti è precario o disoccupato. Otto su dieci hanno un reddito intorno ai 10mila euro, quindi sotto la soglia di povertà”. È ovvio che contratti di collaborazione con la cessione del diritto d’autore ai quali ti obbligano realtà nazionali di primissimo piano con compensi lordi da 6 a 40 euro (per articoli fino a 826 caratteri e oltre), con tetto massimo fissato a 10 pezzi al mese, non possa aiutare né a far vivere dignitosamente i precari, né tantomeno ad alzare la qualità dei loro contenuti. Ma è altrettanto ovvio che con l’informazione cartacea in crisi da oltre 30 anni – ricordo che soltanto nell’ultimo decennio tutti i giornali hanno dimezzato le copie vendute – <strong>se un Awanagana Manager non si fosse inventato una formula di collaborazione capestro per pagare con due brustolini quegli sfigati di collaboratori senza cognome dinastico e santi negli uffici ovattati dei piani nobili degli editori, il banco sarebbe saltato da un pezzo. </strong>Sono cazzi dei giornalisti, potrebbe obiettare qualche Salviniano-Renziano-Grillino &amp; Compagnia bella, legittimamente. Però poi leggi Corrado Zunino su <em>Repubblica</em> e capisci che gli strateghi ispirati all’Awanaganesimo sono ovunque. Per una filosofia – l’Awanaganismo – che vuole sempre più distanziare i “milordini” dei piani nobili dagli scarafaggi degli scantinati e, soprattutto, il prima possibile. Scrive Zunino sui licei d’Italia: “Nell’ansia di far apparire un istituto privo di problemi, pronto a fornire la migliore didattica senza impacci con gli adolescenti stranieri o i ragazzi bisognosi di sostegno, i dirigenti scolastici hanno licenziato rapporti di autovalutazione classisti”. Sugli studenti, l’Ennio Quirino Visconti, il liceo classico più antico di Roma, precisa che “tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile” e fa piacere sapere che la presidente della Camera Laura Boldrini vi ha tenuto lezioni sulle “fake news”. <strong>Mentre il romano Giuliana Falconieri, al Parioli, spiega che “Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. La spiccata omogeneità socio-economica e territoriale dell’utenza facilita l’interazione sociale”. In pratica, riflette Zunino, “si parla solo tra pari grado”.</strong> Però, sempre al Falconieri, devono ammettere che la scintilla della rivoluzione “portinaia” non è del tutto spenta: <strong>“Negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere. Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”.</strong> La beffa, per questi Awanaganisti della medio-alta borghesia, sarebbe avere un figlio con la passione del giornalismo. O forse è meglio di no, perché poi in qualche modo i genitori riuscirebbero a farli assumere di sicuro e magari gli editori sarebbero costretti ad abbassare i compensi dei precari da 6 a 1 euro. Lordo. Che significa anche “sporco, sudicio, lercio”. Come può essere la vita, quando sei sull’uscio, piove e fa freddo e nessuno ti vuole fare entrare.</p>
<p><em>Michele Mengoli</em></p>
<p><em>www.mengoli.it</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vi-pagano-un-articolo-6-euro-colpa-dei-licei-al-parioli-studenti-provenienti-famiglie-benestanti-fanno-fatica-convivere-figli-dei-portieri/">Se vi pagano un articolo 6 euro è colpa dei licei al Parioli, con “studenti provenienti da famiglie benestanti” che fanno fatica a convivere con i figli dei portieri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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