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	<title>Paolo Borgognone Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Giuseppe Conte Presidente del Consiglio, reddito di cittadinanza e flat tax (che non verranno mai attuati): Matteo Fais ha raccolto l’opinione di Ilaria Bifarini e Paolo Borgognone</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2018 09:38:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’attesa è tanta. Gli occhi sono puntati e ogni parola proferita ha il peso di un macigno. Intanto chi ha perso è andato a prendere posto sulle sponde del fiume, sperando di vedere presto passare il cadavere del nemico. Uno su tutti Renzi, che gongola sadicamente al pensiero di non essere più nel mirino. Adesso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giuseppe-conte-presidente-del-consiglio-reddito-di-cittadinanza-e-flat-tax-che-non-verranno-mai-attuati-matteo-fais-ha-raccolto-lopinione-di-ilaria-bifarini-e-paolo-borgognone/">Giuseppe Conte Presidente del Consiglio, reddito di cittadinanza e flat tax (che non verranno mai attuati): Matteo Fais ha raccolto l’opinione di Ilaria Bifarini e Paolo Borgognone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’attesa è tanta. Gli occhi sono puntati e <strong>ogni parola proferita ha il peso di un macigno</strong>. Intanto chi ha perso è andato a prendere posto sulle sponde del fiume, sperando di vedere presto passare il cadavere del nemico. Uno su tutti <strong>Renzi</strong>, che gongola sadicamente al pensiero di non essere più nel mirino. <strong>Adesso tocca agli altri ed è lui a godersi lo spettacolo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In un simile clima <strong>le fantasie degli opinionisti, economisti, e altre categorie elucubranti fioriscono</strong> come muschio nel clima umido. Ma <strong>meglio abbandonare il regno del fantasy, e soprattutto del fantapolitico</strong>, per tornare nel fattuale e riprendere una più consona navigazione a vista. Pertanto, abbassando per un secondo il volume di certi vecchi tromboni provenienti dai grandi giornali, qui a Pangea.news abbiamo deciso di <strong>raccogliere l’opinione</strong> di due tra i pochi <strong>esperti </strong>che ci ispirano fiducia, <strong>Ilaria Bifarini</strong> e <strong>Paolo Borgognone</strong>. Potete pensarla come loro o essere in totale disaccordo, ma una cosa ve la possiamo <strong>garantire: nessuno li paga per dire ciò che dicono</strong>. Sulla libertà di pensiero degli altri, se proprio ci tenete, la mano sul fuoco mettetecela voi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vorrei conoscere la tua opinione su Giuseppe Conte.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I.B.</strong>: Come gran parte degli italiani, non conoscevo Giuseppe Conte. <strong>Ritengo tuttavia sterili le polemiche montate sul suo rispettabile curriculum, in un paese dove il Ministro dell’Istruzione non ha alcun titolo di studio adeguato al ruolo, così come quello della Sanità e molti esponenti e leader politici.</strong> Al contrario, il Professor Conte mi sembra una figura adatta a ricoprire un ruolo istituzionale in un momento di transizione così delicato, in cui una figura con un connotato politico più forte avrebbe potuto creare ben altre polemiche e avversioni a livello nazionale e internazionale, da parte di tutti coloro che si sentono minacciati dal cambiamento in atto. La partita ora, come sappiamo, si gioca sul Ministero dell’Economia, che sarà davvero la cartina di tornasole del nuovo governo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.</strong>: Credo che la figura di Giuseppe Conte abbia un’importanza relativa al momento. <strong>È un tecnocrate di compromesso, che dovrà gestire l’accordo a tre tra M5S, Lega e il convitato di pietra, cioè i grandi insiemi del capitalismo americano, dalla Ue fino ai fondi d’investimento speculativi con sede alle Cayman</strong>, che chiedono al governo nascente “continuità” e “garanzie” rispetto ai precedenti esecutivi guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Insomma, il governo che sta faticosamente per nascere si costituirà con un programma per molti aspetti ideologicamente sbagliato, poiché de facto liberale nelle forme e dannoso nella prassi essendo fermamente liberista in economia. A ogni modo, perlomeno il processo politico che lo ha portato a istituirsi ha fatto emergere, compiutamente, le contraddizioni interne a un sistema di potere e controllo, quello della Ue transatlantica. Questa, ora, dopo le reiterate ingerenze straniere e autoctone – presidenziali – tese a ostacolare per motivi legati meramente alle opinioni di alcuni candidati ministri in merito alle scelte di politica economica imposte da Bruxelles ai singoli Stati, non può più definirsi neppure a parole democratica. <strong>Il processo costituente che ha interessato la formazione del nuovo governo ha reso noto e manifesto all’opinione pubblica italiana la natura oligarchica, antidemocratica e intrinsecamente connessa agli interessi degli speculatori di Wall Street dell’Unione europea e dei suoi rappresentanti e fiduciari in Italia, Presidente della Repubblica compreso. </strong>Spero che, in futuro, il popolo italiano prenda atto della reale portata politica di questi scenari di matrice coloniale e, appunto, antidemocratica, così inquietanti e concretamente ravvisabili e palesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu cosa faresti per risanare la disastrata condizione del nostro paese e, soprattutto, come attueresti il piano che proponi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I.B.</strong>: Per risanare il disastro economico italiano, creato da politiche eterodirette, <strong>occorre liberarsi dal cappio delle regole imposte dall’Unione Europea.</strong> Come ho ripetuto in più sedi, bisogna assolutamente invertire la rotta e attuare politiche economiche anticicliche, riportando lo Stato a svolgere la sua originaria funzione sottrattagli dalle istituzioni internazionali. Continuando con le sciagurate politiche di austerity, fatte di inasprimenti fiscali e tagli ai servizi pubblici, la fine della Grecia è inevitabile. Abbiamo visto come la loro rigida applicazione in questi anni abbia portato a un innalzamento del debito pubblico, poiché deprimono l’economia e il Pil del Paese. <strong>Occorre quindi derogare alle regole del Fiscal Compact e alle ricette fallimentari imposte da Bruxelles.</strong> Perché l’economia torni a crescere, in un momento di prolungata crisi della domanda, è necessario allentare la pressione fiscale che soffoca le nostre imprese e investire in spesa pubblica produttiva, capace di creare occupazione, in una situazione in cui i giovani sono costretti a emigrare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.</strong>: Cosa farei io ha poca importanza, essendo un Signor Nessuno privo di qualsiasi potere e influenza politica e mediatica di massa. Posso, però, dire cosa certi poteri atlantici vorrebbero che il nuovo governo italiano facesse, affinché tutto cambi perché nulla muti concretamente. Una parte dell’establishment statunitense, contigua al liberal-populismo trumpiano, avrebbe infatti da guadagnare, dal punto di vista geopolitico, da un’eventuale Italexit. <strong>I trumpiani, infatti, vogliono attaccare la Germania che esporta con una moneta svalutata e guardano con favore al ritorno del “marco forte” sui mercati valutari internazionali. Con l’Italexit il nuovo marco si apprezzerebbe del 20 per cento. </strong>Trump, di fatto, vuole “sistemare le cose” con Cina e Germania, le cui monete svalutate hanno avuto un impatto disastroso sulla bilancia commerciale Usa. Alla corrente politica più legata al Presidente, negli Stati Uniti, serve un’Italia con un ministro dell’Economia anti-euro e un ministro degli Esteri atlantista. Ovvero, ciò che M5S e Lega sembrano disposti a dargli. Paolo Savona ha infatti scritto, nel suo ultimo libro, che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro e rafforzare l’alleanza con gli Usa, in modo da proteggersi dalla speculazione sui “mercati”. <strong>Gli Usa, però, pretendono “rassicurazioni” dal nuovo governo italiano. “Rassicurazioni” che Conte ha già fornito a chi di dovere, ribadendo con fermezza la linea di geopolitica atlantista che il suo governo perseguirà.</strong> Gli Usa vogliono infatti agganciare fermamente al loro carro il nostro Paese dopo l’Italexit, evitando qualsiasi “scivolamento a Est”, in chiave filo-russa, della politica estera italiana. E lavorano alla concretizzazione di questo scenario cercando di evitare che la Germania se ne accorga per tempo. In quel caso, certo, Berlino stringerebbe immediatamente rapporti di collaborazione geopolitica ed economica con Mosca e Pechino e l’egemonia degli Stati Uniti in Europa crollerebbe, portando il blocco euro-atlantico al conflitto bellico interno. Da un lato vi sarebbero Usa, Francia, Italia e altri staterelli mediterranei e baltici della Ue, vassalli di Washington, dall’altro Germania, Russia e Cina. In altri termini, <strong>il nuovo governo italiano ha la possibilità di costituire, potenzialmente, il fattore d’innesco della crisi terminale della Ue.</strong> Questa è, chiaramente, già dal 2012, un cadavere tenuto artificialmente in piedi con stampelle e fili dalle burocrazie di governance economico-mediatica che la amministrano per conto terzi (e Mattarella, tutto questo, lo sa perfettamente). Gli Usa, comunque, sono un potere conflittuale al loro interno. I neocon, ad esempio, sono contrari alla linea trumpiana del <em>divide et impera</em> su basi “neonazionaliste” e perseverano con i loro piani strategici, centrati sull&#8217;idea del tentativo di esportazione della “rivoluzione liberale globalista”, ovvero il dominio dei mercati transatlantici “aperti”, su scala planetaria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dei cavalli di battaglia dei due partiti che saranno coinvolti nell’esperienza di governo, la flat tax e il reddito di cittadinanza, cosa ne pensi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I.B.</strong>: Entrambe queste misure sono realizzabili soltanto contravvenendo alle regole imposte dall’Unione Europea. Perché il reddito di cittadinanza possa funzionare è necessario agganciarlo alla produttività e al lavoro. Soltanto attraverso il rilancio delle opere pubbliche, degli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, nonché della manutenzione del territorio e del prezioso patrimonio ambientale e artistico italiano, è possibile creare nuovo lavoro, avviando un circolo virtuoso che stimoli gli investimenti. <strong>Se non si risolve il problema della mancanza di opportunità di lavoro, il reddito di cittadinanza si ridurrebbe a un sussidio di disoccupazione. </strong>Riguardo alla flat tax sono favorevole alla sua introduzione per le imprese, che hanno un disperato bisogno di alleggerimento e semplificazione fiscale, mentre manterrei una differenziazione di aliquote per i redditi delle persone fisiche. Nel contratto del nuovo governo, infatti, è stata proposta una doppia aliquota.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.B.</strong>: Sono contrario a entrambi. <strong>La flat tax è l’ennesimo provvedimento governativo teso a rifinanziare i crediti dei ricchi, scaricando sui poveri i costi della “crisi”. </strong>Sono ormai quarant’anni che i governi italiani, asserviti alle logiche neoliberali, perseguono queste traiettorie di politica fiscale. Il loro obiettivo è quello di creare un Paese perlomeno duale, distruggendo ogni traccia di coesione sociale interna e svincolando i ricchi da qualsiasi responsabilità politica, economica, fiscale e morale. D’altronde, il liberalismo è l’autogoverno dei ceti ricchi e l’Italia, da quarant’anni a questa parte, ha conosciuto, conosce e conoscerà soltanto esecutivi stranieri e imposti dall’esterno, dagli Usa e dalla Ue transatlantica, che definire fondamentalisti liberali sarebbe persino eufemistico. Inoltre, il 4 marzo, le forze politiche che, a destra come a sinistra, si opponevano alle logiche neoliberali di cui sopra (centrate sul trasferimento permanente di risorse dalle classi povere in direzione dei ceti ricchi), non hanno ottenuto i voti sufficienti per entrare in Parlamento. <strong>Il reddito di cittadinanza, infine, è una misura demagogica promessa dal M5S per accaparrarsi il voto massivo delle aree più disagiate del Paese. Comunque è perfettamente inutile parlare di flat tax e reddito di cittadinanza, poiché questi due provvedimenti non verranno mai attuati dall’esecutivo che dovrebbe nascere.</strong> Perlomeno, non nelle forme di demagogia fiscale e assistenzialistica veicolate e promesse in campagna elettorale. Le uniche cose sensate che questo governo, se vuole essere degno di tale nome, dovrebbe fare, sono: l&#8217;abolizione delle sanzioni alla Russia, la revoca del Jobs Act, della legge Fornero, lo stralcio immediato del pareggio di bilancio in Costituzione, del fiscal compact, la secessione dalla Bce. In ultimo, il cambio di paradigma, in direzione perlomeno “conservatrice”, dei rapporti di forza interni in ambito a determinate scelte di “politica culturale” imposte alla società, contro la natura stessa della società italiana, dai liberali negli ultimi anni. Io sarei anche per uscire immediatamente dalla Nato. A volte, però, penso che, per un certo periodo di tempo, l’Italia potrebbe ancora rimanere nell’alleanza atlantica. Così facendo potrebbe esercitare, in tale consesso criminale, un ruolo ostruzionistico di vera e propria quinta colonna russa, per sabotare la Nato dall’interno, impedendo al braccio armato del capitalismo liberale e della “società aperta” di muoversi, operare e agire in ogni scenario.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Matteo Fais</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Generazione Erasmus? Chiamiamola generazione della vacanza permanente. Intervista a Paolo Borgognone sui “cortigiani della società del capitale”</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Feb 2018 07:27:57 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/generazione-erasmus-chiamiamola-generazione-della-vacanza-permanente-intervista-paolo-borgognone-sui-cortigiani-della-societa-del-capitale/">Generazione Erasmus? Chiamiamola generazione della vacanza permanente. Intervista a Paolo Borgognone sui “cortigiani della società del capitale”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La voce è pacata e appassionata al contempo. Si percepisce che ciò che fa non lo fa in modo frivolo, o superficiale. La parlantina è serrata. Ha palesemente tutto ben chiaro nella testa e lo squaderna senza tentennamenti. <strong>Paolo Borgognone è uno storico indipendente dal piglio filosofico. O, forse, meglio sarebbe dire un filosofo che rilegge la storia. </strong>Alieno alle facili dicotomie da militante (destra/sinistra, fascista/antifascista), egli è piuttosto un entomologo. Osserva e, successivamente, trae le debite conclusioni. Legge libri e giornali, senza sosta. Cataloga ogni informazione. È attento. Non trascura di decifrare tra le righe. Quando decide di trattare un argomento, dal fenomeno Trump alla Russia di Putin, ne riscrive sempre la storia evitando di ricadere nelle narrazioni mainstream ufficiali. I suoi interessi ruotano intorno a eventi a noi prossimi e alle varie declinazioni concrete assunte dal neoliberismo. In questo filone si inserisce <strong>Generazione Erasmus</strong>, Oaks Editrice, 2017, il cui sottotitolo non lascia adito a dubbi in merito alla sua valutazione del fenomeno: <strong>I cortigiani della società del capitale e la «guerra di classe» del XXI secolo</strong>. Siamo andati a intervistarlo per comprendere meglio cosa ci sia di paradigmatico in questa generazione, tanto da poterla prendere a pretesto per un libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come definiresti, in breve, la generazione Erasmus a cui hai dedicato questo lungo e intenso volume?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La definirei l’esito politico-antropologico del modo di produzione postmoderno (flessibile). La categoria è chiaramente apologetica e forgiata ad hoc dal circo giornalistico mainstream, al fine di glorificare i processi di sradicamento e precarizzazione di massa. <strong>Nel libro io li descrivo come teenager globalizzati, il cui orizzonte di vita principale sembra essere quello della vacanza permanente, del divertimento inteso come adesione <em>sic et simpliciter</em> alle mode <em>liberal</em> americane in fatto di stili di vita, consumo e disincanto generalizzato.</strong> E direi che la narrativa imperante, tesa alla loro strenua difesa, è una strategia delle classi dominanti volta a conferire legittimità simbolica al regime del capitalismo liberale e della cosiddetta “società aperta”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è lo spartiacque? Quando ha inizio la generazione Erasmus?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho collocato questo spartiacque simbolico agli albori della movida spagnola. Era l’epoca della transizione dal regime franchista a una democrazia basata inequivocabilmente su formule ideologiche e contenuti politici riconducibili al capitalismo liberale. Ciò che ne è scaturito è una nuova categoria antropologica, degli “integrati” nell’ambito dei modelli economici e culturali generati dal processo di accumulazione postmoderno. Il regime capitalistico contemporaneo, parafrasando Costanzo Preve, «<strong>è di destra in economia (potere del denaro), di centro in politica (potere del consenso) e di sinistra nella cultura (potere dell’innovazione del costume)</strong>. Lo smantellamento (di sinistra) delle vecchie forme di vita tradizionali, borghesi e proletarie, fatto in nome della modernizzazione nichilisticamente permanente, è funzionale a un allargamento globale del mercato e del connesso potere del denaro che questo comporta (di destra)». <strong>I teenager della Generazione Erasmus sono infatti, prevalentemente, di sinistra nella cultura (aderiscono all’ideologia della liberalizzazione dei costumi borghesi), di centro in politica (laddove il “centro” è, per definizione, il luogo d’incontro e mediazione degli interessi propri delle classi medie ideologicamente fedeli allo status quo) e di destra, cioè liberisti</strong>, in economia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vorrei chiederti, che cosa seduce un giovane, a livello psicologico, inducendolo a entrare nel circuito perverso della generazione Erasmus? Qual è la promessa che spera di vedere attesa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Coloro i quali aderiscono alla filosofia di vita centrata sul dogma del disincanto permanente desiderano più che altro divenire oggetto di processi di integrazione nell’ambito della cosiddetta “società aperta”. Indico con questo termine una sorta di feticcio ideologico delle classi dominanti liberali, lo strumento di potere volto ad attuare giganteschi trasferimenti di risorse dai ceti dipendenti in direzione delle classi manageriali e ricche. <strong>I giovani <em>liberal</em> sono a mio avviso letteralmente sedotti dalla possibilità, veicolata loro dal modello della pubblicità e del consenso mainstream, di diventare <em>ipso facto</em> degli “integrati”, ossia dei mediocri, omologandosi a determinati codici culturali simbolici di adattamento allo status quo stabilito dal regime del capitalismo liberale e della società di mercato.</strong> Il filosofo canadese Alain Deneault ha descritto i mediocri del XXI secolo come coloro i quali dispongono di competenze ed esperienza necessarie a ricoprire ruoli e mansioni, anche di livello “alto”, nel mondo delle nuove professioni del lavoro cosiddetto biopolitico ma che, per dovere di fedeltà nei confronti del regime che li ha forgiati e istruiti, non si azzardano a porre in discussione i fondamenti ideologici del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credo che, sempre parlando a livello psicologico, il giovane aspiri a uscire da una dimensione provincialistica. Tu cosa ne pensi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La categoria di provincialismo è, oggi, completamente rovesciata di significato. Provincialismo significa, infatti, grettezza e imperizia, ossia incapacità (o assenza di volontà), da parte delle classi “politicamente attive”, di costruire un pensiero autonomo e critico nei confronti dell’esistente. I fautori <em>liberal</em> della “società aperta” hanno invece, in maniera del tutto fuorviante, preso a definire il provincialismo come una sorta di rifiuto, da parte dei ceti popolari e periferici, di omologarsi ai processi di globalizzazione fondati sulla prevalenza, nella cultura, dell’ideologia della liberalizzazione dei costumi e, in economia, sulla dinamica del trasferimento di risorse dai ceti dipendenti in direzione delle classi agiate, <em>rentiers</em> e proprietarie. L’adesione di massa a tale visione, in realtà, non determina una fuoriuscita da qualsivoglia dimensione “provincialistica”. <strong>L’ideologia della mobilità postmoderna esaspera invece il provincialismo inteso come assenza di creatività, di perizia, di abilità dei giovani a formarsi un pensiero critico e autonomo.</strong> La generazione Erasmus, in particolare, risulta del tutto impossibilitata a costruirsi una capacità strategica di immaginare un futuro diverso rispetto a quello dell’eterno presente consumistico che viene proposto e, in qualche modo, imposto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il giovane, aderendo a questo progetto, spera di diventare un cittadino del mondo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il cittadino del mondo di cui biascica l’utopia cosmopolita è stato descritto dal sociologo Carlo Formenti come «un’astrazione priva di consistenza reale». Il concetto di cittadinanza, infatti, prosegue Formenti, ha una sua ragion d’essere «nella misura in cui si condivide un progetto comune in un determinato territorio, a prescindere dal fatto che vi si parli la stessa lingua o […] che si appartenga allo stesso gruppo etnico o religioso». In altri termini, «cittadini si è se si appartiene a una comunità solidale che stabilisce come distribuire la ricchezza prodotta in quel territorio». Il concetto di cittadinanza è strettamente legato a quello di territorio ed è incompatibile con l’ideologia dei flussi. Anzi, oggi assistiamo a un vero e proprio conflitto culturale e di classe incardinato sulla linea di faglia che divide flussi e territori. <strong>Il “cittadino globale” è nient’altro che parte dell’esercito industriale di riserva del capitale transnazionale e viene disciplinato a tale ruolo mediante il ricorso a processi di socializzazione conformistica generalizzata (il progetto Erasmus, ad esempio, è uno degli strumenti a disposizione delle élite liberali per indurre le nuove generazioni alla socializzazione conformistica generalizzata).</strong> Di fatto i giovani che si autopercepiscono come “alla moda”, soprattutto i più ideologizzati, credono veramente che “libertà” sia sinonimo di liberazione dalle appartenenze pregresse e dai vincoli comunitari d’origine. Di più: molti giovani hanno ormai mandato a mente l’assunto secondo cui libertà e liberalismo sarebbero sinonimi. Libertà significa invece, innanzitutto, sovranità ed emancipazione dai meccanismi odierni di condizionamento, ossia dai paradigmi ideologici propri della “società aperta”, mentre il liberalismo è l’autogoverno dei ceti ricchi. <strong>Il mainstream invita infatti le giovani generazioni a “mettersi in gioco”. Tuttavia, “mettersi in gioco”, nel lessico postmoderno, significa “giocare” al “gioco” che decidono, per tutti, le élite al potere.</strong> E chi “non gioca”, cioè rifiuta di fare il criceto che corre sulla ruota per compiacere il padroncino che sta fuori e guarda divertito, viene immediatamente tacciato di essere una sorta di asociale e pavido. Il ceto <em>professional</em> di servizio alle caste capitalistiche odierne è l’accozzaglia perfetta dei mediocri del tempo presente, quelli che, disciplinatamente, “giocano il gioco” disposto ad arte dai padroni del discorso e dell’economia globale. In realtà sono dei conformisti, degli <em>yes men</em> più o meno remunerati del regime dell’utilitarismo e dell’idolatria del mercato liberalizzato (cioè adattato alle esigenze e ai desiderata dei ceti ricchi).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stai dicendo che l’Erasmus è sostanzialmente un progetto di condizionamento delle menti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-59414 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-12-196x300.jpg" alt="Borgognone" width="196" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-12-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-12-768x1173.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-12-670x1024.jpg 670w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-12-600x916.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/foto-1-12.jpg 787w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" />Le nuove classi dominanti, “colte” e apolidi, che istituiscono la cultura della mobilità come dogma religioso postmoderno, coltivano un progetto molto specifico di manipolazione e riconfigurazione dell’immaginario collettivo. Una riconfigurazione che va poi a delinearsi in un nuovo tipo di mentalità, conforme a quelle che sono le istanze del capitalismo cognitivo-finanziario e del lavoro biopolitico, creando i nuovi sfruttati e alienati del futuro. La società odierna è infatti basata sull’accoglimento generalizzato di funzioni “tecniche” (meramente operative) cui non può corrispondere alcuna arte o perizia, perché il pensiero critico e innovativo potrebbe, in qualche modo, costituire un ostacolo al dispiegarsi incontrastato del regime tecno-mercantile. <strong>Le classi dominanti del capitalismo cognitivo-finanziario riescono, attraverso il Politicamente Corretto, a imporre una nuova morale di massa che sostituisce la precedente morale tradizionale.</strong> La prima è infatti prevalentemente fondata sull’esistenza commerciale. È ciò che si chiama oggi Politicamente Corretto, ossia il versante ideologico del regime di sfruttamento capitalistico. Il capitalismo contemporaneo, finanziarizzato e digitalizzato, si riproduce, nella cultura, attraverso questo strumento di potere. Il sociologo Carlo Formenti fa infatti aperto riferimento «alla solerzia con la quale imprese come <em>Google</em>, <em>Apple</em> e <em>Facebook</em> si fanno promotrici dei principi del politicamente corretto, esaltando le pari opportunità di carriera che vengono offerte ai propri dipendenti e collaboratori a prescindere dalle appartenenze etniche, di genere, preferenza sessuale, ecc. e sanzionando duramente l’uso di linguaggi “inappropriati” al proprio interno». <strong>Chi, infatti, si azzarda a criticare tali fondamenti ideologici viene <em>ipso facto</em> considerato, dalla narrativa che le classi emergenti veicolano al fine di legittimare lo stato di cose presenti, estraneo e nemico rispetto ai processi di integrazione nel perimetro della cosiddetta “società civile”</strong> (laddove, con il termine “società civile”, intendo quella frazione di ceto medio maggiormente interna al perimetro ideologico del Politicamente Corretto).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma com’è che nessuno di questi giovani che hanno vissuto l’Erasmus e poi, di conseguenza, lo sradicamento e la precarizzazione, apre gli occhi?  Penso sia una domanda che ci poniamo in molti: come può accadere tutto ciò? È possibile che la propaganda arrivi fino a questo punto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il sociologo Alain Deneault ha scritto che, oggi, per lavorare «bisogna saper far funzionare un determinato software, riempire un modulo senza storcere il naso, fare propria con naturalezza l’espressione “alti standard di qualità nella <em>governance</em> di società nel rispetto dei valori di eccellenza” e salutare opportunamente le persone giuste. Non serve altro. Non va fatto nient’altro». <strong>Io credo che i ragazzi della generazione Erasmus, istruiti ad hoc presso le costose <em>business school</em> private che frequentano, siano perfettamente a conoscenza di ciò. Accettano il compromesso neoliberale postmoderno (sei mesi di vacanza-studio all’estero, tra svago e “divertimenti”, in cambio del futuro adeguamento al regime disciplinare di precarizzazione permanente) in perfetta malafede.</strong> Questa è una categoria da non trascurare o sottovalutare, quando si effettua una critica dei nuovi ceti medi emergenti. D’altronde, soltanto chi è profondamente in malafede o si trova nella condizione di dover tutelare propri interessi economici o politici di ingente consistenza, può prestar credito alla retorica antifascista in palese assenza di fascismo, per legittimare il regime russofobico dell’Unione europea, della Nato, dell’Euro e degli accoliti politici, giornalistici e accademici di codesti organi del capitalismo cognitivo-finanziario. Una categoria, come quella dell’antifascismo, che in passato può forse aver avuto un ruolo storico in qualche modo rispettabile e legittimo, oggi viene utilizzata dal mainstream, previo rovesciamento palmare del suo significato originario, per cercare di marchiare con lo stigma d’infamia i nemici della “società aperta”. L’attacco furibondo che i <em>liberal</em> indirizzano contro di loro, ossia contro i democratici in senso forte (laddove per democrazia si intende il ripristino delle categorie storiche di sovranità popolare e di dignità nazionale dei popoli), è propedeutico esclusivamente al tentativo, disperato, che i manutengoli del regime pongono in essere per legittimare l’oligarchia finanziaria contemporanea. Ciò avviene attraverso la sistematica demonizzazione del XX secolo, ovvero il secolo in cui la politica ha cercato, per molti aspetti fallendo, di stabilire il proprio primato nei confronti dell’economia. <strong>La generazione Erasmus è, in questo senso, quella frazione di ceto medio globale che si presta, volontariamente, al tentativo delle classi dirigenti di giustificare, attraverso la demonizzazione del passato europeo (fascista e comunista), l’attuale regime centrato sul dominio dispotico dell’economia finanziarizzata e del cosiddetto “libero commercio”</strong> (ma sarebbe meglio dire del commercio liberalizzato, ossia adattato alle esigenze e ai desiderata dei ceti ricchi). Viviamo in un mondo, almeno quello cosiddetto occidentale, grottesco, dove le tragedie storiche (dicotomia fascismo/antifascismo) vengono oggi riproposte in chiave integralmente farsesca (per motivi di mera opportunità ideologica contingente e tattica elettorale, dal PD e dai suoi alleati).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi, in Europa, abbiamo sostanzialmente due fronti, direi: da una parte, c’è una generazione che aspira a una mobilità infinita; sull’altro versante, da sud, arrivano i migranti. Secondo te c’è un intrinseco legame tra la mobilità della generazione Erasmus e quella del migrante, economico o meno che sia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente. Infatti, questi sono migranti economici e culturali, che perlopiù appartengono al ceto medio dei paesi di provenienza. Personalmente, considero i fenomeni migratori di massa odierni come una sorta di tratta degli schiavi del tempo presente. A mio modo di vedere, la figura del migrante economico e culturale è una categoria del capitalismo e della società liquido-moderna e, come tale, è criticabile. Inoltre, i migranti attuali non sono degli immigrati ma, appunto, dei migranti. Non partono da un territorio dato per insediarsi stabilmente in un altro, contribuendo al suo sviluppo economico e culturale. <strong>I migranti si spostano continuamente da un luogo all’altro, consumando (o cercando di farlo) voracemente tutto ciò che un determinato territorio può offrire loro. E questo a prescindere dal colore della loro pelle o dalla estrazione di censo di ciascuno.</strong> Il migrante, per definizione, vuole fare soldi per sé stesso, non migliorare la condizione economica e culturale della comunità da cui proviene o della comunità in cui, provvisoriamente, tende a insediarsi.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
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