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Giuseppe Conte Presidente del Consiglio, reddito di cittadinanza e flat tax (che non verranno mai attuati): Matteo Fais ha raccolto l’opinione di Ilaria Bifarini e Paolo Borgognone

Copertina (61)

L’attesa è tanta. Gli occhi sono puntati e ogni parola proferita ha il peso di un macigno. Intanto chi ha perso è andato a prendere posto sulle sponde del fiume, sperando di vedere presto passare il cadavere del nemico. Uno su tutti Renzi, che gongola sadicamente al pensiero di non essere più nel mirino. Adesso tocca agli altri ed è lui a godersi lo spettacolo.

In un simile clima le fantasie degli opinionisti, economisti, e altre categorie elucubranti fioriscono come muschio nel clima umido. Ma meglio abbandonare il regno del fantasy, e soprattutto del fantapolitico, per tornare nel fattuale e riprendere una più consona navigazione a vista. Pertanto, abbassando per un secondo il volume di certi vecchi tromboni provenienti dai grandi giornali, qui a Pangea.news abbiamo deciso di raccogliere l’opinione di due tra i pochi esperti che ci ispirano fiducia, Ilaria Bifarini e Paolo Borgognone. Potete pensarla come loro o essere in totale disaccordo, ma una cosa ve la possiamo garantire: nessuno li paga per dire ciò che dicono. Sulla libertà di pensiero degli altri, se proprio ci tenete, la mano sul fuoco mettetecela voi.

Vorrei conoscere la tua opinione su Giuseppe Conte.

I.B.: Come gran parte degli italiani, non conoscevo Giuseppe Conte. Ritengo tuttavia sterili le polemiche montate sul suo rispettabile curriculum, in un paese dove il Ministro dell’Istruzione non ha alcun titolo di studio adeguato al ruolo, così come quello della Sanità e molti esponenti e leader politici. Al contrario, il Professor Conte mi sembra una figura adatta a ricoprire un ruolo istituzionale in un momento di transizione così delicato, in cui una figura con un connotato politico più forte avrebbe potuto creare ben altre polemiche e avversioni a livello nazionale e internazionale, da parte di tutti coloro che si sentono minacciati dal cambiamento in atto. La partita ora, come sappiamo, si gioca sul Ministero dell’Economia, che sarà davvero la cartina di tornasole del nuovo governo.

P.B.: Credo che la figura di Giuseppe Conte abbia un’importanza relativa al momento. È un tecnocrate di compromesso, che dovrà gestire l’accordo a tre tra M5S, Lega e il convitato di pietra, cioè i grandi insiemi del capitalismo americano, dalla Ue fino ai fondi d’investimento speculativi con sede alle Cayman, che chiedono al governo nascente “continuità” e “garanzie” rispetto ai precedenti esecutivi guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Insomma, il governo che sta faticosamente per nascere si costituirà con un programma per molti aspetti ideologicamente sbagliato, poiché de facto liberale nelle forme e dannoso nella prassi essendo fermamente liberista in economia. A ogni modo, perlomeno il processo politico che lo ha portato a istituirsi ha fatto emergere, compiutamente, le contraddizioni interne a un sistema di potere e controllo, quello della Ue transatlantica. Questa, ora, dopo le reiterate ingerenze straniere e autoctone – presidenziali – tese a ostacolare per motivi legati meramente alle opinioni di alcuni candidati ministri in merito alle scelte di politica economica imposte da Bruxelles ai singoli Stati, non può più definirsi neppure a parole democratica. Il processo costituente che ha interessato la formazione del nuovo governo ha reso noto e manifesto all’opinione pubblica italiana la natura oligarchica, antidemocratica e intrinsecamente connessa agli interessi degli speculatori di Wall Street dell’Unione europea e dei suoi rappresentanti e fiduciari in Italia, Presidente della Repubblica compreso. Spero che, in futuro, il popolo italiano prenda atto della reale portata politica di questi scenari di matrice coloniale e, appunto, antidemocratica, così inquietanti e concretamente ravvisabili e palesi.

Tu cosa faresti per risanare la disastrata condizione del nostro paese e, soprattutto, come attueresti il piano che proponi?

I.B.: Per risanare il disastro economico italiano, creato da politiche eterodirette, occorre liberarsi dal cappio delle regole imposte dall’Unione Europea. Come ho ripetuto in più sedi, bisogna assolutamente invertire la rotta e attuare politiche economiche anticicliche, riportando lo Stato a svolgere la sua originaria funzione sottrattagli dalle istituzioni internazionali. Continuando con le sciagurate politiche di austerity, fatte di inasprimenti fiscali e tagli ai servizi pubblici, la fine della Grecia è inevitabile. Abbiamo visto come la loro rigida applicazione in questi anni abbia portato a un innalzamento del debito pubblico, poiché deprimono l’economia e il Pil del Paese. Occorre quindi derogare alle regole del Fiscal Compact e alle ricette fallimentari imposte da Bruxelles. Perché l’economia torni a crescere, in un momento di prolungata crisi della domanda, è necessario allentare la pressione fiscale che soffoca le nostre imprese e investire in spesa pubblica produttiva, capace di creare occupazione, in una situazione in cui i giovani sono costretti a emigrare.

P.B.: Cosa farei io ha poca importanza, essendo un Signor Nessuno privo di qualsiasi potere e influenza politica e mediatica di massa. Posso, però, dire cosa certi poteri atlantici vorrebbero che il nuovo governo italiano facesse, affinché tutto cambi perché nulla muti concretamente. Una parte dell’establishment statunitense, contigua al liberal-populismo trumpiano, avrebbe infatti da guadagnare, dal punto di vista geopolitico, da un’eventuale Italexit. I trumpiani, infatti, vogliono attaccare la Germania che esporta con una moneta svalutata e guardano con favore al ritorno del “marco forte” sui mercati valutari internazionali. Con l’Italexit il nuovo marco si apprezzerebbe del 20 per cento. Trump, di fatto, vuole “sistemare le cose” con Cina e Germania, le cui monete svalutate hanno avuto un impatto disastroso sulla bilancia commerciale Usa. Alla corrente politica più legata al Presidente, negli Stati Uniti, serve un’Italia con un ministro dell’Economia anti-euro e un ministro degli Esteri atlantista. Ovvero, ciò che M5S e Lega sembrano disposti a dargli. Paolo Savona ha infatti scritto, nel suo ultimo libro, che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro e rafforzare l’alleanza con gli Usa, in modo da proteggersi dalla speculazione sui “mercati”. Gli Usa, però, pretendono “rassicurazioni” dal nuovo governo italiano. “Rassicurazioni” che Conte ha già fornito a chi di dovere, ribadendo con fermezza la linea di geopolitica atlantista che il suo governo perseguirà. Gli Usa vogliono infatti agganciare fermamente al loro carro il nostro Paese dopo l’Italexit, evitando qualsiasi “scivolamento a Est”, in chiave filo-russa, della politica estera italiana. E lavorano alla concretizzazione di questo scenario cercando di evitare che la Germania se ne accorga per tempo. In quel caso, certo, Berlino stringerebbe immediatamente rapporti di collaborazione geopolitica ed economica con Mosca e Pechino e l’egemonia degli Stati Uniti in Europa crollerebbe, portando il blocco euro-atlantico al conflitto bellico interno. Da un lato vi sarebbero Usa, Francia, Italia e altri staterelli mediterranei e baltici della Ue, vassalli di Washington, dall’altro Germania, Russia e Cina. In altri termini, il nuovo governo italiano ha la possibilità di costituire, potenzialmente, il fattore d’innesco della crisi terminale della Ue. Questa è, chiaramente, già dal 2012, un cadavere tenuto artificialmente in piedi con stampelle e fili dalle burocrazie di governance economico-mediatica che la amministrano per conto terzi (e Mattarella, tutto questo, lo sa perfettamente). Gli Usa, comunque, sono un potere conflittuale al loro interno. I neocon, ad esempio, sono contrari alla linea trumpiana del divide et impera su basi “neonazionaliste” e perseverano con i loro piani strategici, centrati sull’idea del tentativo di esportazione della “rivoluzione liberale globalista”, ovvero il dominio dei mercati transatlantici “aperti”, su scala planetaria.

Dei cavalli di battaglia dei due partiti che saranno coinvolti nell’esperienza di governo, la flat tax e il reddito di cittadinanza, cosa ne pensi?

I.B.: Entrambe queste misure sono realizzabili soltanto contravvenendo alle regole imposte dall’Unione Europea. Perché il reddito di cittadinanza possa funzionare è necessario agganciarlo alla produttività e al lavoro. Soltanto attraverso il rilancio delle opere pubbliche, degli investimenti nella ricerca e nell’innovazione, nonché della manutenzione del territorio e del prezioso patrimonio ambientale e artistico italiano, è possibile creare nuovo lavoro, avviando un circolo virtuoso che stimoli gli investimenti. Se non si risolve il problema della mancanza di opportunità di lavoro, il reddito di cittadinanza si ridurrebbe a un sussidio di disoccupazione. Riguardo alla flat tax sono favorevole alla sua introduzione per le imprese, che hanno un disperato bisogno di alleggerimento e semplificazione fiscale, mentre manterrei una differenziazione di aliquote per i redditi delle persone fisiche. Nel contratto del nuovo governo, infatti, è stata proposta una doppia aliquota.

P.B.: Sono contrario a entrambi. La flat tax è l’ennesimo provvedimento governativo teso a rifinanziare i crediti dei ricchi, scaricando sui poveri i costi della “crisi”. Sono ormai quarant’anni che i governi italiani, asserviti alle logiche neoliberali, perseguono queste traiettorie di politica fiscale. Il loro obiettivo è quello di creare un Paese perlomeno duale, distruggendo ogni traccia di coesione sociale interna e svincolando i ricchi da qualsiasi responsabilità politica, economica, fiscale e morale. D’altronde, il liberalismo è l’autogoverno dei ceti ricchi e l’Italia, da quarant’anni a questa parte, ha conosciuto, conosce e conoscerà soltanto esecutivi stranieri e imposti dall’esterno, dagli Usa e dalla Ue transatlantica, che definire fondamentalisti liberali sarebbe persino eufemistico. Inoltre, il 4 marzo, le forze politiche che, a destra come a sinistra, si opponevano alle logiche neoliberali di cui sopra (centrate sul trasferimento permanente di risorse dalle classi povere in direzione dei ceti ricchi), non hanno ottenuto i voti sufficienti per entrare in Parlamento. Il reddito di cittadinanza, infine, è una misura demagogica promessa dal M5S per accaparrarsi il voto massivo delle aree più disagiate del Paese. Comunque è perfettamente inutile parlare di flat tax e reddito di cittadinanza, poiché questi due provvedimenti non verranno mai attuati dall’esecutivo che dovrebbe nascere. Perlomeno, non nelle forme di demagogia fiscale e assistenzialistica veicolate e promesse in campagna elettorale. Le uniche cose sensate che questo governo, se vuole essere degno di tale nome, dovrebbe fare, sono: l’abolizione delle sanzioni alla Russia, la revoca del Jobs Act, della legge Fornero, lo stralcio immediato del pareggio di bilancio in Costituzione, del fiscal compact, la secessione dalla Bce. In ultimo, il cambio di paradigma, in direzione perlomeno “conservatrice”, dei rapporti di forza interni in ambito a determinate scelte di “politica culturale” imposte alla società, contro la natura stessa della società italiana, dai liberali negli ultimi anni. Io sarei anche per uscire immediatamente dalla Nato. A volte, però, penso che, per un certo periodo di tempo, l’Italia potrebbe ancora rimanere nell’alleanza atlantica. Così facendo potrebbe esercitare, in tale consesso criminale, un ruolo ostruzionistico di vera e propria quinta colonna russa, per sabotare la Nato dall’interno, impedendo al braccio armato del capitalismo liberale e della “società aperta” di muoversi, operare e agire in ogni scenario.

Matteo Fais

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