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	<title>occhi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della fi*a”: contro la nostra esasperante pretesa di purezza. Un paria dell’Intelletto sculaccia Céline, Beckett, Pessoa e gli attuali paladini dell’arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 07:48:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“L’arte non può mai eguagliare la ricchezza della natura… la natura insomma è la sola potente, e l’arte non solo non l’aiuta, ma spesso la nega”. Leopardi Se la guerra, nella natura umana, non rappresenta solo un vuoto transitorio della nostra moralità, un errore, un’eccezione alla nostra innata nobiltà o alla nostra superiore facoltà civilizzatrice; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bisogna-arrivare-a-parlare-di-cultura-come-si-parla-della-fia-contro-la-nostra-esasperante-pretesa-di-purezza-un-paria-dellintelletto-sculaccia-celine-beckett-pessoa-e/">“Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della fi*a”: contro la nostra esasperante pretesa di purezza. Un paria dell’Intelletto sculaccia Céline, Beckett, Pessoa e gli attuali paladini dell’arte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“L’arte non può mai eguagliare la ricchezza della natura… la natura insomma è la sola potente, e l’arte non solo non l’aiuta, ma spesso la nega”. <em>Leopardi </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se</strong><strong> la guerra, nella natura umana, non rappresenta solo un vuoto transitorio della nostra moralità, un errore, un’eccezione alla nostra innata nobiltà o alla nostra superiore facoltà civilizzatrice;</strong> se la natura riduce in polvere, senza il minimo riguardo, le creazioni della saggezza; se anche nei paesaggi più idilliaci, tra gli alberi e sotto le foglie, gli insetti si divorano l’un l’altro, e la violenza è intimamente legata alla vita, come afferma l’artista Francis Bacon e, prima di lui, Goethe nel suo <em>Werther</em>, e Schopenhauer – <em>p</em><em>ensare</em>, dopo il peccato originale, equivale innanzitutto a “rinunciare a se stessi, al proprio essere vivo”, come afferma Šestov; a vegetare alle dipendenze della sola riflessione, con un rivolgimento dell’istinto dall’esterno all’interno, una forma di contrasto della vitalità reale, impura, per sublimarla a un livello superiore, astratto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Postulata la mediocrità delle creature, e del creato, ci siamo spinti in direzione di tutto ciò che è increato,</strong> eterno, immortale, che non muore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono più di duemila anni che, qui da noi, ci insegnano che nascere è una colpa, che esistere è una colpa e, soprattutto, che il <em>desiderio </em>di esistere è un peccato.</strong> Sono più di duemila anni di gnosi che detesta la carne, le passioni, l’empiria, la materia, la natura, il mondano e quale unica cura predica astensione, ascesi e amore liberatore per la vita intellettiva. L’emozione reale spodestata. L’indiretto e il derivato al posto di ciò che è diretto e immediato. L’eccitazione irrimediabilmente filtrata dalle parole, dall’impostura verbale. La proscrizione di tutto ciò che è esteriore, basso, inferiore, poco nobile. Il venir meno del <em>tono </em>degli esseri e delle cose. Il suicidio dell’organico, dell’impressionismo all’aria aperta, per rinchiudersi nel colombario dei concetti o dello spirito. Respirare aria di serra. Il potente disprezzo per il prestigio ambiguo della carne – perfino Leopardi, il virginale recanatese, mutuò il suo sensismo dall’algido sensismo gnoseologico di Condillac.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco importa predicare, a parole, la linfa dei chiaro scuri. L’eloquenza intellettuale, l’incedere dei dotti, la luce del giorno, inesorabile, prende il posto della creazione, di una potenza oscura e muta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È il dramma dello <em>spirito</em>, del suo apparire e farsi strada in noi, il suo avventurarsi a costruire un altro mondo, etereo, diafano, immateriale, per bilanciare ciò che si è perduto, non si è mai avuto o non si potrà mai avere o non si ama in questo mondo. Una vile fuga.</strong> Un’evasione nel sogno per imbarcarsi nell’irreale. L’innaturale tentativo di superare le proprie condizioni biologiche. La “fuga dall’immanente” nelle liriche della Cvetaeva, trasfigurata in sprezzante e orgogliosa avventura, che vanta tra le proprie fila una sterminata legione di adepti, avendo essa trascinato dietro il suo carro fior di prìncipi del pensiero e di creatori, ridotti a schiavi felici di servire un tale padrone.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti indubbi capolavori sono nati dalle penne di questi schiavi. Nessuno lo può negare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se, paradossalmente, un grande storico delle idee anti-positivista, liberale come Isaiah Berlin rimase affascinato dagli argomenti trattati nei suoi mirabili saggi <em>Le radici del Romanticismo</em> e <em>Il Mago del Nord</em>, in realtà egli fu tutt’altro che un alleato delle rivendicazioni del sottosuolo. <strong>Conservatore e prudente, adottò sempre profonde strategie di difesa nei confronti dell’irrazionale.  Dostoevskij e gli abitanti del sottosuolo vennero citati solo in un paio di sfuggenti occasioni, da questo affascinante poli-erudito e iper-intellettuale, che capiva troppe cose con la testa e non con il cuore.</strong> Letteralmente allergico allo scrittore russo, che a suo dire lo metteva a disagio, ne detestava l’estremismo. Era un incubo che lo seduceva ma da cui non vedeva l’ora di risvegliarsi, quando lo leggeva. Ammetteva che fosse uno scrittore profondo, più profondo di Tolstoj, ma gli preferì comunque quest’ultimo!</p>
<p style="text-align: justify;">Parlò allo stesso modo della sfinge <em>Stirner.</em> In un’unica occasione e con decisa diffidenza, sminuendo la portata filosofica dell’<em>Unico</em>, che a suo dire rappresentava lo sterile frutto di un: “Romantico che si è spinto troppo oltre”. <strong>Unica timida, inutile attenuante, e giudizio tanto lapidario quanto superficiale: “era un malato e un folle”, per concludere con un quanto mai rivelatore: “Kant ha giustamente vinto…</strong> Il risultato del Romanticismo è dunque il liberalismo, la tolleranza, la decenza e la consapevolezza delle imperfezioni della vita; in una certa misura, un accrescimento dell’auto-comprensione della ragione. Ciò era lontanissimo dalle intenzioni dei romantici. Ma al tempo stesso (ma entro questi limiti la dottrina romantica è vera) essi sono le persone che hanno insistito con maggior forza sull’imprevedibilità di tutte le forze umane. Sono dunque saltati in aria sulla bomba che avevano fabbricato. Mirando a una cosa, hanno prodotto, fortunatamente per noi tutti, quasi l’esatto contrario”.</p>
<p style="text-align: justify;">Semplice accrescimento dell’auto-comprensione della ragione, dialettica negativa, è tutto ciò che può offrire il ragionevole Berlin. Differenza abissale, con il ben più profondo e paradossale liberalismo di Leopardi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso al grande solitario e imperscrutabile Samuel Beckett. A colui che, sedotto dal silenzio, nelle sue opere ripudiava il verbo ma provava <em>gioia</em> nello scrivere e, al pari di Valéry e Proust, trovava il suo unico sostegno nelle parole, i “simboli della fragilità trasmutati in fondamenta indistruttibili”;</strong> e nel deserto, da cui fu terribilmente tentato, il mitico riparo dalla tirannia del volto umano, al punto che lo si poteva immaginare in un chiostro, chiuso in un convento: “in una cella completamente nuda, non contaminata dal minimo arredo, neppure dal crocifisso… si ricordi lo sguardo lontano, enigmatico, inumano che ha in certe fotografie”. L’inclinazione gnostica, la vocazione ascetica, ascendente del pensiero e della creatività la faranno sempre da padrone. Al punto che lui stesso arriva ad affermare nel suo <em>Proust</em>: “la saggezza di tutti i saggi… consiste non già nella soddisfazione, bensì nell’ablazione del desiderio”, in nome della quale trasfigura: “la falsa realtà dell’esperienza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una inclinazione imposta dalla sua formazione. Dall’ingombrante influenza, apertamente dichiarata, di Schopenhauer, poiché nello scrittore irlandese ritroviamo un’eco di Leopardi, ma filtrata dal <em>dubbio</em> di Schopenhauer, il filosofo che si piegò, con il fondo paradossalmente kantiano del suo pessimismo, allo spirito del tempo, e a una passionale quanto sublime etica di auto-rinuncia che conciliava il cristianesimo con il buddismo; al suo amore, mutuato dal filosofo di Königsberg, per la parola “disinteressato” e la famosa “serenità spirituale” tanto esaltata dai filosofi. La pallida <em>aequanimitas</em>!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla scelta, altrettanto determinante, di scrivere solo in francese, una lingua cartesiana, come lui stesso dichiarò, per le sue qualità ascetiche, di logicità, rigore e chiarezza</strong> che, sebbene non riducibili alla secchezza che caratterizzava la scheletrica prosa dei moralisti, gli avrebbero consentito di attingere uno stile poetico più purificato, astratto, nitido.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’assoluto pallore ascetico del riso dianoetico, da lui chiamato letteralmente all’appello. Il <em>risus purus</em>. Perché? Le fottute “virtù dianoetiche” sottomettono gli elementi passionali. Sono proprie dell’Intelletto. E, soprattutto, sono una risorsa per liberarsi dal fardello tragico dell’io. Polverizzano l’io dissacrandolo! <strong>Con una saggezza, sostengo io, che guarda in acquario l’assurdo, con arcano terrore, appena dissimulato da un vano ghigno di scherno, cazzo.</strong> Lo stesso Schopenhauer vedeva nella nobile e potente <em>tragedia</em>, che definiva una “maestra di rassegnazione”, qualcosa di ostile alla vita!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso anche a Louis Ferdinand Céline, a quella leggenda che vuole la sua corrosiva lucidità, le sue impietose diagnosi, visceralmente collegate al reale.</strong> A Lou che, al pari di Proust, fu il geniale becchino di un mondo marcio.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure con quale occulto fervore coltivò una disposizione ascendente del pensiero, una naturale inclinazione ascetica, un paradossale puritanesimo. <strong>A tratti, una sfoggiata igiene giansenista. “Sono un voyeur, non un esibizionista… guardo, non consumo”, ci dice, quando sostiene di essere allo stesso tempo un positivista <em>sui generis</em> e un mistico. </strong>Di amare la dissezioni anatomiche, attraverso cui ricercare la famosa “linea astratta” (“ne parla anche Valéry, ma con volgarità”, afferma da qualche parte) e che le disgrazie, i difetti fisici, nonché le funzioni bassamente digestive lo allontanavano dal corpo umano, dalla persona vivente!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Céline che, travestito da bohémien, rotto a ogni esperienza, medico dei poveri e ogni genere di piaga, amava la bellezza delle donne, al punto da dire: “sono finito a letto con quasi tutte le donne <em>carine</em> che conosco”,</strong> facendo intuire, paradossalmente, tra le righe, in quell’innocente aggettivo, il profumo della perfezione, l’ascesi <em>in nuce</em> che compensa il micidiale fetore della rugosa realtà. Amava infatti la bellezza delle ballerine, di cui ammirava soprattutto la <em>grazia</em> e la <em>perfezione</em> fisica, o le gambe invariabilmente toniche delle donne comuni che erano costrette a marciare per le strade sotto l’Occupazione. Assomigliando così, lui, per assurdo, al Plotino che incatenato al <em>noûs</em> cantava l’idea dell’armonia come vera sorgente della bellezza, evocando la fottuta staticità e  simmetria dell’estetismo classico della forma, e questo benché esistesse un altro genere di bellezza, irriducibile all’armonia, che l’altro Plotino, il <em>misologo</em>, tra i primi avrebbe rivelato, partecipando così a una bellezza più grande, a un’estetica della vita, del movimento, non simmetrica: “Un uomo brutto, se vivo, sarà sempre più bello della statua più bella”, canta l’antico pensatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a quel Céline che amava gli animali, ma solo al punto da circondarsi di creature rigorosamente domestiche, i suoi amati cani e gatti, poiché non mancava di sentenziare “la natura è schifosa”. </strong>Non a caso: “In tutte queste città non si riesce a vedere un solo animale vero. Il cane e il gatto sono troppo umanizzati per poter essere annoverati fra i rivali e le vittime dell’uomo. Entrambi fanno la figura dei traditori. In realtà lo sono. I ‘collaborazionisti’ della zoologia”. <em>Cioran</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Céline, che immaginava una rivoluzione anti-materialista, condotta da una stirpe di esseri umani che avrebbe saputo <em>astenersi.</em></strong> Che prefigurava e augurava la stirpe della futura umanità nel dominio di una razza di asceti. Si mangia e si scopa troppo!, ci dice Lou.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È qui che, a saper guardare, vengono alla luce anche la reale natura e i limiti del suo <em>argot </em>letterario. Il suo voltolarsi nelle più sterili contraddizioni. Pur scorgendo l’origine più autentica di ogni atto o espressione nell’impressione e nell’emozione, e non nel verbo, e nella morte la sola ispiratrice, e amando il lirico al punto da scrivere: “il sangue degli altri non piace alle Muse”,</strong> Lou cade nel paradosso di voler riprodurre, sulla scia dei Villon, Morand e soprattutto Rabelais, l’emozione e l’eloquenza naturale sul foglio di carta, con l’ausilio di una tecnica raffinatissima, iper-studiata. Apoteosi dell’innaturalezza. Stile sincopato. Abuso di neologismi, punti esclamativi e punti di sospensione… “Céline ha compromesso per sempre i punti di sospensione”, notò Cioran. Una fottuta tecnica adottata a freddo. Come accade a ogni tiritera modernista, poco importa se nel suo caso la <em>trouvaille</em> sia di segno opposto, reazionario, per: “vivificare l’antico”! Se Cioran arrivò al punto di affermare: “Come si può essere pazzi o poeti nella lingua di Cartesio?”, nella cultura dei Malherbe e dei Voltaire, la riposta non è l’<em>argot scritto </em>di Céline, via Rabelais, la stridente illusione astratta, da metallica ingegneria <em>in vitro</em>, di replicare l’anima epocale di una voce sporca, da strada.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggetelo. </strong><strong>E non dimenticherete mai del tutto il suo espediente stilistico (salvo nell’esordio del <em>Viaggio al termine della notte</em>, che lui stesso considera ancora troppo ‘letterario’, “la frase fila ancora troppo liscia”).</strong> Il tentativo di superare l’impasse di una lingua iper-civilizzata e convenzionale, gettato in faccia come un qualsiasi gesto d’avanguardia letteraria. Come innovazione. <em>Argot </em>a getto continuo. Una tecnica che non sta in piedi, se riprodotta in serie.  Estremismo stilistico. Dove la splendida immediatezza viscerale del parlato, la sua potenza ed esplosiva vitalità diventa un penoso leone in gabbia, cazzo. Lo sfoggio dell’umano troppo umano attraverso la linea astratta della gabbia linguistica. Un semplice surrogato scritto del vigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stridore della sua tecnica organizzata, sistematica, esteriore, porta a galla un paradosso.  Accade come per quelle donne che, in preda alla parola scritta sulla carta, ossia a un cazzo finto, di gomma, per soddisfare la loro vitalità, alla fine, frustrate, finiscono sempre per rimpiangere la carne, l’organico. <strong>L’epilogo è scontato. Il vero Céline, allora, è l’oratore, il divagatore in presenza, al punto che potremmo affermare: “la sua parola, più favolosa ancora della sua scrittura”? Se stento ad avvertire una continuità, una presa diretta tra l’oratore e la tecnica dello scrittore, </strong>sono costretto a nuotare perennemente attraverso le scorie del suo <em>argot</em>, a ignorarlo, per godere della dissacrante potenza lirica di questo moderno <em>Qohèlet.</em> A nuotare oltre il suo assoluto letterario, il suo progetto di riportare la semplice convenzionalità della metafora letteraria al reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo <em>Viaggio al termine della notte</em>, troppo spesso capiterà di leggere Céline e provare quasi lo stesso fastidio con cui si potrebbe leggere lo sperimentalismo di <em>Horcynus Orca.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Analogia iperbolica?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci si adatta mai del tutto alla musica della scrittura di Céline, al punto di rientrare naturalmente nella geniale provocazione del suo universo linguistico.</strong> Si può adorare Lou, e nondimeno riconoscere i suoi plateali limiti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso anche al potente Antonin Artaud, uno dei pazzi più belli del mondo, che a un certo punto evocherà accorato Renè Guènon,</strong> l’alfiere dell’Intellettualità pura, il maniaco dell’Intelligenza, e disprezzerà la sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Fernando Pessoa, un solitario metafisico amico della gnosi, che ricorda la vanità qohelètica e quella leopardiana, </strong>e allo splendido <em>Il libro dell’inquietudine</em>, lucida percezione e trascrizione della precarietà di un’anima elevata al rango di una visione, e una tirata ininterrotta contro tutto ciò che è carnale, uno sfoggiato disprezzo per i sensi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Franz Kafka, allo scrittore in assoluto più ferito dal mistero e dall’assurdità. Un tragico potente, ambiguità di una volontà disarmata, ascetica:</strong> “il suo sogno di potenza, il solo che lui, nemico di ogni potere, abbia mai desiderato realizzare”, il Kafka animale, sì, ma soprattutto scarafaggio, coleottero, talpa, tenero, puro, accorato e straziante. L’antagonismo del più <em>mite</em> tra gli uomini. Quello che <em>più conta</em>, per le anime belle, critici, scrittori, poeti coscienziosi e probi consumatori di saggistica. Il pantheon dei colti, gli amorosi eunuchi che vegetano nel nauseante brodo della probità critica, moralistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Gómez Dávila, l’alfiere di un monachesimo laico. Membro ideale della Repubblica delle Lettere. </strong>Formidabile autore di un solo ipertrofico e monumentale libro, la raccolta degli <em>Escolios</em>, a cui gli altri rari volumi pubblicati fanno da contorno. A questo antimoderno intento a foderare la sua casa di libri, per acquattarsi in mezzo a loro e vivere in una casa-biblioteca. Al punto che, in lui, autentico maniaco dei libri, pensatore privo di immagini, non avvertiamo mai il tono e l’invadenza ambigua del reale, bensì l’assenza del contatto con la strada e, per lo più, il ritiro a una vita appartata – se si eccettua l’amministrazione degli interessi della fiorente azienda di famiglia, l’occasionale frequentazione dell’esclusivo e borghese Jockey Club di Bogotà, e selezionati artisti e intellettuali dell’epoca – dedita soprattutto alla scrittura e alla lettura. <strong>A un’ascetica e mistica <em>biblioterapia</em>. Il centro di tutto. Qualcosa di troppo euristico o monacale. Dove manca il tono della scrittura nell’esistenza, poiché lui, al pari di Blanchot e una legione di pari, fu più affascinato dall’esistenza nella scrittura.</strong> Da quella biblioteca che finì per essere la sua vita, e il suo mondo. Al punto che, quando si ammalò, il suo letto venne portato nella parte più personale della sua biblioteca, autentica Torre di Babele. Quella dove scriveva, leggeva e riceveva gli amici. È lì che morì, in mezzo a pile di libri. È in questo universo libresco che la “metafisica sensuale” del cattolico Dávila si mosse, un immenso chiostro laico fatto di volumi, dove la sessualità è ‘venerata’ solo in quanto potenza passionale da sublimare a mero propulsore ardente della trascendenza, della vita intellettiva!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Manlio Sgalambro. A colui che, vittima del suo machiavellismo della conoscenza, fatto di analisi cartesiana e rigoroso intellettualismo, visse le proprie passioni come semplici stati intelligibili, in uno stato di avversione permanente tipicamente gnostico, </strong>che gli faceva affermare, sovrano: “il riprodursi della società mondana è cosa maligna, come lo è il riprodursi della natura”, e questo perché guardava alla società come va guardata la natura: “dal quale ormai ci percepiamo svincolati”. Allo stesso modo, malediceva la malaugurata esistenza di qualunque cosa non fosse la <em>mente</em>, che ai suoi occhi rappresentava l’unica vera salvezza. Esistere<em> realmente</em>, in sé, per lui era solo odioso, e un peso!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a Julius Evola, a questo auto-recluso nella prospettiva anti-biologistica del neo-idealismo, che si innalza al di sopra del mondo sensibile con una dottrina dell’assoluta astrazione e dell’assoluta libertà,</strong> ardente contrassegno di un autentico valore spirituale che permetterebbe a l’Io assoluto di negare la realtà esterna, di superare il “principio di natura”! Penso al suo <em>guénonizzare</em> Nietzsche, per collocarlo in un quadro di riferimento che trascendesse l’idea naturalistica della vita. La vita come immanenza. Per proiettarsi oltre ciò che lui stesso considerava l’aspetto “deteriore e inconsistente” di Nietzsche. Il suo limite più evidente. Quello di evocare la trascendenza collegandola intimamente all’immanenza, al naturalismo, alla vita, intrecciando continuamente vita e trascendenza, e non a un principio ‘superiore’ ad essa! Penso ai suoi commentatori, i noiosissimi evoliani, che ritengono la critica di Evola uno dei suoi maggiori meriti: quello di aver liberato Nietzsche dal suo soggettivismo, e da <em>ogni forma </em>di naturalismo! E penso all’epilogo di quel giovane e autorevole evoliano, che dichiara apertamente, guardandomi negli occhi, con sincero e convinto candore, la funesta conseguenza del suo amore astratto, per giunta libresco: “Io ho rinunciato a <em>procreare</em> biologicamente, perché i miei figli sono e saranno sempre i libri”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso a La Rochelle, apparentemente così sensibile al tema del corpo</strong>, in <em>Note per comprendere il secolo</em>, dove infine scrive un breve paragrafo rivelatore, che fa da pendant a tutto il suo saggio: “Di fatto, qui non si crede né al corpo né all’anima. Non al corpo, giacché è semplicemente il supporto materiale dell’anima; non a quell’anima che avesse bisogno del corpo per specificare la sua esistenza”. Lui pensa all’Essere!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso al geniale Giorgio Manganelli, il <em>Manga</em>, questo orso spaurito, acquattato in mezzo ai libri, che riconoscerà sconfortato la sua impotenza, e la necessità di creare cultura che eguagliasse una voragine viscerale:</strong> “Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla della figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare, non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un ‘fatto’, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, come è di tutto ciò che appartiene ai visceri, se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene o anche necessario ed onesto liberarsi (spogliarsi). …I libri non esistono: ma esiste il nostro fare carne di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che ogni vero scrittore: “è un distruttore che accresce l’esistenza, che l’arricchisce scalzandola”, lo è sempre paradossalmente, con un’esperienza scavata nel corpo che si fa pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La concezione proustiana che vede nell’arte qualcosa di superiore alla vita, all’esperienza della vita bruta del mondo umano – ch’egli considera peggiore dell’animale! – è accettabile solo quando con ciò intendiamo che l’uomo, ormai proiettato oltre la bruta materia, la biologia dell’animalità pura, il caso evolutivo,</strong> per non annegare nel piatto materialismo del senso comune della vita quotidiana (o nell’immanentismo assoluto del materialismo razionalista, scientista, che non risparmia il mistero di niente e di nessuno!), in quello che Gogol’ definiva il “dèmone meschino” della banalità umana, dispone come suprema risorsa dell’Arte. Allora, sì, per non perdersi in una sordida e grigia oscurità, l’arte sarà più <em>vera</em> di questa vita quotidiana, come sostiene Proust. Ma fermarsi qui, e affermare che in assoluto l’arte, intesa come superiore facoltà spirituale, sia superiore alla vita, a quella dimensione che sfugge al nostro controllo, alla nostra civiltà; e che essa consisterebbe nel rendere interiore, e dunque accettabile!, la smisurata estraneità del mondo esteriore – vuol dire fermarsi alla constatazione di un esteta che non eccede le forme, l’umano, e commettere lo stesso errore di tutti coloro che fuggono dalla “vera vita”, voltando le spalle al reale, alla dimensione extra letteraria ed extra artistica delle creazioni, alla loro oscura origine, che non è solo un <em>penchant </em>letterario, o ‘mentale’, sublime, ma qualcosa di non umano, viscerale, materiale, oscuro. È una vecchia illusione e viltà idealista, gnostica, che i poeti e gli scrittori, anche Proust!, hanno condiviso per molto tempo con i filosofi e le religioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Divago, certo, come argonauta di una solitudine volontaria, un apostata delle funzioni pubbliche e un increscioso paria dell’Intelletto!</strong> Ma ho almeno il buon gusto di non appellarmi a un quanto mai impossibile mito del “buon selvaggio”, né a un realismo ingenuo. Forse è solo un invito a destarsi, anche solo in parte, da un funesto e letale torpore sovrannaturale, che è solo una fottuta finzione euristica!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto il mondo culturale, l’arte, la poesia, la letteratura, critici, scrittori, letterati, artisti, teologi, storici, insomma tutti, sono costantemente educati a questa rimozione gnostica, a questa vile e innaturale ‘elevazione’.</strong> Forse è un’iperbole, ma, a parte le personalità di eccezione, le fertili contraddizioni, le metafore proibite viventi che affollano le antologie o le strade non battute della cultura, una stretta minoranza, e qualche outsider contemporaneo, questo mondo mi annoia profondamente. <strong>C’è qualcosa di disgustoso nel fetore che emana questa esasperante pretesa di purezza: “Le parti dov’è più odore sono quelle dove si raccoglie più anima.</strong> L’occhio, che è senza odore, è specchio, non anima. Aggiungere profumi al corpo è aggiungere anima o fingere di averne, se manca, una. Gli odori troppo forti ci sono diventati sgradevoli, perché l’eccesso d’anima è intollerabile a misura che l’animalità naturale è repressa e frenata dalla civiltà.” <em>Ceronetti</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
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		<title>Fabrizio Corona non è diverso da Houellebecq ed è meglio di troppi Premi Strega. D’altronde, la Santanchè ha ragione, il denaro rende liberi. Il maître à penser nell’era dei social: parla l’uomo che ha inventato Alberto Forchielli</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 08:16:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho i miei soliti 4.990 amici su Facebook. Ho il fisionomist all’ingresso ma 10 posti li tengo liberi per chi mi scopre soltanto adesso, magari perché si è reso conto che ho inventato Alberto Forchielli. I miei amici li curo con un certo zelo. Periodicamente cancello gli account vuoti. Elimino i negazionisti, i nostalgici del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabrizio-corona-non-e-diverso-da-houellebecq-ed-e-meglio-di-troppi-premi-strega-daltronde-la-santanche-ha-ragione-il-denaro-rende-liberi-il-maitre-a-penser-nellera-dei-social-pa/">Fabrizio Corona non è diverso da Houellebecq ed è meglio di troppi Premi Strega. D’altronde, la Santanchè ha ragione, il denaro rende liberi. Il maître à penser nell’era dei social: parla l’uomo che ha inventato Alberto Forchielli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ho i miei soliti 4.990 amici su Facebook. Ho il fisionomist all’ingresso ma 10 posti li tengo liberi per chi mi scopre soltanto adesso, magari perché si è reso conto che ho inventato Alberto Forchielli.</strong> I miei amici li curo con un certo zelo. Periodicamente cancello gli account vuoti. Elimino i negazionisti, i nostalgici del Duce, di Stalin, i radical chic e gli estremisti di ogni tipo. Almeno quelli senza ironia. Insomma, cerco di mantenere il miglior mix possibile tra i miei interessi, gli amici lontani che ormai sento solo qui e quei pochi, tra i digitali, che stimo e leggo con piacere. La somma è un mondo variegato che osservo con curiosità, anche per lavoro. Un mondo che ogni settimana produce dei trend legati all’attualità. E negli ultimi giorni, su tutti i temi più in voga, sono due quelli che mi appaiono di continuo e sempre uguali come fossero i fogli scritti a macchina da Jack Torrance all’Overlook Hotel prima di provare a prendere ad asciate moglie e figlioletto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo è il capitolo “Fighe” del nuovo libro di Corona, pubblicato da Mondadori Electa, che come linea editoriale vuole solo autori famosi sui social. Linea editoriale contestabile ma comunque di successo, visto che Corona è saldamente nelle prime 30 posizioni dei best seller di Amazon. </strong> Centinaia di amici – anche gente che dai commenti si capisce che non ha mai letto un libro vero – ripostano la stessa foto con la pagina iniziale del capitolo in italiano ormai più letto di sempre su Facebook. E questo è l’incipit.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io ho un magnetismo: guardo una donna e dopo un attimo sono lì che me la faccio. Una delle scopate più belle degli ultimi tempi è stata all’Hotel Parco dei Principi di Roma.</strong> Non me la posso proprio dimenticare. Mi stavo allenando, arriva una ragazza sudamericana, mi accorgo del suo profumo Chanel, del suo Rolex da quarantamila euro; mi guarda, io guardo lei, dopo due minuti cominciamo a scopare come dei pazzi nel bagno dell’hotel. Questo sono io. Basta uno sguardo, e via”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti indignati, va bene, ma devo dire che su questa cifra stilistica – con qualche piccolo accorgimento estetico – Michel Houellebecq ci ha costruito una leggendaria carriera.</strong> Poi con le righe successive il pathos narrativo scade, però, a occhio e croce, si fanno comunque leggere meglio di quelle altrettanto inutili di parecchi vincitori di Strega e Campiello degli ultimi vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo è la frase di Daniela Santanchè: “Il denaro è l’unico strumento di libertà”.</strong> Frase rivolta agli studenti durante il programma tv “Alla Lavagna”, su RaiTre, dove personaggi famosi si sottopongono alle domande di una classe di bambini tra i 9 e i 12 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il denaro – ha detto lei – è l’unico vero strumento di libertà. I soldi servono ad essere liberi. </strong>Il mio papà ha insegnato a me e ai miei fratelli che chi paga comanda, pagare i propri conti vuol dire comandare. Il denaro è un grande strumento di libertà”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti di nuovo indignati, va benissimo, però,</strong> facendo la tara alla forma un po’ arrogante che fa parte del personaggio imprenditorial-fetish-milanese-versiliano-cougar e al fatto che chi paga può anche comandare fino a quando chi riceve i soldi accetta la questione senza mandare a fanculo il pagatore, c’è davvero da indignarsi dinanzi a una delle regole guida del nostro pianeta?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio, si può essere liberi anche senza soldi, ma questi aiutano e non poco. <strong>Tanto per dire, senza soldi, Gianluca Vacchi aveva la libertà di mettere in piedi tutto il suo spettacolo di vita? E Briatore? E Lapo?</strong> E ancora Corona con il suo “magnetismo”? Quando i soldi li aveva, per tanti era un mito. Adesso è solo uno sborone sfigato da deridere per un libretto banale scritto da altri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco una voce fuori dal coro: </strong>al tempo dei social, con i soldi siamo tutti dei maître à penser; e delle ridicole merde, se li finiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
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