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	<title>May Swenson Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Allena le mani come falchi”. Sulla poesia di May Swenson</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2024 03:49:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Elizabeth Bishop]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura statunitense]]></category>
		<category><![CDATA[May Swenson]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ormai non mi sbalordisco più. Leggo su “Poetry”, la mitica rivista fondata da Harriet Monroe nel 1912, che la tizia “è ritenuta uno dei più importanti poeti americani del secondo Novecento”. Non è un giudizio peregrino, isolato. Harold Bloom, il critico-monarca del “Canone occidentale”, nel 1998 cura l’antologia The Best of the Best American Poetry [&#8230;]</p>
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<p>Ormai non mi sbalordisco più. Leggo su “Poetry”, la mitica rivista fondata da Harriet Monroe nel 1912, che la tizia <strong>“è ritenuta uno dei più importanti poeti americani del secondo Novecento”.</strong> Non è un giudizio peregrino, isolato. <strong>Harold Bloom, il critico-monarca del “Canone occidentale”,</strong> nel 1998 cura l’antologia <em>The Best of the Best American Poetry 1988-1997</em>. La scelta è rigorosissima: conta pochi autori, di norma notissimi (tra cui: John Ashbery, Louise Glück, Derek Walcott, Charles Simic, Mark Strand, Charles Wright). Secondo Bloom, l’autentico carisma della poesia statunitense (che nelle sue più alte gemme si è espressa in Walt Whitman, Emily Dickinson, Wallace Stevens e Hart Crane) è la complessità: una lirica, cioè, dotata d’alto ingegno, di vitalità creativa, di volitiva ironia. In tempi – più di venticinque anni fa – di disfatta delle intelligenze, mistificazione della letteratura, al macero del mercato, e cultura col cancellino, l’antologia di Bloom funzionava come i Trecento alle Termopili:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Culturalmente, intendo, siamo alle Termopili: i multiculturalisti, le orde di militanti affetti dalla mania francofona, le finte femministe, i burocrati, i fanatici del <em>gender</em> e del <em>power</em>, le schiere dei nuovi storicisti e dei vetero materialisti – costoro ci assalgono. Si solleveranno, potremmo essere sopraffatti; le nostre università sono già delle parodie, i nostri giornalisti sono la caricatura dei professori dei <em>cultural studies</em>. Ma ancora per un po’, vi prego, manteniamoci sulle vette, nel reame dell’estetica. Esistono ancora, credetemi, autentiche poesie che dicono l’autenticità degli Stati Uniti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E qui Bloom cita la tizia, <strong><a href="https://poets.org/poet/may-swenson" target="_blank" rel="noreferrer noopener">May Swenson</a></strong>. Secondo lui, è tra i tre grandi poeti americani degli ultimi decenni. (Gli altri due sono Elizabeth Bishop e James Merrill).</p>



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<p>Da qui inizia la mia ricerca. Non mi stupisco più, lo ripeto. Mai sentita nominare May Swenson. In Italia è irrintracciabile; esiste un’antica pubblicazione del 1986, <em>Una cosa che ha luogo poesia</em>, curata da Gabriella Morisco per un piccolo editore urbinate, Quattro venti. Fine. Allora, faccio da me.</p>



<p>May Swenson – in realtà: Anna Thilda May – nasce nello Utah, alla fine di maggio del 1913, in un villaggio di Mormoni. I genitori sono svedesi, immigrati; in casa l’inglese è la seconda lingua; May è la prima di dieci fratelli. Il papà è un professore di ingegneria, May si laurea alla Utah University, pratica il giornalismo a Salt Lake City, per poi trasferirsi a New York. Lavora per un decennio presso la New Directions, la mitica casa editrice di James Laughlin. Nelle sue poesie, da subito, una specie di gioia selvaggia nel far deragliare il linguaggio si associa all’esibizione erotica – la Swenson prediligeva le donne –, alla mania per il dettaglio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="630" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9781598532104-630x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99604" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9781598532104-630x1024.jpg 630w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9781598532104-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9781598532104-600x976.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/9781598532104.jpg 664w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></figure>



<p>La prima raccolta di versi – <em>Another Animal</em>, 1954, stampa Scribner – riscuote critici clamori; negli anni, May fa incetta di premi, tra cui il Bollingen – quello andato, per intenderci, a Ezra Pound, Robert Frost, W.H. Auden, Wallace Stevens e compagnia poetante. La comparano, per estro, alla poesia di E.E. Cummings e di Marianne Moore; per prossimità affettiva e vertigine verbale, <strong>è più corretto avvicinarla a Elizabeth Bishop. Con la grande poetessa americana, May Swenson intrattiene un epistolario, dal 1950 fino alla morte della Bishop, nel 1979</strong>, che conta oltre 260 lettere. Alla Bishop, tra l’altro, May Swenson dedica un poemetto, <em>Dear Elizabeth</em>, pubblicato sul “New Yorker” nel 1965, di cui possiamo leggere il dattiloscritto digitalizzato dalla Washington University, l’istituto che custodisce la maggior parte dei documenti della poetessa.</p>



<p>Vita votata alla solarità del talento poetico, May Swenson ha tradotto diversi poeti svedesi in inglese, tra cui il premio Nobel Tomas Tranströmer; amava Edgar Allan Poe, ha curato un’edizione di successo delle poesie di Edgar Lee Masters. Il giorno della sua morte, il “New York Times” la definì <em>a Humorous Poet of Cerebral Verse</em>; il giornalista, Richard Bernstein, scrisse che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A differenza della maggior parte dei poeti contemporanei, May Swenson non credeva nella poesia come maniera della disperazione o elegia tragica. Aveva un talento sensibile alla gioia, alla levità dell’intelligenza. Trasformò le sue minime esperienze quotidiane – una passeggiata sulla neve da poco caduta, la visione di un lago, l’ape che sorseggia il nettare da una rosa gialla – in oggetti d’arte. È stata in grado, come ha scritto un critico, di far <em>vedere</em> ai suoi lettori ciò che fino a un attimo prima avevano a mala pena <em>guardato</em>”. &nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Dal 1967 la Swenson si ritira a Sea Cliff, un villaggio in Long Island. Lo aveva chiamato “La tana del gheppio”; le piaceva vedere il mare. Nel 2013 fa ingresso tra i grandi: <strong><a href="https://www.loa.org/books/381-collected-poems/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la Library of America pubblica i <em>Collected Poems</em> di May Swenson</a></strong> al numero 239 della gloriosa <em>series</em>. Poco prima di morire aveva scritto che</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le radici delle poesie migliori sono in larga parte nel subconscio. Giovinezza, ingenuità, fede nell’istinto più che nel metodo, senso di libertà, tensione al gioco sono necessari alla costruzione di una poesia – lo è perfino confidare nel caso”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Aveva scritto una poesia sulla morte della madre, anni prima, sottilmente crudele. È morta il 4 dicembre del 1989, il giorno in cui è morto mio padre.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="699" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/81TIxnVBqaL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-99605" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/81TIxnVBqaL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/81TIxnVBqaL._AC_UF10001000_QL80_-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/81TIxnVBqaL._AC_UF10001000_QL80_-600x858.jpg 600w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p>***</p>



<p><em>Che la sua anima possa impinguarsi</em></p>



<p>La mia piccola tarchiata madre sul desco delle<br>pompe funebri aveva la grazia di un manichino. Il lenzuolo,<br>steso dal mento ai piedi, la faceva magra, alta.&nbsp; La faccia<br>quieta, liscia, esangue, mostrava un lungo sorriso.<br>La testa poggiava su un cuscino: il collo lungo, i capelli<br>ondulati, raccolti. Più tardi, dopo la “visione”, inabissata<br>in quella bara di tulle rosa – un regalo troppo costoso<br>degno di rovinarsi –, vestita con il verde grembiule dell’Eden<br>e un cappellino d’organza, parve rimpicciolire e poi crescere<br>ancora, gialla. Chi le aveva messo gli occhiali con la montatura<br>dorata su quel viso chiuso; chi ha posato la mano sinistra,<br>con l’anello nuziale, sullo stomaco, che pareva scomparso<br>sotto tutto quel pizzo finto?</p>



<p>Prima di morire, il lavoro prediletto di mia madre era<br>la purificazione, un regime prossimo alla fame, per giungere<br>degni all’appuntamento con il Padre, che confondeva – o meglio:<br>fondeva – con nostro padre, in Paradiso ormai da tempo. Ha creduto<br>nel martirio, nella rinuncia continua e feroce, voleva<br>svuotare il corpo perché si rimpolpasse l’anima.<br>Al momento della sua morte, il vento scatenò<br>con rovina la sua forza. Gola e retto cantavano insieme,<br>in galvanico spasmo, un sibilo di estasi. Poi<br>fu il crollo, rettilineo. Gambe e braccia spalancate<br>come quella santa spagnola appesa a una croce<br>per le caviglie; la bocca aperta in una oscura O. Ora<br>la sua vigorosa anima sfrecciava, libera. Presso le pompe<br>funebri, intanto, lei riposava, ringiovanita, fresca,<br>trionfante e con un lungo sorriso.</p>



<p>*</p>



<p><em>Che la terra sia il tuo palco</em></p>



<p>Sotto la cupola celeste<br>ricordati, mentre cammini<br>tra androni di nubi, lungo<br>navate di luce solare<br>o attraverso cortine di siepi<br>puro verde acquazzone<br>che cammini nel mondo<br>tacchi alti, manto che turbina<br>mano sull’elsa del tuo<br>spadaccino orgoglio:<br>leva alta la testa<br>e che la vita ti spaventi</p>



<p>Entra ogni giorno<br>con il tuo passo<br>su questo palco<br>illuminato, elevati<br>in alto come una fiamma<br>acutizza le narici<br>fai crepitare gli occhi<br>fino all’agonia, alla razzia</p>



<p>Allena le mani<br>come falchi;<br>rapace o rapito<br>muovi il corpo<br>come una muta<br>di cavalli che<br>spazza dirupi e praterie<br>con i suoi miseri zoccoli:<br>le criniere in fuga<br>la severità delle membra.</p>



<p>Che la terra sia la tua stanza<br>il pavimento tappezzato<br>di raggi stellari; afferra<br>l’argenteo vento e prendi<br>spazio: è il tuo turno, danza</p>



<p>*</p>



<p><em>Notte, bosco</em></p>



<p>Gufo-binocolo<br>sorretto su un arto<br>tutta la notte<br>come una lanterna,</p>



<p>osserva dove tutti<br>gli altri uccelli dormono:<br>il passero sotto una milizia<br>di foglie, la cincia nell’abisso</p>



<p>del cespuglio, il fringuello<br>vampiro aggrappato<br>al leporino del legno,<br>il tordo tra le canne</p>



<p>la rondine ronza nel salice<br>il picchio trema nella quercia –<br>non riesce a vedere il povero<br>succiacapre</p>



<p>sotto la collina<br>in un cimitero di bronchi:<br>è ancora sveglio<br>l’occhio sbarrato</p>



<p>scorticato dalla luna<br>il petto felino<br>ripete, ripete, ripete il suo inno<br>alla crudeltà.</p>



<p>*</p>



<p><em>Dormire con il boa</em></p>



<p>Le insegno come abbracciarmi<br>ma è troppo piccola<br>ma quel che è peggio è che non capisce.<br>E<br>anche se giace al mio fianco, sgancia<br>la lingua per leccare se stessa.</p>



<p>La piace che la mia mano la accarezzi.<br>E<br>si lascia baciare.<br>Ma quando le dico:<br>“Ora fallo a me, così”<br>indietreggia, sibila.</p>



<p>Cosa agita la sua piccola mente?<br>Salta giù dal letto<br>si mostra di spalle<br>per rannicchiarsi sul tappeto.<br>Le imploro di tornare. Tentenna<br>poi si nasconde</p>



<p>sotto le coperte. Gioca con i miei piedi!<br>“Oh, Boa, torna qui, sii dolce,<br>sdraiati contro di me, sono generosa e calda.<br>Sistema qui la tua tana. Non artigliare, non<br>mordermi, resta con me stanotte”.<br>Forse acconsente, infine mugola.</p>



<p>Le sue profonde pupille s’infossano<br>nelle mie: sguardo pari al diluvio…<br>Ma non è la mia effige.<br>Nient’affatto.<br>E<br>quel che è peggio, è troppo piccola.</p>



<p>*</p>



<p><em>Figura d’acqua</em></p>



<p>Nello stagno del parco<br>tutto raddoppia:<br>i palazzi pendono<br>e si dimenano, delicati.<br>I camini sono gambe piegate<br>che si inchinano alle nubi.<br>La bandiera scodinzola come<br>un amo gettato in cielo.</p>



<p>Il ponte, arcuato, in pietra,<br>è un occhio: la palpebra<br>infierisce nell’acqua. Nella<br>sua orbita, teste aggrovigliate<br>con capelli che non cadono. I cani<br>passano, abbaiano, di schiena.<br>Un bambino getta cibo alle<br>anatre: penzola a testa sotto,<br>il palloncino rosa pare un boa.</p>



<p>Le cime degli alberi spargono<br>una nebulosa di fiori di ciliegio:<br>gli uccelli volano a pancia in su<br>nella conca di vetro di una collina;<br>in fondo, una vigna di bimbi<br>sgranocchia noccioline:<br>sospesi sulle loro scarpe<br>da ginnastica, vacillano.</p>



<p>Un cigno forma con due<br>colli la figura del 3,<br>si muove tra le fosse<br>delle torri raddoppiate.<br>Sibila mentre si bacia<br>e tutta la scena è un bel<br>problema: schegge di finestre<br>d’acqua, gomitolo di rami<br>il ponte che si piega a ventaglio.</p>



<p>*</p>



<p><em>Versi di quattro parole</em></p>



<p>Aggiusti i tuoi occhi<br>come api e io<br>mi sento un fiore.<br>Il loro bruno potere<br>mette una brezza sulla<br>mia pelle. Le ciglia<br>si abbassano, si alzano<br>come un ronzio cupo<br>di gambe; lo sguardo<br>punge gli occhi velati.<br>Vorrei che ci insinuassimo<br>in qualche ombra che<br>nessun altro sciame conosce.<br>Sono un fiore, respiro<br>nuda, aperta agli sguardi<br>caldi delle tue api.<br>Voglio che tu mi<br>guadi per cogliere con<br>la nera fama delle<br>api, il dolce scintillio<br>che ho chiamato profondità.</p>



<p>*</p>



<p><em>La forma della morte</em></p>



<p>Che cos’è l’amore? Sappiamo<br>la forma della morte. La morte è una<br>nuvola, immensa, magnifica. All’inizio<br>un coperchio si solleva dall’occhio della luce:<br>accade l’applauso sonoro, il bianco fiore</p>



<p>germoglia dall’osso dello spavento<br>un colonnato di nubi che muta dal bianco<br>al grigio come un cervello, mostruoso, che scoppia<br>e arde, poi diventa nero, malato, e dilaga<br>e riempie il cielo di ceneri di orrore;</p>



<p>poi si avvolge, tra il nitido mare<br>e la luna, cranio verde della terra.<br>Intrappolato nel bozzolo, dal respiro<br>che soffoca sappiamo la forma<br>della morte: la morte è una nuvola.</p>



<p>Che cos’è l’amore?<br>Una particella, una stella –<br>del tutto invisibile, non si lascia<br>avvistare dai microscopi. Inimmaginata<br>dimensione, oltre il getto della speranza.<br>È un mondo lontano e giusto che mai</p>



<p>oseremmo scoprire. Qual è il suo colore, la sua<br>alchimia? È un gioiello della terra, possiamo<br>scovarlo scavando? È stato dragato dal mare?<br>Possiamo acquistarlo? Si può seminare?&nbsp;<br>È bestia refrattaria, difficile da catturare?</p>



<p>La morte è una nuvola,<br>immensa, un sonoro applauso.<br>L’amore è piccolo e non fa rumore.<br>Nidifica all’interno di ogni cellula,<br>non può essere diviso.</p>



<p>È raggio e seme, nota e parola<br>moto segreto dell’aria e del sangue.<br>Non ci è alieno e non è prossimo:<br>è la nostra stessa pelle –<br>involucro che ci serba puri dalla paura.</p>



<p><strong><em>May Swenson</em></strong></p>
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