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	<title>Maurizio Ferraris Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2019 08:12:09 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/intellettuali-svegliatevi-a-roberto-saviano-basta-prendersela-con-salvini-mentre-baricco-sculaccia-le-elites-in-realta-ciascuno-pensa-a-se-stesso-e-il-cabarettista-delle-proprie/">Intellettuali svegliatevi! A Roberto Saviano basta prendersela con Salvini, mentre Baricco sculaccia le “élites”. In realtà, ciascuno pensa a se stesso, è il cabarettista delle proprie opinioni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Roberto Saviano, crudo come sempre, sbaglia nel sostenere che di Matteo Salvini “non ne possiamo più”, come ha proferito in un video reso pubblico su Facebook. Gli italiani stanno in buona parte con il ministro e la reprimenda dello scrittore non corrisponde alla realtà delle percezioni comuni. <strong>Le analisi oggettive sul sentimento della gente non si basano sul desiderio dell’io, ma sui dati espressi dai più. Non a caso sui temi della sicurezza e dell’immigrazione è esploso il consenso dilagante della Lega: precisamente a partire dai fatti di Macerata. </strong>La demonizzazione dell’avversario politico è legittima, ma il comprendere a fondo i fenomeni d’attualità (anche fossero decisamente sgradevoli) implica un distacco emotivo che Saviano dimostra di non avere. <strong>La domanda chiave è: perché la Lega di Salvini conserva un grado di attrazione tale da tenere in mano lo scacchiere partitico e il governo del Paese?</strong> Cioè, la ricaduta dell’azione del ministro varrebbe uno studio e un approfondimento disdegnati, quasi che il posizionarsi della Lega venga ritenuto un segno del tutto marginale nell’Italia di oggi. Eppure il correlato oggettivo dell’uomo Matteo Salvini è nella fetta cospicua di italiani che lo segue (32,5%, con punte, nei sondaggi, che toccano il 34%). Ma al di là dell’acredine di Roberto Saviano, chi si occupa di fornire un quadro stringato della realtà italiana, non è l’intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_65141" aria-describedby="caption-attachment-65141" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65141" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg" alt="" width="300" height="147" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-300x147.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano-768x375.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/adrian-adriano-celentano.jpg 894w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65141" class="wp-caption-text">&#8220;Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Almeno a partire dagli ultimi due decenni è accaduto un fenomeno passato inosservato ai più: la trasfusione del mondo dello spettacolo nella vita culturale, al punto che il <em>maître à penser</em> è divenuto di soppiatto il cantante, il cabarettista, il comico, in una confusione di discipline e di percezioni collettive che ha reso tutto più dozzinale.</strong> Non ha più peso lo scrittore, il filosofo, il sociologo, mentre sale di grado il soggetto televisivo che fa audience. I giovani di oggi non sanno chi sono stati Croce, Einaudi, Bobbio, Sturzo, Gobetti, Dossetti, Moro. Nessuna conoscenza di Vittorio Foa, Augusto Del Noce, Guido Calogero, Giovanni Amendola. Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop. <strong>Il mantra italiano della prima settimana del 2019 si è concentrato sui sermoni e sui silenzi di Adriano Celentano, celebrato come un classico d’attualità. La fenomenologia del repertorio dello show-man lo rende maestro della retorica, un creativo della lingua dissimulata, che rispecchia la verità attraverso l’effetto della persuasione.</strong> L’approccio rivoluzionario dei nostri tempi sta nell’affidamento della parola a chi si fa interprete dell’ovvietà. Di fatto il pensiero critico non ha consistenza, in questo eterno presente in cui ogni forma di testualità è soppiantata da una logica pluralista per cui “uno vale uno”, qualunque cosa si dica. Viene “elevato” il programma fatuo, la comunicazione leggera a progetto di ricerca nella sperimentazione del mezzo televisivo o del web con il pubblico che interagisce da casa. La cultura non è più un bene per il nostro paese, né un’eccellenza, in una società sempre più mediocre e condizionata dalla massa vociante, impreparata e litigiosa, esemplare modello di decadimento morale prima che culturale. Maurizio Ferraris, filosofo, parla di “nuovo realismo”, cioè della presa d’atto di una svolta. I mass media ci dicono che la realtà risulta socialmente costruita e manipolabile, per cui l’oggettività sarebbe una nozione inutile e ogni ruolo può essere messo in discussione. L’interrelazione è ridotta a semplicismo e il pensiero si fa automatico: tanto più è stringato tanto più attecchisce. Ecco perché il telefonino “non ricopia la voce, ma disegna le cose e i pensieri”, afferma Ferraris. La voce del cantante è amplificata perché ha accesso ovunque e in tempo reale: televisione, portatile, iphone con tripla camera (ultima produzione in vendita). L’ultimo caso è quello di Claudio Baglioni e <strong>arriva a coinvolgere addirittura il cda della Rai</strong>. <strong>Il direttore artistico e conduttore del Festival di Sanremo, in una conferenza stampa, ha commentato le misure governative definendo il paese disarmonico, confuso e cieco.</strong> Il Ministro dell’Interno gli ha risposto superficialmente con un tweet dicendo che di sicurezza si occupa chi ha il dovere e il diritto di farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’analisi dettagliata, un quadro che definisca scientificamente la società politica italiana, chi lo sta promuovendo attraverso i mezzi di comunicazione alla portata della massa che può informata in tempo reale di ciò che succede nel mondo? Manca, in definitiva, la comprensione interpretativa dell’azione sociale (Max Weber). Karl Popper, in <em>Congetture e confutazioni</em> (1963) scriveva: “Sotto l’aspetto quantitativo, come pure sotto quello qualitativo, la fonte di gran lunga più importante della nostra conoscenza è la tradizione. La maggior parte delle cose che conosciamo le abbiamo imparate da esempi, o perché ci sono state dette, o perché le abbiamo lette nei libri, o imparando come criticare, come accogliere e accettare le critiche, come rispettare la verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_65142" aria-describedby="caption-attachment-65142" style="width: 272px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-65142" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg" alt="" width="272" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini-272x300.jpg 272w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/pasolini.jpg 500w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /><figcaption id="caption-attachment-65142" class="wp-caption-text">&#8220;Mario Luzi è un perfetto sconosciuto. Solo Pier Paolo Pasolini è diventato un’icona come le star della musica pop&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’epoca della post-verità, dove ogni affermazione viene posta sullo stesso piano di qualunque altra, prevale un insipido principio di equità. Ancora una volta si riapre la discussione sul ruolo dell’intellettuale che non c’è, che non si anima nel discernere il significato di populismo, modernità, progresso, globalizzazione ecc. L’intellettuale è caduto nella rete dell’autopromozione:</strong> pensa a se stesso e non a ciò che dovrebbe guidare un processo di critica del sistema, sia all’interno di un’organizzazione (partitica o politica), sia al di fuori. L’intellettuale, sostanzialmente disimpegnato, non interviene, non si espone. È morta la domanda di senso, così come è defunta l’analisi della società post-capitalista. L’intellettuale non è più il baluardo di un interesse collettivo, selettivo. I poeti guardano il loro ombelico, ma i libri in versi non sono neppure considerati un prodotto di mercato. I narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche come se in ogni strada di quartiere ci fossero un inafferrabile serial killer e un affannato commissario di polizia che indaga. Mai che inviino un articolo di giornale o che affondino la lama sui diritti umani, sulla tempesta dei mercati, degli apparati di guerra mediorientali, sulle minoranze etniche, sul reddito di cittadinanza: sulle spie, cioè, di un’Italia oggi variata, discrepante, alienata dall’Europa. <strong>I giornalisti rimangono dentro la cronaca quotidiana e i sociologi si riversano sull’identità dell’individuo, non sull’età del malessere (titolo, peraltro, di un romanzo di Dacia Maraini datato 1963, in cui una ragazza vive soffrendo il rapporto con gli altri fino al limite dell’irrealtà e della psicosi).</strong> Corriamo il rischio di una persecuzione, di una guerra civile contro il presunto diverso che non conosciamo? A Piacenza, tempo fa, si sono dati appuntamento, tramite i social, frange di teenager per trasformare la piazza in un campo da <em>fight</em> <em>club</em> (“non sappiamo chi si picchia, lo facciamo per vincere la noia”, ha dichiarato apertamente un ragazzo). Il Viminale teme di sgomberare un palazzo occupato dagli esponenti di CasaPound in zona Esquilino a Roma, perché i neofascisti minacciano un bagno di sangue. Quali segnali intercettiamo da insane baruffe e da storture istituzionali, mentre l’intellettuale tace? Nulla, a quanto pare, come se il male comune fosse un tabù sul quale tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia si è rivelata, nel secondo Novecento, un paese piccolo-borghese al quale si è contrapposta una duplice società, proletaria e radical chic, di sinistra, detentrice del patrimonio della cultura.</strong> Se il potere democristiano (occidentale) ha tenuto le redini della società economico-imprenditoriale, produttiva, il Partito Comunista, minoritario, perché non fosse tentato dal promuovere una pericolosa rivolta popolare guidata dall’influsso sovietico, ha avuto in mano il cinema, la musica, la letteratura, il teatro, l’editoria. <strong>L’uomo, nell’immaginario collettivo, è stato soppesato in base al guadagno mensile, al possesso di beni per un puerile accreditamento. Nell’epoca del capitalismo, a partire dal boom economico degli anni Cinquanta fino agli anni Novanta, siamo stati abituati a svalorizzare la conoscenza, il sapere, in ragione della proprietà privata e della ricchezza.</strong> L’intellettuale non ha mai inciso sui grandi cambiamenti epocali, spesso organico ai partiti o del tutto alienato nella sua creatività senza alcun prezzo. La borghesia italiana, come diceva Alberto Moravia, ha germinato un movimento conservatore, il fascismo, dove ha regnato l’immoralità. L’impressione è che la stessa cosa sia avvenuta negli anni successivi: l’universo borghese ha alimentato specie estraneità e corruzione. Lo stesso Moravia nei romanzi <em>Gli indifferenti, Agostino</em> e <em>La noia</em> ci dimostra come il denaro e il sesso siano gli strumenti ideali per “possedere” le persone e non solo gli oggetti. Oggi che la distinzione in classi sociali è venuta meno, come l’appartenenza residuale alla destra e alla sinistra del secolo breve, seppure si dividano ancora gli schieramenti in base a vecchi schemi, le nuove povertà hanno catalizzato sia i figli della ex borghesia che i figli dell’ex proletariato. <strong>Se la società dei consumi li aveva stereotipati e uniformati (Pier Paolo Pasolini), quella della disoccupazione li riunisce nella nevrosi del nuovo millennio, nel malessere dell’inerzia. Dalla noia all’ansia, il desiderio della ricchezza rimane però inossidabile.</strong> Nessuno vorrebbe rinunciarci, fino al punto che uno scopo primario resta ancora occupare i ruoli pubblici di prestigio, uno scranno in Parlamento, la presidenza di un ente privato.</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco Alberoni, qualche tempo fa, scriveva sul “Giornale” che continuiamo a immaginare “gli sceicchi arabi che hanno aerei privati, che vivono in palazzi con rubinetti d’oro, con mogli e concubine. E in modo analogo sono visti i famosi divi di Hollywood e i super miliardari americani che passano il loro tempo in yacht favolosi e in ville lussuose, dove, insieme a donne bellissime, bevono bibite ai bordi della piscina e si spostano da una festa notturna all’altra”. Ma questa percezione è sbagliata, perché nell’età post-capitalista nessuno sopravvive al passato. All’eredità fiorente di una famiglia si sostituisce una continua conquista individuale, solitaria. Oggi la distribuzione ineguale della ricchezza rappresenta l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile, dicono gli esperti. Si tratta di un bene utilizzato come riferimento per valutare il benessere della popolazione e definisce la distanza fra i più ricchi e i più poveri, nonché il divario che separa il 20% della popolazione con il reddito più alto, dal 20% con quello più basso (sostanzialmente la differenza che intercorre tra i pensionati e i giovani). <strong>Cosa resterà dell’Italia della crisi tra venti anni, quando saranno venuti a mancare i nonni e i padri più anziani? Azzardiamo una previsione. Non più l’ideologia, il partitismo, l’agiatezza. Meno che mai la prosperità. Presumibilmente aumenterà lo scontro di civiltà, mentre diminuirà la sicurezza sociale (esattamente come sta avvenendo nell’Africa delle guerriglie). </strong>Come a dire che il futuro sarà traslocato in un nuovo ordine mondiale. Perché quando si perde il capitale, sono i flussi migratori l’alternativa alla povertà. Dal nord al sud registreremo un primitivismo a tinte fosche e dagli impulsi anarchici che contagerà la maggioranza residente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_65145" aria-describedby="caption-attachment-65145" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65145" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-768x513.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1-1024x684.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/baricco-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65145" class="wp-caption-text">&#8220;L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle élites&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, è intervenuto durante una visita agli scavi della Regio V° del Parco Archeologico di Pompei, dichiarando: “La cultura è un tema da sviluppare di più per creare lavoro buono”.</strong> Ha annunciato la volontà del Mibact di fare assunzioni. “Abbiamo bisogno di professionalità, giovani e meno giovani, con contratti stabili. I posti di lavoro vanno distribuiti sul territorio, visto che la ricchezza culturale italiana è diffusa ovunque, da Pompei alle grandi città, passando per i piccoli borghi. Trasferire la cultura ai giovani non vuol dire farlo solo verso chi da grande vorrà fare l’archeologo, ma anche verso chi diventerà medico o economista. Dobbiamo partire dalle scuole, far toccare ai bambini, con mano, le ricchezze del nostro paese”. Affermazioni ordinarie, scadenti, alle quali non risulta sia stato dato seguito sugli investimenti promessi. Dunque solite omissioni, mancanza di fermezza, situazioni al limite del degrado. <strong>Sui beni architettonici e sui musei spendiamo meno di un quarto rispetto al 1955. La cultura viene inderogabilmente associata al turismo culturale,</strong> non come un bene a sé stante, un arricchimento personale, un veicolo cognitivo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’11 gennaio, su “Repubblica” si è fatto sentire, con un denso articolo, Alessandro Baricco, il quale ha puntato il dito contro il fallimento delle <em>élites</em>. Un primo segno di risvolto, finalmente, da parte di uno scrittore. Il responso delle urne dice che il cambiamento non solo generazionale è richiesto dalla maggioranza degli italiani. “Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli di amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri”. <strong>Baricco definisce le <em>élites </em>una “minoranza ricca e molto potente”, caratterizzata da una “cecità morale” che impedisce di vedere ingiustizie e violenze, che vive in una “zona protetta” all’interno della quale ci sono dei privilegiati. Questo patto tra le <em>élites</em> e la gente non c’è più, è stato rotto per sempre. L’analisi non è sbagliata quando lo scrittore dice che il popolo è passato alla riscossione crediti.</strong> Pretende cioè un risarcimento morale: nient’altro che la sottrazione del potere alle <em>élites, </em>esattamente come ha già acquisito la distribuzione del potere mediatico. Ora la gente accede a qualunque informazione ed esprime opinioni di fronte ad ogni platea, che costituisce una massa informe e disomogenea.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Baricco ha ragione anche quando afferma che si rende necessaria una distribuzione più equa della ricchezza (lo sosteneva Paolo Volponi, un utopista della società industriale e del capitale). Annota che “la dissimmetria è evidente e che ha scatenato una rabbia sociale che è dilagata come un’immensa pozzanghera di benzina”. La crisi economica e l’Unione Europea, che è solo un apparato burocratico mal concepito, hanno trasformato lo scenario politico dell’Italia. In una visione geograficamente più ampia, sovranazionale, non siamo un unico popolo con un’unica moneta e un’unica bandiera. Siamo un’accozzaglia di popoli in competizione. Ma le sacche di resistenza e la non assunzione di responsabilità sulla grave risi da parte delle<em> élites</em>, hanno generato i termini ambigui di populismo e sovranismo, nonché rispolverato l’accusa fasulla di fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso alle Marche, dove vivo. Un terzo della popolazione in età lavorativa è disoccupata, inoccupata o cassaintegrata. Il potere d’acquisto della moneta è stato pressoché dimezzato e temi che hanno costituito il fiore all’occhiello della democrazia per decenni, sono diventati un tormento come da altre parti: la sicurezza e la sanità. Di fronte ad uno scenario drammatico, l’accusa delle <em>élites </em>è fuori dalla realtà. <strong>Ma su un punto Baricco sbaglia. Il <em>game </em>ha sicuramente rivoluzionato la società ed è entrato in modo feroce nella vita di tutti. L’insurrezione nata con un videogioco e approdata a Facebook, alla piattaforma dove “uno vale uno” è una colonizzazione, una sfera orizzontale, appiattita, ma non un potere, un comando, un dominio.</strong> È una frontiera manipolabile come il telefono, l’iPhone. Rimane uno strumento che non controlla e non gestisce nulla. La rivoluzione digitale ha comportato solo la metastasi delle verità, dell’individuo spazientito, isolato e protagonista in proprio, più autoreferenziale in un sistema monopolistico, scaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri, diceva Pier Paolo Pasolini. L’appello in favore della cultura, dell’opinione che sia frutto di conoscenza e non di comunicazione, di sapere e non di trasmissione di un <em>pour parler</em>, è pressoché caduto nel vuoto. <strong>La cultura non entra nel dibattito, si lascia soffiare un primato, dicevamo. Se ne resta in sella ad un cavallo che non corre. Non basta scrivere romanzi, poesie, saggi. Bisogna afferrare la realtà, maneggiarla, proporre idee, occuparsi di giustizia della cultura che in fondo equivale alla giustizia sociale.</strong> L’attenzione ad un settore molto trascurato è il nucleo del pensiero che si rinnova. Più soldi alla cultura e meno alle clientele. Meno denaro a pioggia e più autonomia. Più meritocrazia e meno burocrazia. Meno eserciti di controllo, più progetti lungimiranti. Il potere delle <em>élites</em> si scalza con l’applicazione del principio di riconoscimento del merito, che è tipico di una società liberista che in Italia, dalla prima Repubblica ad oggi, non ha avuto mai spazio né consenso. L’acquisizione di un potere non elitario avverrà solo quando un concorso pubblico non sarà deciso a tavolino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia spende per l’istruzione il 4% del Pil. Peggio di noi, nella Ue, fanno solo l’Irlanda (3,7%) e la Romania (3,1%). Tutti gli altri stati membri spendono di più e la media Ue è del 4,9%. Per l’università</strong><strong> in particolare, viene speso lo 0,4%: siamo in penultima posizione in tutta la Ue</strong>, davanti al Regno Unito (0,3%), ma lontani dalla media dell’Unione (0,7%). Per ricerca e sviluppo l’Italia spende l’1,33% del Pil, posizionandosi sotto la media Ue (2,03% del Pil) ma lontani dalle ultime posizioni. Peggio di noi fanno Spagna, Grecia, Portogallo, Bulgaria, Romania, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia e Slovacchia. Di questo 1,33%, solo poco più del 40% viene dal governo. Il restante 60% lo fornisce l’impresa no profit o l’investimenti estero. Di questo passo la cultura non solo non conterà più nulla, ma sarà un mero fastidio, un intralcio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Prendo ad esempio un libro. <em>Lo scrittore invisibile</em> (Gaffi 2014) di Alfonso Berardinelli (che stimo) è una raccolta miscellanea di interventi, nonché di interviste, sul ruolo di intellettuale, di critico militante (termine “strano e bellicoso”) diviso tra l’accademia e il giornalismo, capace di praticare un mestiere discutendo sui metodi inseriti tra storicismo, formalismo, strutturalismo, post-modernismo e una visione dell’attualità priva di schemi fissi. Emerge immediatamente che per avere dei “difetti definibili” la nostra critica dovrebbe prima cercare di esistere invece di suicidarsi nel cosiddetto <em>maquillage</em> culturale. Berardinelli rivendica, nonostante tutto, un diritto, “perché siamo ancora un paese scarsamente educato alla critica”. Polemizza con il costume, la politica, la società, sul termine rivoluzione usato un po’ ad effetto (l’idea della rivoluzione è stata un mito che nell’Occidente moderno è diventata una teoria). E sul pensiero unico del Novecento annota che “il marxismo ha fatto deserto di tutto ciò che lo ha preparato e accompagnato, e quando è crollato sembra aver lasciato il deserto dietro di sé”. <strong>L’Italia risulta un paese vario, ibrido, con un carattere non propriamente nazionale, “innamorato” delle parole. Berardinelli sostiene che l’<em>élite</em> culturale è finita da tempo, in ragione del fatto che nel passaggio dalla cultura alla vita sociale “c’è di mezzo una realtà indomabile, mentre il male avrebbe a che fare sempre con l’irrealtà”. Anche Berardinelli sbaglia: le <em>élites</em> esistono ancora.</strong> In un’intervista rilasciata nel 1993, il critico afferma: “Penso che una delle cose più nuove che ci troviamo di fronte è proprio la scoperta che la politica è un brutto affare”. C’è la tendenza a respingere la delega ai partiti di tutto ciò che non appare un problema di natura economica: sogni, utopie, ideali, come fosse necessario delimitare i fatti sociali. È la scoperta dell’acqua calda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intellettuali, fate finalmente proposte concrete. Il poeta Roberto Roversi, anni fa sosteneva che mentre il livello medio della cultura si è alzato, il livello alto è precipitato o è alla macchia. Per livelli alti intendeva il pensiero che subisce un’elaborazione, tenta un azzardo, sperimenta un rischio, organizza un progetto nuovo.</strong> Cosa è successo di tutto questo? Un eccesso di compromessi e di parole snaturate ha seppellito sotto cumuli di cenere ogni tensione. La prossima volta, personalmente, lanceremo un suggerimento, una vera e propria mozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Se vuoi scrivere qualcosa di serio, devi evitare la serietà”: Matteo Fais dialoga con Andrea Serra, lo scrittore che ha dato voce al frigorifero</title>
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		<pubDate>Tue, 29 May 2018 06:24:44 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/se-vuoi-scrivere-qualcosa-di-serio-devi-evitare-la-serieta-matteo-fais-dialoga-con-andrea-serra-lo-scrittore-che-ha-dato-voce-al-frigorifero/">“Se vuoi scrivere qualcosa di serio, devi evitare la serietà”: Matteo Fais dialoga con Andrea Serra, lo scrittore che ha dato voce al frigorifero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Philip Roth</strong>, nell’ultima parte della sua vita, sarà stato sicuramente mortificato per non aver ricevuto il Nobel. Certo, però, <strong>non era in buona compagnia: quasi ogni cretino, anche con una sola plaquette di poesia pubblicata, è convinto di essere un vincitore ingiustamente mancato</strong>. Sono veramente pochi a non avere l’ego tanto grande da ambire a un qualche riconoscimento sovradimensionato rispetto alle loro reali qualità artistiche. Per fortuna, ogni tanto, capita di trovare uno <strong>scrittore che, con estrema modestia, non si sente in competizione con i grandi</strong> e non ambisce a scalzarli dal loro trono. Come <strong>Andrea Serra</strong> che, con il suo <strong><em>Frigorifero Mon Amour</em></strong>, Miraggi 2018, non è sceso in campo con l’intento di rivoluzionare la storia della letteratura. Molto più serenamente, lo scrittore torinese di origini sarde <strong>si limita a regalarci qualche momento di leggerezza e riso</strong>. E lo fa raccontandoci la <strong>storia tragicomica di una famiglia comune</strong>, la cui vita si trascina tra un’avventura grottesca e l’altra. Travolti dalla sua inguaribile tendenza a tramutare ogni situazione in un’occasione di divertimento, siamo andati a intervistarlo con l’animo sollevato, sicuri che non ci avrebbe ammorbati con la solita tiritera, della serie “sono il migliore, ma ancora nessuno l’ha capito”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61007 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-41-207x300.jpg" alt="Andrea Serra" width="207" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-41-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-41-600x870.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-41.jpg 662w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" />Insomma, ragazzo mio, hai letto i classici: Dostoevskij, Kafka, Camus, Sartre. Hai studiato a Torino, con pensatori del calibro di Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris. Ti sei laureato in Filosofia a pieni voti… Com’è che poi hai deciso di non prenderti per niente sul serio e diventare l’autore di <em>Frigorifero Mon Amour</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo libro che parla dell’amore per un frigorifero è qualcosa di serissimo. Ed è la diretta conseguenza dei miei studi filosofici e della mia imbarazzante dipendenza dai classici. <strong>Solo dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Filosofia Morale ho capito che, se volevo scrivere qualcosa di serio, dovevo evitare in tutti i modi la serietà.</strong> Il mio intimo amico Franz Kafka, quando leggeva agli amici le pagine di <em>Il Processo</em>, rideva fino alle lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai scritto un libro che diverte ed è segnato da una <em>profondissima </em>leggerezza di fondo. A tuo avviso, nel mondo letterario, c’è bisogno di qualcuno che faccia ridere, di autori che non perseguano il tragico come partito preso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, penso che la leggerezza sia necessaria, soprattutto in questa nostra società liquida e liquefatta che viaggia a ritmi vertiginosi. <strong>La leggerezza, d’altronde, non è superficialità, come già affermava Calvino, ma qualcosa di essenziale e profondo. Basta solo non dimenticarla nello scomparto dell’umido.</strong> Insomma, non bisogna lasciarla ammuffire nel frigorifero, ma cibarsene quotidianamente. I medici consigliano di consumarne almeno cinque porzioni al giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ti ho presentato a Cagliari, hai confidato al pubblico di aver scritto qualcosa già prima, un libro che, se non ricordo male, avevi anche inviato al Premio Calvino. Quando ti è stata recapitata la scheda finale di valutazione, il tuo testo è stato bocciato senza possibilità d&#8217;appello e tu sei stato invitato a levarti dalle palle. Ci potresti raccontare dell’accaduto? Sono sicuro che saprai presentare un momento così difficile per uno scrittore come qualcosa di divertente e, magari, tirare un po’ su di morale i tanti scrittori che sono abituati a ricevere solo rifiuti. Ah, già che ci sei, potresti pure dirci cosa ne pensi dei premi letterari in generale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo! Pensa che io avevo lavorato a quel manoscritto per diversi anni. Si trattava di una serie di racconti esoterici collegati tra loro. Il risultato era tra il terrificante e l’imbarazzante. Per fortuna, la giuria me lo fece notare. Io ci rimasi malissimo ovviamente, perché <strong>chi scrive pensa sempre di essere vicino al Nobel per la Letteratura. Ma le critiche e le stroncature, alla fine, sono il momento più prezioso, se si vuole davvero migliorare nell’arte della scrittura.</strong> Se non avessi ascoltato i consigli e i pareri negativi che mi sono stati rivolti, adesso non sarei qui a rispondere alle tue domande. Perciò, mi sento di suggerire a chi inizia a scrivere di fare tesoro di tutte le critiche e i suggerimenti, perché proprio lì si possono cogliere i segnali da seguire per trovare la direzione giusta. I premi letterari, inoltre, sono una bella occasione per mettersi alla prova e per confrontarsi con altre persone che hanno la tua stessa passione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La cifra distintiva della tua narrazione sembra essere quella dell’esasperazione del quotidiano in chiave dolcemente grottesca. Com’è che hai deciso di adottare una simile soluzione nella tua scrittura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa esasperazione grottesca non è studiata o programmata, fa parte di me da sempre. È una tragica tendenza della mia troppo fervida immaginazione. Mia moglie è giustamente disperata perché, conoscendomi bene, sa che, quando le racconto un fatto, questo non corrisponde mai al vero. Sono sostanzialmente un individuo disturbato che trascrive su carta i suoi deliri quotidiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Andrea, è la vita a essere divertente e la tua scrittura, di conseguenza, la imita; oppure la vita è così dolorosa che la letteratura deve riscattarla buttando in vacca ciò che è solo pena e afflizione? Perdonami la domanda che fa palesemente il verso a Marzullo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Grazie per questa domanda marzulliana, che tuttavia non ho compreso completamente. Ma per non sfigurare voglio rispondere citando la <em>Critica della Ragion Pura</em> di Immanuel Kant, che, tra l’altro, fa molto figo. Direi che sono le nostre categorie mentali a dare forma al mondo. <strong>La realtà è divertente, tragica o noiosa sulla base degli “occhiali” che portiamo. L’ironia è un abito mentale, un abito che andrebbe insegnato a scuola a mio parere, perché permette di guardare le cose da prospettive diverse e consente di trovare soluzioni inaspettate.</strong> Con questa risposta credo di esserne uscito alla grandissima e, nello stesso tempo, di aver spremuto completamente il mio unico neurone. Ti chiederei pertanto di abbassare notevolmente il livello delle prossime domande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu hai, diciamo pure, un buon successo presso il pubblico dei social, un successo che molti scrittori che perseguono la serietà a ogni costo si sognano. Da cosa pensi che dipenda una simile attenzione che tu riesci evidentemente ad attirare e altri no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho iniziato a postare alcuni dei miei racconti da un paio d’anni, quindi relativamente tardi. Il mio approccio ai social è poco virtuale: io tratto tutte le persone che interagiscono con me come persone reali, per cui, se mi scrivono e commentano i miei post, rispondo sempre e, magari, nasce una conversazione, uno scambio, un’amicizia che va al di là della rete. E non importa se devo replicare a trecento messaggi in una sera. Sono tutte persone che hanno impiegato il loro tempo per dirmi qualcosa e il minimo che io possa fare è dare risposta a ognuno. Credo che il segreto stia qui. D’altronde, quello di cui abbiamo bisogno tutti è di essere riconosciuti, mentre i social, al contrario, spingono verso la massificazione e l’anonimato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ho mai capito perché, ma mi pare che molti autori italiani si sentano provinciali a raccontare di ciò che li circonda. Tu, invece, sembri molto legato al quotidiano, alla vita di tutti i giorni. Infatti, come si evince da <em>Frigorifero Mon Amour</em>, prendi ispirazione dalla tua famiglia, dai colleghi di lavoro, ovvero dalle persone che ti ruotano intorno ogni giorno, per quanto ti conceda di trasfigurarli in chiave ironica. Non pensi che ci sia qualcosa di profondamente triste in tutti questi scrittori che hanno timore di raccontare con semplicità e onestà ciò che sono, la loro quotidianità, e tentano pietosamente di ambientare i loro romanzi in America o in altri posti che forse hanno visto di sfuggita per una settimana, durante le vacanze?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sono assolutamente d’accordo con te. Il meraviglioso e lo straordinario sono nel quotidiano che abbiamo davanti agli occhi. Non avrei altro da aggiungere. Scusa la brevità della risposta. Sono ancora un po’ stanchino, dopo la domanda precedente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu hai scritto anche poesia, almeno in passato, giusto? Perché non ce ne reciti una, raccontandoci anche il retroscena?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se proprio insisti… posso recitarti questa che si intitola <em>A Pasqua</em>. È la prima che ho scritto, avevo sette anni: “A Pasqua fuma la vasca,/ fuma da Pavia,/ in provincia di Lombardia”. Questa poesia, come vedi, anticipa l’ermetismo, il simbolismo e il provincialismo. Nasce dal fatto che, quando ero piccolo, mio padre, per farmi il bagno, mi immergeva in una vasca di acqua bollente che riempiva la stanza di vapore. Il riferimento a Pavia, invece, non è del tutto chiaro. Alcuni critici hanno pensato a un viaggio segreto compiuto all’età di un anno e mezzo, mentre altri pensano si tratti di un’influenza massonica lombarda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prova a immaginare di finire nei manuali di letteratura tra cinquant’anni. Secondo te, cosa scriverebbero i curatori in merito alla tua poetica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente parlerebbero di “poetica dell’elettrodomestico”, perché <strong>per primo ho dato voce al frigorifero, alla lavatrice e al forno. </strong>Quello che mancava nella storia della letteratura era proprio una corrente alternata e ammuffita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è qualcosa di cui vorresti scrivere, ma per cui non pensi di avere le capacità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In generale di tutto. Io sono estremamente critico verso ciò che faccio e, soprattutto, che scrivo. Dopo aver rivisto centinaia di volte quello che mi esce dalla tastiera del pc, mi sorge sempre l’istinto di darlo alle fiamme. In tutta sincerità, non credo di essere particolarmente dotato con la penna. <strong>Ci sono tantissimi scrittori veri, molto più bravi di me. Io mi limito a mettere nero su bianco una storia</strong> quando proprio ne sento la necessità e, con tutti i mezzi che ho a disposizione, cerco di limitare i danni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stai scrivendo un secondo romanzo, se non ho capito male. Di cosa parlerà? Dobbiamo aspettarci un nuovo Andrea Serra, o quello che oramai ci è caro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quello che ho iniziato a scrivere è la continuazione di <em>Frigorifero Mon Amour</em>. Però ci saranno tante novità, sia in termini di trama che di personaggi e, soprattutto, di numerazione delle pagine. Per la prima volta nella storia della letteratura, queste non saranno indicate con i numeri, ma con i puffi disegnati da Luna (mia figlia). Ad esempio, al posto del numero uno, a pagina uno ci sarà Puffo Ercole; a pagina due, Puffo delle Mezze Stagioni; a pagina tre, Puffo Caccola Verde&#8230; E via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Matteo Fais</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Non credo nel romanzo e se Dio esiste si è ritirato”: Gianluca Barbera dialoga con Filippo La Porta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2018 05:22:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Persona elegante nell’aspetto, nei modi, nell’eloquio. La più gentile che conosca. Questo è Filippo La Porta. Confesso che ho un debole per la sua grande intelligenza. Per uno come me, che mette l’intelligenza al di sopra di tutto (anche della morale), non potrebbe essere diversamente. Un uomo la cui mitezza non va scambiata per debolezza, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Persona elegante nell’aspetto, nei modi, nell’eloquio. La più gentile che conosca. Questo è Filippo La Porta. <strong>Confesso che ho un debole per la sua grande intelligenza. Per uno come me, che mette l’intelligenza al di sopra di tutto (anche della morale), non potrebbe essere diversamente.</strong> Un uomo la cui mitezza non va scambiata per debolezza, semmai riconosciuta come forza: la forza della ragionevolezza. Critico letterario e saggista (ricordiamo “La nuova narrativa italiana”, 1995, “Il dovere della felicità”, 2000, “Meno letteratura, per favore!”, 2010, “Pasolini”, 2012, “Poesia come esperienza”, 2013, “Roma è una bugia”, 2014, “Indaffarati”, 2016), La Porta collabora con diversi quotidiani e riviste, tra cui “Left”, “Il Messaggero”, “Il Sole 24 Ore”. <strong>A gennaio è uscito per Bompiani un suo volume importante: “Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio”. Libro raffinato e arguto, destinato a lasciare il segno</strong>, se non corresse il rischio di perdersi nei rivoli del chiacchiericcio contemporaneo, come capita alla gran parte di ciò che viene pubblicato. Di certo io lo conserverò nello scaffale dei libri che per me hanno significato qualcosa. Filippo era in partenza per il Messico, ma è stato così gentile da trovare il tempo, tra una valigia e l’altra, di rispondere alle mie domande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per Socrate (mediato da Platone) virtù è conoscenza. Chi fa il male lo fa per ignoranza del bene. Il sapiente non può compiere il male. Chi lo compie ha un’errata comprensione della realtà. Partendo da una frase contenuta nei Quaderni di Simone Weil (“è bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie”) e facendola interagire con la “Commedia” di Dante, mi pare tu giunga a conclusioni simili, o sbaglio? Ossia: il male nasce da una immaginazione distorta, dunque da una erronea comprensione della realtà. Il bene dal riconoscimento della realtà, nel suo essere multiforme e non riducibile al nostro ego. Dunque il bene è dare realtà agli altri, riconoscerne i bisogni; il male è togliere loro realtà. In conclusione, l’etica fa esistere il mondo, laddove il male vuole cancellarlo. Questa, mi pare, l’idea centrale del tuo nuovo libro, “Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio”. E lo dimostri passando in rassegna i sette vizi capitali codificati dalla tradizione cristiana e descritti nel XVII canto del Purgatorio, mostrando per l’appunto che sono tutti il frutto di una cattiva immaginazione, di una visione degenerata del mondo; che tutti nascono dall’irrealtà, da un distacco da ciò che è reale. Dunque “bene” e “male”, in definitiva, possono essere sostituiti da concetti come “reale” e “irreale”: è così?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, lo schema weilliano che ho provato ad applicare alla Commedia – un tentativo di fondare la morale in modo non moralistico e astratto ma concreto e “ontologico” – può rientrare nel cosiddetto intellettualismo etico di Socrate. Il quale ha ricevuto molte obiezioni (Ovidio, san Paolo, Foscolo…), ma secondo me solo apparentemente persuasive. Se ad esempio tu ritieni che è male, che so, tradire la tua compagna (o il tuo compagno) e invece la tradisci, ciò non confuta per niente Socrate: il punto è che tu ritieni che sia male ma non ne sei davvero convinto. Bisogna capire che qualcosa è “male” non solo con la testa ma con la nostra esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-full wp-image-60426 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/libro-la-porta.png" alt="libro la porta" width="180" height="281" />L’idea che dobbiamo comportarci bene non per rispettare dei precetti ma perché l’etica fa esistere il mondo nella sua interezza mi sembra molto seducente, e anche persuasiva. Un’idea di quelle che possono penetrarti dentro e cambiarti; e dunque sulla quale si può fondare un’etica. E tuttavia mi sovviene un contro-pensiero: benché quello che sostieni mi sembri fondato, il punto è che poi davanti al proprio dolore (malattia, solitudine, povertà e soprattutto in punto di morte) ciascuno è solo con se stesso; gli altri ci abbandonano, non esistono più. O sbaglio? Non è forse questo a incattivirci, a renderci egoisti?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, se qualcuno ha una forte depressione o una malattia seria o se sta morendo, ecco che generalmente gli altri tendono a togliergli realtà, a isolarlo. Dargli realtà è pericoloso, può minacciare i propri equilibri e la propria “normalità”, ci ricorda i limiti e la precarietà della condizione umana… e così lo facciamo esistere di meno, lo espelliamo, lo releghiamo ai margini del quadro. A meno che… a meno che non intervenga qualcosa di miracoloso, o perfino di innaturale, ma qui usciamo dall’etica classica, dal mondo pagano, ed entriamo nella dimensione cristiana dell’amore gratuito, incondizionato, irragionevole: dall’Inferno al Purgatorio dantesco. <strong>Dare realtà all’altro può significare in certe circostanze assumere su di sé la sua depressione o perfino morire un po’ con lui. </strong>Chi è disposto a farlo, “normalmente”?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dare realtà al prossimo significa anche mettersi sullo stesso piano degli altri: e dunque a volte anche distogliere lo sguardo per non oltraggiare chi soffre. Tu hai ricordato un episodio in cui Albert Camus in visita a una </em>favela <em>brasiliana chiude gli occhi per non vedere, proprio come Dante – di fronte agli invidiosi resi ciechi dalle palpebre cucite – china il capo. Puoi raccontarci più nel dettaglio questo episodio e approfondirne il significato?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’estate del 1949 Camus si trova in Brasile per delle conferenze (ci va con la nave), una sera lo portano in una miserabile favela, una città di legno, lamiera e canne sopra la spiaggia di Ipanema, dove tra l’altro assiste a una macumba<strong>. Sul suo diario annota: “sono perseguitato dall’idea del male che facciamo agli altri nel momento stesso in cui li guardiamo”.</strong> Cito questa pagina di Camus per dire che a volte dare realtà a qualcuno può significare abbassare lo sguardo, vietarsi di guardarlo, di scrutarlo, di giudicarlo. Dante decide di non guardare gli invidiosi, ciechi, poiché loro non possono guardarlo. Non vuole avere questo privilegio, che lo metterebbe in una condizione (irreale) di superiorità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Se abbiamo un minimo di limpidezza nello sguardo non possiamo non accorgerci che tutti gli eventi e le cose al mondo, noi compresi, sono interconnesse. Non possiamo non comprendere che tutti abbiamo lo stesso statuto di realtà, che tutti facciamo parte di un unico pan. Ma questa è appunto una visione panteistica, che solitamente caratterizza le civiltà al loro nascere. Sei dunque panteista? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Papa Bergoglio in una enciclica che si richiamava a san Francesco parla di “ecologia integrale”, volendo sottolineare questa connessione fra tutte le cose che, ricordiamolo, per Dante corrisponde alla prima visione di Dio (vede che ciò che nell’universo si squaderna appare in quel momento come cucito con amore in un volume unico). La scienza può assumere questa connessione, ma certo non la può sempre dimostrare. <strong>Non mi definirei però “panteista”, spinoziano. Per me Dio è assente dal mondo.</strong> O meglio: nel mondo si potrebbe trovare solo in qualcosa che allude a, che evoca un’altra dimensione, però poi Dio ha scelto di restarvi nascosto, di ritirarsi, di essere impotente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60427 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/la-porta2-183x300.jpg" alt="Indaffarati" width="183" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/la-porta2-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/la-porta2.jpg 457w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" />Ecco, ma partendo da questo discorso sull’etica si può fondare una nuova idea di letteratura, di arte? Insomma, questa etica per il nuovo millennio come potrebbe impattare sulla produzione letteraria e sull’idea di arte, di bello?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti rispondo con la Murdoch. Se l’immaginazione è come il colesterolo, e ce n’è una buona e una cattiva, allora quella buona è l’arte, la letteratura, che ci fa intravedere tutto quello che si nasconde all’apparenza, all’ovvietà della superficie, e che invece coincide con il senso comune nell’accezione conformista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In “Indaffarati” ti sei occupato di un’altra questione capitale: ciò che uno dice e ciò che uno fa; la coerenza tra parole e azioni come fine verso cui tendere. Partiamo da qui. Nel libro ne parli quasi come se la coerenza tra parole e azioni fosse una scoperta dei giorni nostri. Ma non è sempre stato così? Cioè: d’accordo la coerenza interna al discorso; ma come prescindere dalla condotta di chi parla? Nella tua vita hai sempre cercato di seguire questo proposito di coerenza? Puoi raccontarci un episodio in cui hai tradito questa aspirazione?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, infatti dico che la vita non è “coerente”, e correggo il tiro: oggi si pretende non la coerenza ma almeno la “credibilità”. Che so, molti leader della sinistra, che dovrebbe difendere i ceti meno abbienti, etc., non sono credibili, forse il papa lo è un po’ di più (per me non interamente). <strong>La mia vita è fatta di incoerenze e contraddizioni. Te ne dico una che riguarda il mio mestiere: </strong>una volta al Salone di Torino mi trovai alla stessa tavolata di Umberto Eco, ora tutti sanno che ho stroncato i suoi romanzi, etc., beh allora per viltà e quieto vivere brindai con tutti gli altri alla sua ultima pubblicazione!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sempre in “Indaffarati” parli della capacità delle nuove generazioni di creare ponti tra passato, presente e futuro; tra tradizione e innovazione: e hai sostenuto di vedere in questa capacità ciò che in qualche misura le redime da un eccesso di superficialità e frettolosità. Puoi farci qualche esempio riuscito di ponte tra tradizione e innovazione?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, parlo solo di una minoranza (ma la Storia la fanno le minoranze, no?) però a me sembra che i “giovani” non rifiutino tanto la cultura quanto l’uso della cultura come strumento di potere, esclusione, carriera, così tipico della generazione del ’68. Leggono molto meno, vogliono sempre stare connessi, hanno meno pazienza, però quello che leggono lo prendono molto sul serio, lo mettono in relazione subito con la loro vita. Alla retorica preferiscono il vissuto, alla cultura libresca l’esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In che rapporto si pongono tra loro filosofia e letteratura? Ed entrambe rispetto alla ricerca della verità? Quale l’apporto dell’una e quale quello dell’altra? Stendhal scriveva che “l’anima del romanzo è la ricerca della verità”. È davvero così? E soprattutto: si può ancora parlare di verità oggi, e cos’è? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tema inesauribile. <strong>Una volta Rorty ha detto che se tra 1000 anni venisse sulla Terra, ormai deserta, un’astronave di alieni e provasse a capire qualcosa della nostra vita decifrando i nostri testi, certo capirebbe qualcosa dai romanzi di Dickens, ma assolutamente nulla dai saggi di Heidegger.</strong> La filosofia cerca solo le essenze, le sfuggono i dettagli, che però sono tutto!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Che idea ti sei fatto riguardo al discusso tema della post-verità? Il filosofo Maurizio Ferraris nel suo ultimo libro (“Post-verità e altri enigmi”) ha scritto che la post-verità, ossia la liberalizzazione selvaggia della verità, è “l’essenza della nostra epoca”. Secondo lui questo fenomeno affonda le radici nel principio costitutivo del postmoderno – non ci sono fatti, solo interpretazioni – di fronte al quale ogni competenza, ogni argomentazione perdono di valore. Un principio, secondo Ferraris potentissimo, capace “di mettere parole come verità e realtà tra virgolette, quasi fossero nozioni improprie o comiche”, se non addirittura pericolose, e dunque da “abbandonare in nome della moralità, dei buoni sentimenti, della politica democratica”. È così, conclude, che la post-verità finisce per diventare la ragione del più forte, di colui che ha più seguito, che ottiene più clic, consentendo il diffondersi di presunte verità che nulla hanno a che fare con l&#8217;oggettività e la razionalità ma che riguardano piuttosto la sfera delle emozioni (importa ciò che sentiamo, non ciò che sappiamo) e la solidarietà dei popoli contro la dittatura degli esperti e le macchinazioni delle élite e dei “poteri forti”. Tu invece, qualche tempo fa hai scritto: “In rete uno vale uno, non c’è nessuno status, l’unica autorità riconosciuta è quella dell’argomentazione: vince chi sa argomentare meglio”. Chi ha ragione? Oppure, dove è che avete ragione entrambi?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Banalmente: se dico a qualcuno che Gianluca Barbera è “onesto”, certo prima dobbiamo accordarci su che significa, sulle procedure da seguire, etc., e potremmo impiegarci anche un mese, ma alla fine dobbiamo confrontare quello su cui ci siamo accordati con Gianluca Barbera (una persona empirica, unica, reale), e non con un’altra persona. È la realtà, e non la lingua, che decide della verità di un enunciato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Qual è oggi la tua idea di letteratura? La stessa di vent’anni fa (quando pubblicavi “La nuova narrativa italiana”) o è cambiata?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, direi che è quella. <strong>Credo ancor di meno nel genere del romanzo oggi in Italia</strong> e credo che il problema dei nostri narratori sia quello di liberarsi di qualsiasi maschera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Parlando di stile, Cioran scriveva che ogni parola prevista è una parola defunta. Questo potrebbe essere un principio guida nella ricerca dello stile?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non amo particolarmente Cioran, non mi sembra che il suo “tremendismo” aprioristico sia un buon punto di partenza per parlare di stile. Preferisco Vonnegut che diceva che se una cosa ti sta davvero a cuore alla fine le parole per dirla, e insomma uno stile personale, lo trovi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>È vero che per essere dei grandi romanzieri bisogna sapersi annullare nei propri personaggi? E chi sa farlo meglio di ogni altro oggi?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ammaniti, Doninelli, Veronesi, Carraro, tra i più giovani Peppe Fiore, Nadia Terranova.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60428 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/la-porta3-188x300.jpg" alt="la porta3" width="188" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/la-porta3-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/la-porta3-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/la-porta3-600x960.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/la-porta3.jpg 750w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" />A cosa serve la letteratura o a cosa dovrebbe servire? Per Cioran (sempre lui!) “un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo”. Secondo Musil, sarebbe qualcosa che nel migliore dei casi produce debolezza e confusione; una fonte di continui malintesi. Berardinelli ha fatto notare che la grande letteratura modernista, che pure si insegna nelle scuole, paradossalmente ha ben poco di educativo, essendo semmai consona a formare dei ribelli permanenti, dei disadattati. Che ne pensi?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ci offre una rivelazione, su di noi, sulla società, sulla condizione umana. In quanto tale sempre pericolosa (qualsiasi allargamento della esperienza e della coscienza è pericoloso, ammoniva Susan Sontag parlando di letteratura pornografica). Poi sta a ognuno come usare questa rivelazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Io amo le persone generose; per generoso intendo chi agisce per il bene altrui senza un preciso tornaconto. Prediligo la generosità alla solidarietà, la quale mi pare una versione sbiadita della generosità; o meglio una generosità collettivizzata, istituzionalizzata. Trasformare la generosità in solidarietà è ovviamente un modo per tramutare le buone azioni individuali in una sorta di dovere collettivo, un favore che si riceve in un diritto; ma nella trasformazione (che probabilmente ci fa guadagnare in termini di civiltà) qualcosa si perde, non trovi? Fa soprattutto specie che nel linguaggio comune oggi, specie tra intellettuali, si parli sempre di solidarietà e quasi mai di generosità. Secondo te perché? Forse perché nell’idea di generosità risuona qualcosa di troppo individualistico?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, qualcosa di perde. Diceva Pasolini che quando un comportamento diventa collettivo, si codifica, in un certo senso diventa falso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Hai scritto in più occasioni che Pasolini è stato tra i pochi intellettuali capaci di dire la verità sul nostro Paese quando nessuno riusciva a dirla. Chi riesce oggi a fare altrettanto? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno, non soltanto perché si è estinta quella figura di scrittore che incarna la coscienza critica della nazione (nessuno oggi riconosce autorevolezza a nessun altro), ma perché <strong>altri intellettuali che ad esempio il “Corriere” ha tentato di usare in quella veste, da Magris a Trevi, non hanno quella singolarissima virtù pasoliniana di una totale trasparenza emotiva</strong>, ovvero la possibilità del lettore di risalire da ogni frase a uno stato d’animo e a una emozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> “«Se ne approfitta perché ha ragione» esclamò il tassista irritato da un tale che passava col verde”. Non ricordo più dove ho sentito questa storiella, ma mi pare ritragga bene gli italiani di oggi…</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un paradosso: la rabbia o risentimento per chi, forte della sua legalità, credi si imponga a te! <strong>Il punto è che per gli italiani la illegalità sembra sempre più normale della legalità, più abitabile, più accogliente.</strong> Nel nostro paese la cosa più sovversiva è rispettare la fila e non dare il reddito di cittadinanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il populismo secondo Tucidide consiste in questo: durante la guerra del Peloponneso, il popolo (manipolato?) decide la spedizione a Siracusa, che si rivela catastrofica per le sorti di Atene; poi, come se non fosse stato esso stesso a prendere quella decisione, davanti allo sfacelo che ne consegue va in cerca di capri espiatori. Non è questo forse uno dei mali della democrazia? Come possiamo difenderci? Quale il volto ideale di una democrazia matura? Oppure il populismo è un effetto collaterale di ogni sistema democratico?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La democrazia funziona solo se ci sono cittadini consapevoli, maturi, responsabili, e lo diventano nelle associazioni, negli organismi di base, nelle esperienze di autorganizzazione e di contropotere. Altrimenti il popolo – ignorante, inconsapevole, emotivamente ricattabile – è bue, e la democrazia coincide con i sondaggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>O si è dogmatici, e in tal caso si possiede la verità (o perlomeno qualche brandello di verità); o si è relativisti, e in tal caso non se ne possiede alcuna (nemmeno la certezza che non ne esista alcuna). Vie di mezzo?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Banalmente: impegnarsi a cercare verità condivise. Non dico da tutti ma almeno dalle persone con cui entriamo in relazione, a partire dalla propria compagna/compagno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In che rapporto stanno etica e verità? Quanto l’etica può far affidamento sulla verità, e viceversa?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un giudizio etico sempre postula la verità di qualcosa. Se dico “la pena di morte va abolita” intendo dire che un mondo senza pena di morte è realmente preferibile a un mondo con la pena di morte. E questa per me è una verità fattuale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Forse tutti abbiamo dei segreti inconfessabili. Qual è il tuo? Naturalmente, mi aspetto che risponda che proprio in quanto inconfessabile dovrei astenermi da una simile domanda; ma potresti stupirmi, no? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mah, mi vengono in mente due cose. Ho lasciato che mio padre corrompesse un ufficiale medico per evitarmi il servizio militare nel 1974 (spero sia un reato caduto in prescrizione). Oggi me ne vergogno e penso di essermi perso una esperienza fondamentale. <strong>Poi: sono tifoso della Lazio, come mio padre e mio nonno, ma la mia fede calcistica si è andata sempre più annacquando, tanto che quando accompagnai mio figlio, ultrà della Roma,</strong> a vedere l’ultima di campionato dello scudetto vinto dalla Roma (2001), cantai con lui l’inno di Venditti, un po’ vergognandomi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Grazie, Filippo La Porta. E buon soggiorno in Messico. Non dimenticare di buttare giù qualche appunto: potrebbe venirne fuori qualcosa di significativo.</p>
<p><em>Gianluca Barbera</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-credo-nel-romanzo-e-se-dio-esiste-si-e-ritirato-gianluca-barbera-dialoga-con-filippo-la-porta/">“Non credo nel romanzo e se Dio esiste si è ritirato”: Gianluca Barbera dialoga con Filippo La Porta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“I libri di oggi? Non li pubblicherei neanche sotto tortura”. Ecco come Giulio Milani rivoluzionerà la letteratura (e il cinema)</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jan 2018 09:09:07 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/libri-oggi-non-li-pubblicherei-neanche-tortura-giulio-milani-rivoluzionera-la-letteratura-cinema/">“I libri di oggi? Non li pubblicherei neanche sotto tortura”. Ecco come Giulio Milani rivoluzionerà la letteratura (e il cinema)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“È bello come il sole” mi disse una volta uno scrittore famoso che non cito indicando Giulio Milani, al termine di un dibattito pubblico nel quale il nostro era intervenuto alla sua maniera. “Solo che è pazzo. Completamente pazzo”. E di quale meravigliosa pazzia sia affetto lo si capisce leggendo questa intervista, che come per trarci in inganno parte piano, per poi esplodere in un’accelerazione da perforazione dei timpani. Non aggiungerò altro, perché troverete tutto nelle sue risposte. A parte un paio di cosette, utili a migliorare la comprensione. Ascoltandolo, difatti, si verificano curiosi fenomeni paranormali. Fino a un certo punto, si ha l’impressione di non capire un’acca di quello che dice. Poi all’improvviso tutto si fa chiaro. Perciò, non preoccupatevi se non capite tutto all’istante. Perché Milani scrive come un imperatore e dice cose da imperatore. E, se non da imperatore, da marziano. A volte pare guardare il mondo da tali altezze che viene la vertigine. Ma all’occorrenza sa scendere tra noi mortali. È uno troppo profondo per la superficialità del mondo. Per questo a volte si fa fatica a capirlo. Quando però si arriva a comprenderlo, è un intero universo quello su cui ci si affaccia. Anche se non si sa bene se sia il nostro o uno che gli somiglia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giulio Milani, partiamo piano, mi raccomando. Parlaci della tua idea di editoria. Chi è l’editore di libri (in particolare l’editore indipendente, il piccolo editore), cosa fa, cosa dovrebbe fare, cosa fai tu? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La mia idea di editoria è un po’ particolare, diciamo anomala, visto che mi ritengo un autore che ne produce altri. Questo fa di me un apolide, e di conseguenza ho sviluppato un’idea di editoria letteraria svincolata dalle categorie tradizionali. Come ogni editore degno di questo nome, ma anche come ogni autore, interpreto il mio ruolo e la mia funzione come una forma di intermediazione sociale e culturale tra diverse voci, istanze e sensibilità: <strong>per me, l’editoria è stata anche una palestra di democrazia e di tolleranza, oltre che di ricerca letteraria. Se guardo invece ai miei colleghi, devo purtroppo constatare che in molti casi il piccolo editore è un imprenditore che vive di altri introiti, ma preferisce la gala culturale sulla giacca all’acquisto della squadra di calcio locale, oppure è un poveretto che avrebbe dovuto aprire una bigiotteria. </strong>Gli appassionati veri sono pochi, ma buoni. Ne ho incontrati parecchi, per esempio, nell’associazione dell’Odei, che è nata per opporsi alle logiche monopoliste e aziendaliste dell’Aie. Quanto di buono è accaduto e sta accadendo nel comparto fiere e quindi nella diversificazione dell’offerta, è nato anche da questa esperienza. E poi ci sono sempre editori eroici, specie tra i piccoli e i medi, che alle volte riescono lo stesso a imporsi. Si vedano i casi di NN, Exorma, Tunué, per citare solo i più recenti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale futuro per i libri e la letteratura? Non è che ormai tutti stanno tutto il tempo davanti a smartphone e computer, sui social, specie i giovanissimi, che dovrebbero essere i futuri lettori?</strong></p>
<figure id="attachment_59142" aria-describedby="caption-attachment-59142" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59142" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/7-Giulio-Milani-©-Archivio-Elba-Book-Festival-2015-300x200.jpg" alt="Giulio Milani" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/7-Giulio-Milani-©-Archivio-Elba-Book-Festival-2015-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/7-Giulio-Milani-©-Archivio-Elba-Book-Festival-2015-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/7-Giulio-Milani-©-Archivio-Elba-Book-Festival-2015-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/7-Giulio-Milani-©-Archivio-Elba-Book-Festival-2015-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/7-Giulio-Milani-©-Archivio-Elba-Book-Festival-2015.jpg 1245w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59142" class="wp-caption-text">Bello come il sole, ma completamente pazzo: ecco a voi Giulio Milani</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">“L’avvento dei social network e dei dispositivi ad alta connettività non è stato senza conseguenze. La spaventosa crisi editoriale del 2011, con un calo di 700.000 lettori in una volta, non è stato compensato, come si pensava all’inizio, dall’incremento quasi uguale dei lettori di ebook, ma proprio dal picco che ha avuto Facebook nel frattempo: quel tipo di fruizione ha portato via tempo alla lettura, che già è sempre stata un’attività di lusso, riservata a pochi e considerata male, dal punto di vista sociale, come attività volta a volta antisociale, privilegiata ed emarginante. La diffusione delle ultime statistiche Istat sulla lettura lo ha dimostrato: su Facebook, nella mia ‘bolla’ di lettori più o meno forti, di manoscrittori e addetti ai lavori, ho visto proprio serpeggiare la disperazione e poi il desiderio di conformarsi alla volontà dei più, con stati che inneggiavano a far altro perché tanto la lettura non interessa a nessuno. Sarà vero<strong>? Io non credo che l’Italia sia un paese mediamente più ignorante dell’Inghilterra o della Francia, penso invece che le politiche sulla lettura, sulla cultura e sull’editoria abbiano favorito questo crollo, insieme a una produzione – da parte di editori e scrittori – sempre più squalificata.</strong> Insomma, se non si leggono più libri la colpa non può essere solo dei social, degli smartphone e dei lettori, visto che all&#8217;estero non va così male: qualcosa non funziona anche a monte. Bisogna allora ripensare la produzione sulla base dei nuovi atteggiamenti di lettura, guardando per esempio al successo planetario delle serie tv, che offrono prodotti talvolta di altissima qualità, con narrazioni non lineari che i nostri editori di narrativa han sempre visto come la peste. Da noi vige ancora il modello novecentesco di letteratura che prevede lo stile affabulatorio, ossia un aquaplaning discorsivo, un’isteria metaforizzante che è il cascame più vieto del flusso di coscienza alla Joyce, che si è sviluppato dopo la morte dello stile indiretto libero e dell’ideologia che lo sorreggeva: il narratore prosegue la sua lotta per la sovranità dell’ego dentro il pensiero e le emozioni del personaggio principale, ma nel farlo tutta la narrazione diventa una testa di morto senza mondo, una perenne didascalia, una coazione a stabilire come interpretare la scena: al cinema, che è tutto azione e reazione, mistero, profondità, questo stile è concesso solo quando a parlare è per l’appunto un defunto, che non compare in scena; dunque, con un motivo narratologico preciso. <strong>Al lettore invece non importa nulla di quello che pensa e che prova il personaggio, anche perché l’indagine sulle emozioni e sull’io è già stata fatta e il catalogo è ampiamente disponibile in letteratura; al lettore del 2018 interessa quello che il personaggio può far pensare e provare a lui, lettore.</strong> Occorre una rivoluzione copernicana che lavori suoi vuoti, sul mistero, sulle domande, sulla sottrazione, ossia sulla capacità dei personaggi di fare spazio alla biografia e all&#8217;inconscio del lettore. Allora il lettore tornerà”.</p>
<p><strong>Vedo che le cose cominciano a complicarsi. Parlaci del progetto editoriale che stai per lanciare, ‘Wildworld’, e delle prospettive che apre per Transeuropa. Un bilancio. Qualche previsione. Obiettivi di breve e lungo periodo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Wildworld</em> è una serie antologica di romanzi che si riappropria di determinati modelli delle serie tv d’autore e li trapianta nello specifico letterario da cui pure quei modelli sono sorti. La novità qui sta nella circostanza che i fatti di cronaca alla base di ogni romanzo non vengono interpretati nelle forme della narrazione standardizzata dei media e di un modello poetico di maniera che ricalca l’ideologia prevalente, ma vengono sovvertiti dall’impiego di elementi distopici come il paradosso, il soprannaturale psicologico, la surdeterminazione. La poetica alla base di questa operazione editoriale, che a propria volta rovescia i termini del rapporto autore/produttore – visto che i temi sono stati assegnati come farebbe un regista-produttore con la sua squadra di registi, magari esordienti, per la realizzazione di una serie tv –, è la stessa dell’autofiction, ma applicata allo schema del fatto di cronaca anziché al materiale biografico dell’autore. Questo, naturalmente, diventa anche un modo per raccontare di sé attraverso un lente più ampia, quella del ‘noi’. <strong>Se devo fare un bilancio, il percorso intrapreso è in questo senso un tutt’uno con la storia della casa editrice, visto che tra i capofila dell’autofiction in Italia dovremmo indicare anche Tondelli e Mozzi, oltre al campionissimo Siti. </strong>È una linea di sviluppo che prima ha comportato, con <em>Jack Frusciante è uscito dal gruppo</em> di Enrico Brizzi, <em>Il compleanno dell’Iguana</em> di Silvia Ballestra e il resto di titoli usciti negli anni novanta, un rinnovamento del romanzo di formazione giovanile; e adesso ricapitola quell’esperienza in una forma narrativa nuova, che unisce due filoni in uno. <strong>L’obiettivo di breve e medio periodo è intercettare quella generazione di lettori, già spettatori delle serie tv, che aspetta qualcosa di nuovo anche in campo letterario. Sul lungo periodo, è formare una squadra di lavoro che possa rinnovare anche il cinema italiano,</strong> altro settore in crisi, perché questi titoli sono pensati per diventare a loro volta anche film o serie tv. Transeuropa, insomma, ambisce a diventare la Netflix italiana: se qualche imprenditore dal fiuto aguzzo vuol farsi avanti, mi contatti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che ne pensi dei libri che si pubblicano oggi e in particolare della qualità della narrativa italiana contemporanea?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“In Italia si pubblica prevalentemente la narrativa straniera, perché è quella che in generale tiene di più per ovvi motivi (non fosse altro che questi libri si son già fatti notare in patria), mentre l’italiana è in grandissima sofferenza, minacciata com’è dal displuvio di titoli di scriventi più o meno famosi, personaggi televisivi, blogger, vip generici; <strong>ma anche quando apro i libri di professionisti, ossia persone che non hanno una notorietà collaterale da spendere, pubblicati da grossi editori, tranne rare eccezioni provo un grande senso di sconforto: perché quei libri io non li pubblicherei neanche sotto tortura. </strong>Perché succede questo? Perché nella narrativa italiana vanno solo alcuni generi, come il noir o l’affresco storico noir alla Lucarelli, l’intimistico-sentimentale alla Moccia e sottogeneri, il fantasy, il thriller, il romanzo storico, il romanzo di formazione, l’autofiction e la distopia. Quindi il titolo si sceglie molto rapidamente, sulla base della sua collocazione, oltre a una valutazione sul peso editoriale dell’autore e dei suoi contatti, o di quanto è in ballo col suo agente sul piano economico generale, lo si affida a un editor che lo pettini un po’, e via a piastrellare i gabinetti. Nessuno studio, nessun approfondimento. Solo ricezione e pubblicazione. Chi si occupa di questi titoli è per lo più un funzionario editoriale che ha obiettivi precisi da raggiungere, e vista la quantità di fuffa che deve ingollare è meglio se non sia del tipo a rischio di burnout: <strong>di solito si sceglie qualcuno di conosciuto che appartiene alle classi alte, i figli di quella aristocrazia sabauda di cui non ci siamo mai davvero liberati, a livello di mentalità; raccomandati che è meglio non facciano danni nell’industria di famiglia e si occupino di moda, sport o editoria; incompetenti, per lo più, oppure specializzati in un unico campo, quello da studi in lingue, lettere o filosofia. Sono le teste di legno migliori per ‘funzionare’ senza obiezioni. </strong>A fianco di costoro, ovviamente, il sistema di rilevamento Nielsen, la nuova Bocca della Verità, e i bocconiani con l’andamento economico alla mano. In questo modo succede che l’ultima operazione editoriale simile alla nostra, con un progetto e una poetica precisi, è del secolo scorso: quella dell’Einaudi Stile Libero con l’antologia dei Cannibali. Cosa ha prodotto tutto questo? L’Istat parla chiaro. Allora non è un caso che la ricerca torni a passare da territori periferici come ai tempi di Theoria negli anni ottanta”.</p>
<p><strong>Come trovi il livello delle pagine culturali dei giornali? Che altro potrebbero fare, di più e di meglio? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“I giornali, in generale, hanno lo stesso problema dei libri: crollo verticale dell’autorevolezza e delle vendite. <strong>Le pagine culturali sono pagine dello spettacolo, per lo più: si limitano a rinarrare quel che accade, talvolta con dei veri copia/incolla dei comunicati stampa; altrimenti c’è il solito baratto dei favori tra case editrici, gruppi editoriali, uffici stampa, autori, critici e via discorrendo.</strong> Anche perché l’editoria cartacea nel nostro paese è un’industria povera, e un pianerottolo in cui tutti si conoscono. Ci sono resistenti, appassionati, come ci sono nell’editoria libraria e dappertutto, ma rappresentano una minoranza incapace o impossibilitata a fare rete, per il momento. È già logorante resistere, per certi versi, figuriamoci contrattaccare… Mi dispiace solo che il dibattito sia praticamente scomparso dalle pagine culturali, ormai disperso nei commenti agli stati dei singoli opinionisti. Qualcosa di più si muove in rete, ma qui si sconta la dispersione e l&#8217;arte di arrangiarsi. Penso che se continueranno così, inseguendo i social network invece che le realtà locali, dove ancora resiste un senso di ‘comunità di destino’ e il dorso regionale viene letto, i giornali scompariranno del tutto, verranno inglobati da Facebook probabilmente. Vorrà dire che dovremmo emigrare su Giove come ci consiglia Stephen Hawking…”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E recensori e recensioni, svolgono ancora la loro tradizionale funzione? E quale era, qual è, quale dovrebbe essere? Non si è persa autorevolezza? Non è un po’ tutto uno scambio di favori, di <em>do ut des</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Le recensioni non servono poi molto, l’autorevolezza segue il destino dell’autorità: crolla, si disintermedia, diventa orizzontale. <strong>Oggi vale più il suggerimento di un blogger che un peana di Angelo Guglielmi. I salotti letterari non esistono più, e quando resistono, come in poesia, non hanno forza.</strong> Perché comunque la forza dei numeri, che poi è la forza della democrazia, vince su tutto. I concetti di alto e basso, destra e sinistra, sono costruzioni antropologiche legate al tempo lungo dell’infanzia, che è quello che ci determina nella nostra capacità di adattamento e di manipolazione del mondo, ma sono destinate a essere superate perché ormai inservibili: il mondo a cui dobbiamo adattarci non ha quasi più nulla di naturale, l’inganno dell’autocoscienza ha prodotto una costruzione di artifici dove il corpo quasi non ha più ruolo, ed è proprio qui che la narrazione diventa essenziale all’esistenza. Dunque faremo a meno dei critici, ma non delle narrazioni. Allo stesso modo, la figura dell’arbitro è ormai troppo invischiata nel gioco per potersene tirare fuori. Penso sia un bene, anche perché non esiste più un unico gioco condiviso: il gioco è diventato trovare giochi sempre nuovi per attribuire un senso (cioè una regola) alla realtà. Era così dall’inizio, ma adesso ne stiamo diventando coscienti. Il gioco fa le regole, e se le regole saltano vuol dire che stiamo immaginando un gioco nuovo”.</p>
<p><strong>Ritengo il politicamente corretto la peste del nostro secolo. Trovo che attraverso di esso siamo precipitati in un nuovo medioevo, tra cacce alle streghe e censure striscianti. Sarà perché sono innamorato della verità, mentre mi accorgo che la verità non interessa più a nessuno. Se la verità è di ostacolo ai nostri obiettivi va spazzata via (lo scrive anche Maurizio Ferraris nel suo recente saggio <em>Postverità e altri enigmi</em>). Al riguardo che opinioni hai? Ti do licenza di contraddirmi alla grande…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il politicamente corretto offende l’anarco-individualista che è in ognuno di noi. Ma di cacce alle streghe se ne facevano di più in passato, solo che il medioevo non le pensava nemmeno come tali: erano atti di somma giustizia, non certo persecuzioni. L’idea della persecuzione degli innocenti nasce col cristianesimo, è anticipata dall’insegnamento socratico, ma ha impiegato almeno gli ultimi sei secoli per affermarsi sulla mentalità pagana, che è magico-causale. Il nazismo è un colpo di coda, a tutti gli effetti, proprio di questo tipo di mentalità persecutoria. Negli ultimi sei secoli, però, guerre mondiali a parte gli storici sono concordi nel parlare di un processo di civilizzazione dei costumi che ha abbassato le passioni umane e il tasso di violenza privata ai minimi storici. Ricordiamoci la tradizione dei duelli, l’ultimo dei quali si è consumato in Francia subito dopo la seconda guerra mondiale, o l’abrogazione del delitto d’onore solo nel 1981. L’elenco sarebbe lungo. Certo, resta la violenza della politica e dell’opinione pubblica, che nei secoli scorsi si è servita dello ‘spettacolo dei supplizi’ (vedi alla voce ghigliottina o impiccagione, prevista anche per furto) per ammaestrarci e continua a non essere estranea alla logica della violenza che caccia la violenza, delle fake news e delle censure per colpire gli avversari. <strong>Ma è altrettanto vero che il bene e il male crescono proporzionalmente. Quindi per me è corretto sostenere che il concetto di verità resta di parte, e lo resterà ancora per un po’, almeno fino a quando non saremo tutti d’accordo sul fatto che verità e menzogna si implicano reciprocamente:</strong> la fiction, l’arte, lo sanno e lo dimostrano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei anche uno scrittore e uno storico. Hai pubblicato romanzi (esordendo nel contesto del progetto tondelliano Under 25, se non sbaglio, proprio per Transeuropa) e di recente un paio di saggi con Laterza. Ce ne vuoi parlare? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-full wp-image-59143 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/libro-Milani.jpg" alt="libro Milani" width="200" height="294" />“Sì, ho esordito come narratore nella prima antologia del dopo Tondelli, curata da Silvia Ballestra e Giulio Mozzi. Poi ho curato a mia volta una serie di antologie di esordienti, vecchi (<em>Over 65. Apocalittici e disappropriati</em>) e giovani (<em>I persecutori</em>, che ospita il racconto d’esordio di Giorgio Vasta). Negli anni successivi ho pubblicato un paio di romanzi, uno con Transeuropa nel 1999, <em>La cartoonizzazione dell’Occidente</em>, e l’altro con Baldini e Castoldi, <em>Gli struggenti o i kamikaze del desiderio</em>. Con Laterza ho pubblicato nel 2015 un reportage narrativo in regime di semi-autofiction, <em>La terra bianca</em>, sui disastri della chimica e dell’escavazione del marmo nella provincia di Massa Carrara, le città dove vivo e lavoro. L’anno scorso invece ho pubblicato un saggio romanzato sulla campagna di Russia, <em>I naufraghi del Don</em>, dove ho dato voce alle testimonianze di reduci e sopravvissuti che avevo raccolto tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila”.</p>
<p><strong>Dài, facci una previsione indossando i panni dello storico che osa. Come sarà il mondo di domani, diciamo verso la metà del secolo? Sul piano sociale e politico, intendo. Che ne sarà dell&#8217;Europa, dell’America, del mondo islamico? Come sarà il mondo del lavoro, dell&#8217;economia? E quello culturale?</strong></p>
<p>“I problemi sono ormai planetari, le coscienze stanno subendo un processo di internazionalizzazione molto forte, come ai tempi della nazionalizzazione delle masse, <strong>mentre l’ego – dopo dio – assiste dal palco alla sua stessa morte. I concetti di sovranità nazionale e individuale sono destinati a saltare, e questo non avverrà in modo indolore. Potrebbero scatenarsi guerre e rivoluzioni, prima ancora che le risorse del pianeta si esauriscano.</strong> La luce in fondo al tunnel è la possibilità, mai sperimentata prima nella storia della nostra specie, di mettere in rete tutto il sapere e sviluppare una forma di intelligenza artificiale collettiva: l’unica in grado di risolvere nodi ormai insormontabili per l’esperienza e la capacità del singolo e delle singole nazioni. Ma questo è l’ottimismo della volontà (di sopravvivenza), poi c’è la pulsione estinzionista. Quanto al mondo islamico, se penso alle sue frange più fanatiche, si tratta di un colpo di coda simile al nazismo, non è niente che non abbiamo già conosciuto e lo ritengo un fenomeno che fa parte della nostra stessa esperienza occidentale/globale: passerà, e verranno travolti insieme a noi dal processo di internazionalizzazione di cui sopra; lo stabilisce il nostro impianto tecnico e la metafisica logico-calcolante che c’è dietro, non è qualcosa che la politica o la società di questo o quel paese, di questa o quella consorteria, possano gestire o controllare più di tanto. Sulla tempistica, però, non posso esprimermi. Lo spazio di indagine del singolo, come ho detto, ormai è troppo ridotto per avventurarsi nel futuro”.</p>
<p>Ok. Abbiamo finito. Devo dire che mi è parso quasi tutto soprendentemente chiaro, cristallino. A parte un paio di passaggi che mi dovrò rileggere. Ma, insomma, poca roba. Quasi non lo riconosco. Che non sia lui ma la sua segretaria? In fondo per email tutto è possibile… Anche che Giulio Milani parli quasi terra terra.</p>
<p><em>Gianluca Barbera</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/libri-oggi-non-li-pubblicherei-neanche-tortura-giulio-milani-rivoluzionera-la-letteratura-cinema/">“I libri di oggi? Non li pubblicherei neanche sotto tortura”. Ecco come Giulio Milani rivoluzionerà la letteratura (e il cinema)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ho messo sotto torchio i filosofi. Ovvero: come ti spiego la verità con un barattolo di fagioli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2018 10:15:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2017 ho realizzato otto interviste filosofiche per il Giornale, uscite nelle pagine culturali ogni mercoledì da marzo a maggio. Si trattava di interviste genuinamente filosofiche, ben poco giornalistiche. Questi erano i patti. Volevamo fare una cosa potente, approfondita, che restasse. E così è stato. L’iniziativa ha avuto un grande successo. Numerosi i lettori, gli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/messo-torchio-filosofi-ovvero-ti-spiego-la-verita-un-barattolo-fagioli/">Ho messo sotto torchio i filosofi. Ovvero: come ti spiego la verità con un barattolo di fagioli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 2017 ho realizzato otto interviste filosofiche per <em>il Giornale</em>, uscite nelle pagine culturali ogni mercoledì da marzo a maggio. Si trattava di interviste genuinamente filosofiche, ben poco giornalistiche. Questi erano i patti. Volevamo fare una cosa potente, approfondita, che restasse. E così è stato. L’iniziativa ha avuto un grande successo. Numerosi i lettori, gli apprezzamenti, segno che la filosofia pare sonnecchiare ma quando viene rispolverata suscita molta curiosità e trova sempre lettori attenti e appassionati. <strong>Il fatto è che molti si sentono intimiditi quando si parla di filosofia. Il timore è sempre quello di non essere in grado di comprendere, di dover scalare l’Everest. </strong>Ma non è necessariamente così, vi assicuro. Le interviste che ho realizzato sono sì vera filosofia ma si svolgono attraverso un linguaggio piano, colloquiale e accessibile a tutti. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-59016 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/idee-viventi-201x300.jpg" alt="idee viventi" width="201" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/idee-viventi-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/idee-viventi.jpg 334w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" />Ora queste interviste sono diventate un libro, edito da Mimesis, editore specializzato proprio in filosofia. S’intitola <em>Idee viventi. Il pensiero filosofico in Italia oggi</em>, ed è in libreria da pochi giorni. Tredici i filosofi interpellati (già perché nel frattempo, per realizzare il libro, le interviste si sono ampliate e sono cresciute di numero): <strong>Emanuele Severino, Maurizio Ferraris, Dario Antiseri, Stefano Zecchi, Remo Bodei, Giulio Giorello, Silvano Tagliagambe, Franca D&#8217;Agostini, Marcello Veneziani, Roberto Esposito, Luciano Floridi, Roberta De Monticelli, Massimo Donà.</strong> <strong>Tutti nomi prestigiosi e autorevoli. Sicuramente tra i massimi filosofi italiani. </strong>Ho cercato di indagare i diversi ambiti della filosofia senza trascurarne nessuno, per fare il punto su una materia eclettica che investe tutti i campi del sapere: linguaggio, mente, scienza, comunicazione, politica, giustizia, etica, bioetica, estetica, metafisica e molto altro ancora. Un libro che fa il punto della situazione sullo stato della filosofia in Italia oggi, su cosa fanno i filosofi in concreto nei loro “antri segreti”. <strong>La filosofia è una disciplina davvero speciale, unica. Essa non cessa mai di interrogare se stessa e il mondo. La filosofia vuole capire, comprendere ciò che vi è al di là delle apparenze.</strong> La filosofia cerca la verità di ogni cosa, anche laddove non sembra esistere alcuna verità. La filosofia non è ancillare a nessuna delle discipline con cui entra in contatto, siano esse scientifiche o umanistiche. La filosofia è fondativa. È la quintessenza dell’atteggiamento critico e autocritico. È analisi dei fondamenti, messa a fuoco delle problematicità. E questo da solo – la storia delle idee è lì a dimostrarlo – vale più di qualsiasi scoperta o invenzione. Ecco perché la filosofia era e resta importante, decisiva. Perciò, chi ancora si domanda a cosa serva la filosofia oggi non ha che da leggersi il libro. Non c’è miglior risposta che leggersi le tredici interviste di <em>Idee viventi</em>. <strong>Personalmente trovo che le uniche cose veramente interessanti che sentiamo in televisione o sui media provengano dai filosofi, le poche volte che vengono interpellati (non certo dagli economisti, che vanno tanto di moda, ma dicono solo banalità e di rado riescono a liberarsi dall’indottrinamento).</strong> Se non altro perché i filosofi dicono sempre cose fuori dagli schemi, originali e acute. E spesso ci spalancano mondi, ci fanno affacciare su paesaggi mentali inediti e sorprendenti. Non ci credete? Non vi resta che provare leggendovi <em>Idee viventi</em> o anche solo, <strong>a mo’ di assaggio, l’intervista a Maurizio Ferraris che riporto parzialmente qui sotto e che mi pare rappresentativa del modo in cui ragionano e argomentano i filosofi oggi.</strong> A voi giudicare.</p>
<p><em>Gianluca Barbera</em></p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In un famoso articolo comparso su “la Repubblica” nell’agosto del 2011 (che anticipa il suo </em></strong><strong>Manifesto del nuovo realismo<em>, Laterza, 2012) lei ha suggestivamente esordito così: “Uno spettro si aggira per l’Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare </em>New Re­alism<em>”. Quale promotore di questa nuova corrente di pensiero, ce ne può illustrare i fondamenti concettuali, le idee che vi gravitano intorno e ne costituiscono le premesse?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Quando ho coniato il termine ‘nuovo realismo’, un paio di mesi prima dell’articolo a cui lei fa riferimento, volevo indicare la neces­sità, per la filosofia, di superare la stasi in cui era venuta a trovarsi di fronte alla duplice irrilevanza del postmodernismo diventato puro paradosso e della filosofia analitica ridottasi a tecnica minuta. Non davo vita a un movimento, e i nuovi realisti sono accomunati, per dirla con Montale, da quello che non sono e da quello che non vogliono. <strong>Se dovessi esprimere la mia idea di nuovo realismo, è quella di una filo­sofia di grande respiro chiamata a dar conto della realtà in cui viviamo rispondendo a domande come: quando e quanto abbiamo accesso alla realtà? Quali sono le origini, i limiti e i condizionamenti della nostra iniziativa morale e della nostra azione politica? Che cosa è l’umano e qual è il suo posto nell’ambiente e tra gli altri viventi?</strong> Le grandi domande che la filosofia non può non porsi, e alle quali i miei maestri, per quanto grandi fossero, davano risposte limitate e sfuggenti, tra lo scetticismo del ‘non ci sono fatti, solo interpretazioni’ e il settoria­lismo di ‘la filosofia è un lavoro ben fatto, che non serve a niente’”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Lei ha incardinato le concezioni del “nuovo realismo” in tre pa­role chiave: ontologia, critica, illuminismo. Può illustrarci il senso profondo di queste parole nel contesto in cui le inserisce? </em></strong></p>
<figure id="attachment_59017" aria-describedby="caption-attachment-59017" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59017" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/01/maurizio-ferraris-300x168.jpg" alt="maurizio ferraris" width="300" height="168" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/maurizio-ferraris-300x168.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/maurizio-ferraris-768x430.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/maurizio-ferraris-600x336.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/01/maurizio-ferraris.jpg 1002w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59017" class="wp-caption-text">Maurizio Ferraris insegna all&#8217;Università di Torino</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">“<em>Ontologia</em> significa chiedersi: che cosa c’è? Qual è la realtà in cui viviamo? A questa domanda si risponde spesso con un ‘chiedilo alla scienza’ che non risolve nulla, perché la scienza ha poco da dirci, per esempio, sul mondo sociale. Oppure si risponde evocando figure arcai­che, come il Capitale, che sarebbe ancora la realtà del nostro tempo: no, non è così, il Capitale c’era una volta, oggi c’è dell’altro, quello che chiamo ‘Documedialità’, un intreccio tra burocrazia e media che non riflette in nulla la logica del capitale, e che va studiato con altri mezzi. <em>Critica</em> vuol dire che, contrariamente all’idea del pensiero pigro se­condo cui il realismo è accettazione della realtà, <strong>l’accertamento della realtà è la condizione indispensabile per poterla trasformare. Se non lo si fa, ci penserà il reale a smentirci, come è puntualmente avvenuto in ogni momento della storia, e il nostro presente non fa eccezione: siamo sicuri che quello che si chiama così oscuramente ‘populismo’ non sia il risultato di una analisi pigra e insufficiente delle nuove forme della re­altà sociale?</strong> Conoscere la realtà non significa necessariamente riuscire a trasformarla, ma non conoscerla è una garanzia di fallimento. <em>Illuminismo</em> vuol dire, come diceva Kant: avere il coraggio e la vo­lontà di sapere, cercare di pensare con la propria testa, e di farlo anche mettendosi nei panni degli altri. Sono regole di comportamento che vanno al di là dell’Illuminismo, un fenomeno storico ormai lontano, e che possono sembrare molto semplici, eppure non lo sono: basti dire che un fenomeno come la ‘post-verità’ di cui tanto si parla sorge pro­prio dal rifiuto dell’Illuminismo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Da una parte il mondo esterno e dall’altra i nostri schemi concet­tuali. In che rapporto stanno?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Un idealista risponderebbe che il mondo esterno è costruito dai nostri schemi concettuali, trovandosi nell’imbarazzo di spiegare per­ché, allora, il mondo non ubbidisce ai nostri desideri. Un naturalista risponderebbe che gli schemi concettuali sono il risultato diretto di disposizioni fisiologiche, e si troverebbe nella difficoltà di spiegare perché, allora, il pensiero abbia tanta forza e indipendenza rispetto alla natura. Il realista dice: c’è l’ontologia, quello che c’è, in gran parte indipendentemente da quello che sappiamo (che io lo sappia o no, mangiare troppo fa ingrassare); poi c’è l’epistemologia, quello che sappiamo o che crediamo di sapere, e che interferisce molto poco con quello che c’è (il solo sapere che mangiare troppo fa ingrassare non fa dimagrire); infine c’è la tecnologia, quello che facciamo, e che assicura il transito tra quello che c’è e quello che sappiamo, e vice­versa, e, per quella via, la trasformazione (so che mangiare troppo fa ingrassare; mi metto a dieta; dimagrisco)”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Se, come lei crede, è sbagliato ritenere che “non esistono fatti ma solo interpretazioni”, al tempo stesso non è forse vero che ogni de­scrizione della realtà, così come ogni modello scientifico, non è che frutto di antropomorfismo? Ossia, che in ultima istanza il mondo de­scritto dalle scienze (anche quelle sociali) è un mondo umano, fatto per occhi umani, sensi e percezioni umane, strumenti umani, menti umane? Insomma un mondo antropocentrico, assai diverso da quello che descriverebbe, se lo potesse, un animale o un essere con differenti caratteristiche razionali e sensoriali? E non è forse plausibile che, come ha sostenuto Michael Dummett, il mondo come è in sé, ossia come è veramente, può essere colto solo dalla mente di un Dio?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Direi di più: il mondo visto dalla mente di Dio sarebbe a sua volta un mondo visto da una prospettiva, sia pure totale, dunque non sarebbe il mondo in sé, ma il mondo per Dio. Quello che mi chiedo, però, è come si passi da questa considerazione di buon senso a una tesi del tutto insensata circa l’inesistenza dei fatti. All’origine dell’equivoco ci sono due errori. Il primo è confondere l’ontologia, quello che c’è, con l’epistemo­logia, quello che sappiamo o crediamo di sapere: <strong>io penso (poniamo) che la Luna sia fatta di formaggio, dunque la luna è fatta di formag­gio; lei pensa che sia fatta di pietra, proprio come la Terra. Significa che non c’è un fatto rispetto alla Luna ma solo interpretazioni? Ovvio che no, e allora perché sostenere che non ci sono fatti, solo interpre­tazioni? </strong>Poniamo poi che la Luna sia fatta di gas talmente ben coeso da avere la parvenza della pietra: sarebbe un fatto (sebbene ignoto a me e a lei), e le altre due sarebbero non ‘interpretazioni’, ma errori (sebbene ignoti a me e a lei). Il secondo errore è sopravvalutare l’importanza di quello che sap­piamo o pensiamo di sapere, sottovalutando non solo la larga autono­mia di quello che c’è, ma anche la sfera di quella che chiamo ‘tec­nologia’, e che è una sfera di azioni che non necessariamente sono accompagnate da pensieri, conoscenze, comprensioni. Io gioco con il mio gatto, anche se indubbiamente i nostri schemi concettuali sono diversi. Io uso il computer, cammino senza cadere (in genere), pago il caffè al bar: dietro a tutto questo ci sono tonnellate di fatti, e ovvia­mente di interpretazioni di quei fatti, ma compio quelle azioni senza pensarci, e non cambia niente, sia che io creda che non ci sono fatti, solo interpretazioni, sia che io creda che non ci sono interpretazioni, solo fatti, sia che non abbia alcuna opinione in proposito”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Veniamo alla nozione di “verità”. Posto che lei considera la verità come intimamente connessa con la realtà, può darcene la sua defini­zione? La verità è una nozione relativa o assoluta?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La verità è il risultato tecnologico del rapporto tra ontologia ed episte­mologia. <strong>In un barattolo ci sono 22 fagioli (ontologia); li conto (tecnolo­gia); enuncio la frase: ‘in questo barattolo ci sono 22 fagioli’ (epistemo­logia). La frase è vera. </strong>Il barattolo ha un certo peso (ontologia); lo metto su una bilancia (tecnologia); enuncio la frase ‘il barattolo pesa 100 gram­mi’ (epistemologia). Anche questa frase è vera. Se fossi negli Stati Uniti direi che il barattolo pesa 3 once e mezza, e sarebbe ugualmente vera, sebbene 3,5 e 100 siano due numeri diversi. <strong>Morale: la verità è relativa agli strumenti tecnici di verifica, ma assoluta rispetto alla sfera ontologica a cui fa riferimento, e alla esigenza epistemologica a cui risponde.</strong> Ciò che designiamo, nel linguaggio corrente, come ‘relativo’ e ‘assoluto’ indica, nella versione che propongo, due forme diverse di dipendenza della verità, rispetto alla ontologia e rispetto alla tecnologia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Meglio una verità che, se pronunciata, produce danni o una bugia che salva?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Kant dice che non bisogna mai mentire, nemmeno per il bene dell’umanità, e Woody Allen obietta che allora se la Gestapo mi chie­de se Anna Frank è nel solaio, io sono costretto a dire che sì, è nel solaio. Io direi: nel caso di Anna Frank, è giusto mentire, avendo però piena consapevolezza del fatto che questa azione, giusta, non ci mette al riparo dal causare involontariamente delle conseguenze indesidera­te (per quello che ne sappiamo, Anna Frank avrebbe potuto diventare leader di un partito xenofobo). E soprattutto avendo piena consapevo­lezza del fatto che il più delle volte la ‘bugia che salva’ è pronunciata da noi a nostro vantaggio, dunque con un certo interesse di parte”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Da studioso di ermeneutica qual è, lei ha riconsiderato il rapporto tra lo spirito e la lettera di un testo secondo un ribaltamento delle gerarchie tradizionali o comunque novecentesche. Può chiarire gli aspetti salienti del problema nella loro prospettiva storica e concet­tuale, precisando la sua posizione al riguardo? Non è lei che ha scrit­to che “l’oggettività e realtà, considerate dall’ermeneutica radicale come principi di violenza e di sopraffazione, sono di fatto – e proprio in conseguenza della contrapposizione tra spirito e lettera di cui si è detto – la sola tutela nei confronti dell’arbitrio”?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Se io scrivo ‘è vietato orinare sui muri’ (come si leggeva un tem­po in Francia, dove la tradizione del vino e della birra è anche più forte che da noi) mi aspetto che ci si astenga dall’orinare sui muri. <strong>Chi, interpretando non secondo la lettera, ma secondo lo spirito, decidesse che si tratta di un invito a una ermeneutica radicale che interpreti gli orinatoi come opere d’arte (d’accordo con Duchamp) e i muri come orinatoi, deve essere consapevole, appunto, della de­vianza della sua ermeneutica rispetto alla interpretazione secondo la lettera.</strong> Non dimentichiamoci poi che, se l’ermeneutico radicale in questione è un povero diavolo, potrebbe essere multato, e se è invece un potente potrebbe cavarsela con l’aiuto di un buon avvo­cato che sostenga che non ci sono fatti, solo interpretazioni, o di un addetto stampa che si richiami alla possibilità di ‘verità alternative’ – con un’interpretazione secondo lo spirito che sarà ancora più effi­cace se il proprietario del muro è un povero diavolo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Se il mondo esterno è “inemendabile”, come lei sostiene, e ciò che è accaduto non lo possiamo cambiare nei fatti (malgrado i tentativi di manipolazione operati nella storia, ad esempio dalla propaganda o dal revisionismo storico), tuttavia, se una sentenza decreta che A ha ucciso B, questa diventa la realtà anche nell’opinione comune, nelle cronache e forse anche nella storiografia. E non basta affermare che una sentenza si limita a produrre una verità processuale, dal momen­to che a tutti gli effetti (sociali, giuridici, storici ecc.) quella diventa la verità, addirittura la realtà. È così? </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“No. È e resta un errore o una menzogna, anche se gli effetti sono realissimi. Almeno questo lo dobbiamo al povero disgraziato che, inno­cente, viene condannato. Così come il rimorso di chi, colpevole, viene assolto è la prova che non basta una interpretazione per cancellare un fatto. <strong>Non sono così ingenuo da pensare che tutti i colpevoli provino rimorsi, e so bene che la debolezza umana spinge ognuno di noi a cre­arsi degli alibi, o a rimuovere dei fatti.</strong> Ma, appunto, si tratta di alibi e di rimozioni, che provano l’indipendenza dei fatti dalle interpretazioni proprio come l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un’ultima domanda. La filosofia è qualcosa di elitario o può essere con­divisa da un ampio pubblico? È una faccenda da specialisti o può es­sere divulgata senza che perda qualcosa della sua natura? Insomma, la filosofia è campo di attività per specialisti o pratica di vita?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Se fosse elitaria, dovrebbe avere delle altre capacità, per esempio guarire, come la medicina. Ma così non è. <strong>Il fine della filosofia è sem­pre ampio e pubblico, sebbene la filosofia abbia necessità di quelle tecniche che sono la sua storia, la logica, la capacità di argomentare, l’ampiezza culturale.</strong> Un medico, che salva la vita, può permettersi di essere solo uno specialista (a parte che comunque prima o poi dovrà farsi capire, se non altro per ottenere dei finanziamenti). Un filosofo no, ed è per questo che considero, ad esempio, questa intervista come una parte essenziale, e non accidentale, del mio lavoro”.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Maurizio Ferraris è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Torino</strong> (dove presiede il Laboratorio di Ontologia) e responsabile di ricerca presso il Collège d’études mondiales di Parigi. Ha insegnato in università eu­ropee e americane, collaborato con Jacques Derrida e Gianni Vattimo e scritto oltre cinquanta libri, tradotti in varie lingue. La sua <em>Storia dell’ermeneutica </em>(1988) è diventata un classico, <em>Estetica razionale </em>(1997) ha inaugurato l’inter­pretazione dell’estetica come teoria della sensibilità, <em>Documentalità </em>(2009) ha trasformato le prospettive dell’ontologia sociale con ricadute che, dalla filo­sofia, si sono allargate al diritto, all’architettura, ai media studies. Ricordiamo anche: <em>Storia dell’ontologia </em>(Bompiani, 2008), <em>Manifesto del nuovo realismo </em>(Laterza, 2014), <em>Mobilitazione totale </em>(Laterza, 2015), <em>L’imbecillità è una cosa seria </em>(il Mulino, 2016), <em>Emergenza </em>(Einaudi, 2016). Dal 1989 al 2010 ha col­laborato al supplemento culturale de “Il Sole 24 Ore”; dal 2010 scrive per le pagine culturali de “la Repubblica”. Dopo aver scritto e condotto <em>Zettel &#8211; Fi­losofia in Movimento </em>per Rai Cultura, dal 2015 conduce <em>Lo Stato dell’Arte</em>, su Rai 5, dedicato all’approfondimento di temi d’attualità, politica e cultura.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/messo-torchio-filosofi-ovvero-ti-spiego-la-verita-un-barattolo-fagioli/">Ho messo sotto torchio i filosofi. Ovvero: come ti spiego la verità con un barattolo di fagioli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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