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	<title>letteratura greca Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 25 May 2026 03:01:22 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Hai visto il cielo sconfinato dal buco della serratura di una stella”. Divinare Ritsos</title>
		<link>https://www.pangea.news/ghiannis-ritsos-monocordi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 04:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Ghiannis Ritsos]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura greca]]></category>
		<category><![CDATA[Monocordi]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Crocetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Facciamo un gioco. Chiudete gli occhi, aprite questo libro a caso, puntate il dito dove capita. Sfogliare i Monocordi di Ghiannis Ritsos – ritornati ora, per Crocetti, nell’antica, rivista traduzione di Nicola Crocetti, dalla prima edizione di allora, del 1980, per Scheiwiller – come i tarocchi; usare i Monocordi come l’I-Ching, l’antico – e veritiero – oracolo cinese: ogni poesia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ghiannis-ritsos-monocordi/">“Hai visto il cielo sconfinato dal buco della serratura di una stella”. Divinare Ritsos</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Facciamo un gioco. Chiudete gli occhi, aprite questo libro a caso, puntate il dito dove capita. Sfogliare <strong>i </strong><a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/monocordi-336-poesie-di-un-verso/"><strong><em>Monocordi </em>di Ghiannis Ritsos – ritornati ora, per Crocetti</strong>,</a> nell’antica, rivista traduzione di Nicola Crocetti, dalla prima edizione di allora, del 1980, per Scheiwiller – come i tarocchi; usare i <em>Monocordi</em> come l’I-Ching, l’antico – e veritiero – oracolo cinese: ogni poesia è mantica, esercizio di divinazione, estatica prima che estetica. Se la poesia non muta l’ordine vigente delle cose – trasmutazione del materiale grezzo in oro, della morta materia in vita – la poesia, semplicemente, non esiste, non se ne sente l’esigenza. Poesia: liana che unisce cielo e terra, angelo e belva, natura e abiura. </p>



<p>Poi: su quel singolare verso dei&nbsp;<em>Monocordi</em>&nbsp;estratto dalla sorte – che è poi un altro modo per dire provvidenza – conformate la vostra giornata.&nbsp;</p>



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<p>Gioco anch’io. Capito sul “monocordo” 54. Recita così: “Fino in fondo al baratro il ringraziamento”. Cosa vuol dire? Vi leggo – per riflesso, per una sorta di cataratta interiore – un senso messianico. Giunti al fondo del baratro, dimentichi di sé, ormai smarriti tutti i nomi, occorre ancorarsi al grazie. Chiamiamola: disciplina dell’offerta. Vale la pena passare la notte a investigare i legami tra “baratro” e “ringraziamento”, tra grazia e graziare.&nbsp;</p>



<p>Il giorno dopo, mi rivolgo ancora ai&nbsp;<em>Monocordi</em>&nbsp;come alla Pizia. Apro il libro, sigillo gli occhi, punto il dito. 138: “Hai visto il cielo sconfinato dal buco della serratura di una stella”. Una frase da tatuarsi sulla schiena. Il poeta sembra parlare dal punto cieco dell’universo, dal punto di vista degli dèi, dei morti, dei mai nati: quelli che abitano al di là delle stelle, il cui stallatico sono gli astri.&nbsp;</p>



<p><strong>Che genio inarginabile, Ghiannis Ritsos – Louis Aragon parlava di “choc violent du génie” –: ha dato nuovo impulso – da mitografo maturato nell’era atomica – all’epica</strong>, con l’immenso ciclo di&nbsp;<em>Quarta dimensione</em>, e ha coniato, dal niente, da un tenue sussurro, i&nbsp;<em>Monocordi</em>. Briciole di versi, frantumi di logos, una specie di haiku ellenico. A differenza degli haiku, però – versi che si sbriciolano una volta letti, come una katana di zucchero –, i “monocordi”, poesie di un solo verso, sono come corde, appunto: arpionano a questa terra, ci incatenano al compito di stare al mondo. Se l’haiku è una farfalla, uno sfarfallio di sillabe, i&nbsp;<em>Monocordi</em>&nbsp;sono strigidi, stritolano con gli artigli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="663" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065194_1010374791_0_0_0_75-663x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107390" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065194_1010374791_0_0_0_75-663x1024.jpg 663w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065194_1010374791_0_0_0_75-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065194_1010374791_0_0_0_75-600x927.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788883065194_1010374791_0_0_0_75.jpg 699w" sizes="(max-width: 663px) 100vw, 663px" /></figure>



<p>Per mezzo del “monocordo”, strumento musicale a un’unica corda, Pitagora sperimentava le leggi dell’armonia. Dal caos al cosmo: entro un brillio di parole.&nbsp;</p>



<p>Apro ancora, seguendo la disciplina del caso.&nbsp;<strong>“Monocordo” 237: “Virile anche il pianto. Certo, non il piagnisteo”. Sembra scritto per le brade masse di oggi, messe a pascolare nel recinto del proprio ombelico, genti avvezze al vittimismo.&nbsp;</strong>Il lamento, quando non si eleva in&nbsp;<em>planctus</em>, in vertiginosa lamentazione, sradica l’uomo, lo rende galletto – anzi: gallina.&nbsp;</p>



<p>Viziato dall’insania dei rivoltosi, di genia insonne, proseguo il mio allunaggio su Ritsos e leggo il verso 239: “Nell’oscurità, a volte, gli specchi sussurrano le più grandi verità”. Nel dire di Ritsos il biascichio di Delfi si fa amuleto; la glossolalia è glassa angelica, pura razzia lirica. Nell’oscurità, lo specchio ha il vigore del lampo, prende possesso del letto nuziale.&nbsp;</p>



<p>Gli esperti diranno come, con coerenza miliare, la “funzione Eraclito” agisca in Ritsos: dal Novecento in qua, troppi poeti hanno praticato il “frammento” con boria, mascherando il nulla con cipria enigmatica, meri esegeti del proprio egotismo. Ritsos imbraccia le parole di ogni giorno – il mare e i pesci, le vigne, il cemento, l’usignolo, la nuvola e il sole – e ce ne mostra lo splendore, affrancato dall’incuria, ce le mostra ancora vergini: autentico antidoto alla poesia artefatta, putrefatta, creata dall’AI per stordire la nostra straordinarietà.&nbsp;</p>



<p>Per chi strologa coi numeri – in ebraico si direbbe&nbsp;<em>ghematria</em>&nbsp;– la cifra dei&nbsp;<em>Monocordi</em>&nbsp;– 336 – non è innocua. La somma dei singoli elementi fa 12, la trinità (il numero sacro per antonomasia) moltiplicata per 4, cifra-civetta, sacra ai pitagorici, che simboleggia l’ordine e la materia. Allo stesso tempo 3+3=6: il 336 ci inchioda al dogma trinitario, è un numero-stimmate, un numero che sobilla il sonno degli dèi.&nbsp;</p>



<p>Nell’ultimo verso, Ritsos si confessa: “Sappi, questi monocordi sono le mie chiavi. Prendili”. In un solo verso, il poeta raduna un mondo, lo racconta: questi sono versi-passepartout, versi ladruncoli che scassinano le riserve limitate del nostro cervello – esaudiscono gli intelligenti.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/IMG_20230828_105948-768x1024-1.jpg" alt="" class="wp-image-107391" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/IMG_20230828_105948-768x1024-1.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/IMG_20230828_105948-768x1024-1-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/IMG_20230828_105948-768x1024-1-600x800.jpg 600w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Continuo a baloccare coi numeri.&nbsp;<strong>Ritsos testimonia di aver scritto i&nbsp;<em>Monocordi</em>&nbsp;dal primo al 26 agosto del 1979. In media, quasi tredici poesie di un verso al giorno: una specie di mantra, di formula aurea per liberare il poeta dalla iattura del tempo. Un esorcismo.</strong>&nbsp;Nell’agosto del 1979, Ghiannis Ritsos aveva settant’anni; io compivo sette mesi; il mese dopo, in settembre, Micheal Ende pubblicava&nbsp;<em>La storia infinita</em>&nbsp;e Pietro Mennea, a Città del Messico, stabiliva il record del mondo dei 200 metri piani (che resiste ancora, immacolato, come record europeo). Agli Oscar aveva trionfato&nbsp;<em>Il cacciatore</em>, strepitoso film di Michael Cimino con Robert De Niro e un memorabile Christopher Walken. In febbraio registrarono un’onirica nevicata sul deserto del Sahara. L’anno dopo, Nicola Crocetti avrebbe fondato la Crocetti, inaugurando le pubblicazioni – l’anno dopo ancora – con un libro di Ritsos,&nbsp;<em>Erotica</em>. Chi conosce Crocetti, sa i suoi occhi apollinei, la postura di chi è nel candore, alieno alle menzogne e alle malie del tempo. È un uomo buono, è un uomo severo, Nicola: si esprime in “monocordi”, frasi lapidarie da cui spesso occorre snodare il segreto ultimo – cioè: snidare il ghepardo, figura di luce nel bestiario di Dioniso.&nbsp;</p>



<p>A volte i numeri, pur inermi, danno la gioia di appartenere a un mondo orfico, giallo: dal labirinto è possibile uscire, cantando.&nbsp;</p>



<p>Ora, non resta che usare i&nbsp;<em>Monocordi</em>&nbsp;di Ritsos come cerbottane: spaccate le finestre, pupille di un Ciclope di vetro, e correte… piegate il cielo, fatene la vostra barchetta di carta.&nbsp;</p>



<p>Buona divinazione.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p>21</p>



<p>Il senso al di fuori dai sensi, più una foglia.</p>



<p>*</p>



<p>45</p>



<p>Quando ti avrò dimenticata mi parlerà di nuovo il giardino.</p>



<p>*</p>



<p>65</p>



<p>Com’è possibile a un tempo la bandiera e la poesia?</p>



<p>*</p>



<p>95</p>



<p>Così sono passati gli anni – lupi, parole e lune.</p>



<p>*</p>



<p>167</p>



<p>Il monte, il mare e una ragazza nuda dietro i girasoli.</p>



<p>*</p>



<p>186</p>



<p>Cancello tutta l’ombra con questa matita d’oro.</p>



<p>*</p>



<p>275</p>



<p>Nelle stanze vuote dei bambini entra ogni sera il grande cane e piange.</p>



<p><em><strong>Ghiannis Ritsos </strong></em></p>



<p>Da&nbsp;<strong>Ghiannis Ritsos</strong>,&nbsp;<em>Monocordi</em>, Crocetti, 2026; traduzione italiana di Nicola Crocetti</p>
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		<title>“Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis, i poeti della luce</title>
		<link>https://www.pangea.news/elitis-kavafis-poeti-luce-giacinto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jun 2025 04:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura greca]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Giacinto]]></category>
		<category><![CDATA[Odisseas Elitis]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un lento avvicinamento al cuore di Roma in una mattina di tarda primavera: corona della solarità, vasti aneliti di azzurro e un sentore di gelsomino nell’aria. Andiamo alla ricerca del Graal nascosto in fondo al silenzio dei tempi, la rosa dei secoli sfracellati – la fuga a ritroso dalla storia al mito. Ci avviciniamo dall’alto, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un lento avvicinamento al cuore di Roma in una mattina di tarda primavera: corona della solarità, vasti aneliti di azzurro e un sentore di gelsomino nell’aria. Andiamo alla ricerca del Graal nascosto in fondo al silenzio dei tempi, la rosa dei secoli sfracellati – la fuga a ritroso dalla storia al mito.</p>



<p>Ci avviciniamo dall’alto, disegnando dolci traiettorie. Avvistiamo i bastioni del Vaticano, San Pietro. Ecco le maestose forme, corolle di bianco marmo, fregi e lesene di ionica nostalgia – mettiamo a fuoco lo sguardo verso l’oro inseguito da Giasone.</p>



<p>Eccesso di idealismo? Forse. Come a dire: da una sponda dell’Egeo alla costa tirrenica, presidiamo l’arco interiore della distanza con la fedeltà senescente di Argo, innalzando iliache fortezze d’amore e fari di luminosa verità.</p>



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<p>Da due lustri ormai riecheggia la marea dell’Egeo, non lontano dalla città di Smirne. Quella notte è ormai istoriata nelle pareti del sogno. Lo pensava Saffo, lo ha scritto Elitis:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia.”</strong></p>
</blockquote>



<p>E la luna era un astro più vivido che mai, come gli occhi luminosi della circassa descritta da Kavafis. Con solide reti da pesca andavamo a caccia di coralli, tenendo chiusa in petto quella voce che si sarebbe riversata, calda e dolce come mosto, in puri esametri greci.&nbsp;</p>



<p>La strada per Efeso si snodava attraverso dorati campi di ulivi. Un tempo – dove ora il muschio ricopre gli angoli sbreccati dei capitelli – si respirava salsedine.&nbsp;<strong>Ho sempre creduto che la felicità occupi, nello spettro cromatico dell’anima, il posto dell’ocra e dell’azzurro, sigillati uno dentro l’altro come verso la linea dell’orizzonte. È qui, mi dico, che il grande solitario lanciava i suoi frammenti.&nbsp;</strong>Sì, scagliati come piccole meteore infuocate. Per questo, leggendo Eraclito, si accendono ancora piccoli falò ai bordi delle pagine e sotto l’epidermide.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="616" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-616x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103788" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-616x1024.jpg 616w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0-600x997.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9788883062216_0_0_0_0_0.jpg 650w" sizes="(max-width: 616px) 100vw, 616px" /></figure>



<p>Sul lungomare di Smirne, nel viavai dei traghetti e tra i richiami alla preghiera, pensavo all’Asia Minore, ad Efeso e Antiochia – all’oro dell’Ellenismo –: è da qui, e non dall’Acropoli di Atene, che nasce l’umanesimo di Kavafis, come suggerisce Marguerite Yourcenar nella sua splendida presentazione critica del poeta. In quel momento, come dalle vigne e dai frutteti pieni di agrumi di Archiloco, ho cercato di spremere il succo di un modo di esistere, di una postura che giustificasse le coordinate presenti e quelle passate. Era a Odisseas Elitis che dovevo guardare:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Devi saper afferrare il mare dall’odore perché esso ti dia la nave e perché la nave ti dia la Gorgona e la Gorgona ti dia Alessandro Magno e tutte le pene della grecità.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Voglio dire: deve pur esserci un filo, un’immagine, una catena che tenga uniti la pietra, i graffiti nelle caverne, la gola, il mattone e la pergamena: qualcosa che rifluisce nel tempo, nonostante il tempo, dentro il tempo, attraverso e al di fuori del tempo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dorme più profondamente chi è intriso di Storia</strong><br><strong>Avanti accendila con un fiammifero come fosse alcol.&nbsp;</strong><br><strong>Solo Poesia è</strong><br><strong>Quello che rimane. Poesia. Giusta essenziale e retta</strong><br><strong>Come forse l’hanno immaginata le prime due creature</strong><br><strong>Giusta nell’asprezza del giardino e infallibile nel tempo.”&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>
<cite>(Odisseas Elitis,<em>&nbsp;Come Endimione)</em></cite></blockquote>



<p>Nelle linee esatte dei palazzi del centro, nelle fughe dei cornicioni – fosforescenza del passato –&nbsp;<strong>ripenso a Kavafis e a Elitis: poeti della luce. Sì, anche Kavafis, considerato il poeta della penombra e delle stanze oscurate dalle finestre chiuse. Per me, la poesia di K. inonda di luce.</strong>&nbsp;Come l’innamorata ateniese ascolta le parole dello straniero Orazio e vi scopre immagini di fulgida bellezza, così i versi del poeta greco rivelano squarci di mondo, aprono nuove rotte da percorrere con fremito di piacere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il giovane professa il proprio amore</strong><br><strong>E l’ateniese ascolta silenziosa</strong><br><strong>Il suo eloquente innamorato Orazio;</strong><br><strong>e del grande italiano la passione</strong><br><strong>con mondi nuovi di Beltà l’abbaglia.”&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>
<cite><em>(</em>Kavafis<em>, Orazio ad Atene)</em></cite></blockquote>



<p>Anche io, mi dico con ingenuo spirito d’immedesimazione, sono un “Greco con emozioni d’Asia”. Ecco, la vedo quella geometria invisibile che mi diverto a incrinare con il richiamo di steppe, deserti e passi himalayani…</p>



<p>Ho scritto: “una fuga a ritroso dalla storia al mito” – un’anfora greca, un ciottolo levigato, lo zampillio dell’acqua e lo sguardo di una ragazza. Dai colli della periferia romana siamo arrivati a uno splendido borgo sul mare. La natura non ha bisogno di camuffamenti e maschere.&nbsp;<strong>Dove fallisce la storia, arriva la poesia. Il grano ci insegna ad esercitare la sua solare e libera disciplina.&nbsp;</strong>I colori: buganvillea viola, lo smeraldo del mare, la ginestra, un ciuffo di papavero. Tra gli arbusti e i rovi roventi per il mezzogiorno sgusciano piccole vipere &#8211; anfibio attaccamento al cuore pulsante della terra. Basilico, gelsomino e tiglio; sciame di vespe: il ronzio dei millenni.&nbsp;</p>



<p>La prima voce lirica nella poesia, l’obbedienza del marmo alla carezza umana, il triangolo delle montagne introdotto nell’architettura, il richiamo dell’acqua, l’attesa minoica del tuffo, l’etrusco sorriso: c’è qualcosa che incede lungo i colli della storia, più persuasivo della tettonica delle placche. Mi viene in mente ancora una volta Kavafis:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Oh, terra d’Ionia, te amano ancora,</strong><br><strong>le loro anime te ricordano ancora.</strong><br><strong>Quando l’alba d’agosto splende su di te</strong><br><strong>Un rigoglio della loro vita percorre l’aria;</strong><br><strong>e un’eterea forma di adolescente, a volte;</strong><br><strong>indistinta, con passo celere,</strong><br><strong>incede sopra le tue alture.”</strong></p>
<cite><em>(</em>Kavafis<em>, Ionico)&nbsp;</em></cite></blockquote>



<p>A un’ansa del sentiero si trova una piccola edicola votiva dedicata alla Madonna. La ospita una nicchia scavata nella pietra. Credo sia in quella posizione da secoli. Da lì, ha vegliato sui pescatori, sui viandanti e ora continua a vigilare sulle fiumane di sciatti turisti domenicali. In un lampo di associazione, penso alle divinità dei crocevia: in Giappone, a ogni svolta, trovi piccole statue di Jizō, bodhisattva protettore dei viaggiatori. Questa Madonna mi ricorda le cappelle votive in Grecia: una in particolare, con annessa chiesetta in miniatura, sul colle di una collina ateniese che vede il Partenone. Su tutto, il bianco e l’azzurro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103789" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/57.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Tra le pagine della mia antologia di Elitis ho ritrovato una piccola icona greca: raffigura un San Giorgio fiammante nell’atto di uccidere il drago.</strong>&nbsp;Ho smesso da tempo di credere alle coincidenze. E infatti, lo sguardo individua subito delle frasi sottolineate con un lieve tratto di lapis:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tendo con tutto me stesso verso un – come dire? – avvolgente, abbagliante bene. Da come mordo un frutto a come guardo dalla finestra, sento formarsi un intero alfabeto che mi sforzo di mettere in atto con l’intenzione di comporre parole e frasi e, massima ambizione, giambi e tetrametri. Il che vuol dire: concepire e parlare di un altro secondo mondo che dentro di me arriva sempre primo.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Quando rileggo e rimedito tutto questo, nell’immaginazione e poi nel meriggio spalancato della cassa toracica, allora, per dirlo con Elitis,&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“è come se sorgesse un secondo giorno dentro al primo”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Lorenzo Giacinto</em></strong></p>



<p><em>*La traduzione di Kavafis è di Nicola Crocetti; la traduzione di Elitis è di Paola Maria Minucci</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elitis-kavafis-poeti-luce-giacinto/">“Nella poesia, come nei sogni, nessuno invecchia”. Elitis e Kavafis, i poeti della luce</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Tutta la mia anima è un grido”. Con Kazantzakis, alle Termopili dello spirito</title>
		<link>https://www.pangea.news/kazantzakis-rapporto-al-greco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2024 03:34:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Crocetti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Subiaco]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura greca]]></category>
		<category><![CDATA[Nikos Kazantzakis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Monte Taigeto, nella luce mattutina brilla come una agiografia: limoni d’oro, cipressi di cenere, fortezze arse dal sole, azzurre presenze invisibili. Due viaggiatori, ammirano il paesaggio greco onnipotente e mentre contemplano le terre degli spartani sono estatici di fronte &#8220;alla fonte della civiltà ellenica&#8221;. Come se gli dei antichi si fossero rifugiati nella provincia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Il Monte Taigeto, nella luce mattutina brilla come una agiografia: limoni d’oro, cipressi di cenere, fortezze arse dal sole, azzurre presenze invisibili.</strong> Due viaggiatori, ammirano il paesaggio greco onnipotente e mentre contemplano le terre degli spartani sono estatici di fronte &#8220;alla fonte della civiltà ellenica&#8221;. Come se gli dei antichi si fossero rifugiati nella provincia per sfuggire al logorio del tempo, nascondendo i loro segreti tra le viti e i paletti di gelso del mondo contadino. Travolti da quella visione proseguono il viaggio.</p>



<p>Sono due poeti e scrittori, alla ricerca di un mondo divo e perduto che possa salvare la loro anima; hanno vagato per tutta la Grecia, e quel giorno a pochi passi da Sparta, sperano di trovare ancora, tra le rovine e le ombre degli antichi, gli echi dei passati perduti. <strong>Si chiamano Anghelos Sikelianos e Nikos Kazantzakis, entrambi vogliono veder risorgere quel mondo magico e mitico</strong> che ha forgiato i loro antenati e come arma per realizzare la loro missione hanno scelto la letteratura. Sono due patrioti che si sono stancati di vivere in una Grecia sottomessa e subalterna, fatta di guardiani e domestici. Sognano una loro Grecia, fatta di fondatori e di conquistatori, di rivoluzionari e di guerrieri, e ammirando, tra le sterpaglie e i cipressi, quel passato lontano e monumentale non vogliono solo venerarlo, vogliono vendicarlo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="626" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/rapportoalgreco-626x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100393" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/rapportoalgreco-626x1024.jpg 626w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/rapportoalgreco-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/rapportoalgreco-600x982.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/rapportoalgreco.jpg 660w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /></figure>



<p>Kazantzakis e Sikelianos sono d’un’altra patria e credono negli eroi, ma quel soggiorno sul monte degli spartani, non sarà l’occasione per una resurrezione delle voci degli spiriti eroici, purtroppo per loro, bensì sarà l’occasione per incontrare le fonti di un mondo antico originario e scomparso. Kazantzakis, infatti, mentre passeggia lungo i sentieri del Taigeto, viene attirato da un fiore carico di incanto. Gli si avvicina ed insieme all’amico si domanda che tipo di fiore sia, e quale sia il suo nome. Mentre i due lo stanno per cogliere, vengono circondati da una marmaglia di bambini incuriositi da questi due eccentrici viaggiatori. I poeti allora gli domandano se sanno di che fiore si tratti, ma nessuno di loro lo conosce, tranne un bambino il quale gli dice che sicuramente sua zia Leniò sa il nome di quella pianta. I due allora invitano il bambino ad andare a chiedere alla zia il nome di quel bocciolo, ed impazienti attendono il ritorno di quel ragazzo del Taigeto, con la rivelazione di quel nome segreto. <strong>Pochi minuti dopo il ragazzo torna, un po’ sconfortato e gli dice che purtroppo la Zia Leniò è morta il giorno prima. In quel momento nel cuore del giovane Kazantzakis viene travolto, più che in una guerra o in un reliquiario, dal presagio della morte e dell’oblio. Con la morte della signora Leniò se ne andava per sempre una parola, un mistero che nessuno avrebbe più potuto rendere immortale.</strong> Ecco che cos&#8217;erano le speranze umane, un ronzio di insetti tra due eternità che solo l&#8217;arte e il numinoso avrebbero potuto caricare del loro massimo significato. Kazantzakis si fermò a riflettere, a tutti nomi della storia che si celavano tra i monti e i santuari, ai misteri e ai destini che si nascondono nel mondo e che il tempo e la storia stavano per far scomparire.</p>



<p>In quegli anni di &#8220;diglossia&#8221;, ovvero la divisione della lingua neogreca in quella ufficiale e formale, “purificata”, parlata dagli accademici e dai burocrati, e quella demotica, parlata dai contadini e dai mistici, dai pescatori e dagli antenati, ha la certezza che la storia stia perdendo per sempre quel mondo delle lucciole e del sacro, sperperando quella lingua custodita fin dai tempi di Omero dal popolo ellenico in nome del progresso e dei formalismi. Sceglie quindi di compiere un viaggio nella Grecia popolare e selvaggia, antica e originaria alla ricerca di vecchi nomi per dare nuovi significati alle cose. Come un Pasolini greco Kazantzakis si fa custode di quel mondo antico e originario, crudele e brutale, che in esso nasconde ancora i riflessi del mito e degli eroi, di una terra popolare e umana, che non bisogna rimpiangere, ma resuscitare. Decide di scrivere allora un dizionario del greco demotico, ma il suo piano dopo numerose peregrinazioni tra Creta e le meteore, i monasteri e le acropoli, produce solo un taccuino con circa dieci mila lemmi, che verranno salvati in quell’arca di Noè linguistica che fu <strong><a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/odissea/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la sua <em>Odissea</em></a></strong>, e la cui storia e cronologia è narrata nel suo libro-testamento <strong><a href="https://www.crocettieditore.it/narrativa/rapporto-al-greco/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Rapporto al greco</em>, edito da Crocetti.</a></strong> Un&#8217;opera finale e postuma, non riducibile a mera autobiografia poetica, ma vera testimonianza letteraria e filosofica. Una confessione spirituale con l&#8217;anima di quel grande demiurgo cretese che fu El Greco, in cui Kazantzakis riesce a plasmare un testo sacrale in cui l&#8217;uomo si alterna col poeta, il filosofo col critico, lo spirito guerriero con la sensibilità ascetica mostrando tutte le sfaccettature, antiche ed eterne, archeologiche e ideologiche della sua opera.&nbsp;</p>



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<p><strong>Nikos Kazantzakis, infatti, non è solo il custode di un mondo mitico e numinoso, ma è soprattutto il profeta di una nuova classicità capace di superare l’abisso del nichilismo e le finzioni della vita retorica del mondo borghese. Nelle sue mani gli archetipi di Cristo, Ulisse e Buddha, che accompagnano le pagine di questa &#8220;confessione cretese&#8221;, non sono delle maschere, delle urne vuote, ma anime che sanguinano ancora di una vita inestirpabile;</strong> vulnerabili e tormentati, irrequieti e dannati, protagonisti che non vogliono regalare frasi rassicuranti o facili lezioni, ma che sanno essere degli esempi di inquietudine e di azione. Martiri di una umanità che lotta per salvare Dio, per liberarsi dalle catene della propria epoca, per uscire dalla caverna dell’opinione e vedere il vero volto del mondo. Pessimista ed eroico, scettico ed attivista, Kazantzakis, sin dalle prime pagine del Rapporto, si presenta come una voce carica di struggente vitalità, ma anche della consapevolezza della decadenza occidentale. L&#8217;opera sembra presentarsi come una lirica e mistica anamnesi platonica dove la vita e il martirio di Kazantzakis vengono rievocate retrospettivamente dalla nascita all&#8217;educazione, dai viaggi alle sue persecuzioni usando come unici filtri le pulsioni dell&#8217;anima e il suo slancio vitale. La formazione dell&#8217;autore, figlio di una stirpe di antichi pirati e di duri contadini scavati da secoli di lavoro e fatiche, avviene nel momento di massima tensione della storia greca, tra le sommosse indipendentiste in nome di patria e libertà e le stragi delle catastrofi belliche, il tramonto dell&#8217;occidente e gli anni della decisione. Una decadenza che non trasforma in sciami di alibi, illusioni o piagnistei, ma da cui trae il modo per trasformare la fragile grandezza dell’uomo in orgoglio.&nbsp;</p>



<p>Ne emerge un&#8217;educazione sentimentale popolare e colta, patriottica ed europea, che si apre nella prima parte degli anni Novanta dell’Ottocento, in una Creta in rivolta contro l’ordine millenario degli ottomani. Nato nel 1883 in una famiglia ortodossa di Heraklion, si forma alla luce degli insegnamenti cristiani dei suoi precettori francescani e degli ideali patriottici dell’epoca, venerando una mitologia eroica ed ascetica, tra onore e santità, libertà e redenzione, Costantino Paleologo e Cristo. I suoi maestri vorrebbero fare di lui un alto prelato, magari un cardinale, ma la fede ortodossa del padre, ed il suo autoritarismo, lo spingono a diventare un avvocato. <strong>Studia a Parigi e a Berlino, visita l’Italia, la Spagna e le sorgenti della civiltà greca, allievo di Bergson diventa un discepolo di Nietzsche e di Spengler, impara numerose lingue,</strong> fa il traduttore, il giornalista impegnato, il patriota. Viaggia per l’Europa traducendo i classici: dalla Divina Commedia ai dialoghi platonici, passando per lo Zarathustra, le opere di Darwin, Machiavelli e Pirandello. A quarant’anni inizia il suo pellegrinaggio per salvare l’anima popolare della lingua greca e nel frattempo si innamora della figura superomistica e vitalista di Lenin, anche se non sarà mai un comunista e verso la fine degli anni venti abbandonò questi ideali politici.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="615" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/ODISSEA-696x1158-1-615x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100394" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/ODISSEA-696x1158-1-615x1024.jpg 615w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/ODISSEA-696x1158-1-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/ODISSEA-696x1158-1-600x998.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/ODISSEA-696x1158-1.jpg 696w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></figure>



<p>Kazantzakis fu, infatti, per tutta la vita <strong>un mistico, un asceta, un ribelle, un uomo in rivolta che vedeva nella libertà la massima forma di disciplina, nella lotta l’unico vero dovere dell’esistenza.</strong> Formulando una nuova metafisica dell’Azione, che possa rappresentare lo slancio vitale dell’uomo nella sua ricongiunzione col divino, non trascinando Dio sulla terra, ma trasformando la materia in spirito. Una filosofia che fonde oriente e occidente, Mediterraneo e Mar Rosso, il disprezzo del mondo del buddhismo con il superuomo di Nietzsche, il vitalismo di Bergson e il misticismo dei padri del deserto; tra gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio e la rivolta dei poeti maledetti, Pascal ed Eraclito. “Salvare Dio” è il comandamento di questa nuova tradizione eretica, che non vuole una comunità divinizzata e gnostica, o fatalistica e rassegnata, ma vuole una umanità in armi, che non veda in Dio solo il suo Creatore, bensì il suo comandante. Una teologia eretica, che è il contenuto sedimentato della sua opera, che gli valse la scomunica e l’odio del clero ortodosso.</p>



<p><strong>Quella di Kazantzakis è una visione religiosa eccentrica e originaria che immagina la vita dell’uomo come una continua lotta con la morte</strong> e che fa della sua filosofia un pellegrinaggio verso l’assoluto, per espiare tutto ciò che nasce dalla comodità, dalla speranza, dalla debolezza. Quasi una sorta di nuovo testamento del nietzschianesimo che matura negli anni passati in Germania, nei suoi studi parigini, nel suo soggiorno in Italia. Un&#8217;idea che è il nucleo centrale della sua <em>Odissea</em> (1938) e la vera anima del <em>Rapporto</em>. Tra le pagine di questa &#8220;sacra scrittura laica&#8221; moderna, Kazantzakis si mostra come un autore che non è voluto rimanere mero allievo dei maestri, e che fu condannato per aver amato San Francesco e Lenin, D’Annunzio e il suo Alexis Zorba, per aver ballato con la morte e la vita, e giocato tra il sacro e il profano. In questa ottica <em>Rapporto al greco</em> può essere letto come il resoconto di una elevazione mistica, di una educazione sentimentale alla lotta e al numinoso. Un sinassario dell’infinita grandezza di questo poeta che racconta il suo viaggio animico nel mondo. Leggendolo sembra di assistere ad un miracolo, alla resurrezione di una grande civiltà decaduta che rivive per l’ultima volta, prima di prendere congedo. Assistiamo ad una Aurora dello spirito, che risveglia l’uomo dal suo torpore, gli asciuga le lacrime e si prepara a combattere con lui, come un comandante, un fratello, un maestro. Aprendogli le porte di un mondo mitico e crudele, popolare e antico, che alimenta le braci dell’assoluto, con il proprio sangue e la propria anima; non vuole ammirarle da lontano, al sicuro dagli abissi, vuole farsi consumare da esse per poi rinascere perché <strong>“c&#8217;è qualcosa ancora più nobile della vittoria ed è la lotta per la vittoria”. Un vangelo di una tradizione eretica basata non sulla cura delle ceneri, ma sul culto delle fiamme</strong>, che va oltre gli inganni del tempo per salvare un dio originario e guerriero che è con noi e lotta per noi ogni giorno:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutta la mia anima è un grido, e tutto il mio lavoro il commento a quel grido”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Zorba, Ulisse, Cristo, Buddha, Kazantzakis trasforma questi nomi fatali e capitali in grandi miti moderni, in protagonisti di una nuova epica vitalista ed eroica in cui l’uomo si trova irrevocabilmente di fronte al proprio destino, perché ogni giorno è alle Termopili dello spirito, ogni giorno è pronto per essere giudicato di fronte al giudizio universale, a salire sul suo calvario per salvare l&#8217;umanità, senza illusioni, senza speranza, finalmente libero.</p>



<p><strong><em>Francesco Subiaco</em></strong></p>



<p><em>In copertina: El Greco, El caballero de la mano en el pecho, 1580 ca.</em></p>
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		<item>
		<title>“Guardi il sole, poi ti perdi nel buio”. Sulla poesia di Giorgos Seferis</title>
		<link>https://www.pangea.news/giorgos-seferis-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Dec 2022 06:04:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Francisco Soriano]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgos Seferis]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura greca]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel per la letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è da chiedersi oggi, ancora una volta, che cosa sia la Grecia: “Fummo pieni di gioia tutta quella mattina, Dio mio, che gioia. Dapprima luccicavano le pietre, le foglie, i fiori, e poi il sole, un sole enorme tutto spine, così alto nel cielo”. Fra i “poeti della luce” Giorgos Seferis (insieme a Odisseas Elitis [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’è da chiedersi oggi, ancora una volta, che cosa sia la Grecia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Fummo pieni di gioia tutta quella mattina, </strong><br><strong>Dio mio, che gioia. </strong><br><strong>Dapprima luccicavano le pietre, le foglie, i fiori, e poi il sole, </strong><br><strong>un sole enorme tutto spine, così alto nel cielo”.</strong></p></blockquote>



<p>Fra i “poeti della luce” Giorgos Seferis (insieme a Odisseas Elitis e Ghiannis Ritsos), occupa uno degli spazi più originali e sofisticati della poesia del Novecento. Il vortice di luce incuneato nei chiarori del mattino, giunge sulla terra come irradiato da forze mitiche, forme divine e soli inneggianti la purezza del mondo. È questo ciò che Seferis sembra sussurrarci, in quel fare poetico tipico del greco invincibile:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Dovunque viaggio la Grecia m’accora: </strong><br><strong>cortine di montagne, arcipelago, nudo granito”.</strong></p></blockquote>



<p>Seferis poeta errante, diplomatico, scrittore civile, già esule con la sua stella polare inesorabilmente incastonata nel mediterraneo, è sempre stato proteso ad accogliere la memoria sulle “rupi naufraghe del tempo” e degli affetti collettivi. Fra disastri, tuttavia, sul piano inclinato della Storia, risorge presto la speranza di un domani migliore:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Ancora poco</strong><br><strong>e vedremo i mandorli fiorire</strong><br><strong>i marmi splendere al sole</strong><br><strong>il mare frangersi in onde; </strong></p><p><strong>ancora poco, </strong><br><strong>solleviamoci ancora un po’ più su”.</strong></p></blockquote>



<p>Leggere Seferis è discorrere con la Storia, narrare della vita quotidiana trascinata dal grecale sulle radiose spiagge dell’Ellesponto. Concezione estetica che non si discosta mai dal vissuto reale, che dalla luce e dal suo contrario trae nutrimento: “angelicata e nera luce”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="644" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/arton147337-644x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93845" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/arton147337-644x1024.jpg 644w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/arton147337-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/arton147337-600x954.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/arton147337.jpg 679w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>



<p><strong><a href="https://www.crocettieditore.it/autore/ghiorgos-seferis/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Giorgos Seferis è lo pseudonimo di Giorgos Sefiaridis, nato a Smirne nel 1900. </a></strong>Compì studi giurisprudenziali a Parigi, intraprendendo presto una carriera diplomatica che si concluse nel 1965, come ambasciatore a Londra. Gli impegni pubblici e le tragiche vicissitudini della Storia lo costrinsero a viaggiare con notevole frequenza. Un peregrinare che radicò in Seferis il sentimento dell’esilio, anche e soprattutto in relazione a quanto avvenne con il “Trattato di Losanna” del 1923: infatti, la popolazione greca dell’Asia Minore fu costretta a un esodo vissuto come un’umiliazione. <strong>Furono le poesie “Strofa” (1931) e “La cisterna” (1932) che posizionarono il poeta, agli esordi, in un’area artistica riconducibile al simbolismo francese.</strong> In particolare, dello stesso periodo, si ricorda la poesia “Rifiuto” che fu musicata dal talentuoso Mikis Theodorakis. Questo testo assunse, successivamente, un significato politico e civile per i greci: in “forma” di canzone venne intonata da una folla immensa, radunatasi durante il funerale dello stesso scrittore nel 1972:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Sulla spiaggia nascosta</strong><br><strong>e bianca come una colomba</strong><br><strong>avevamo sete a mezzogiorno</strong><br><strong>ma l&#8217;acqua era salmastra.</strong><br><strong>Avevamo sete a mezzogiorno</strong><br><strong>ma l&#8217;acqua era salmastra.</strong><br><strong>Sopra la sabbia bionda</strong><br><strong>scrivemmo il suo nome.</strong><br><strong>Splendido! Ché soffiò la brezza</strong><br><strong>e la scritta si cancellò.</strong><br><strong>Splendido! Ché soffiò la brezza</strong><br><strong>e la scritta si cancellò.</strong><br><strong>Con che cuore, con che respiro</strong><br><strong>&#8211; che speranze e che cori &#8211;</strong><br><strong>afferrammo la nostra vita: errore!</strong><br><strong>e cambiammo vita.</strong><br><strong>Afferrammo la nostra vita: errore!</strong><br><strong>e cambiammo vita”.</strong></p></blockquote>



<p>Giorgos Seferis si distinse per le sue originali visioni, rappresentate con uno stile ermetico e onirico attento alla ricerca coerente delle regole ritmiche e “sonore” del greco moderno. Poeta profondissimo e civile, nonostante tanti fossero i suoi impegni diplomatici, non fu mai distolto dallo scrivere poesie e canti di estrema intensità: nel 1935 compose 24 testi dal titolo “Romanzo” e, nello stesso anno, fondò la rivista “Lettere nuove”, in collaborazione con altri scrittori. In Grecia si diede vita a un “filone modernista” della poesia generato, fondamentalmente, da una schiera di intellettuali conosciuti come la “Generazione degli anni ‘30”. Seferis, Ghiannis Ritsos e Nikiforos Vrettakos si distinsero, in particolare, per la sperimentazione di nuove soluzioni e variabili in versi liberi. L’idea portante e il valore principale del poetare, trovavano sintesi in un’operazione di continuità fra epoche storiche lontanissime: tale sforzo consisteva nella individuazione di un filo rosso che avrebbe dovuto unire il passato mitico della Grecia classica con la modernità.</p>



<p><strong>L’epos omerico irrinunciabile nella tradizione lirica ellenica, non fu concepito da questi scrittori come qualcosa di “sospeso” sullo sfondo di un orizzonte perduto e inafferrabile, ma piuttosto venne percepito come uno scrigno di valori umanissimi assolutamente riscontrabili nel quotidiano delle donne e degli uomini moderni.</strong> Secondo Seferis, l’indagine sull’avventura umana, il riverbero dell’ideale del viaggio come incontro e confronto fra popoli, sono un percorso obbligato e inesauribile. La tradizione della Grecia antica è il pozzo inesauribile da cui attingere umanesimo, lettura delle contraddizioni, soluzioni alle crisi, percezione di eterno. Sono riferimenti fondanti e diacronie complesse che spiegano il labirinto degli avvenimenti, questi ultimi esposti da Seferis con la semplicità poetica di un artista inimitabile: ”Voglio solo parlare semplicemente: chiedo questa grazia” (“Un vecchio sulla riva del fiume”, Giornale di bordo II, 1944). In questo anno così proficuo, cioè il 1935, il poeta scrisse altre due famose poesie, “Santorino” e “Micene”, che saranno inserite in una nuova raccolta dal titolo “Gimnopedia”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="718" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/30226134650-718x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93846" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/30226134650-718x1024.jpg 718w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/30226134650-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/30226134650-600x856.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/30226134650.jpg 757w" sizes="(max-width: 718px) 100vw, 718px" /></figure>



<p>Come Odisseas Elitis, si dedicò alla traduzione di scrittori già riconosciuti, per la loro importanza, dal grande pubblico: Seferis si occupò del capolavoro di T.S. Eliot, <em>The Waste Land</em>, nel 1936. Luminosi per acume e profondità di analisi furono i suoi diari. Pubblicati postumi con il titolo “Giorni”, ci raccontano l’ellissi esistenziale del poeta e ci tramandano una visione storica e letteraria della Grecia di quei tempi. Nel 1936, durante il suo impiego in Albania come console di Grecia a Corizia, Seferis si prodigò nello studio dell’opera di Kostantinos Kavafis, la cui figura poetica venne analizzata in alcuni aspetti in modo assolutamente originale, definendo la sua testimonianza esistenziale come “romanzesca, mitica e alchimistica”. Nel 1940 furono raccolte alcune poesie scritte in quegli anni sotto il titolo “Quaderno degli esercizi”. Questi testi rappresentano un coerente percorso di sperimentazione metrica e morfologica, dai contenuti che si discostano dalle precedenti liriche grazie al tono satirico e ironico, elementi fino a quel punto assenti nella poesia seferiana.</p>



<p>Sono anche gli anni di preludio alla tragedia della Seconda guerra: si avverte negli scritti del poeta il momento drammatico, ben riconoscibile per pathos e intensità emotiva, nel suo “Giornale di bordo”, la prima composizione dei tre “giornali” che il poeta porterà a compimento alla fine degli anni ‘50. La raccolta consta di 17 poesie in cui il poeta, coraggiosamente, allude criticamente alla dittatura di Ioannis Metaxas, figura controversa, liberticida e antidemocratica. Fu in questo periodo convulso che Seferis si sposò e partì al seguito del governo greco in esilio: ancora una volta fu protagonista di un vagabondaggio senza fine, umanamente drammatico e umiliante: da Creta ad Alessandria d’Egitto, dal Sudafrica a Gerusalemme, fino a Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno. <strong>È proprio nella città campana che l’intellettuale greco scriverà la poesia finale del suo secondo “Giornale di bordo”, chiamata infatti “Ultima tappa”; era il 1944.</strong> Nello stesso anno Seferis pubblicherà un volume di “Saggi” in cui vennero affrontate diverse tematiche. Nei mesi successivi alla catastrofe della Seconda guerra mondiale, n un periodo tragico per la Grecia e per il mondo intero, il poeta compose una poesia/poema dal titolo: “Il tordo”, in una edizione del 1946. Questo testo rappresenta uno dei capolavori più ermetici e rappresentativi della poetica di Seferis. Il poema è un itinerario esistenziale che accomuna, ci sospende nel tempo, rinnova dentro di noi la consapevolezza della capacità creativa della poesia come fonte e bisogno vitale. Il “Tordo” è il vascello affondato e sacrificato alla cattura dei tedeschi: “fluttua come un vessillo, o un’immagine opaca dentro il cervello”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="828" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/61FrKT6990L-828x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93847" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/61FrKT6990L-828x1024.jpg 828w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/61FrKT6990L-243x300.jpg 243w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/61FrKT6990L-768x949.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/61FrKT6990L-600x742.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/12/61FrKT6990L.jpg 1000w" sizes="(max-width: 828px) 100vw, 828px" /></figure>



<p><strong>Lo scrittore aveva ricoperto dal 1948 al 1952 le funzioni di consigliere all’Ambasciata di Grecia ad Ankara, con brevi soggiorni a Londra; infine a Beirut, nel 1956.</strong> In questi anni trascorse tre estati consecutive nell’isola di Cipro, dal 1952 al 1953, che segnarono un rapporto unico fra il poeta, l’isola e i suoi abitanti. Natura selvaggia e stravolgimenti storici drammatici fecero da sfondo alla vena creativa, quest’ultima ben visibile per forza evocativa nei versi “ciprioti” di Seferis. Secondo i critici più autorevoli, si distinsero altresì anche per l’inevitabile influenza della poetica di Kavafis. A Cipro, bisognerà sottolinearlo, il poeta sarà protagonista in veste di diplomatico, dal 1957 al 1962, alle trattative che porteranno l’isola alla sua indipendenza.</p>



<p><strong>Seferis ormai riconosciuto in tutto il mondo come straordinario intellettuale e scrittore, fu insignito nel 1963 del premio Nobel per la letteratura.</strong> Gli anni immediatamente successivi furono vissuti lontano dai riflettori: rimane tuttavia imprescindibile la raccolta scritta in questo periodo (1966), dal titolo “Tre poesie segrete”. È il momento della riflessione intima, dello studio e della riscoperta di riferimenti letterari riconducibili a Dante ed Eliot, alla grande tradizione filosofica eraclitea e al dramma antico. Nel 1967 avvenne il tragico colpo di Stato dei colonnelli (1967-1974), che produsse in Grecia una dinamica di terrore e violenza. Seferis poeta attento alla libertà come valore imprescindibile soprattutto per la produzione artistica e letteraria, tenne un appassionato discorso alla BBC, il 28 marzo del 1969, contro il regime totalitario instauratosi nel suo Paese: per questo gesto coraggioso i rappresentanti della dittatura lo privarono del titolo di ambasciatore. Seferis morì il 20 settembre del 1971. Nel 1974 la pubblicazione postuma del suo unico romanzo: “Sei notti sull’Acropoli”.</p>



<p>La lettura dei testi che compongono la raccolta “Il Tordo”, ci travolge in sentimenti di irrimediabile dolore ma anche di insostituibile senso artistico. Il poeta della luce scandaglia le sue forme, ne scruta le tonalità, ne descrive i riflessi. Seferis esordisce nel suo primo canto, “La casa vicino al mare”, con un vero e proprio esergo al testo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Le case che avevo me le hanno prese. </strong><br><strong>Avvenne che fossero anni bisestili; </strong><br><strong>guerre rovine espatri”.</strong></p></blockquote>



<p>In fondo, quanta attualità, dolorosa e quotidiana verità attestiamo nei versi del poeta ellenico: gli uomini espropriano, invadono, uccidono, negano se stessi. E, inspiegabilmente, talvolta, le loro gesta si dipanano in volontà autodistruttiva: è forse tutto riconducibile a un destino che si è manifestato, inesorabile, in guerre e rovine? In questa narrazione della dimora, in cui tutto è storia e intima connessione con un fato-divenire che pare illeggibile, il poeta verifica alcune certezze e, in metafore, manifesta la contraddittoria visione della vita: “Io non so molto delle case, so che hanno una loro stirpe, nient’altro. Nuove all’inizio, come i neonati che giocano con le frange del sole nei giardini, ricamano persiane colorate e porte che luccicano sul giorno; quando l’architetto ha finito cambiano, raggrinziscono, sorridono o s’impuntano con chi è rimasto o è partito”. Nulla è imperscrutabile agli occhi del poeta ma nulla vieta di sperare: finalmente si scorgono fra i mandorli in fiore, i marmi al sole fra i marosi pendii della Grecia.</p>



<p>Dunque, all’origine è la stessa esistenza, una nuova vita a confondersi gioiosamente con “le frange del sole”. Si costruisce nella dimora, laddove risiede una genealogia degli affetti: si alimenta di luce e di slancio vitale fino a quando, quelle stesse esistenze non si trasformano al susseguirsi dei giorni in felici sorrisi o dolorosi esili. Una consapevolezza sembra però abitare quei luoghi che, in realtà, risulta essere un’attesa. Qualcuno finalmente sopraggiungerà dalle luci che scalfiscono il tempo: “…con vesti bianche e nere, con gioielli multicolori e intorno a lui sussurrano dame venerande…”. Il compimento di un addio si compie, tragico, si avvera con una figura sconosciuta: “capelli grigi e merletti scuri, che si prepara a dirmi addio”.</p>



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<p>Seferis sembra riflettere sulla propria esistenza elisa, esiliata, defraudata da un ingiusto susseguirsi di avvenimenti spesso in forma di nefandezze, diaspore, arcani, odi; eppure, una speranza e un’idea di solida identità si afferma in un ritorno: “… una donna dalle ciglia nobilissime e la cinta stretta che torna da porti meridionali, Smirne Rodi Siracusa Alessandria, da città chiuse come imposte calde, con erbe e profumi di frutti d’oro, che sale i gradini senza vedere quelli addormentati sotto la scala. Sai, le case s’impuntano facilmente se le spogli”.</p>



<p>Nella luce dimora la nostra vera esistenza. Seferis ne è certo, seppure,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“col passare degli anni si moltiplicano i giudici che ti condannano; col passare degli anni parli con sempre meno voci, vedi il sole con occhi diversi; sai che quanti rimasero ridevano di te, il delirio della carne, la bella danza conclusasi in nudità”.</strong></p></blockquote>



<p>Quel sole che alla stregua del tempo inarrestabile assume ai nostri occhi un’altra forma se non profondamente diversa,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“come di notte, svoltando la strada solitaria vedi a un tratto brillare gli occhi di un animale subito spariti, così avverti i tuoi occhi; guardi il sole, e poi ti perdi nel buio”.</strong></p></blockquote>



<p>Nei versi successivi, ancora nella luce si sublimano gli opposti: luce/buio, marmo nella luce/testa nel buio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“la tunica dorica che si fletteva come i monti sotto le tue dita è un marmo nella luce, con la testa nel buio”.</strong></p></blockquote>



<p>Di rara, luminosa, misteriosa bellezza è la testimonianza del verso centrale della poesia “La Luce”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“e quanti lasciarono la palestra per impugnare gli archi e colpirono il maratoneta tenace – lui vide gli spalti navigare nel sangue il mondo svuotarsi come la luna e appassire i giardini della vittoria; li vedi nel sole, dietro il sole”.</strong></p></blockquote>



<p>Tragica deriva dell’uomo antico e del moderno, il sangue invade ogni angolo del mondo, svuotato, alla stregua della luna. Chi è il maratoneta tenace? Il coraggio, la libertà, la gioia di essere altro, la poesia? La luce del sole irradia sul misfatto, e sui giardini orfani delle vittorie ormai relitti in opposte visioni del mondo: nel sole/dietro il sole. Così, in un momento di audace riverbero, il poeta si sofferma in versi a riconciliarsi: “e noi che nulla avemmo insegneremo loro la pace”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Luce angelica e nera, </strong><br><strong>risa di onde sulle vie del mare aperto, </strong><br><strong>risa lacrimose, </strong><br><strong>il vecchio supplice ti vede </strong><br><strong>mentre varca il lastricato invisibile </strong><br><strong>luce riflessa nel suo sangue </strong><br><strong>che ha generato Eteocle e Polinice”:</strong></p></blockquote>



<p>Storia delle storie di questa Umanità funestata dai fraterni eccidi, Edipo che ha visto nei suoi figli la deriva del mondo “varca il lastricato invisibile”. Nulla è cambiato: le tragedie di oggi sulle trincee dell’odio a due passi della nostra terra, dell’Europa, del mondo. Non resta che l’amore, finalmente sospinto al di fuori dei meandri oscuri del passato:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“non ti parlo del passato, parlo dell’amore: </strong><br><strong>orna i capelli con gli spini del sole,</strong><br><strong>fanciulla oscura”.</strong></p></blockquote>



<p>Le anafore dei versi coincidono negli opposti laddove si rafforza il senso eterno della luce, del sole, del buio e dell’oscuro.</p>



<p>E come non lasciarsi andare, infine, in un pianto irrisolvibile, dietro la coltre della luce, solarità seminata da Seferis, ancora una, alla stregua di un lasso di tempo intriso di eternità e di morte:</p>



<p class="has-text-align-center"><strong>“e tu sei<br>in una grande casa con molte finestre aperte<br>corri di stanza in stanza, e non sai dove guardare prima,<br>perché svaniranno i pini, i monti riflessi e il cinguettìo degli uccelli,<br>si svuoterà il mare, frantumi di vetro, da nord a sud,<br>i tuoi occhi si vuoteranno della luce del giorno<br>come a un tratto tacciono tutte insieme le cicale”.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giorgos-seferis-poesia/">“Guardi il sole, poi ti perdi nel buio”. Sulla poesia di Giorgos Seferis</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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