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	<title>Lazio Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>L’era del rimbambimento globale comincia negli anni Ottanta: torna il libro introvabile – e profetico, e cinico – di Martin Amis, sul mondo dei videogiochi. Tesi pericolosa: ogni realtà è migliore di questa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Nov 2018 13:15:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il rincoglionimento pare cominci da lì, nei mirabili Ottanta, quando abbiamo sostituito l’ideologia al McDonald’s, quando abbiamo sostituito la disco ai proclami di piazza e imbracciato i videogame al posto dei fucili. * La lotta contro l’ideale sovietico, se vi ricordate, passa per Rocky IV più che altro. L’importante per lo più è evadere dalla [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lera-del-rimbambimento-globale-comincia-negli-anni-ottanta-torna-il-libro-introvabile-e-profetico-e-cinico-di-martin-amis-sul-mondo-dei-videogiochi-tesi-pericolosa-og/">L’era del rimbambimento globale comincia negli anni Ottanta: torna il libro introvabile – e profetico, e cinico – di Martin Amis, sul mondo dei videogiochi. Tesi pericolosa: ogni realtà è migliore di questa</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il rincoglionimento pare cominci da lì, nei mirabili Ottanta, <strong>quando abbiamo sostituito l’ideologia al McDonald’s, quando abbiamo sostituito la disco ai proclami di piazza</strong> e imbracciato i videogame al posto dei fucili.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta contro l’ideale sovietico, se vi ricordate, passa per <em>Rocky IV </em>più che altro. <strong>L’importante per lo più è evadere dalla realtà – eluderla, almeno. Stordirsi in questo e altri mondi – negli anni Ottanta prolifera il genere fantascientifico, da <em>Blade Runner </em>a <em>E.T. </em>al ciclo di ‘Star Wars’.</strong> Visto che le pastoie chiodate di questo tempo non permettono alcuna aspirazione all’avventatezza, meglio darsi alla dissolutezza, alla dissoluzione di sé, alla proiezione del sé in una galassia lontana lontana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64128 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/image-1-212x300.jpg" alt="Martin Amis" width="166" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/image-1-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/image-1.jpg 440w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" />Nel 1982 l’Italia vinceva i Mondiali spagnoli, Pertini gioca a carte in aereo con Bearzot, Paolo Rossi era un ragazzo come noi e Martin Amis, 32 anni, era già un emerito scrittore (<em>The Rachel Papers</em>, <em>Other People</em>) e un bel figlio di buona mamma. </strong>Il libro di cui si vergognerà sempre – per vezzo stilistico, per moda d’alieno intellettuale – s’intitola <a href="https://www.penguin.co.uk/books/111/1116464/invasion-of-the-space-invaders/9781787331198.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Invasion of the Space Invaders</em> </a>e viene tradotto in Italia, fuori tempo massimo, come un oggetto già vintage, nel 2013 da Isbn edizioni. Ora non lo trovate più. In UK, invece, di quel libro anomalo, ora, stampano l’edizione facsimile, perché?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ragion prima è stilistica. Martim Amis è un dandy dalla giacca lurida, un ‘Alex’ – <em>Arancia meccanica </em>– che al posto di usare la mazza usa la penna, nei vizi ‘sociali’, nel gergo animale delle catacombe dell’inconscio, nella depravazione dei frustrati va a nozze.</strong> Piglia una fetta di ‘gonzo journalism’ ci aggiunge la sua personalissima ironia cieca, nera. Il libro – tolte le pagine in cui ti spiega come vincere a Pac-Man – è una lorda mirabilia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il buono del libro non sta nella ‘denuncia sociale’, intendo. <strong>Martin Amis è troppo scaltro per deplorare un’esistenza passata a giocare al computer – a Amis non importa la salvezza dell’uomo, preferirebbe l’estinzione del genere umano.</strong> In quel libro appare Steve Jobs e Steven Spielberg firma una introduzione partecipe: come a dire, chi ha forgiato il nostro immaginario pensa che ogni altra realtà sia migliore rispetto a questa. Jobs e Spielberg sono due divinità gnostiche e Martin Amis gioca a fare il loro evangelista.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“L’inevitabile interesse del libro, il piacere duraturo che si prova nel leggerlo è nella relazione con i temi principali dei romanzi di Amis… la brama di amenità, il fatto che preceda <em>Money</em> di poco, il suo animarsi, senza snobismi, tra i brutali cittadini degli <em>arcade</em>”: così Steven Poole, inchinato al genio di Amis, <a href="https://www.theguardian.com/books/2018/nov/22/invasion-of-the-space-invaders-martin-amis-review" target="_blank" rel="noopener">sul <em>Guardian</em>.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Devo dire che alla spiccia oscenità di Emmanuel Carrère e alle inquietudini rètro di Michel Houellebecq ho preferito certi romanzi di Martin Amis. </strong>Quella prosa allucinata concede sinfonia alle ginocchia quando si spaccano, precipitando.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’era della dissipazione occidentale di massa – e del definitivo sputtanamento di ogni barlume di ‘tradizione’ e di tradimento – è simboleggiata da <em>Missile Command</em>, “un enigma, un mistero, uno dei giochi più fantasmagorici di tutti”.</strong> I missili cadono dal cielo, prefigurando l’unica soluzione possibile: la distruzione. Così si sublima il terrore nucleare, il terrore che viene da cielo – dove abita il divino, celestiale nella sua crudeltà – e contro cui non puoi fare nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La dinamica del gioco da sala giochi è capitalismo avanzato. Metti il soldino. <strong>Più sei bravo, più giochi – meno paghi. Ma chi incassa davvero? Tu che sei bravo a stare davanti al gioco cosa guadagni se perdi soltanto tempo? </strong>Che tipo di talento conquisti? Sai dominare Pac-Man ma non conosci il nome degli alberi e di notte, nel bosco, saresti preda del primo che passa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i games e la <em>Bhagavadgita</em> c’è scarsa differenza: tra uccidere sullo schermo e decidere di uccidere per strada la distanza è infima, un filo di frustrazioni; uccidere o non uccidere è lo stesso, dice l’immane poema indù. Solo che <strong>da una parte balugina Krsna, dall’altra un dio digitale. La realtà, comunque, è la stessa: inconsistente, insostanziale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1985 Robert Zemeckis gira <em>Ritorno al futuro. </em>La profezia, realizzata oggi, degli anni Ottanta: <strong>vorremmo cambiare il passato e non avendo più un presente al futuro possiamo soltanto <em>ritornare</em>.</strong> Senza raggiungerlo. Che sia <em>ieri</em> o <em>dopo</em>, l’importante è che non sia mai <em>ora</em>. (d.b.)</p>
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		<title>“Vorrei essere ricordato per questo: sono un uomo di parola”. Gianluca Barbera dialoga con Massimo Maugeri, l’ideatore di “Letteratitudine”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jun 2018 07:26:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Giornalista della carta stampata, del web e radiofonico, scrittore, ideatore di Letteratitudine, bollettino di informazione e cultura letteraria di successo e blog letterario d’autore del gruppo L’Espresso, Massimo Maugeri è da poco in libreria con il romanzo Cetti Curfino, edito da La nave di Teseo. Siciliano, uomo intelligente, gran bella penna, persona dai modi gentili, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vorrei-essere-ricordato-per-questo-sono-un-uomo-di-parola-gianluca-barbera-dialoga-con-massimo-maugeri-lideatore-di-letteratitudine/">“Vorrei essere ricordato per questo: sono un uomo di parola”. Gianluca Barbera dialoga con Massimo Maugeri, l’ideatore di “Letteratitudine”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Giornalista della carta stampata, del web e radiofonico, scrittore, ideatore di <em>Letteratitudine</em>, bollettino di informazione e cultura letteraria di successo e blog letterario d’autore del gruppo L’Espresso, Massimo Maugeri è da poco in libreria con il romanzo <em>Cetti Curfino</em>, edito da La nave di Teseo<strong>. Siciliano, uomo intelligente, gran bella penna, persona dai modi gentili,</strong> della sua produzione letteraria ricordiamo i racconti <em>Viaggio all’alba del millennio</em> (Perdisa, 2011) e <em>Trinacria Park</em> (e/o, 2013). Ma ne saprete di più dalla sua viva voce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61319 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/libro-maugeri-205x300.jpg" alt="libro maugeri" width="161" height="234" />Caro Massimo, a quanto pare tutto è nato da una voce. “Ogni storia” hai dichiarato “nasce a modo suo e non sempre è facile risalirne alle origini; ma in questo caso andò proprio così: prima di ogni altra cosa giunse la voce, poi il resto. E la voce era quella di una donna che pronunciava questa frase: «Intanto per incominciare è meglio che chiariamo un punto»”. Puoi raccontarci cosa è accaduto poi? Come è venuto tutto il resto? Puoi raccontarci la genesi del romanzo. So che tutto parte da un racconto poi diventato pièce teatrale…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Accadde che mi misi all’ascolto di questa voce. Era la voce di una donna che aveva qualcosa di importante e di urgente da raccontare. Una voce che proveniva dagli abissi della reclusione. Mentre parlava la visualizzavo con gli occhi della mente. <strong>Era una bella quarantenne con le mani aggrappate alle sbarre di una cella. Cosa aveva da dire? Cosa le era capitato? Pensai che volesse raccontare la sua storia a qualcuno, ma non a una persona qualunque.</strong> Immaginai dunque che questa donna, bella ma ignorante, stesse scrivendo una lettera proprio al commissario di polizia che l’aveva arrestata. Cominciai a scrivere cercando di captare la tonalità espressiva di questa voce, caratterizzata dal fatto che il personaggio si sforzava di riportare in lingua italiana espressioni dialettali e modi di dire comuni che aveva appreso in maniera strampalata. Venne fuori un racconto dotato di un linguaggio particolare che finì all’interno della mia raccolta <em>Viaggio all’alba del millennio</em> (Perdisa Pop, 2011). Qualche anno dopo fui contattato dal regista teatrale e cinematografico Manuel Giliberti. Aveva letto il racconto ed era rimasto molto colpito. Aveva il desiderio di trarne una trasposizione teatrale. Aveva in mente anche l’attrice giusta per interpretare questo personaggio: Carmelinda Gentile, la Beba del commissario Montalbano televisivo. <strong>Quando lo spettacolo andò in scena, rimasi così emotivamente travolto dall’interpretazione di Carmelinda che continuai a pensare a questo personaggio, alla mia Cetti Curfino, per mesi e mesi. Voleva altro spazio.</strong> Così, mentre lo spettacolo teatrale andava in giro per l’Italia, travalicando i confini nazionali fino a raggiungere Amsterdam, mi buttai a capofitto nella scrittura di un romanzo dove la storia di Cetti proseguiva. È stata un’esperienza bellissima. Quasi unica, direi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il romanzo è venuto proprio come volevi o qualcosa ti è sfuggito di mano, come spesso accade, e storia e personaggi hanno preso il sopravvento? Prima di iniziare a scrivere avevi già tutto chiaro in mente, hai definito una scaletta, o hai proceduto a briglia sciolta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non avevo alcuna scaletta. Né quando ho iniziato a scrivere il racconto, né quando ho iniziato a lavorare al romanzo. Cetti Curfino è il personaggio letterario più potente in cui, nella mia esperienza di scrittura, mi sono mai imbattuto finora. È sempre stata lei a condurre le danze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molto bello l’incipit («Appena la vide, pensò due cose. La prima: il suo era uno di quegli sguardi capaci di bloccare il respiro. La seconda: la sua bellezza era dotata di un incanto ferale»). Come ti è venuto? Ricordi il momento esatto? E hai trovato subito la lingua con cui scrivere il romanzo o ci sei arrivato per aggiustamenti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo ricordo perfettamente. È stato un incipit che è venuto fuori di getto… come tutto il resto, peraltro. Ho immaginato questo giovane giornalista che va a trovare la Curfino in carcere. Appena la vede pensa quelle due cose. <strong>Il linguaggio di Cetti era già ben chiaro nella mia mente (amo definirlo con l’appellativo di “cetticurfinese”).</strong> Quello di Andrea, il giovane giornalista, è formulato in terza persona ed è venuto da sé, in maniera automatica. È un linguaggio senz’altro più forbito, ma meno caratteristico… quasi a contrapporsi a quello di Cetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come descriveresti Cetti Curfino? Che tipo di donna è? E soprattutto, senza svelarci troppo, cosa nasconde, nella vita e nell’animo? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È una bellissima quarantenne che ha sempre vissuto in un quartiere popolare e disagiato di una città meridionale, che potrebbe essere la mia Catania (ma non necessariamente). È una donna ignorante perché non ha mai avuto la possibilità di studiare. In un certo senso, la sua bellezza fa da contraltare alla sua ignoranza (e questo contrasto è uno degli elementi caratterizzanti del personaggio). Eppure, nonostante la sua ignoranza, Cetti è una narratrice eccezionale. Lo è naturalmente, come dimostra (al di là degli strafalcioni) con quella lettera che invia al commissario Ramotta. La sua vita è sempre stata infarcita di stenti. Eppure Cetti – nonostante le difficoltà – riesce a farcela. <strong>Ma quando si ritrova nella condizione di vedova (con il marito, lavoratore precario in nero, che muore in un incidente nel cantiere dove presta la sua attività) tutto comincia a cambiare. Non ha il becco di un quattrino e deve crescere un figlio quattordicenne. Rimane sola e disperata. </strong>Diventa quasi inesistente rispetto a una società che a volte sembra procedere con i paraocchi. E rimane invischiata all’interno di vergognosi meccanismi famigliari da cui non riesce a sfilarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti sei ispirato a una persona in carne e ossa? A un fatto di cronaca ben preciso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa è una domanda che mi pongono in tanti. E mi sembra un buon segno. No, il personaggio e la storia sono frutto della mia fantasia. Ma temo che la storia narrata presenti aderenze molto forti con la nostra realtà. Temo che tra i meandri dei quartieri più disagiati delle nostre città, potremmo ritrovare molte persone che hanno storie che ricordano quella di Cetti Curfino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E il giovane giornalista che la intervista sei tu, magari agli inizi? E che tipo di rapporto si instaura tra lui e Cetti Curfino?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Be’, forse sì… per certi versi Andrea potrebbe essere un mio alter ego un po’ più giovane. Per altri decisamente no. Spero, per esempio, di essere un po’ meno impacciato di lui. In ogni caso gli ho prestato i miei sensi e il mio pensiero. E mi sono dovuto documentare io al posto suo. <strong>Andrea va a incontrare Cetti Curfino in carcere perché si è interessato al caso mediatico che si è sviluppato intorno a questa donna. Vorrebbe raccontarne la storia in un libro </strong>con l’intento di mettere in risalto alcuni aspetti che ritiene non siano emersi dalla realtà processuale e che in qualche modo potrebbero riscattare, almeno in parte, la donna agli occhi della pubblica opinione. In realtà è anche alla ricerca di una personale forma di riscatto che possa attenuare la sensazione di fallimento che lo attanaglia (perché è un giornalista precario che lavora “quasi gratis”, costretto a vivere con una zia ottantenne). Quindi Andrea incontra Cetti con questo stato d’animo e, in un certo senso, finisce quasi con l’invaghirsi di lei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oltre a Andrea Coriano e a Cetti Curfino nel tuo romanzo c’è molto altro: carcere, morti sul lavoro, politica, corruzione, disoccupazione, prostituzione, abusi, violenza sulle donne, dipendenza dal gioco… Puoi parlarcene?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per evitare di raccontare troppo, mi limito a dirti in maniera sintetica che questo romanzo affronta trasversalmente tutte le tematiche che hai accennato, sia attraverso la storia di Cetti Curfino, sia attraverso quella di Andrea Coriano. E dunque è fortemente aderente alla nostra contemporaneità. <strong>È un romanzo duro, dolente… ma a tratti fa sorridere</strong> (attraverso gli strafalcioni della lettera di Cetti) e a volte fa persino ridere (soprattutto con riferimento a certe scenette che hanno per protagonisti Andrea e sua zia Miriam).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In conclusione, che cosa ci racconta, dell’Italia e di noi, “Cetti Curfino”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quella di Cetti Curfino è senz’altro una storia siciliana. E in quanto tale, le problematiche affrontate sembrano ingigantite come se fossero state passate sotto una lente d’ingrandimento. Ma, come diceva Sciascia, la Sicilia è metafora del mondo. <strong>Credo, e spero, che questo romanzo possa mettere in risalto molte contraddizioni e distorsioni con cui – in maniera più o meno diretta – ci ritroviamo a fare i conti.</strong> Tra le altre cose racconta un’Italia in cui la mentalità clientelare è così diffusa da essere considerata come condizione normale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Allargando il discorso, chiunque, in date condizioni, può commettere i peggiori crimini, o solo alcuni? Nelle scelte che facciamo e nelle azioni che compiamo, specie in quelle criminali o comunque moralmente condannabili, pesano più le circostanze o i fattori personali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che possano incidere (magari con percentuali diverse, a seconda dei casi) sia le circostanze, sia i fattori personali. A volte la vita ci mette con le spalle al muro, altre volte ci ritroviamo in contesti complicati da situazioni imprevedibili. Cetti Curfino, tornando al romanzo, non ha un’indole criminale. Tutt’altro. Eppure si ritrova dietro le sbarre per aver commesso un crimine gravissimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è sempre la possibilità di riscattarci da una vita “sbagliata”? Anche dalle più atroci azioni? Ti invito a immaginare le peggiori cose…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se provo a immaginarmi le cose peggiori, mi verrebbe istintivamente di rispondere di no. <strong>Tuttavia mi viene da pensare che una possibilità di riscatto possa sempre esserci per tutti. Chi sono io per poter negare una possibilità del genere? </strong>D’altra parte si parla anche di aspetto riabilitativo della pena. È una speranza a cui credo non si debba mai rinunciare. Anche Cetti Curfino fa un’esperienza di riabilitazione, sebbene – nel corso della detenzione – dovrà fare i conti con ulteriori situazioni dolorose e difficilissime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-61320 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/letteratitudine-214x300.png" alt="letteratitudine" width="166" height="232" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/letteratitudine-214x300.png 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/letteratitudine.png 414w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" />Da molti la scrittura viene vista anche come un modo per fare i conti con la propria vita, col proprio passato, e magari anche come una via per redimersi. Una sorta di esperienza catartica. Tu credi nella scrittura come personale forma di riscatto o come catarsi? In che modo può riscattarci? Concretamente, intendo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che, in generale, la scrittura possa favorire una relazione più profonda con la nostra interiorità. È un’esperienza che può essere vissuta da tutti, a prescindere dal fatto di scrivere testi destinati alla pubblicazione. Nel romanzo, sia Cetti sia Andrea (e per motivi diversi) trovano nella scrittura una personale forma di riscatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che tipo di persona sei? Cosa conta di più nella vita? Cosa metti al primo posto, come valori o anche come disvalori? Cosa ami e cosa non ami?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Faccio del mio meglio per essere una persona corretta e molto rispettosa degli altri (e delle opinioni degli altri). <strong>Credo molto nel valore della condivisione.</strong> Detesto l’arroganza, la prepotenza e ogni forma di prevaricazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei una persona tollerante (nelle parole e nei fatti) o ci sono cose alle quali ti opponi in modo deciso fino quasi all’aggressività o peggio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi sforzo di essere una persona molto tollerante e paziente. E lo sono quasi sempre. Essendo un essere umano anche a me capita, sebbene di rado, di perdere le staffe. Se però mi accorgo di aver sbagliato sono pronto a chiedere scusa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I tuoi cinque libri capitali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La <em>Commedia</em> di Dante. <em>Furore</em> di John Steinbeck. <em>Il fu Mattia Pascal</em> di Luigi Pirandello. <em>La morte di Ivan Il&#8217;ič</em> di Tolstoj. La trilogia “I nostri antenati” di Calvino (anche se sono tre libri).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Preferisci scrivere o leggere? E che altro ti appassiona nella vita? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Amo la scrittura e la lettura allo stesso modo. <strong>Se fossi costretto a scegliere, però, opterei per la lettura. Quel che potrei scrivere io non è nemmeno lontanamente paragonabile a quel che posso leggere. </strong>Amo l’arte in generale e la musica in particolare (peraltro sono uno strimpellatore di chitarra di vecchia data). Mi appassiona lo sport: le emozioni che puoi ricevere da certe imprese sportive sono impagabili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parliamo della tua attività di giornalista culturale. Tu hai fondato un marchio culturale di successo: “Letteratitudine”. Puoi raccontarci come è nata questa idea, questa esperienza, e come si è sviluppata e ha preso piede?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Letteratitudine</em> nasce nel settembre del 2006, quasi per caso. Ho aperto il blog senza particolari ambizioni, ma con un’idea ben precisa. Non volevo parlare di me o proporre miei scritti. Desideravo creare (come è indicato nel sottotitolo) un luogo d’incontro tra lettori, scrittori, giornalisti e operatori culturali, librai, editori, ecc. All’epoca, peraltro, non erano ancora esplosi i social network che oggi vanno per la maggiore (Facebook, Twitter, Instagram). Cominciai a inviare una newsletter informativa a una trentina di indirizzi mail di amici che erano potenzialmente interessati. Da quel momento, grazie al passaparola, <em>Letteratitudine</em> crebbe in maniera impressionante. Ho alle spalle centinaia di dibattiti online incentrati sui libri e sulle tematiche da essi trattati (con il coinvolgimento diretto degli autori e l’animazione di una fittissima rete di lettori e di addetti ai lavori), giochi di gruppo sulla lettura e sulla scrittura, una sfilza lunghissima di recensioni e interviste. Adesso punto soprattutto sui contributi tematici e su una serie di rubriche animate con la collaborazione di amici scrittori, sul programma radiofonico da me curato e condotto, omonimo del blog e a esso integrato (nato nel 2009 e oggi in onda su Radio Polis e in podcast su <em>Letteratitudine</em>), il progetto <em>LetteratitudineNews</em> (una sorta di quotidiano letterario online), gli “Autoracconti” d’autore, il canale video su YouTube e tanto altro ancora. Il tutto potenziato dalle pagine e dai profili su Facebook e Twitter. Mi avvio a raggiungere il traguardo del dodicesimo anno di vita di <em>Letteratitudine</em> e ho in mente vari nuovi progetti. Ne approfitto, infine, per segnalare che – in occasione del decennale di vita del blog – ho pubblicato (con il contributo di decine di amici scrittori) un libro che mi sta molto al cuore e che considero come un vero e proprio laboratorio dedicato alla lettura e alla scrittura: <em>Letteratitudine 3: letture, scritture e metanarrazioni</em> (LiberAria, 2017).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’ultima domanda, che non tralascio mai. Come vorresti essere ricordato come scrittore e come uomo? Magari con una sola frase, quasi un epitaffio…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Maugeri: uno di parola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo alla fine. Con lui la macchina della verità non serviva.</strong> Sapevamo che si sarebbe sbottonato senza bisogno di artifici. E siccome anche noi siamo abbastanza di parola vi promettiamo che la prossima volta saremo più cattivi. Ma con uno come Massimo Maugeri proprio non si poteva. Sono le persone a improntare i comportamenti e non viceversa.</p>
<p><strong><em>Gianluca Barbera</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Di fronte alla morte ci vuole l’irriverenza di Giorgio Chinaglia, il campione che mi ha salvato la vita</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2018 11:14:14 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/di-fronte-alla-morte-ci-vuole-lirriverenza-di-giorgio-chinaglia-il-campione-che-mi-ha-salvato-la-vita/">Di fronte alla morte ci vuole l’irriverenza di Giorgio Chinaglia, il campione che mi ha salvato la vita</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi guardo alle specchio e mi riconosco. Riconosco il mio doppio, in quello stesso specchio della camera da letto che è rimasto al suo posto: <strong>dietro le spalle un’ombra che si fa luce, una maglia bianco-celeste, di lana, morbida e scivolosa, con uno scudetto a triangolo sul lato destro.</strong> Le fotografie alle pareti sono impolverate, chiuse dentro una cornice dorata. È domenica, durante l’ora delle partite di campionato, che una volta si ascoltavano alla radio nella trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto”, con Enrico Ameri e Sandro Ciotti che si rimpallavano la linea per descrivere minuziosamente le azioni di gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">Il metaracconto pretende una spiegazione onnicomprensiva dell’esistenza, partendo dalla propria. Ci provo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono diventato uno scrittore a tredici anni, nel 1983, quando venni colpito da un sarcoma di Ewing al bacino. Nacque tutto lì, all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, in via Pupilli, nella collina fuori Porta San Mamolo</strong>, dove mi curarono per quasi due anni al primo piano di quello che fu il convento di San Michele in Bosco prima di essere acquistato dal famoso chirurgo Francesco Rizzoli che trasformò il complesso in un ospedale. Morirono gran parte di coloro che soffrivano del mio stesso male. Io, inaspettatamente, ce l’ho fatta. Si sono registrati due soli casi, fino agli anni Novanta, di guarigione clinica da un sarcoma al bacino. Uno dei due guariti sono io.</p>
<figure id="attachment_59800" aria-describedby="caption-attachment-59800" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59800" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/gchin-300x192.jpg" alt="gchin" width="300" height="192" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/gchin-300x192.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/gchin-768x491.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/gchin.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/gchin-600x383.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59800" class="wp-caption-text">Beckenbauer, Pelé e Giorgio Chinaglia all&#8217;epoca dei New York Cosmos. In 234 partite Chinaglia segna 231 reti.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Una malattia altamente mortale, sconfitta, mi ha “permeato” in modo disuguale. Ciò che all’inizio innescava il silenzio per un meccanismo difensivo, di disagio colpevole, si è tramutato pian piano nell’urgenza di dire, di raccontare: è nata così la <em>docu-novel Il talento della malattia</em> (Avagliano 2012), un romanzo singolare specie per la sua struttura (il cui seguito, sempre pubblicato da Avagliano, nel 2016, è intitolato <em>L’età bianca</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Non credo di aver scritto una storia del tutto personale, né ho finto, per cui i miei romanzi non sono autobiografici né <em>fiction. </em>Molti malati mi hanno cercato confidandomi di essersi ritrovati specie nel racconto dell’ospedalizzazione, nella paura di morire. In fondo <em>La montagna incantata</em> di Thomas Mann ci dimostra che “l’interesse per la malattia e la morte è l’altra espressione dell’interesse per la vita”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vengo al mio male di allora. La psicologia moderna è convinta che il paziente possa esorcizzare il suo stato psichico mediante la cosiddetta “motivazione antagonista”.</strong> Il sogno infantile equivale ad un diversivo, al divertimento: per questo i bambini avrebbero una più alta percentuale di guarigione dai tumori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia motivazione era rappresentata dal mio idolo, un calciatore: Giorgio Chinaglia, il bizzoso centravanti della Lazio campione d’Italia nel 1974 e presidente nel 1983. </strong>Un personaggio in controtendenza, amato quanto odiato dal pubblico sportivo. Volevo conoscerlo, e il desiderio spingeva a far mio lo slogan dei tifosi della Lazio che lo magnificavano: “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia”. Chinaglia: un idolo, un amuleto, un portafortuna, un Cristo laico. L’attaccante ingobbito, bisonte, sgraziato, ma indomabile. Un cavallo di pura razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa lega un ragazzino malato ad un guerriero dello sport, alla stessa cronaca delle sfide sul campo di calcio? Posso dire che la malattia non si fronteggia con la sola speranza di guarire. Né con la commozione, che è un sentimento di tenerezza per se stessi. Meno che mai con la rabbia. La malattia va semplicemente ignorata. Lo so, è un compito davvero improbo. <strong>La mia reazione salvifica contro il “vuoto pneumatico” consisteva nel pensiero di un simbolo di forza. Un famoso giocatore di calcio è diventato il viatico per far fronte ai luoghi di reclusione e separatezza dalla vita, gli ospedali.</strong> Il campione come simbolo di vittoria, uno spazio di leggerezza e antitesi al sarcoma.</p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura vive anche nel calcio. Sapevo che il numero 9 della Lazio era andato nello spogliatoi della Roma a dire che li aspettava fuori, in campo. <strong>Long John, dalla marca di whisky che beveva, segnava ed esultava sotto la curva occupata dai fanatici della squadra avversaria. Mostrava una gamba all’uscita degli spogliatoi, per irridere la folla. Faceva le corna a chi lo insultava.</strong> Finì la carriera negli Stati Uniti, nei Cosmos di New York del grande Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, dove lo pagavano a peso d’oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Giorgio Chinaglia era già un “compagno insostituibile” di giochi nell’infanzia, incarnato fantasiosamente come soggetto di fedeltà al quale appellarsi nella solitudine. La compartecipazione con le vicende sportive prende origine da una risonanza puramente emotiva e da un meccanismo di immedesimazione con il campione preferito. Il mito calcistico (il “basso epico”, per dirla con Jorge Borges) garantiva quella “felicità bambina” che è diventata anche il modo migliore per affrontare il sarcoma di Ewing.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il talento della malattia</em> non è solamente un’opera letteraria, ma una testimonianza impudicamente, energicamente affermata e ribadita con lo sguardo fanciullo di una volta. Parafrasando Ernest Hemingway, si potrebbe dire: “Avere un cuore da bambino non è una vergogna. È un onore. Un uomo deve comportarsi da uomo. Deve sempre combattere. Ma non gli si deve dire come un rimprovero che ha conservato un cuore da bambino, un’onestà da bambino, una freschezza e una nobiltà da bambino”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di fronte alla morte ci vuole l’irriverenza. Ci vuole un gesto pari a quello di Giorgio Chinaglia che sparava alle lampadine durante i ritiri con il suo Winchester,</strong> il fucile a leva, una carabina con la canna. Ci vuole la sfrontatezza di chi manda a fare in culo l’allenatore della nazionale italiana ai campionati del mondo del 1974 in Germania, e lo hanno visto in mondovisione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59801 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/Moscè-libro-185x300.jpg" alt="Moscè libro" width="185" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Moscè-libro-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Moscè-libro.jpg 200w" sizes="(max-width: 185px) 100vw, 185px" />Mi dissero che con ogni probabilità sarei guarito, proprio la settimana che la Lazio, a Pisa, si salvò dalla retrocessione e Chinaglia corse ad abbracciare idealmente i suoi fedelissimi <em>supporters</em>.</strong> Allo stadio c’erano 20.000 persone venute da Roma. Era il 13 maggio del 1984. Ricordo principalmente questo, del mio male. Cioè il corollario, l’appendice.</p>
<p style="text-align: justify;">A Giorgio Chinaglia dico grazie. L’ho conosciuto personalmente e mi ha abbracciato, mentre stavo male. Il motto “Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia” lo urlavo da un letto d’ospedale, mentre intorno vedevo ragazzini amputati alle gambe o alle braccia. Il mio voleva essere un grido di riluttanza alla morte, di opposizione. Per questo non credo alla resistenza ideologica nella storia, ma alla resistenza biologica di ogni singolo uomo. Il romanzo segue le mie vicende e quelle del giocatore diventato presidente della Lazio per una breve parentesi, nel 1983. Prevale una specie di connubio che è durato qualche anno, con Chinaglia. Lo racconto senza infingimenti. Avevo qualcosa da scrivere, non più da sussurrare sottovoce. Qualcosa che non potevo più trattenere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La morte la si può guardare a distanza, non in tempo reale. L’ho fatto dopo trent’anni.</strong> Adesso è la malinconia, paradossalmente, che mi tiene agganciato alla storia del mio male e dell’incredibile guarigione. Sì, la malinconia. In un certo senso è come se fossi rimasto un adolescente. Ma l’adolescenza, solo l’adolescenza, è un’età eterna. Uno scrittore non può diventare mai un adulto fino in fondo, perché sarebbe banale nel suo conformismo. L’adolescente, invece, è sempre fiero, invulnerabile, trasgressivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho vissuto una vicenda agghiacciante durante l’ospedalizzazione durata due anni. Non solo perché mi diedero tre mesi di vita (oggi ho quasi cinquant’anni e sto bene), ma anche perché sono stato ricoverato per lungo tempo in una specie di lager</strong> camuffato in reparto, un “altrove” infernale dove i bambini che erano con me sono morti asciugati dal male, annientati brutalmente. Uno, in particolare, morì sotto i miei occhi, mentre la madre, incredula, delirava.</p>
<p style="text-align: justify;">“A quale santo ti sei raccomandato?”, mi chiese dieci anni dopo, nel 1993, Mario Campanacci, il grandissimo oncologo e ortopedico di origini parmensi.</p>
<figure id="attachment_59802" aria-describedby="caption-attachment-59802" style="width: 223px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59802" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/CAMPANACCI--223x300.jpg" alt="CAMPANACCI -" width="223" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/CAMPANACCI--223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/CAMPANACCI-.jpg 500w" sizes="(max-width: 223px) 100vw, 223px" /><figcaption id="caption-attachment-59802" class="wp-caption-text">Mario Campanacci (1932-1999), un luminare della medicina.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu chiamato a Dallas quando al figlio di Ted Kennedy venne diagnosticato un osteosarcoma al ginocchio. Il ragazzo “figlio della Grande Mela” si salvò, ma gli amputarono la gamba.</strong> Campanacci ha eseguito la revisione di migliaia di casi di tumori muscolo-scheletrici trattati fin dai primi anni del 1900 presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli, maturando una profonda conoscenza diagnostica e clinica. Negli anni successivi ha intuito l’importanza di un approccio multidisciplinare ai sarcomi e fu uno dei pionieri al mondo del trattamento combinato e della chirurgia conservativa per i sarcomi primitivi dell’osso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ti abbiamo restituito al mondo, vai”, aggiunse Campanacci nel guardarmi spiritato. Se gli avessi detto di Chinaglia mi avrebbe preso per un pazzo. Quell’anno fu trafugata la mia cartella clinica e visionata nei maggiori congressi mondiali di ortopedia.</strong> Appena due anni fa, ancora una volta, a Madrid.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa ha potuto decidere la mia quasi esclusiva guarigione? Il caso? La medicina? Un miracolo? La bravura di Mario Campanacci che mi tenne in sala operatoria dieci ore? La motivazione impressa da Giorgio Chinaglia? Non lo so ancora, non lo sa nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho assimilato una terminologia scientifica, dopo anni di studi, per fare un’indagine sulla cura del sarcoma di Ewing al bacino e annotarne accuratamente. Oggi guarisce il 25% dei malati, ed è ancora una roulette russa.</p>
<p style="text-align: justify;">Che altro dire dopo tanti anni? Sono preso da un sentimento romantico di appartenenza all’infanzia, che per me è stata dolce, e all’adolescenza, dolorosa ma paradossalmente affascinante in seguito al “talento della malattia”. Ho pensato spesso che il mio osservatorio sia quello di un sopravvissuto, di un reduce. Allontanandomi definitivamente dalla stagione della malattia, è cresciuto in me l’amore per il calcio che non c’è più, quello in bianco e nero. <strong>Massimo Raffaeli, un critico fondamentale per la mia formazione, lo dice spesso che l’affezione per il calcio non isterico e non televisivo, nasce per qualcosa di cui si è privati. Provo la stesso sentimento, specie ora che Giorgio Chinaglia è morto e che rimane un’icona pre-moderna contro la tecnologia al servizio dello sport. </strong>Una specie di divinità, dice il direttore del Tg5 Clemente Mimun, lazialissimo e chinagliano. Sento spesso i figli di Giorgione che vivono a Boston e il capitano di quella Lazio scudettata, Pino Wilson.</p>
<p style="text-align: justify;">Li hanno definiti maneschi e fascisti. Eppure hanno scritto una delle pagine più belle del calcio italiano. <strong>La Lazio guidata da Tommaso Maestrelli, l’allenatore buono, vinse il campionato di calcio 1973-’74. Due anni prima militava in serie B. Era appunto la Lazio di Chinaglia e Wilson: l’uno un ragazzone bizzoso, figlio di emigranti, l’altro colto e raffinato. </strong>Siccome non sopportavano chi parlasse lombardo, l’allenatore aveva diviso lo spogliatoio in due. Di qua i chinagliani, di là Martini e Re Cecconi, “quelli del nord”. Durante le partitelle infrasettimanali volavano spintoni, schiaffi, calci e i fondi di bottiglia. La domenica, però, quel mucchio selvaggio era un blocco unito, granitico. Quelle narrazioni mi eccitavano, mi tenevano vivo, mi incitavano a non mollare. Se non ci fosse stato, forse, sarei morto. Oggi è un personaggio leggendario, è letteratura non solo sportiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giorgio Chinaglia voleva vedermi nel 2012, ma non poteva rientrare in Italia perché sotto processo per un tentativo maldestro di scalata alla società laziale.</strong> L’ultima volta che lo sentii mi disse: “Non sono io ad aver giocato con Pelé. È lui che ha giocato con me”. Ridemmo di gusto.</p>
<p><em>Alessandro Moscè</em></p>
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