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	<title>Isabella Leardini Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Valentino usa i poeti per fare moda. Sono tutti belli, ex modelli, impegnati nel sociale, molto social. Insomma, una pernacchia in faccia alla poesia (e c’è anche Allah in passarella)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ora potete sputare sulla mia ingenuità. * Serata solitaria, sciacalli lungo la riviera, l’ululato della malia. Cassone a sfamarmi, il tiggì di Rai 2 per farmi sentire parte della Storia. Il servizio parla di moda. Ascolto distrattamente. Si parla di una sfilata di Valentino. Il giornalista dice pressappoco che “Valentino ha usato per esaltare la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/valentino-usa-i-poeti-per-fare-moda-sono-tutti-belli-ex-modelli-impegnati-nel-sociale-molto-social-insomma-una-pernacchia-in-faccia-alla-poesia-e-ce-anche-allah-in-passarella/">Valentino usa i poeti per fare moda. Sono tutti belli, ex modelli, impegnati nel sociale, molto social. Insomma, una pernacchia in faccia alla poesia (e c’è anche Allah in passarella)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora potete sputare sulla mia ingenuità.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Serata solitaria, sciacalli lungo la riviera, l’ululato della malia. Cassone a sfamarmi, il tiggì di Rai 2 per farmi sentire parte della Storia. Il servizio parla di moda. Ascolto distrattamente. Si parla di una sfilata di Valentino.<strong> Il giornalista dice pressappoco che “Valentino ha usato per esaltare la nuova collezione i versi di alcuni poeti contemporanei”. </strong>Il cassone mi pare aragosta. Esulto. Con un tot di morigerata invidia. Chi saranno i “poeti contemporanei” che sfogano la loro vena lirica sugli abiti di Valentino?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per un po’ – sputate sulla mia ingenuità da agnellino con fauci da lupo – strologo. Saranno i versi di Milo De Angelis o quelli di Maurizio Cucchi?</strong> No, i guru della moda andranno su poeti più modaioli, penso a Isabella Leardini e alle truppe dei suoi lirici liceali. Certamente ci sarà Laura Pugno, forse Antonella Anedda o Mariangela Gualtieri, qualcosa saprà il mio amico Gabriele Galloni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora sputate sulla mia spuntata ingenuità da idiota con la maschera da Minotauro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi informo. La collezione è una evoluzione del progetto <a href="https://www.valentino.com/it-it/experience/spike-animation-on-love" target="_blank" rel="noopener"><em>Valentino On Love</em></a>, che prevede “la realizzazione di una collezione limited edition di 400 borse Valentino Garavani Rockstud Spike rosse con borchie rosse. Ogni borsa è numerata e personalizzata con una delle 400 poesie d’amore che Yrsa Daley-Ward ha dedicato al progetto, viene accompagnata da un libro contenente 25 componimenti inediti dell’autrice e un packaging speciale”. <strong>Chi cavolo è Yrsa Daley-Ward? Gran bella ragazza, mamma giamaicana, padre nigeriano, fa la modella e l’attrice, “spende il suo tempo tra Londra e Los Angeles” – che figata: io lo ‘spendo’, da straccione, tra Riccione, Misano e Milano, ogni tanto… Fa anche la poetessa. Per descrivere le sue poesie, dicono che è “vicina alle questioni femministe, antirazziste e LGBT”</strong> e che “le sue poesie, gesti istintivi che raccontano emozioni, hanno raggiunto migliaia di lettori e lettrici in tutto il mondo”. La schiena è attraversata da una scansione di cubi di ghiaccio. La ragazza è bella, sufficientemente ricca per vivere tra UK e USA, descritta, esteticamente, per i temi etici che tocca e attraverso i lettori che ne sono toccati.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Provo a leggere una poesia di Yrsa, s’intitola <em>Profumo</em>, comincia così:</p>
<p>In teoria<br />
Ti ho scritto fuori dalla mia memoria.<br />
Comunque, il centro della mia faccia<br />
Rifiuta di essere detto.</p>
<p>Sono annullata. Forse c’è aria nella mia testa.<br />
Tre anni. E ho lavorato troppo nel nostro amore.<br />
Tra anni</p>
<p>E non posso annullare il problema del tuo profumo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che non mi pare memorabile. Con un po’ di sgomento continuo a informarmi. Leggo dal blog di Michele Ciavarella, sul <em>Corriere della Sera. </em>“Sugli abiti di questa collezione, discretamente ricamate all’interno di cappotti e di abiti, gelosamente inserite nei ricami e nelle stampe, ci sono le poesie di <strong>quattro poeti, Greta Bellamacina, Mustafa The Poet, Yrsa Daley-Ward, Robert Montgomery”. </strong>Non ci sono poeti italiani. Forse, non ci sono proprio poeti, ma poesie utili all’evento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Greta Bellamacina è un’altra bella tipa: viene da UK, classe 1990, fa la modella, l’attrice, è anche poetessa. Robert Montgomery è il marito di Bellamacina, classe 1972, è il più poeta di tutti</strong> – vizi sessantottini e un amore, dice, per Philip Larkin – celebre per certe azioni legate all’inclusione, all’amore planetario poetico e per le installazioni liriche: una delle ultime diceva “Le persone che ami diventano fantasmi dentro di te ed è così che le fai vivere”, roba che neppure i Baci Perugina. <strong>Mustafa the Poet è attore pure lui, poeta per necessità artistica, bilancia il quadro sul lato della tolleranza razziale e religiosa: “utilizza il potere delle arti”, si legge nel suo sito specifico – dacché tutti questi poeti hanno un sito internet proprio, figo – “toccando argomenti come la situazione giovanile, la malattia mentale, l’Islam, l’immigrazione, la violenza, la ricerca della pace”.</strong> Se aprite il suo sito, Mustafa vi dice che è “Solo grazie ad Allah e poi alla mia famiglia… sono riuscito a crescere come artista”. In un recente ‘cinguettio’ Mustafa ci dice che “Non vizierò il mio successo con cose di lusso: saprai che sono buono quando vado alla Mecca tre volte all’anno”. <strong>Prima di andare alla Mecca, però, Mustafa è in passerella, griffa un abito Valentino. Così anche Allah è diventata la divinità dei politicamente corretti.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Dite che non dovrei indignarmi? Io mi indigno. <strong>Vedere la poesia usata come decorazione dei buoni sentimenti e medaglia sugli ottimi fatturati, come altare dei buoni di cuore e panacea per tutte le stron*ate</strong> mi fa male.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lungi da fare il tango con gli snobismi: non contano i nomi – le griffe o le gaffe – ma le poesie, l’opera. <strong>Alla maison Valentino, brutalmente, dell’opera frega nulla. Ha scelto una nera impegnata per i diritti LGBT, un musulmano che porta Allah in passerella, una coppia di divi lirici inglesi. Tutti, va da sé, belli, fotogenici, social.</strong> <em>Politicamente corretto</em>, ormai, è una parola che va bene per i brontosauri, bisogna inventarne un’altra, più adatta, dalle malizie orwelliane. Il poeta non va in passerella, sguaina la spada per partecipare alla guerra degli sconfitti. Detronizza. Scarnifica i miti. Oppure si rinchiude nella purezza. Esagera. Non è servo – serve a liberarci. Se va in passerella, lo fa a suo modo, da disadatto, da re del regno d’altrove. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina, Greta Bellamacina</em></p>
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		<title>È morto Girolamo Melis, il mio maestro, il grande creativo che ha vissuto poeticamente: contro i burocrati del perbenismo, esplodeva il suo assenso alla vita urlando Céline e Heidegger. Ha inventato giornali, ideato case editrici, pubblicato libri introvabili</title>
		<link>https://www.pangea.news/e-morto-girlamo-melis-il-mio-maestro-il-grande-creativo-che-ha-vissuto-poeticamente-contro-i-burocrati-del-perbenismo-esplodeva-il-suo-assenso-alla-vita-urlando-celine-e-heidegger-ha-inventato-gi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Dec 2018 08:39:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il posto, quel nobile palazzo in via Senato, che si sviluppava su via Marina, Milano, metteva un po’ di soggezione e lui, appena mi vide, avevo poco oltre i vent’anni e la mia vita stava entrando nel vortice, mi disse “e tu chi sei, e tu che fa, sei muto?, mettiti a fare ricerca”. Non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-morto-girlamo-melis-il-mio-maestro-il-grande-creativo-che-ha-vissuto-poeticamente-contro-i-burocrati-del-perbenismo-esplodeva-il-suo-assenso-alla-vita-urlando-celine-e-heidegger-ha-inventato-gi/">È morto Girolamo Melis, il mio maestro, il grande creativo che ha vissuto poeticamente: contro i burocrati del perbenismo, esplodeva il suo assenso alla vita urlando Céline e Heidegger. Ha inventato giornali, ideato case editrici, pubblicato libri introvabili</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il posto, quel nobile palazzo in via Senato, che si sviluppava su via Marina, Milano, metteva un po’ di soggezione e lui, appena mi vide, avevo poco oltre i vent’anni e la mia vita stava entrando nel vortice, mi disse “e tu chi sei, e tu che fa, sei muto?, mettiti a fare ricerca”.</strong> Non capivo cosa intendesse. <em>Fare ricerca. </em>Gli chiedo. “Cosa devo fare?”. Lui mi guarda, con ferocia toscana, era di San Quirico d’Orcia, ci sono stato da poco, mi avrebbe parlato di <em>Nostalghia</em>, il film di Tarkovskij, per spiegarmi quei luoghi. “Non devi <em>fare</em>, devi cercare: vai al computer, viaggia, cerca, trova qualcosa che mi stupisca”.<strong> Cercare lo stupore nel nulla, senza direzioni, senza ormeggi, senza supporti – costellare l’ignoto di luci. Era l’estate del 2002.</strong> Stava nascendo <em>il Domenicale. </em>Direttore: Angelo Crespi; editore: Marcello Dell’Utri. Il creativo, l’ago della bilancia e la spina nel fianco, era lui. Girolamo Melis.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_64419" aria-describedby="caption-attachment-64419" style="width: 259px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64419" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-300x220.jpg" alt="melis" width="259" height="190" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-300x220.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-768x564.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis-600x441.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/girolamo-melis.jpg 817w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /><figcaption id="caption-attachment-64419" class="wp-caption-text">Diogene il Cinico: emblema di Girolamo Melis, che ribaltava il potere in amore</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Girolamo Melis veniva chiamato ‘Giro’, io lo prendevo in giro chiamandolo Diogene, come quello che dice ad Alessandro Magno che c’è più cosmo nella sua botte che nell’impero del re dei re, fugace come ogni cosa. Girolamo, come i veri sapienti, era lì per instillare dubbi e istigare alla provocazione. Aveva costruito l’urbanistica folle dei primi numeri del <em>Domenicale – </em>prima che il settimanale s’istituzionalizzasse ‘all’inglese’ – firmava una rubrica corrosiva, “Il Samurai”, e per il primo numero – il 22 ottobre del 2002, in allegato a <em>Panorama</em> – s’era inventato le due pagine centrali con i “400 libri” che non possono mancare all’educazione di chiunque.<strong> Fu un gioco micidiale, passammo giorni alla Biblioteca Sormani, esaltato dai disegni virtuosi di Henri Matchavariani, parigino, due baffi così, colossale bevitore, da decenni parte del fantasmagorico caravanserraglio di Girolamo. Il gioco diede fastidio. Giovanni Raboni, guru del pensiero unico e gran poeta, scrisse un editoriale avvelenato sul <em>Corriere della Sera.</em></strong> A cui non facemmo mancare degna risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho capito più tardi, quando Girolamo mi sfotteva – “ma come cavolo fa a essere così uno che viene da Orbassano, ma come sei vissuto?” – che cosa volesse dire ‘fare ricerca’. <strong>Girolamo, a Milano su impulso di Elio Vittorini, tra i grandi creativi della pubblicità e del linguaggio – ha lavorato con Enzo Jannacci e per Raul Gardini, per dire – amava lo sconcerto, tracciava vie d’argento nel vuoto.</strong> Quando, più tardi, mi chiese di <em>fare ricerca</em> sull’Africa centrale, mi diede da leggere una manciata di dispense della ‘Société d’études Linguistiques et Antropologiques de France’ di Parigi, dove erano registrati, in traduzione, reperiti dai cantastorie, i miti di laggiù. Li ho ancora quei libri. Insieme ad altri. Girolamo sapeva ipnotizzare. E io gli fregavo i libri. Già, ma perché studiare i miti africani tradotti dagli antropologi francesi? Per capire la strategia adatta ad esportare l’Ovetto Kinder in Africa, all’epoca Girolamo lavorava per Ferrero. Girolamo lavorava così. Andare sempre all’origine del linguaggio perché l’uomo è agito dai miti, mica dai soldi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno viene in redazione, mi porta in libreria, mi compra un mucchio di libri. Molto Lacan. <em>Il padre nella psicologia primitiva </em>di Bronislaw Malinowski; <em>Lo scambio simbolico e la morte </em>di Jean Baudrillard; qualche Heidegger; un libro di Raffaele Pettazzoni; il <em>Saggio sul dono </em>di Marcel Mauss. <strong>Lui, come i veri sapienti, ha scritto molto per sé – poco per il mondo. Per Longanesi, molti anni fa, pubblica un “Breviario sciagurato per la coppia o per chi ha intenzione di formarla”, <em>Ti amo</em>, e <em>C’era una svolta</em>; per le edizioni San Paolo pubblica <em>Io mi prendo cura di te</em>, un libro fondamentale</strong>, dove è raccontata, in modo inaudito, l’esperienza dell’handicap, maturata costruendo un altro giornale, <em>Vincere</em>, dedicato alle disabilità. Anche in quel caso, Girolamo aveva totalmente ribaltato i canoni: gli ‘handicappati’ siamo noi, i ‘normali’, che abbiamo bisogno di un totalmente altro per sperimentare la nostra – altrimenti scarsa – disponibilità all’amare, al prenderci cura. I ‘diversi’ alleviano il nostro senso di colpa, curano la nostra malattia. Al posto di handicap, Girolamo diceva semplicemente <em>Up</em>, in piedi, a emergere dalla censura, dalla censura, dalla prigionia dei perbenismi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64416 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-204x300.jpg" alt="Melis" width="151" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-768x1129.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-696x1024.jpg 696w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/Céline-e1544255344223-600x882.jpg 600w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Girolamo era basso, aveva una folta barba bianca, gli occhiali, il naso spiritato e una certa audacia nell’avvicinare donne colte e bellissime.</strong> Tra le moltissime cose, si era inventato una agenda che chiamava ‘Vivenda’, costellata di testi che gli erano cari: De Saussure, Spengler, l’Isaia secondo Ceronetti, Gunnar Olsson, Rainer Maria Rilke, Freud, Gadamer, Gaston Bachelard, Leopardi. La ‘Vivenda’ non era un gesto snobistico – andava in mano a cani &amp; porci, anche a sottodotati intellettualmente – ma di vita: i libri sono la vita, la sapienza è per tutti, “cinquantadue pagine per arricchire le tue settimane… e forse la tua vita”, scriveva Girolamo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando lo penso, penso che sia inafferrabile</strong> – mi ha detto così tante cose, mi ha donato così tanto, che sono certo di dimenticare l’essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Girolamo, che mi è stato maestro, è morto. Girolamo è morto il 13 novembre, dormendo. Lo ho scoperto solo ora. Non lo sentivo da anni perché la vita è una vertigine e io sono una iena.</strong> Guardo in internet. Ne dà nota la <em>Gazzetta d’Alba. </em>“Ieri… è morto Girolamo Melis, scrittore anticonformista originario della Toscana, che dal 2015 viveva ad Alba. Prima giornalista de <em>La Nazione</em> e poi pubblicitario, come autore di libri ha affrontato molti temi diversi. Aveva pubblicato anche con le Edizioni San Paolo”. Mi sembra una didascalia così banale e perfino vergognosa per un uomo che ha fatto così tanto. Ma cosa ne sanno, gli altri? C’è davvero una distanza abissale tra la fama e la vita, tra l’amore e l’onore. I sapienti fanno così, d’altronde, vivono prendendosi cura, sull’orda del presente, senza pensare ai posteri, ai postumi della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Girolamo, quando lavoravo con lui, aveva lo studio in Piazzale Baiamonti al 3, a Milano: con lui ho pubblicato il primo libro, <em>Il fiume</em>, che è una porzione lirica poi convertita in <em>Annali </em>(Atelier, 2004)<em>. </em>“La Parola di Davide Brullo spalanca questa minuscola Collana come spalancò le mie palpebre… La Parola scorre e devasta, fa l’amore sfiorando e penetrando, prosciuga e tracima, genera e si perde”. <strong>Fu il primo a chiamarmi ‘poeta’, anche quando mi portò a trovare Alberto Casiraghy a Osnago, il grande inventore di ‘Pulcinoelefante’, ipotizzando una plaquette lì per lì – o quando mi portò da Carnà, il grandissimo disegnatore (a casa ho i suoi ritratti micidiali di Pasolini e di Iosif Brodskij).</strong> Mi fece scoprire Dario Villa, il suo antico amico poeta, dandy all’eccesso, morto a 35 anni, “lo portavo con me nei Cda delle grandi aziende, diceva sempre qualcosa che scombinava i piani dei finanzieri…”, mi diceva, ridendo. Insieme, fondammo una casa editrice, Smylife – sottotitolo “Poesia nella tua vita” – dove, in libri dal formato minuscolo, pubblicammo Isabella Leardini e Simone Cattaneo e altri che non ricordo. La casa editrice si era dotata di un’altra collana, ‘Quaderni di Parole’, di formato ampio, dove avremmo pubblicato le odi di Pindaro tradotte da Friedrich Hölderlin: <strong>la cosa più bella fu editare l’intervista di Robert Sadoul a Louis-Ferdinand Céline, <em>In principio era l’emozione</em>, nella traduzione di Girolamo.</strong> Abbiamo anche messo in cornice i manoscritti dei grandi poeti contemporanei, perché Girolamo voleva venderli come fossero quadri, ma questa è un’altra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Girolamo Melis, il mio Diogene, mi ha insegnato che ha senso fecondare soltanto l’impossibile, mi ha insegnato a dire uno sbracciato ‘sì’ alla vita, sempre, perché il verbo è carne, ed è questa mortalità a renderci grandi, inafferrabili, inattesi.</strong> Con la sua morte, qualcosa di spontaneo scompare per sempre, è come se improvvisamente, senza riparo, fossi diventato adulto. Fu il mio grande maestro – per questo non gli sono stato abbastanza grato, perché con sgarbo si tratta chi ti ha dato tutto. Mi ha insegnato a non arretrare, anzi, a gettarmi sempre dove sembra che ci sia un rischio. Credeva soltanto nella voce del poeta, nelle parole ignorate dai più, e, sì, ha vissuto poeticamente perché, pensava, non esistono ere impoetica, esiste la poesia, e ci basta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/e-morto-girlamo-melis-il-mio-maestro-il-grande-creativo-che-ha-vissuto-poeticamente-contro-i-burocrati-del-perbenismo-esplodeva-il-suo-assenso-alla-vita-urlando-celine-e-heidegger-ha-inventato-gi/">È morto Girolamo Melis, il mio maestro, il grande creativo che ha vissuto poeticamente: contro i burocrati del perbenismo, esplodeva il suo assenso alla vita urlando Céline e Heidegger. Ha inventato giornali, ideato case editrici, pubblicato libri introvabili</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Daniele Mencarelli, poeta, scrive il romanzo più eversivo degli ultimi tempi. Una storia di disperazione. E di rinascita. Intervista a occhi spianati</title>
		<link>https://www.pangea.news/daniele-mencarelli-poeta-scrive-romanzo-piu-eversivo-degli-ultimi-tempi-storia-disperazione-rinascita-intervista-occhi-spianati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 09:12:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima cosa da fare è afferrare Anna Achmatova. Requiem. La raccolta più dolente. Una delle più dolenti del Novecento. Impaniata nella censura russa. Ovviamente. Racconta i giorni in cui la poetessa, tra le grandi del secolo, mendicava notizie del figlio Lev, arrestato dal regime sovietico nel 1935 e poi, definitivamente, nel 1938. Elemosinava notizie [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/daniele-mencarelli-poeta-scrive-romanzo-piu-eversivo-degli-ultimi-tempi-storia-disperazione-rinascita-intervista-occhi-spianati/">Daniele Mencarelli, poeta, scrive il romanzo più eversivo degli ultimi tempi. Una storia di disperazione. E di rinascita. Intervista a occhi spianati</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La prima cosa da fare è afferrare Anna Achmatova. <em>Requiem. </em>La raccolta più dolente. Una delle più dolenti del Novecento. Impaniata nella censura russa. Ovviamente. Racconta i giorni in cui la poetessa, tra le grandi del secolo, mendicava notizie del figlio Lev, arrestato dal regime sovietico nel 1935 e poi, definitivamente, nel 1938. Elemosinava notizie al carcere della Kresty, Leningrado. Insieme a lei, code di madri, di mogli, di derelitte. “Ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado”, scrive la Achmatova <em>In luogo di prefazione </em>a <em>Requiem. </em>“Una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): <strong>‘Ma questo lei può descriverlo?’. E io dissi: ‘Posso’. Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto”. Il brano, di sonora sofferenza e dedicata bellezza, è la serratura per capire il primo romanzo di Daniele Mencarelli,</strong> <em>La casa degli sguardi </em>(Mondadori 2018, pp.226, euro 19,00). Il romanzo di Mencarelli, romanzo, classe 1974, tra i poeti più riconosciuti di oggi, comincia con una resa all’oblio (“non ricordo nulla”, dice il protagonista, Daniele medesimo, corrotto dall’alcol, divorato dall’annientamento, da una fragilità tumorale) e si chiude, con la leggerezza di una corolla, di una corona, con una pretesa di memoria (“Voglio ricordare tutto”). <strong>Mencarelli, come la Achmatova, allora, non volge le spalle dall’orrore, non annega, voluttuosamente, nel male – esercizio abusato dai dandy della narrativa, che godono l’eroina del nulla. Ha il coraggio della memoria, lotta (il romanzo è dedicato “ai lottatori”) per definire una fiamma nell’oscurità. </strong>Ha la gloria – così difficile, oggi, così gratuita – di raccontare una resurrezione. Il romanzo, in effetti, è questo. Siamo nel 1999 e Daniele – che è proprio lui, Mencarelli, ma non è lui, diluito in una storia di vertigini assolute – è un ragazzo perduto. Ha il crisma poetico, ma la vita lo spaventa, spazia in lui il male. Daniele si ubriaca. E quando si ubriaca non capisce nulla, non ricorda nulla, fa le peggio cose. Il romanzo parte sull’apice del primo giorno del ‘risveglio’. Daniele, grazie a un amico poeta (Davide Rondoni), trova lavoro presso una società di servizi all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Va a fare le pulizie. Un purgatorio devastante. <strong>L’obbligo di un lavoro umile – nitida la scena in cui Daniele deve nettare un bagno letteralmente pieno di merda: “vorrei scappare, in fondo a me dei bagni pubblici invasi di merda dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù cosa cazzo me ne frega?” – la necessità di dialogare con una vasta umanità di perduta gente.</strong> Il luogo, di per sé, è un agghiacciante Purgatorio. “Luogo di tortura, di maledizione”, lo chiama Daniele. Al Bambino Gesù si curano i bambini incurabili. Spesso i bambini muoiono. Muoiono ed è come una grandinata sulla testa di Daniele. Una grandinata di vite pure, di feti, di innocenti (micidiale la scena “in una sala d’autopsie a misura di bambino”, dove fiammano le domande lancinanti: “se ci sei tu, Dio, dietro tutto, perché non hai preso me? O qualsiasi altro adulto sulla faccia della terra?”). <strong>Il rapporto – mai astratto o concettuale o peggio, intellettuale, ma sempre fisico, in narrativa carnale – tra il perduto, il peccatore a contatto con la purezza che muore è devastante. Daniele, alla fine, si salverà.</strong> A piccoli, dolorosi passi. Scoprendo la vita. E incarnando la vita nella poesia – il direttore dell’ospedale pediatrico che gli commissiona una raccolta poetica sul Bambino Gesù, che effettivamente sarà pubblicata, con il titolo <em>Bambino Gesù</em>, nel 2001, presso le Tipografie Vaticane, ed è uno dei libri più atroci e sublimi di Daniele. Il romanzo, insomma, è di avventata bellezza, è una avventura nella tenebra della perdizione, un inno di gioia. In questa è l’eversione. Possente.</p>
<p><strong>Parto dalla cosa più semplice, che non è mai semplice. Cosa si scrive, cosa ti scrive, perché scrivi? Scrivi la vita, la verità, la salvezza, la santità, la perdizione&#8230; cosa? Perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo perché, per quanto ci provi, tutti i giorni, non riesco a farmi passare la vita come un fatto ordinario, è qualcosa incastrato negli occhi, nello sguardo, ha a che fare con la reale grandezza di quel che ci circonda, è una grandezza maestosa, sovrana. <strong>Scrivo perché non mi è mai passato per le mani un giorno in cui non mi sia speso alla ricerca di qualcosa, se vuoi chiamalo significato, una preda inafferrabile, una caccia impossibile,</strong> almeno per me, che non è mai riuscita a sbocciare pienamente in una fede, una cosa da cani in pena. Scrivo perché mi risulta inconcepibile affidare al caos ciò che amo e ho amato. Scrivo per testimoniare tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parto da un dato di fatto molto semplice, scabro. Sei un poeta. Per quanto narrativo. Resti un poeta. Che ora si muove nel palazzone del romanzo. Come hai fatto? Che cambiamenti hai fatto? Che moine formali hai accettato, quale accesso concedi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-59386 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/libro-mencarelli-195x300.jpg" alt="libro mencarelli" width="195" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/libro-mencarelli-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/libro-mencarelli.jpg 325w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />Sono un poeta che concepisce la poesia come l’unione di due elementi sostanziali: lo sguardo, nominato poc’anzi, come motore primo, come visione scatenante; e uno più formale, intimamente formale, il respiro. Il mio metro dominante è il respiro, il verso come un’unica emissione d’aria, saldare parola a vitalità. Nel passaggio al romanzo ho rinunciato, ma non del tutto, a quest’ultimo elemento, al respiro, quindi alla versificazione in senso stretto. Meno che mai, ma quello sarebbe impossibile, allo sguardo, al mio modo di vedere le cose. Se devo dirti, però, ho anche guadagnato qualcosa, mi hanno sempre intrigato le strutture dei grandi romanzi, la gestione delle psicologie dei personaggi, è un lavoro diverso rispetto alla poesia, ma non meno affascinante. <strong>In parte sono stato anche fortunato: per me la poesia e la narrativa, più in generale l’arte tutta, hanno a che fare con, per dirla con le parole di Eliot, “una scena che si dispone e si compie”, ho bisogno di correlativi, di azioni, comportamenti. Lascio ad altri le astrazioni, le scritture che ambiscono alla verticalità dimenticando tutto il resto. </strong>Nella scrittura del romanzo mi sono imposto, a tutti i costi, di non scadere mai nel poetico, questo sì, questo è l’unica vera disciplina che mi sono dato.</p>
<p><strong>Racconti una delicatissima storia di perduti e salvati. Una ossessione, penso, pensando ai tuoi ‘romanzi in versi’. In questa storia, quanto c’è di vero, quanto di fiction?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura non è mai doppione assoluto della realtà, quando tenta di esserlo fallisce miseramente, semplicemente perché è regolata da leggi fisiche diverse, da meccanismi propri. Quindi il romanzo, com’è ovvio, ha elementi d’invenzione, ma il perduto e salvato che racconto, il Daniele protagonista del libro, sono in tutto e per tutto io. <strong>La </strong><strong>parabola è quella che ho vissuto realmente in quegli anni: l’alcol, i problemi psicologici, la disperazione mia e di c</strong><strong>hi mi stava intorno. </strong>Questa tema torna spesso nei miei lavori, semplicemente perché non mi ha mai abbandonato, ho sconfitto le dipendenze, ma convivo con lo sguardo che mi è toccato in sorte. Costa fatica, mentale, fisica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho avuto la fortuna, mesi fa, di avere una redazione di questo libro che non so se è l&#8217;ultima. Come è capitata Mondadori? Hai dovuto accettare tagli o un lavoro serrato con l’editor? Di cosa sei grato e cosa, ostinatamente, rivendichi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A riguardo si sentono racconti horror…io sarò l’eccezione che conferma la regola, ma il mio rapporto con Mondadori, da Carlo Carabba a Marilena Rossi, a Barbara Gatti, è stato bellissimo sin dal primo giorno, credimi, non c’è un grammo di ruffianeria in quel che sto dicendo. Sul testo: non ho dovuto tagliare, o difendere, né ho rivendicazioni, abbiamo editato con grande tranquillità. <strong>Mi ha senz’altro aiutato, in tutta la fase di lavorazione del libro, il fatto</strong><strong> che anche io sia un editor, non di libri ma di fiction, quindi parto dal presupposto che un autore, per quanto bravo e famoso, non è una divinità intoccabile e onnipotente. In Italia su questo tema siamo indietro di trent’anni. </strong>Il bravo editor sa contenere l’autore, consigliarlo, quando serve anche contraddirlo. Ma, ripeto, tutta la fase di editing è andata come mai avrei immaginato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i tuoi maestri, quelli di vita e di letteratura, come sempre, intendo? Insomma: per cosa vivi, che cosa leggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Maciniamo secoli, epoche e mode, ma se ti devo nominare un esempio vero, tra tante ipocrisie, <strong>torno a Cristo sulla croce, la sua eterna attualità, il </strong><strong>giudizio</strong><strong> come azione da rivolgere a se stessi, questa cosa mi innamora ogni volta, se ci pensi la storia può essere sintetizzata nella contrapposizione tra il “noi”, quindi il bene, e “gli altri”, il male da combattere.</strong> La vera rivoluzione è guardare in primo luogo ai propri peccati, errori, solo così possiamo crescere. Il mondo cambia cambiando noi stessi. Cosa leggo? Sono nato nel vecchio secolo, vivo nel nuovo, ma il legame con il Novecento, soprattutto italiano, per me è imprescindibile. Sbarbaro su tutti, ho una specie di venerazione, poi Caproni e Ungaretti, Turoldo, sino a Bellezza, e ancora più vicino a noi Salvia. Poi non posso non nominare Giovanna Sicari. Salto la generazione dei fratelli maggiori e arrivo ai nostri coetanei, quindi Francesca Serragnoli, Isabella Leardini, il grande Simone Cattaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che giudizio hai della letteratura italiana recente e della poesia? Tu lavori in Rai occupandoti di fiction, dunque si presume che conosci i diversi modi della comunicazione: perché il poeta è sempre il lebbroso, l&#8217;esiliato, l&#8217;emiro spacciato della società?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Torno al dato anagrafico: sono nato nel Novecento, ho esordito su rivista, <em>ClanDestino</em>, nel 1997. Lo sai quanto me: il mondo letterario che noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere, anche se nella sua fase crepuscolare, non esiste più, quel fiorire di riviste, collane. <strong>La rete, i social, che nell’immaginario di tutti avrebbero dovuto sostituire la carta hanno, in realtà, creato soltanto confusione, e dispersione. Questi sono i dati, ma ciò non vuol dire che siano morti i poeti.</strong> Tra i nati negli anni Settanta ci sono poeti che rimarranno, oggi occorre lottare di più perché gli spazi sono sempre di meno, ma di qualità in giro ne vedo, e tanta. Mi occupo di fiction, di serialità televisiva, forse il prodotto più <em>trendy </em>di questi anni ultimi. È un problema di peso specifico, di grammatura. La poesia è reietta perché chiama alla negazione delle apparenze, vuole vedere veramente, quindi è per sua natura eversiva, quando è vera. Non mi sembra un’epoca, la nostra, dotata di una volontà eversiva rispetto alle visioni dominanti. Forse un giorno…</p>
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		<title>Faccia da fata turchina e ferocia da sirena: dialogo con Isabella Leardini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2017 14:11:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Intanto: scandagliare i luoghi comuni, i dati di fatto, e sconvolgerli. Isabella Leardini (in copertina nella fotografia di Valentina Solfrini) ha la faccia da fata turchina, abita a Riccione e tutti la conoscono perché nel 2003 – dopo l’edizione ‘zero’ del 2002 – si è inventata Parco Poesia, il festival in cui ogni anno, sulla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Intanto: scandagliare i luoghi comuni, i dati di fatto, e sconvolgerli. Isabella Leardini (<em>in copertina nella fotografia di Valentina Solfrini</em>) ha la faccia da fata turchina, abita a Riccione e tutti la conoscono perché nel 2003 – dopo l’edizione ‘zero’ del 2002 – si è inventata Parco Poesia, il festival in cui ogni anno, sulla Riviera romagnola, convergono falangi di poeti ‘laureati’ e splendidamente ignoti, vecchi di gloria e poppanti, una specie di <em>rave</em> della mirabilia lirica. Isabella accoglie tutti con un sorriso, è gentile, garbata, ogni tanto vamp ogni tanto svampita. In realtà, Isabella Leardini è una sirena. La sirena, secondo Omero, ammalia con il canto e azzanna. <strong>Isabella, al di là dei luoghi comuni del quotidiano e quieto vivere, è così. Letale. Figura notturna – eppure ha la pelle chiara dell’alba, del frinire dei giorni – emblema della contraddizione</strong>, Isabella è una stella della poesia contemporanea con poco più di cento poesie, seminate dal 2002 (quando vince il Premio Montale per l’inedito) in qua, tradotte in varie lingue nel resto del pianeta, raccolte in due ‘romanzi in versi’, <em>La coinquilina scalza </em>(La Vita Felice, 2004) e ora in <em>Una stagione d’aria </em>(Donzelli, 2017). <strong>Poetessa che appare ‘scanzonata’, ha invece scelto, da subito, la “Condizione Scalza” di cui scrive Emily Dickinson, cioè l’incondizionata adesione alla poesia, il bunker della Musa-sirena. </strong>Da sempre, la voce della Leardini – di allucinata nitidezza – osa la cosa più difficile: risillabare il lessico d’amore, rimodulare il canto. Un canto che per me – follia dello sguardo mio – pare sempre pieno di zanne. Esempio. La sezione più bella dell’ultima raccolta di Isabella – esito di una intuizione che ha saputo attendere e fermentare – si chiama <em>L’anello. </em>Lì ci sono versi che, slacciati dal ritmo melodico ‘narrativo’, hanno la potenza di un abbaglio, il fragore della sirena che dilania il petto. Esempio: “Noi non siamo come tutte quelle/ cose che nascono già doppie”; “La perfezione non è mai perdonata/ nella contraddizione di impazzire”; “L’ho studiato come una scienza/ il codice dell’ora in cui sei nato”. <strong>Sono versi in tutto sapienziali, che potrebbero essere stati scritti sull’isola di Lesbo, sulle ginocchia di Saffo, o sul divano su cui si accasciava, sfatta di vita, Anna Achmatova, </strong>o incisi sulla scrivania di famiglia, da regalare per la maggiore età dei nipoti, fra qualche decennio. Molti versi, poi, hanno la precisione dell’icona (“Tu sai restare immobile/ preistorico come l’airone”: che ingresso straordinario), di qualcosa di sacro che il lettore solletica per dissanguarne le ambiguità. Amore presente, conturbante, inafferrabile anche quando si fa slitta con il torso dell’amato: è bello morire nel morso di cristallo della sirena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto: 13 anni. Tanto è il tempo tra “La coinquilina scalza” e “Una stagione d’aria”. Di stagioni ne sono passate tante. Cosa è cambiato? Quale qualit</strong><strong>à </strong><strong>nell’ispirazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Anche <em>La coinquilina scalza</em> era un libro fondato sul tempo, scritto dall’interno della giovinezza, ma una giovinezza che camminava guardandosi indietro, fissando l’adolescenza per decifrarla. Eppure aveva preso forma con la regolarità della voce che si accorda, in una precisione stagionale: quattro sezioni di 12 poesie scritte dal 1999 al 2003, un breve silenzio le divideva, come un passaggio. <strong>Poi non ho scritto per due anni, non volevo continuare a scrivere un libro che avevo già scritto; il titolo stesso alludeva alla poesia come a qualcuno che può anche voltarsi altrove, anche andarsene e farsi la sua vita con altri.</strong> Scrivo fin da bambina e la poesia molte volte ha deciso di stare in silenzio anche a lungo, il nostro rapporto è sempre stato così, provare a scrivere quando lei non c’è lo sentirei innaturale e ridicolo, perciò semplicemente non ho scritto. È successo più volte negli 11 anni in cui ha preso forma <em>Una stagione d’aria</em>: le prime poesie sono del 2006 e tutto il libro è costellato di questi silenzi. <strong>Il silenzio della scrittura non è solo un intervallo, può essere un istinto di autoconservazione ma quando sta per finire diventa una specie di apnea, un confine in cui la poesia deve essere chiamata, riavvicinata un po’ come una belva.</strong> In queste fasi non sai mai qual è il confine tra il rigore e la pigrizia, mi sento in colpa per le poesie che non ho scritto ma so che fa parte della mia natura. <em>Una stagione d’aria</em> è un libro costruito tra i vuoti, quasi tutti i testi sono stati scritti a due a due, le sezioni centrali hanno questo contrappunto febbrile, i testi arrivavano a piccoli gruppi ravvicinati, in mezzo ad anni interi di silenzio. L’ultima sezione contiene dodici poesie scritte in 6 anni. Spesso ho pensato che scrivere poesia sia un po’ come quando da bambini cercavamo l’acqua scavando una buca profonda vicino alla riva. Agli studenti che frequentano i miei laboratori dico sempre che le immagini sono come un sasso, lo si può rigirare in tasca anche per anni e va guardato solo al momento giusto: l’immagine del toccare l’anello l’ho avuta fissa in mente per quattro anni, non avevo idea che avrei raccontato la storia del diamante di mia madre, poi una notte quella poesia è fiorita perfetta. Credo che ognuno abbia la sua belva e la sua regola, capace anche di cambiare negli anni, perché ogni opera detta la sua”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo esordio poetico ha coinciso, pressappoco, con la nascita di Parco Poesia, il primo festival della ‘poesia giovane’ in Italia. Dalla tua peculiare prospettiva, che clima si respira nella poesia italiana, oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Credo che il livello medio della scrittura dei giovani si sia alzato, ma che più che mai sia importante il banco di prova del primo libro per riconoscere quelli che continueranno. È diventato più facile pubblicare una raccolta, ci sono tante piccole e serie collane e lo stesso Parco Poesia con il premio incentiva occasioni di pubblicazione anche per raccolte brevi, eppure questo sistema di possibilità è anche un’arma a doppio taglio: tra i tanti che hanno talento e hanno trovato più facilmente di noi occasioni di ascolto e di crescita, diventerà determinante vedere chi riesce a costruire un esordio vero e proprio, in grado di segnare una durata e di influenzare anche i giovani che verranno immediatamente dopo. Cedere alla tentazione di pubblicare qualcosa ogni due anni, rischia di calare l’opera in un presente continuo e frammentato, rimandando eternamente la struttura che la terrebbe insieme<strong>.</strong> <strong>Riguardo al clima della poesia più in generale, ho paura soprattutto di due cose: la prima è che nella trama del mondo della poesia contemporanea, in cui tutti si conoscono e seguono le trame di tutti, rinunciamo a leggere i libri tanto abbiamo già letto tutti i post.</strong> La seconda invece riguarda il piccolo scaffale di poesia nelle librerie… lì sopra qualcosa è cambiato, e se i poeti ogni tanto andassero a guardarlo si accorgerebbero di alcune evidenze che sembra non li riguardino”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questa raccolta specifica: quali i maestri, i riferimenti culturali o extraculturali. Vedo che ogni sezione è introdotta da un verso a mo’ di pietra miliare. C&#8217;è Dante, l&#8217;onnipresenza, e tante poetesse. Spiegati, squadernati.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“È un libro pieno di voci e di figure femminili, oltre a quelle che ho citato avrebbero potuto esserci Dickinson, Plath, Bishop, e altre. Ho voluto citare negli esergo Elizabeth Barrett Browning, la sua vicenda potrebbe essere tra le figure simbolo di questo libro: donne in cui la natura contemplativa tocca la vita, come Rachele o la Sirenetta di Andersen. <strong>Elizabeth Barrett come Anna Achmatova – che è stata la poetessa più determinante nella formazione della mia poesia – è una rivoluzionaria e scrive un canzoniere d’amore che ha anche un valore civile.</strong> E poi Edna St. Vincent Millay che forse è l’autrice che più ha influenzato alcuni toni di <em>Una stagione d’aria</em>, perché ha una cantabilità venata di durezza; Cristina Campo, che ha scritto pochissime poesie, eppure restano memorabili, e Marianne Moore che per me è un prisma. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-58612 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/libro-isa-170x300.jpg" alt="libro isa" width="170" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/libro-isa-170x300.jpg 170w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/libro-isa-581x1024.jpg 581w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/libro-isa.jpg 600w" sizes="(max-width: 170px) 100vw, 170px" />Ogni esergo non è solo un omaggio a un maestro, è una chiave simbolica che aggiunge qualcosa alla storia che sto raccontando, il pezzo di un mosaico che il lettore dovrebbe ricomporre cercando l’originale, come in una caccia. Non completano soltanto il canzoniere d’amore della trama principale, racchiudono anche un’intenzione di poetica precisa o un discorso implicito sulla poesia, che non serve al lettore che legge il libro su un piano lineare, ma dovrebbe essere colto dai poeti. I versi di Marianne Moore in esergo all’ultima sezione, che fuori contesto sembrano solo una sentenza o un richiamo ad <em>amor ch’a nullo amato amar perdona</em>, in realtà provengono da una poesia che si intitola <em>Voracità e verità a volte sono interdipendenti</em> e che ha più di un piano di lettura. I versi della Millay sull’allodola vengono da un testo che si intitola <em>A un giovane poeta </em>e l’allodola ha un valore simbolico preciso in poesia. Non è che nel 2017 io decida senza consapevolezza di tracciare questo sistema di simboli e riferimenti, di aprire il libro con l’immagine di uno stormo di storni nel cielo dell’inverno. Sono quelli che nel V canto passano nell’aria dell’inferno, tra loro c’è anche Francesca, in un libro che parla anche di Rimini, di amori che nascono nel perimetro sospeso della vacanza, che ha il mancare fin nell’etimologia ma che come l’aria è tutt’altro che una stagione vuota. Nel buio del mare ci sono le mille Proserpine e Sirenette di oggi, che riattivano il mito nella propria carne. E poi c’è Irene, la Stagione che incrocia la Storia e le opere degli uomini”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Entriamo nella raccolta. Ci sono, tra le parole chiave, tanti pugni, fuochi, volti, vuoti, pietre, vento, uccelli. Una rassegna di cose che passano e il tentativo di non farle passare mai; l&#8217;alternanza (quasi una danza) tra elementi fermi e volatili. Come mai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Credo che sia una delle questioni centrali dell’uomo, il fatto che la natura sia fatta per non restare e che l’uomo però abbia dentro l’innato desiderio di restare per sempre. L’arte ha dentro questo puntiglio per esempio. <strong>Il libro racconta un passaggio, la fine della giovinezza – che potrebbe essere l’età dei fuochi – che non può ancora entrare in un’et</strong><strong>à </strong><strong>nuova: quella della terra in cui le cose resistenti fioriscono.</strong> Prima di compiersi e diventare terrestre deve attraversare un’attesa necessaria, il fondale in cui si aspetta anche di nascere e una stagione d’aria, quella in cui si addestrano le ali e si scopre che i vuoti sono pieni di cose alate”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cito alcuni versi. ‘Mi muovo attorno a te come la polvere/ e non mi hai mai sentita camminare’, ‘Desiderare è una questione di distanze’. Viene da pensare che l’amore esiste finché è inconsumato, che l’amore è l</strong><strong>à </strong><strong>dove vibra una assenza, l’amore non è bacio, ma vuoto: è così, cosa intendi cantando l’amore (che è poi il tuo canto totem)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non è vuoto e non è inconsumato, ma è sempre e comunque imperfetto perché umano. L’amore tutto pieno e tutto presente per l’uomo è impossibile, è quello in cui Dante guarda Beatrice per l’ultima volta dentro un coro di beati. <strong>Senza contrasto non c’è proporzione, come tra suono e silenzio, il desiderio nasce in una dialettica con la mancanza, lo dice l’etimologia stessa, quel verso allude al latino <em>de sidera</em>: la distanza dalle stelle.</strong> Sono corpi freddi che brillano in differita, come capita spesso negli amori che in quella vibrazione di distanza hanno il diapason che ne fa risuonare la nota. Non sto parlando di una distanza fisica o della lontananza provenzale, e neanche del fatto che la passione abbia in sé la radice del soffrire, anche se anche questo etimologicamente è vero, ma di una cosa molto più semplice. Non solo l’amore più imperfetto e ostacolato vibra di un’assenza, anche l’amore che si compie ha dentro la violenza della gioia, che non è beatitudine. <strong>Quando ami sai che l’altro non è tuo, non hai garanzia né del fatto che l’amore dell’altro sia pari al tuo per intensità e resistenza, né del fatto che non ti sarà tolto. </strong>Baciare è tentare una fusione impossibile e ogni amore ha una parte di solitudine che non combacia, che però è anche lo spazio in cui risuona”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono versi che hanno un sottile sapore sapienziale. Ne cito due. ‘L’amore è lo scempio più veloce’; ‘Nessuno guarda a lungo chi ha pianto’. Ce li spieghi? Come s&#8217;intersecano in una struttura formale assai dominata, intima, lirica? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non so spiegarli, vengono puramente dall’esperienza. Se la poesia fosse un sasso che cade sarebbero il punto in cui tocca terra”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi pare una fiammata questo verso, ‘Devo sapere che nessuno muore’. Cosa intendi? Che potere ha la poesia di fronte alla corruzione delle cose?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Esattamente quello che intendevo riguardo all’amore. Non possiamo sapere che ciò che amiamo non muore, e così possiamo solo controllare, vegliarlo, e se ci riusciamo farlo durare nell’opera, come un’eredità”.</p>
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<p><em>Per gentile concessione pubblichiamo alcune poesia dall’ultima raccolta poetica di Isabella Leardini, “Una stagione d’aria” (Donzelli, 2017)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Noi non siamo come tutte quelle cose</p>
<p>che nascono già doppie, a coppie, a paia</p>
<p>come le scarpe che non sono senza l’altra.</p>
<p>Noi due assomigliamo a tutto quello</p>
<p>che il tempo fa giocare col destino.</p>
<p>Quando l’ultima tazzina ancora sana</p>
<p>e il piattino comprato chissà dove</p>
<p>arrivano uno sull’altro</p>
<p>nell’inseparabile, perfetta</p>
<p>abitudine che li mette insieme,</p>
<p>tutti i cocci, le rotture mancate,</p>
<p>i traslochi, le mani dei bambini</p>
<p>alla fine non esistono più.</p>
<p>Stanno nel cuore di ogni giorno;</p>
<p>bellezza inimitabile e bizzarra</p>
<p>di tutte le famiglie imprevedibili</p>
<p>che non assomigliano a nessuna cosa</p>
<p>pensata semplicemente insieme.</p>
<p>Come si svela un giorno dopo l’altro</p>
<p>il senso di ogni cosa perduta</p>
<p>nel colpo da maestro che decide</p>
<p>la perfezione inaspettata che rimane.</p>
<p>*</p>
<p>Tu sai restare immobile</p>
<p>preistorico come l’airone.</p>
<p>Attraversiamo l’adunata degli uccelli</p>
<p>le picchiate dei gabbiani, quel lasciarsi</p>
<p>cadere delle rondini</p>
<p>la corsa perfetta degli storni.</p>
<p>Nel momento del giorno che cede</p>
<p>ogni specie sa mettere in scena</p>
<p>la festa della vita che si posa.</p>
<p>Solo noi contro natura abbiamo il ritmo</p>
<p>ferito di ogni inizio e di ogni fine</p>
<p>come tutti i predatori che non sanno</p>
<p>addormentarsi quando sono soli</p>
<p>o come gli animali prigionieri</p>
<p>che prima o poi non sanno più svegliarsi.</p>
<p>*</p>
<p>Desiderare è una questione di distanze,</p>
<p>di corpi freddi che riescono a brillare.</p>
<p>Cercavo la costellazione esatta</p>
<p>che riunisse i tuoi punti con i miei</p>
<p>la congiunzione fatale negli anni</p>
<p>lo squilibrio infallibile del cielo.</p>
<p>Il vero amore regge il capogiro</p>
<p>con la testa piantata nell’aria</p>
<p>di una logica che splende se si avvera.</p>
<p>Sovrappone come una mappa</p>
<p>il tuo buio di pianeti con il mio</p>
<p>la precisione muta delle stelle.</p>
<p>L’ho studiato come una scienza</p>
<p>il codice dell’ora in cui sei nato,</p>
<p>amare è un atto di interpretazione</p>
<p>che riempie il giorno dopo l’evidenza.</p>
<p><em> </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/faccia-fata-turchina-ferocia-sirena-dialogo-isabella-leardini/">Faccia da fata turchina e ferocia da sirena: dialogo con Isabella Leardini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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