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	<title>Guy Goffette Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“La poesia non devi capirla ma riceverla, come un bacio”. In memoria di Guy Goffette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2024 03:56:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Gallimard]]></category>
		<category><![CDATA[Guy Goffette]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Probabilmente, c’entra anche il fatto che da ragazzo voleva fare il pugile – o il pittore. Conquistare il proprio territorio a pugni – e dipingerne – con il sangue, semmai. “Volevo diventare Modigliani, suppongo”. Nato a Jamoigne, un piccolo borgo belga, nel 1947, il maggiore di quattro figli di un operaio, Guy Goffette ha votato [&#8230;]</p>
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<p>Probabilmente, c’entra anche il fatto che da ragazzo voleva fare il pugile – o il pittore. Conquistare il proprio territorio a pugni – e dipingerne – con il sangue, semmai. “Volevo diventare Modigliani, suppongo”. Nato a Jamoigne, un piccolo borgo belga, nel 1947, il maggiore di quattro figli di un operaio, <strong>Guy Goffette</strong> ha votato la vita alla poesia. cioè, alla lotta. “In casa mia non c’erano libri. Mio padre diceva che i libri ‘sono per quelli che non hanno niente da fare’. È stato un padre terribile. Soltanto alla sua morte ne ho capito la grandezza, la debolezza”.</p>



<p>Da bambino, andava nel bosco – “era tutta lì la mia libertà” – faceva a pugni con il vento. Sapeva, per ispirazione, che la poesia nasce tra gli ostacoli, tra traumi e fratture: <strong>“sedersi alla scrivania per scrivere una poesia è ucciderla”, diceva ripetendo Henri Michaux. </strong>La poesia più bella, dice, l’ha scritta appena sveglio, faceva colazione, insegnava ad Harnoncourt. La ha abbozzata sulla tovaglia, in prosa corsiva: “…e mi sono detto: vivere non è dimenticare il tempo che passa, le devastazioni dell’amore e dell’usura – ciò che facciamo da mattino a notte: spezzare il mare…”. Ne è venuto fuori uno dei suoi libri miliari, <em>La Vie promise</em>, edito nel 1991 da Gallimard, Prix Henri-Mondor dell’Accademia di Francia (andato, tra gli altro, a Bonnefoy), una consacrazione. Vent’anni fa, per le edizioni Gedit, è stata Chiara De Luca ad aver tradotto quella raccolta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="699" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/71MlmQCsM4L-699x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99133" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/71MlmQCsM4L-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/71MlmQCsM4L-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/71MlmQCsM4L-600x879.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/71MlmQCsM4L.jpg 737w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p>E qui veniamo al primo punto. <strong>Morto il 28 marzo scorso, sulla soglia dei giorni pasquali, Guy Goffette è stato tra i grandi poeti francesi del nostro tempo.</strong> Se i premi importano, nel 2010 Goffette ha conquistato il “Goncourt de la poésie”. Io l’ho letto la prima volta nella versione di Danni Antonello – che su Goffette ha discusso la laurea –, in un piccolo aureo libro, <em>I canti del pescatore d’acqua</em>, stampato nel 2006 da Carte di fumo, con una nota di Andrea Ponso. Nel 2013 ancora Chiara De Luca ha tradotto per Kolibris <em>Elogio per una cucina di provincia</em>, altro libro pilastro di Goffette, uscito in origine nel 1988. Nessun editore italiano ‘di pregio’ se lo è filato. “Poesia” gli ha dedicato alcuni ‘speciali’; uno, uscito nel 2014 come <em>Alla ricerca delle parole definitive</em>, reca alcune traduzioni di Gio Batta Bucciol; eccone una:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>È troppo poco dire che non viviamo<br>nella luce, che ogni passo<br>è una caduta d’Icaro e neppure un giorno,<br>neppure un rumore, neppure un passo<br>che non ci consacrino possessori di<br>nulla – gli dèi stessi hanno perso il retaggio<br>del vento e ormai le loro voci girano a vuoto<br>quando il cielo si apre le vene<br>ai quattro orizzonti della camera<br>e già le foglie si tendono<br>a ricevere con l’oro e la mirra<br>l’incenso blu che sale dalla terra.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’ultimo libro pubblicato da Goffette <a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Blanche/Paris-a-ma-porte" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>s’intitola <em>Paris à ma porte</em>, lo ha pubblicato l’anno scorso Gallimard</strong>,</a> per cui il poeta era ‘lettore’ dal 2000. <em>Pain perdu</em> è uscito nel 2020; <em>Petits riens pour jours absolus</em> nel 2016. Il suo lirismo ha la nitidezza di un’aggressione.</p>



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<p>Negli anni Ottanta, Goffette ha dato vita a “L’Apprentypographe”, una tipografia d’arte di piccoli libri composti a mano. Tra gli altri, ha pubblicato Umberto Saba. L’idea, forse, è che la ferocia della poesia è acquattata là dove non te lo attendi. Vetro che scarnifica l’occhio in conchiglia. Ha scritto romanzi, Goffette – <em>Un été autour du cou</em>, 2001, <em>Géronimo a mal au dos</em>, 2013, tra gli altri –; si è occupato, soprattutto, di Verlaine; ha scritto di Wystan H. Auden e di Robert Frost, ha curato un “Album de la Pléiade” dedicato a Paul Claudel, amava Flannery O’Connor.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Cosa possono fare i poeti, oggi? Non sono un teorico… direi che è sufficiente esistere. Tutti esistiamo ma, come diceva Rimbaud, ‘La vera vita è l’assente’. Noi siamo, ma dobbiamo essere di più, conquistare l’anima, senza che ci sfugga. Cosa significa vivere? Impariamo vivendo. So che la poesia non pensa, ma respira, sente, non devi comprenderla né spiegarla, essa si riceve come un bacio, come una carezza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così ha detto il poeta, in una intervista rilasciata a “L’Echo” qualche anno fa. Un poeta, diceva, “vede con le orecchie e sente con gli occhi”. In questa dislocazione degli elementari sentimenti, sfugge la briciola-vocale, la parola canina che muta il valore delle cose – le avvelena nell’inaudita ombra, facendo rantolare il ‘senso comune’. Amava il blues e i libri illustrati, che si regalano ai bambini.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutto è lì, nella domanda che ci pone l’infanzia, a cui non abbiamo dato risposta. Corriamo dentro una specie di innocenza ferita”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Diceva che “il meglio, l’oro del nostro dire” accade quando “perdiamo il dominio su ciò che stiamo scrivendo”. Ciò che disincastra il &#8216;canone&#8217;; ecco il secondo punto: la mania della lingua, l&#8217;incauto della danza.</p>



<p>Anche qui: essere poeta significa invischiarsi in un voto – senza resa. Dunque, vivere al vento, nell’insussistenza. La morte di un poeta non fa ‘notizia’: notorietà non riguarda il notevole. Dicono: annotare i frangenti della notte per esplicare il paradiso del vicino di casa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="597" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/81bPx92kImL-597x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99134" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/81bPx92kImL-597x1024.jpg 597w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/81bPx92kImL-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/81bPx92kImL-600x1029.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/04/81bPx92kImL.jpg 630w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /></figure>



<p>**</p>



<p><strong><em>Ulisse nel bagliore</em></strong></p>



<p>Fiero nella casa invernale<br>arde il mar morto<br>dei giorni dell’ipocondria</p>



<p>può finalmente mollare<br>gli ormeggi della maschera<br>da bandito alla finestra</p>



<p>e come il prodigo poeta<br>trovare al trogolo delle cancellature<br>la sua via verso Damasco</p>



<p>ora apre le porte all’alba<br>segue la verecondia ebbrezza<br>del cane verso le placide colline</p>



<p>le vertebre di un cielo<br>bloccato ai cancelli da troppe<br>foreste – è felice se può</p>



<p>affrontare senza rimpianti<br>alla luce della stanza<br>il cumulo di nere carte</p>



<p>e toccare lentamente<br>sotto il murmure mormorio<br>dei mari e il canto delle sirene</p>



<p>il filo d’oro<br>caduto agli dèi<br>che porta al poema</p>



<p>fino al delta dell’ombra<br>e convertire la notte</p>



<p>come alla fine dell’odissea<br>Ulisse per sempre bloccato in un bagliore</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Possibilità di oblio</em></strong></p>



<p>Ciò che ho visto, l’ho scritto<br>come la pioggia sui vetri<br>e le lacrime delle rose – tutto<br>ciò che ho dimenticato dimora</p>



<p>lì, in quel grande sacco di vocali<br>appoggiato ai piedi del tavolo<br>dove il tempo passa tra la mia vita<br>e me senza ferire nessuno.</p>



<p>Quando più nulla canta<br>scavo nel sacco, semino<br>sulla pagina un po’ di polvere<br>d’oblio e il giorno mi appare come</p>



<p>un suonatore che tende il cappello.</p>



<p>*</p>



<p>Ciò che ho sempre voluto con te, è partire<br>e che la terra ricominci</p>



<p>sotto altra luce, con l’erba ancora nubile<br>e un sole che non prema troppo</p>



<p>sul cuore e poi del blu intorno a me come<br>un dolore che si può levare</p>



<p>dagli occhi con un resto d’infanzia, che il tempo<br>si arresti proprio quando tutto</p>



<p>se ne è andato, quando partire non era che<br>un altro modo di restare</p>



<p>come l’acqua nel fiume, le parole in un poema<br>e io, pronto ad andarmene,</p>



<p>tra stille d’inchiostro e stelle, risalendo senza fine<br>il sentiero delle tue lacrime.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Per Kavafis</em></strong></p>



<p>Tanta impazienza: e se il domani non fosse che una barca<br>senza vele né remi, una rotta sul vuoto?<br>Pensa al vecchio di Alessandria, ai suoi tesori sepolti</p>



<p>in un cassetto tra le chiavi, un residuo di tabacco,<br>il profilo consunto di un re in minore, detronizzato.<br>Bastava un clacson sulla via, una corsa sulle scale</p>



<p>per risvegliare nella stanza il voluttuoso corpo<br>dell’angelo, la fragile e spinosa bellezza dell’amore,<br>la sua voce in nero, come del sale</p>



<p>gettato su una ferita, di sfuggita.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Offerta”</em></strong></p>



<p>Parliamo di agosto<br>che brucia la lingua.</p>



<p>Isso al sole<br>il figlio della febbre<br>sanno di sale<br>le rade parole che il mare<br>in risacca mi lascia<br>parlano di uccelli<br>che ravvivano il mio fuoco</p>



<p>Non sono che un solco<br>in mezzo al deserto.</p>



<p>*</p>



<p>All’alba, quando ancora vibrava<br>la gloria del mondo, siamo discesi<br>lungo le scale del sogno per cercare<br>nell’erba del giardino</p>



<p>l’uovo azzurro delle promesse e in cielo<br>un residuo di vertigine ci ha attratti<br>nell’urlo, ma tutto si è placato d’improvviso<br>e l’orizzonte ha preso</p>



<p>il suo vero volto: chiuse, barriere, concessioni.<br>Siamo ritornati con il nostro bottino<br>gli occhi tra le ombre come se<br>un’ala o un angelo</p>



<p>potesse apparire e incagliarsi sullo scafo.</p>



<p>*</p>



<p>“Il sole debutta nel vento<br>con le mondate mandrie<br>riapprende passo per passo la rotondità del mondo”.</p>



<p><strong><em>Guy Goffette</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guy-goffette-poesie/">“La poesia non devi capirla ma riceverla, come un bacio”. In memoria di Guy Goffette</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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