<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Gaffi Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/gaffi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/gaffi/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 14 Jan 2020 09:03:30 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.11</generator>
	<item>
		<title>“Scrivere allora è la speranza di un folle di Dio, è stare nel pianto inconsolabile di Rachele”. Il romanzo di un critico: Andrea Caterini</title>
		<link>https://www.pangea.news/caterini-paolo-del-colle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2020 09:03:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Caterini]]></category>
		<category><![CDATA[Castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Del Colle]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=72625</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alëša non ha dubbi: risorgeremo e ci racconteremo tutto nella gioia. Fëdor si sbagliava, forse volutamente, (o è solo Alëša?) quella pacificazione troppo umana è un rimandare ancora il suo tormento sull’esistenza di Dio senza risolverlo: lo affida ancora a un romanzo che sa non scriverà mai, né lui né un altro – “Sono un figlio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/caterini-paolo-del-colle/">“Scrivere allora è la speranza di un folle di Dio, è stare nel pianto inconsolabile di Rachele”. Il romanzo di un critico: Andrea Caterini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Alëša non ha dubbi: risorgeremo e ci racconteremo tutto nella gioia. Fëdor si sbagliava, forse volutamente, (o è solo Alëša?) quella pacificazione troppo umana è un rimandare ancora il suo tormento sull’esistenza di Dio senza risolverlo: lo affida ancora a un romanzo che sa non scriverà mai, né lui né un altro – “<em>Sono un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio e, lo so, tale resterò fino alla tomba&#8230;”.</em> <strong>Credo che l’atto di fede sull’esistenza di questo <em>romanzo impossibile</em> racchiuda il senso drammatico della ricerca di <a href="https://andreacateriniblog.wordpress.com/bio-e-contatti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Andrea Caterini.</a> Quella gioia è l’unico romanzo che non possiamo ma vorremmo scrivere, illudendoci che sarà il prossimo perché tutto ciò che abbiamo fatto o scritto è sbagliato, andrebbe bruciato.</strong> È forse per questo che delle letture sempre così penetranti degli Autori contenute in <a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/ritratti-e-paesaggi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Ritratti e paesaggi</em> </strong></a>(Castelvecchi, 2019) rimane alla fine un gusto amaro, che non è l’aver svelato qualcosa, come se l’arte fosse un gioco a nascondino, un trucco più o meno riuscito; caso mai punta al contrario: comprendere e lasciare che il mistero resti un mistero, perché ogni esistenza si dona all’incompiuto, all’indicibile, tramite la perfezione della letteratura che non può che dimenticare la bellezza senza scopo di un gesto, una parola, una carezza inutile dello sguardo, il capire la sofferenza nel profilo di una persona amata che è rimasta accanto a noi e si è addormentata, mentre un libro aperto ora ci pesa tra le mani e vorremmo solo essere felici e non ci riusciamo senza capire bene perché: intuiamo solo che la teniamo nascosta in una parte inaccessibile di noi stessi, come fosse una vergogna. Ecco, il gusto amaro è questa assenza della felicità, dello scrivere nella gioia, questo si prova alla fine della lettura di ogni Autore. Forse deriva da quella filosofia inevitabile di Gombrowicz, “<em>Se di filosofia si può ed è necessario parlare nell’opera di Gombrowicz, questo succede perché la stessa filosofia nasce da un fatto naturale, nel senso di insito alla natura umana, cioè qualcosa da cui è impossibile prescindere,</em> <em>di «fatale»”. </em><em>Non a caso è</em> Autore cui dedica pagine di rara intensità, forse perché sente suo lo stesso paradosso: “<em>Eppure, ammettere che la filosofia per l’uomo «è fatale» significa radicarla a un paradosso. Voglio dire che in Gombrowicz lo strumento primo di conoscenza di se stessi e della realtà è strettamente connesso al fato (da qui «fatale»); un fato però che mai si sottrae alla logica, anzi, si materializza proprio a partire dalla logica”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-72626 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1--219x300.jpg" alt="" width="279" height="382" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1--219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1--748x1024.jpg 748w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1--768x1051.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1--1122x1536.jpg 1122w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1--1496x2048.jpg 1496w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1--1320x1807.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/COVER-ritratti-e-paesaggi-PROCESSATO_1-.jpg 1869w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" />Bisognerebbe fare un balzo ontologico per superare questo circolo vizioso del pensiero, <a href="http://www.pangea.news/eppure-io-nel-paradiso-non-ho-mai-smesso-di-credere-conversazione-onnivora-e-ultramondana-tra-gianluca-barbera-e-andrea-caterini/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ma Caterini non lo fa,</a> non vuole cambiare le regole che il gioco della vita ha stabilito, oppure rifugiarsi nel relativo, nella parodia, nel nichilismo ma è quanto di più lontano da lui, <strong>convinto dell’esistenza della verità rivelata agli uomini come un mistero da comprendere per far sì che rimanga un mistero: questa è la conoscenza disperata di Caterini, la cui incrollabile fede è che l’arte e il pensare siano l’unico modo per far sì che il pianto di Rachele inconsolabile sia ciò che obbliga Dio a una promessa di salvezza che però, ripeto, non è la gioia.</strong> Si leggano i paragrafi che chiudono le serrate analisi di ogni Autore: sempre <em>perentorie e convincenti, ma non per una vittoria del pensiero, quanto per una violenza della vita che è già andata oltre, lì dove non ci sono parole. </em>Tutto e niente. Caterini cammina su questo confine affilato con i suoi Autori che non sono ritratti, ma diventano personaggi del suo impossibile quanto ineludibile romanzo critico. Già nel saggio di apertura la necessità filosofica è ‘fatale’, come affermava per Gombrowicz, nel senso che il punto di arrivo coincide con l&#8217;inizio, come se la scrittura disegnasse il futuro, creando una tensione che non conosce quiete, perché la vita è sempre spezzata da un nuovo itinerario destinato all’oblio, inteso come Benjamin lo usava per Proust, opponendolo alla memoria. È la trama già svelata dentro la quale trovano libertà gli autori visti da un destino già compiuto: solo tornando indietro si ricostruisce la biografia, assume un senso, trova una libertà in ciò che diventa irripetibile proprio perché osservato dalla fine, quando nulla si può cambiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un assillo, mi pare infatti di poter dire, è alla base dell&#8217;attività critica di Caterini: una vocazione, la sua come degli Autori che studia, si accorge che non è conseguenza di nessuna biografia, al contrario è il momento in cui la divide in due parti, asimmetriche, atemporali, avviene in un luogo che resta lo stesso ma non riconosciamo e ricomporre tale scissione in unità è impresa impossibile e per questo l’unica da tentare, se non si vuole abitare nel regno del dissimile: <strong>la letteratura, l’arte, la vita, forse non sono altro che questa ricerca e la scoperta che ogni biografia è per sua natura incompiuta, mancata.</strong> Ma questa mancanza è ciò che ha permesso l’esercizio di cercare la verità, cioè il senso profondo della nostra esistenza, forse occultato in un gesto che abbiamo dimenticato, incapaci di descriverlo o timorosi di distruggerlo con una parola o un pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per <em>Ritratti e paesaggi</em> non si pensi a una serie di medaglioni, accostati in modo occasionale: è un itinerario da seguire nelle sue riprese, nei suoi slittamenti di significato, come se ogni Autore avesse qualcosa di non detto che insieme mostra, invitando a comprendere che il tempo in cui ogni opera, grande opera, aspetti il momento di essere capita: Caterini diventa il loro futuro, rilanciando ancora, sognando un tempo che dovrà esistere grazie a questo atto di irrazionale fede.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72627 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro2-13-207x300.jpg" alt="" width="267" height="388" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro2-13-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro2-13-707x1024.jpg 707w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro2-13-768x1113.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro2-13.jpg 859w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" />Per comprendere come questo libro sia volto al futuro e non al passato di quanto già scritto, va letto alla luce del primo inedito e fondamentale saggio: “La tela del critico”. Qui ci confessa più o meno volontariamente, la sua guida nascosta: Wittgenstein. <strong>Come tutte le vere guide ci rendiamo conto che ci hanno accompagnato partendo dalla fine, da un nostro fallimento, da una nostra dimenticanza o disattenzione, dal vortice di una vita che ci confonde; ricordate? </strong><strong>Perché non sali il dilettoso monte, oppure Non sapei tu, che qui è l’uomo felice?</strong> Bisogna capire che i nostri mostri esistono perché siamo i soli a vederli, bisogna accettare che ci attenda un rimprovero, un ritardo sul futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo a Wittgenstein. Un uomo che non smetteva di interrogarsi, continuamente minacciato dai propri sensi di colpa («La mia coscienza mi tormenta e non mi lascia lavorare»).</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna comprendere come Wittgenstein sia la sua guida, non perché lo abbia tenuto sempre al suo fianco, ma perché lo ha trovato alla fine, era lì che lo aspettava. È una mossa decisiva, perché è quanto si ripeterà con ogni Autore affrontato. Il rifiuto del non detto, la sua ingannevole presenza o aspirazione, l&#8217;assenza di un mistero che non sia ciò che si vede: fatti, parole, immagini, direbbe con il maestro austriaco.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa nella parola divida il detto dal non detto crea il campo di forza entro cui si muove ma, e forse è la sua più profonda lettura di Wittgenstein, come se volesse negare vie di uscita, soluzioni, per lui letteratura rimane in questa incompiutezza, si comporta come la talpa di Kafka, ogni strada per uscire può essere quella dove può entrare l&#8217;avversario. In questo senso tragico, per lui letteratura rimane in questa ambiguità che è un&#8217;attesa e una eterna contraddizione. Leggiamo dal primo fondamentale saggio sulla Woolf, <em>“«Non posso scriverlo», «non posso rileggere». Eppure aveva fatto entrambe le cose. Non era affettazione. Non si trattava di una delle infinite revisioni delle pagine dei suoi romanzi – riletture e correzioni che la sfinivano. Sembra piuttosto che la riscrittura della lettera fosse un modo per confermare che davvero era la scelta giusta; che l’addio alla vita era irrevocabile; che neppure scrivere le avrebbe più garantito una possibilità di liberazione</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non separare la vita dalla scrittura, o meglio da come quest’ultima prema sulla prima per essere più vera senza riuscirci, in uno scacco che non può essere che inevitabile; eppure in questa sconfitta si fissa lo sguardo di Caterini, consapevole che proprio l’impossibilità di unirle sia il compito vero della letteratura: </strong>questa diventa vera e la prima finalmente incomprensibile ma visibile (ancora Wittgenstein, quello estatico), come solo così svelasse mostrando la sua innocenza sovranamente indifferente ai nostri sforzi di capirla, di dare un senso ai nostri dolori gioie o sofferenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa cerca? Felicità o disperazione? Difficile separare le due cose in Caterini, che una si rispecchi nell&#8217;altra mutando forma è la sua utopia, ciò che lo porta avanti, l&#8217;alternativa che non vuole risolvere perché ognuna da sola annullerebbe il mistero dell&#8217;esistenza rendendo la prima un&#8217;ebete contemplazione la seconda una arrogante angoscia.</p>
<p style="text-align: justify;">E si ritorna a Wittgenstein, a cosa ha fatto suo del grande filosofo: di chi sta parlando Caterini se non di se stesso, di quello che cerca negli autori che studia e che ama?<em> “Era da questi eccessi che trovava la forza di ristabilire un contatto intimo coi suoi pensieri; da questi tormenti nasceva la sua necessità logica”. </em>Allora, di chi sta parlando? E come è cambiato Caterini? Perché in fondo dietro il corpo a corpo con gli Autori, sempre rigoroso, mai impressionistico, sta cercando in loro quello che sente è capitato o sta capitando anche a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">È necessario un sommario sguardo retrospettivo, scusandomi per l’alternarsi del ‘tu’ all’impersonale nome dell’Autore: ma il tono di una lettera, più che di una critica di cui non sono capace, prende spesso il sopravvento, e non mi dispiace.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vita e la ragione dovrebbero avere una sola condivisa verità, ma la prima zittisce la seconda, la seconda umilia la prima, questo è il circolo incandescente del suo pensiero che trovava il momento esemplare in <em>Lord Jim</em></strong> (nel libro di saggi <em>Patna. Letture dalla nave del dubbio, </em>Gaffi, 2013), in quell’attimo in cui volevi/a tenere sospese entrambe: ma non poteva bastare. Nell’annullare la divaricazione in nome di una scelta, stava chiudendo la libertà, non le stava dando respiro, non la stava facendo uscire dal recinto mentale: a ben vedere cosa sarebbero state dopo vita e ragione, esistenza e verità? Una colpa di cui sentirsi pienamente responsabili, un circolo vizioso. No, non doveva fare spazio alla libertà, ma alla vita o alla ragione, cercare una verità con una faccia sola. La via di uscita era spingere sulla autobiografia, <strong>inventare la propria vita sperando che la sua incomprensibilità giustificasse la ricerca della verità, quella sorpresa sui libri, quella amata sulle pagine, che in fondo ti sembrava sempre quella vera e inconfutabile perché sfuggente.</strong> La vita così usciva da se stessa, andava alla ricerca della verità senza che questa però se ne accorgesse o tu te ne accorgessi e ci voleva una maschera enorme: Proust e una scrittura al quadrato, non metaletteraria, sia chiaro, ma al quadrato, cioè che si moltiplica per se stessa, crea l&#8217;aldilà che è solo suo. Con Proust (in <em>Vita di un romanzo, </em>Castelvecchi, 2018) Caterini scriveva le sue Confessioni, esibendo una crisi profonda assai bene occultata, favorita da quel distacco dalla sofisticata intelligenza di Proust che volevi fare tua, ma in modo diverso: con un’altra vita. <strong>No Proust, su cui ha scritto uno dei libri più belli di un’immensa bibliografia, non conteneva la tua vita, non la spiegava, le dava un senso volontaristico. Ma c’era qualcosa di più luminoso del tuo ombroso quanto lucido Proust, un vero bagliore: il commento a Dostoevskij: <em>Il sogno di un uomo ridicolo </em></strong>(Ianieri, 2015). Una scrittura felice perché commentare quel testo voleva dire annunciare prima di tutto a te stesso che un&#8217;opera attende di essere capita, che il suo tempo coincide con il tuo, con la sua glossa, il sapere felicemente provvisorio proprio perché esaustivo: una saturazione che non lo conclude, ma al contrario apre a un nuovo paradigma. Era un libro dedicato al futuro che si realizza, grazie a te, dove sentivi di poter proiettare te stesso, chiuso in quelle glosse, che finalmente ti spiegavano. Un immobile mutare, certo, come non averlo già pensato e colpevolmente abbandonato? Così, al pari del recupero di un vecchio amore finalmente compreso, ecco allora Morandi, ecco il felice accecarsi dello sguardo. Le immagini hanno qualcosa che non mente e più delle parole paiono tenere insieme la vita e la verità, facendo della loro disperante separazione due mondi che si rispecchiano, quasi aspettando uno sguardo esterno, il tuo. <strong>Ma pretendi troppo, vuoi che un’opera guarisca la nostra esistenza e l’opera si allontana, rimanendo immobile davanti a noi e nella tua testa, perché il divenire della vita segue altre regole, anzi non le segue, per la disperazione tua e del tuo amato Wittgenstein e tu non vuoi abbandonarla per un senso superiore che la giustificherebbe, vuoi affrontarne lo scandalo, le offese,</strong> tutto ciò che ci spinge a pensare che non sia umana, che non potrà mai essere quello che vorremmo e non risponde nemmeno a un&#8217;altra volontà, più grande di noi, è una innocente quanto aliena verruca che si sposta sul tuo viso e ti cambia il volto. Di nuovo la tua eterna lotta con l’angelo, in una notte che si prolunga oltre il dovuto, perché quell&#8217;angelo non puoi riconoscerlo, e in questo modo non fa mai giorno. Spesso scrivi, magari con lievi varianti: “Può capitare che…”. Quanti mutamenti nasconde quel poter capitare? Una biografia che ora devi occultare, nonostante, o al contrario proprio grazie ai rimandi a episodi del passato, visti così come un futuro anteriore, come nelle glosse, nel commento: è arrivato il tempo in cui sono capiti. Ma c’è altro; parti da qualcosa che è accaduto per poterlo definire una possibilità, ma è una possibilità post factum, eppure è questo che ti fa smuovere il pensiero e fa andare avanti la tua vita. Non vuoi creare un mistero, vuoi impedire che rimanga tale, mi ricordi Forest; il gatto di Schrödinger serve per imbastire una storia e non di quel mondo sospeso tra vita e morte finché non lo apri, ma di quello che conosci avendo aperto, tu come lui, la scatola, cioè l&#8217;unico gesto umanamente possibile; sai cosa è successo, altrimenti con quale decenza e onestà scrivere? <strong>E scrivere allora è la speranza di un folle di Dio; ciò che più è vicino a Dio (come lasci dire al tuo Cézanne) è la lontananza massima e la creazione, è il momento irripetibile in cui le cose sono di due mondi, con il corollario che appartengono, disperatamente, solo a questo e ciò le rende inconoscibili quanto descrivibili: e questo è quello che cerchi, solo questo ti dà una lucida disperazione, l’abbandonarsi alla rivelazione che è sempre una isolata metà.</strong> È il tuo Wittgenstein mistico chiuso nel cerchio magico delle parole per capire che queste non danno senso al mondo, ma almeno delle regole consapevoli di essere parziali, perché esaurire le possibilità permette di spostare il senso altrove. Torna l’algebra: qual è la potenza, meglio: il quadrato di un evento qualsiasi? In realtà ogni volta sei costretto a avvicinare ciò che deve toglierti ogni speranza, perché solo allora fai scattare la promessa di una salvezza, vuoi forzare, costringere a questa promessa, la disperazione in te chiede questo, anche se non sai a chi sia rivolta: cerchi una salvezza non per il futuro ma per il passato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72628 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro3-7-180x300.jpg" alt="" width="227" height="378" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro3-7-180x300.jpg 180w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro3-7.jpg 300w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" />Se anche un critico ha il suo stile, quello di Caterini è sicuramente apodittico, ma il procedimento è rovesciato: deve bruciare la necessità logica per affermare una confutabilità estrema, che metta in gioco tutto il senso o non senso di una vita, è la scelta, lo stile di una disperazione</strong>, non è verità argomentata e vuole cogliere l&#8217;autore e se stesso quando si trovano con le spalle al muro, perché solo allora scoprono la autenticità, o meglio scoprono di esistere, di essere ciò che nessuno potrà ripetere, perché le disgrazie sono personali come i lamenti le accuse le debolezze le colpe le imprecazioni la follia della felicità che abbiamo rifiutato persino un attimo prima. Messo all&#8217;angolo, nessuno farà la stessa domanda nemmeno nella propria vita, se pure ne avesse occasione.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo il saggio su Lowry: <em>“Spingersi ancora più a fondo, trascendere il passato nel presente, cioè farlo rinascere come cosa viva, riaprire la ferita già cicatrizzata, tornare a piangere per essere capaci di rivolgersi a chi la vita ce l’ha donata, e infine pregare; perché questo Lowry cerca tutta la vita, una forma espressiva che sia la ricerca di una voce che lo faccia sentire di nuovo accolto, salvo nel territorio del possibile: sarà chiaro allora che non è sterile provocazione dire che il suo capolavoro non è ‘Sotto il vulcano’ ma &#8216;Buio come la tomba’”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Inutile passare in rassegna gli Autori presenti: è ricerca che ogni lettore deve condurre a modo suo.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora, di nuovo, cosa è cambiato da <em>Patna</em>, da <em>Lord Jim</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Dovessi dire cosa cerca è ciò che appare inconsolabile, la vera voce di ognuno, una speranza folle che unisce Dio a una promessa, lo costringe a riparare a un dolore che per l&#8217;uomo non ha senso, e non è una prova (<em>Giobbe</em> di Roth è tra i saggi presenti e inizia questo rifiuto di una prova a cui un Dio e satana scommettono, entrambi perdenti): oggi non abbiamo altra speranza di salvezza, i tuoi figli torneranno dall’esilio, è costretto a dire Dio, cioè dalla morte, solo allora ogni storia sarà obliata. Per questo deve cercare lo stesso in ogni autore ed è compito che riparte sempre daccapo, nell&#8217;accerchiamento intorno ai libri, le lettere, i diari. Ma anche questa varietà, che riprende e sviluppa temi dominanti, ha un corollario fondamentale e di cui pare crescere pagina dopo pagina la consapevolezza: questa varietà è infinita anche nella vita di un solo uomo, se intendiamo l’essere nel mondo come condizione di una colpa: una colpa incomprensibile e ingiusta finché non ci accorgiamo che non si trova all’origine, ma lungo il corso della nostra vita, è l’esito che la invera, i nostri gesti e pensieri, che la rendono originaria ma diversa per ognuno, come non appartenesse alla natura umana ma al singolo uomo, uno scandalo ancora più incomprensibile, proprio perché è il futuro di ogni uomo fissato in un istante, un urlo, un grido. Allora comprendiamo come Caterini abbia utilizzato Barthes: <em>“</em><em>«Cambiare, vale a dire dare un contenuto alla “scossa” del mezzo della vita – vale a dire, in un certo senso, un “programma” di vita (di vita nova). Ora, per colui che scrive, che ha scelto di scrivere [&#8230;], non può esserci altra vita nova (mi sembra) che la scoperta di una nuova pratica di scrittura». E certo questo valeva anche per lui, che aveva esperito quel «mezzo della vita» solo tre anni prima di morire, nel 1977, con la scomparsa di sua madre, mentre scriveva il suo romanzo diaristico, i suoi veri frammenti amorosi, il suo strazio linguistico”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dietro Barthes, Caterini si nasconde, perché non esplicita quanto afferma nei suoi saggi e in realtà sposta in avanti le riflessioni del critico francese: <strong>la vita nova presuppone un fallimento e il rinnovamento non lo oblia, ma lo evidenzia perché incancellabile, perché è quella via sbagliata che è unica per ognuno di noi.</strong> Il pianto di Rachele resta inconsolabile. Nella gioia della resurrezione non avremo più niente da dirci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Paolo Del Colle</em></strong></p>
<p><em>In copertina: Rembrandt, &#8220;Autoritratto con capelli scompigliati&#8221;, 1628 ca.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/caterini-paolo-del-colle/">“Scrivere allora è la speranza di un folle di Dio, è stare nel pianto inconsolabile di Rachele”. Il romanzo di un critico: Andrea Caterini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/Self-portrait_1628-1629_by_Rembrandt-855x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Prazzesco”! Raffaele Manica racconta Mario Praz, l’umanista innominabile, guardato di sbieco dall’accademia</title>
		<link>https://www.pangea.news/prazzesco-raffaele-manica-racconta-mario-praz-lumanista-innominabile-guardato-di-sbieco-dallaccademia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Sep 2018 06:35:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Biografia]]></category>
		<category><![CDATA[capolavoro]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Coscia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Macchia]]></category>
		<category><![CDATA[La letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Praz]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Patria]]></category>
		<category><![CDATA[pittore]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele Manica]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=62879</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come classificare Mario Praz? Come critico letterario? Specialista di cultura inglese? Storico delle idee? Filosofo dell’arredamento? Collezionista di oggetti Impero? Scrittore tout court? A trentasei anni dalla sua scomparsa resta la difficoltà di definirlo (non sarà che derivi soprattutto da qui l’infausta fama che il mondo accademico diffuse malevolmente su di lui, al punto che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/prazzesco-raffaele-manica-racconta-mario-praz-lumanista-innominabile-guardato-di-sbieco-dallaccademia/">“Prazzesco”! Raffaele Manica racconta Mario Praz, l’umanista innominabile, guardato di sbieco dall’accademia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Come classificare Mario Praz? Come critico letterario? Specialista di cultura inglese? Storico delle idee? Filosofo dell’arredamento? Collezionista di oggetti Impero? Scrittore <em>tout court</em>? <strong>A trentasei anni dalla sua scomparsa resta la difficolt</strong><strong>à </strong><strong>di definirlo (non sar</strong><strong>à </strong><strong>che derivi soprattutto da qui l’infausta fama che il mondo accademico diffuse malevolmente su di lui, al punto che divenne per tutti l’Innominabile?).</strong> Ma da dove nasce, precisamente, questa difficoltà? Proviamo a leggere direttamente Praz, in una delle sue pagine più belle e struggenti, tratte da quel capolavoro che è <em>La casa della vita</em>, un’autobiografia della mente raccontata attraverso un appartamento, i suoi mobili, il suo arredamento e i suoi oggetti di antiquariato. «La vita non è un quadro, una composizione letteraria – scrive – Non è un <em>puzzle </em>che una volta trovatone l’agganciamento, cade preciso in un disegno prestabilito; è piuttosto come un’acqua all’incrocio di correnti, che ha sì una direzione, ma tumultuosa, un ritmo percettibile solo a grandi linee, mentre quel che appare alla superficie è un frantumarsi, un ramificarsi in innumerevoli episodi».</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62880 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/cover_Manica-Praz-191x300.jpg" alt="Mario Praz" width="137" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/cover_Manica-Praz-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/cover_Manica-Praz-768x1208.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/cover_Manica-Praz-651x1024.jpg 651w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/cover_Manica-Praz-600x943.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/cover_Manica-Praz.jpg 1408w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Ecco, <strong>in questo sentimento doloroso dell’inafferrabilità della vita, e nel desiderio costante di inseguirla e scandagliarla comunque «all’incrocio delle correnti», nel suo «frantumarsi» e «ramificarsi in innumerevoli episodi», con lo strumento della scrittura, sta, mi pare, tutta la complessità di Praz:</strong> nel tentativo infatti di far presa sulla vita con la scrittura, il metodo del grande critico cerca di porsi anch’esso «all’incrocio» delle discipline, dei saperi, delle idee, degli oggetti, mutando sguardo, all’occorrenza, deviando strada, seguendo i nessi più impensabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, uno dei meriti più evidenti del prezioso volumetto di Raffaele Manica, intitolato semplicemente <a href="http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/libri?id=3428" target="_blank" rel="noopener"><em>Praz</em></a> (Italosvevo edizioni, pagg. 85, euro 12,50), è quello di aver sottolineato quanto la prosa del grande anglista sia «un modo conoscitivo in sé», al punto da definire il critico romano «uno stile, oltre che un conoscitore nel campo vario che oscilla dagli oggetti alla storia delle idee». E qui lo «stile» va inteso nel senso in cui lo intendeva Proust, quando scrive che «lo stile per lo scrittore, come il colore per il pittore, non è un problema di tecnica, bensì di visione». È da questa precisa angolazione, infatti, che possiamo tentare di classificare Praz, secondo le indicazioni di Edmund Wilson, «soprattutto come artista», e seguirlo nella tessitura del suo «consueto fitto reticolo», come scrive Manica, permettendoci di riconoscere sempre la sua mano. Che è come dire, la sua «visione».</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Manica non è una monografia, ma propone quattro studi di argomenti distinti (e una introduzione), con lo stesso metodo «sgusciante» di Praz, con abilità mimetica, vorrei dire:<strong> tra i nostri italianisti più dotati, Manica inquadra il suo autore per contrapposizioni, con notevole intelligenza critica, </strong>e si veda a proposito il saggio centrale su «Croce e il diavolo», di esemplare limpidezza, dove viene messo in scena il conflitto – edipico – tra il giovane Praz e il vecchio Croce, analizzando la ricezione di quest’ultimo, piena di riserve, de <em>La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica</em>, all’uscita del saggio, nel 1930 (celebre la durissima sentenza del filosofo: «gli metterei in mano la ramazza e gli farei scopare il quartiere, questo lo guarirebbe»). Oppure lo coglie piuttosto ai margini (nei capitoli «L’elzeviro verso il saggio», «In viaggio», «Roma», quest’ultimo con deliziose pagine dedicate al rapporto di Praz con la Città Eterna, il suo culto per la Roma manierista e barocca, ma anche la sua lettura, attraversandola in bicicletta, del «traffico» e del «sorpasso» come metafore di decadimento). Capitoli con cui Manica fa il punto sul carattere empirico, antiteorico, della ricerca di Praz, nonché sui suoi modelli (Charles Lamb e Vernon Lee, soprattutto) e su <strong>una scrittura che cerca l’illuminazione nel dio del dettaglio e nel demone dell’analogia, con un carattere bizzarro e imprevedibile</strong> che portò lo stesso Wilson a coniare l’aggettivo, poi divenuto celebre, di «prazzesco», ovvero una mescolanza di grottesco e di incongruo, con il quale sono stati compilati saggi memorabili come <em>Bellezza e bizzarria</em>, <em>Il giardino dei sensi</em>, <em>La crisi dell’eroe</em>, <em>Lettrice notturna</em>, <em>Perseo e la Medusa, Il patto col serpente, Memnosine</em>, e così via. Quanto più appare «decentrato» l’approccio di Manica, tanto più risulta focalizzato, così, il profilo di questo grande critico dall’erudizione sconfinata, che ha tracciato il suo solco in direzione ostinata e contraria al crocianesimo imperante; un profilo ricco e imprevedibile come la leggendaria casa in via Giulia, gremita di bronzi e cornici, mobili, quadri, ninnoli, <em>objets d’art</em> rari e curiosi, porcellane preziose: <strong>forse il più grande dei nostri saggisti, che «sarebbe stato un ottimo umanista nel Rinascimento», come ha scritto Giovanni Macchia e che invece, come ha malinconicamente aggiunto Alberto Arbasino in un bel medaglione dedicatogli in <em>Ritratti italiani</em>, è diventato «uno straniero in patria»,</strong> incompreso e mal tollerato dall’ingessatissimo mondo universitario, al quale apparivano troppo sconvenienti le sue magistrali e pionieristiche ricerche sul Decadentismo e troppo astruso il suo gusto antiquario. Quello stesso mondo accademico che ha scritto una delle sue pagine più vergognose con la presunta fama iettatoria fatta circolare attorno al nome dell’«illustre anglista». Anche per questo, quel semplice titolo del volumetto di Manica – <em>Praz</em> – ci appare oggi come uno sberleffo, una sfida alla stupidità e come un sacrosanto atto riparatorio.</p>
<p><em>Fabrizio Coscia</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/prazzesco-raffaele-manica-racconta-mario-praz-lumanista-innominabile-guardato-di-sbieco-dallaccademia/">“Prazzesco”! Raffaele Manica racconta Mario Praz, l’umanista innominabile, guardato di sbieco dall’accademia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Mario-Praz-1982-1024x674.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Crocifisso Dentello: non sarà Walter Siti né Pier Paolo Pasolini, ma è meglio di molti di voi</title>
		<link>https://www.pangea.news/crocifisso-dentello-non-sara-walter-siti-ne-pier-paolo-pasolini-ma-e-meglio-di-molti-di-voi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jul 2018 06:41:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[classico]]></category>
		<category><![CDATA[contemporanei]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[generazione]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Culicchia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fais]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Social]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Siti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=62053</guid>

					<description><![CDATA[<p>È vero, Crocifisso Dentello ha il dono di rendersi umanamente e letterariamente antipatico. Lo dico da sua vittima. Mi ha bannato una volta, poi è tornato, poi mi ha nuovamente bannato. E, questo, solo per aver espresso delle riserve sul Pride milanese, dal mio profilo Facebook. Non avevo scritto niente di troppo sconveniente, solamente che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/crocifisso-dentello-non-sara-walter-siti-ne-pier-paolo-pasolini-ma-e-meglio-di-molti-di-voi/">Crocifisso Dentello: non sarà Walter Siti né Pier Paolo Pasolini, ma è meglio di molti di voi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È vero, <strong>Crocifisso Dentello ha il <em>dono</em> di rendersi umanamente e <em>letterariamente </em>antipatico</strong>. Lo dico da sua vittima. Mi ha bannato una volta, poi è tornato, poi mi ha nuovamente bannato. E, questo, solo per aver espresso delle riserve sul Pride milanese, dal mio profilo Facebook. Non avevo scritto niente di troppo sconveniente, solamente che a mio avviso si tratta di una mascherata che getta discredito sulla comunità LGBT invece che favorire la sua <em>accettazione</em>. Si tratta in fin dei conti di una tesi sostenuta anche da molti omosessuali. Non aveva gradito ed ero stato eliminato. Pace! <strong>La democrazia è anche non gradire la democrazia.</strong> Non porto rancore.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62054 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/dentello-libro-1-209x300.jpg" alt="dentello libro 1" width="139" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/dentello-libro-1-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/dentello-libro-1.jpg 417w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Ci sarebbero pure tanti altri suoi atteggiamenti social che vengono messi alla berlina dai lettori, ma questo poco importa. <strong>Uno scrittore è la sua scrittura. Dell’identità sessuale, poi, o del modo di fare scostante non mi frega un accidente.</strong> Se la vedrà con gli amici con cui va a bere lo Spritz la sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che concerne invece le <strong>recenti critiche che gli sono state mosse</strong>, con umiltà mi permetterei di <strong>dissentire</strong> e, a capo chino, avanzare la mia opinione. Ok, <strong>Dentello non è Siti, non è Pasolini</strong>, non è questo e non è quello. Vero, tutto vero. <strong>Ma non è neppure l’ultimo degli ultimi.</strong> Onestamente, e per quel che vale, tra i tanti testi che leggo e trovo in circolazione, non mi capita di riscontrare chissà quali picchi di genialità. Ma dirò di più, <strong>se Dentello venisse paragonato ai suoi contemporanei, invece che ai grandi nomi di morti e sepolti o agli ultimi sopravvissuti – spesso oramai in disarmo totale –, non mi sento di dire che sfigurerebbe.</strong> Al contrario, primeggerebbe. Qualcuno dirà che la cosa è tragica, ma <strong>il valore di un autore si misura anche in ragione di ciò che fanno gli altri della sua generazione</strong>. Personalmente, ritengo <strong><em>Finché dura la colpa</em></strong> un signor <strong>romanzo con tutti i crismi</strong>. Gaffi, che lo selezionò, – e non stiamo certo parlando dell’ultimo fesso in ambito letterario – non lo fece certo nella speranza di fare cassa, visto che degli schei lui se ne fotte, ma perseguendo piuttosto la sua idea di letteratura. Certo, il testo nell’epilogo un poco perde la spinta iniziale, ma bisogna considerare che si tratta comunque di un <strong>esordio. Non ne ricordo di particolarmente sfolgoranti.</strong> Ma prendiamo l’incipit: “<em>Talvolta, rapito da una macabra immaginazione, contemplo di buttarmi dalla finestra della mia stanza per sperimentare l’ebbrezza della caduta nel vuoto, l’impatto sull’asfalto, i gemiti dei passanti. Nessuna sofferta vocazione di un gesto estremo. Solo una via di fuga dalla noia, una ricreazione mentale con la quale spezzare la routine</em>”. Stabilite voi se è davvero così negativo. Sì, c’è da dire che è molto <em>classico</em>, nel senso più ampio del termine. <strong>Non è un linguaggio di rottura</strong> come in Giuseppe Casa ai tempi di <em>Veronica dal vivo</em>, Aldo Nove con <em>Woobinda</em>, o nella Santacroce di <em>Fluo</em>. <strong>Neppure è presente quello svecchiamento stilistico</strong> e la prosa incalzante di Giuseppe Culicchia in <em>Tutti giù per terra</em>. Parliamo, comunque, di un altro tempo. Al momento, ribadisco, secondo me c’è di molto peggio in giro e si tratta di gente con ben altro successo. Non faccio i nomi perché non sono cattivo e, soprattutto, perché non voglio passare le giornate a rispondere a nuovi hater.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62055 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/dentello-libro-2.jpg" alt="dentello libro 2" width="130" height="185" />Il tanto criticato <strong><em>La vita sconosciuta</em></strong> poi, se ha un problema, è solo quello di <strong>essere scritto fin troppo bene, con eccessi di ampollosità</strong> per un romanzo che ha l’ambizione di riportare la viva voce di un ex operaio, qual è il protagonista. In tal senso, la scrittura di Dentello manca di mimetismo e questo non si può negare. Al contempo però, direi che ha anche il <strong>pregio di essere un testo senza <em>paginate zavorra</em></strong>, chilometri di scrittura utili solo a fare spessore. Non è né troppo lungo né troppo corto, ma della giusta misura. Potrà sembrare una sciocchezza, ma <strong>la maggior parte dei libri presenti sul mercato sono vagonate di egoità del tutto sovradimensionate</strong>. Togliendo la metà delle pagine, ci sarebbero comunque parole in eccesso.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, io con Dentello sarei più tenero. <strong>È sulla buona strada. </strong>Ha bisogno di migliorarsi, come molti del resto, ma soprattutto di <strong>non farsi condizionare dai suoi modelli che forse, più che fargli da sprone, lo inibiscono</strong>. E, a ogni modo, no, i suoi testi non sono i primi che userei nel caso dovessi avere problemi con una gamba del tavolo.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/crocifisso-dentello-non-sara-walter-siti-ne-pier-paolo-pasolini-ma-e-meglio-di-molti-di-voi/">Crocifisso Dentello: non sarà Walter Siti né Pier Paolo Pasolini, ma è meglio di molti di voi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/copertina-90.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Ilaria Palomba è il Vate della rivalsa, la prima e più tenace portavoce delle istanze di quella generazione X che il potere sperava di aver cancellato per sempre dai radar. “Disturbi di luminosità” è un capolavoro alieno</title>
		<link>https://www.pangea.news/ilaria-palomba-e-il-vate-della-rivalsa-la-prima-e-piu-tenace-portavoce-delle-istanze-di-quella-generazione-x-che-il-potere-sperava-di-aver-cancellato-per-sempre-dai-radar-disturbi-di-lum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jul 2018 08:50:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace]]></category>
		<category><![CDATA[dubbio]]></category>
		<category><![CDATA[Felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[Huxley]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Palomba]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Perrone]]></category>
		<category><![CDATA[manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[mistica]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Rockstar]]></category>
		<category><![CDATA[schizofrenia]]></category>
		<category><![CDATA[The Doors]]></category>
		<category><![CDATA[Trainspotting]]></category>
		<category><![CDATA[William Blake]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61746</guid>

					<description><![CDATA[<p>Disturbi di luminosità è stato brevettato il tredici febbraio del 1895, a Parigi. Il ventotto dicembre di quello stesso anno, Ilaria Palomba si trovava tra gli attoniti spettatori del Salon indien del Gran Cafè, al 14 del Boulevard des Capucines. Dall’inquieta mente saettava la scintilla. Il seme della sua poetica, da cui sarebbe germogliato il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ilaria-palomba-e-il-vate-della-rivalsa-la-prima-e-piu-tenace-portavoce-delle-istanze-di-quella-generazione-x-che-il-potere-sperava-di-aver-cancellato-per-sempre-dai-radar-disturbi-di-lum/">Ilaria Palomba è il Vate della rivalsa, la prima e più tenace portavoce delle istanze di quella generazione X che il potere sperava di aver cancellato per sempre dai radar. “Disturbi di luminosità” è un capolavoro alieno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Disturbi di luminosità è stato brevettato il tredici febbraio del 1895, a Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ventotto dicembre di quello stesso anno, Ilaria Palomba si trovava tra gli attoniti spettatori del Salon indien del Gran Cafè, al 14 del Boulevard des Capucines. Dall’inquieta mente saettava la scintilla.</strong> Il seme della sua poetica, da cui sarebbe germogliato il memoir, fu ben conficcato nel fertile terreno del protocinema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Protagonista del libro, vi allude il titolo, è la luce. Luce filtrata dalla pellicola e ordinatamente proiettata sul grande schermo dal dialogo tra l’inventore e l’ispi­razione.</strong> Il primo della lunga teoria di artisti, cui Ilaria si rivolge come postulante ad altrettanti Oracoli, è Chuck Palahniuk. Manifesto l’argomento principe della narrazione: l’estasi ingestibile, la visione mistica invalidante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tyler (Durden, nel romanzo di Palahniuk) consegue la propria visione, attraverso il medesimo strumento utilizzato dagli apache per l’iniziazione del giovane guerriero: privazione del sonno.</strong> Nel film cult di David Fincher, uscito nelle sale il ventinove ottobre del 1999, Edward Norton e Brad Pitt, due corpi monumentali animati da talento e lavoro incommensurabili, si contendono la mente del protagonista. L’espediente metafilmico adoperato da Fincher, per rendere in funzione espressiva il corto circuito sinaptico, causa dello sdoppiamento del proprio personaggio, è l’innesto di un singolo fotogramma avulso alla scena. Il terrorismo culturale, cui si fa riferimento in una delle scene, prevede per esempio l’innesto dell’immagine di un pene, fra quelle animate di un lungometraggio per bambini. Palese il riferimento al messaggio subliminale, argomento molto in voga nel pubblico dibattito di quel periodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi fotogrammi incoerenti, sbagliati, decontestualizzati e strappati a un insieme indicibile e recondito, squarciati dal ventre imbottito della bambagia da pupazzo, di tabù scorticati e sbugiardati feticcio sovrano e Lare (per la bambina che Ilaria non è mai stata), spalmati su pagina con perizia inarrivabile e precisione ossessiva, la scrittrice ha poetato “Disturbi di luminosità” (Gaffi, 2018).</p>
<figure id="attachment_61748" aria-describedby="caption-attachment-61748" style="width: 166px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-61748" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/perrone-215x300.jpg" alt="perrone" width="166" height="231" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/perrone-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/perrone-768x1070.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/perrone-735x1024.jpg 735w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/perrone-600x836.jpg 600w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" /><figcaption id="caption-attachment-61748" class="wp-caption-text">La copia di Luca Perrone di &#8220;Disturbi di luminosità&#8221;: corrosa dalla gioia dell&#8217;uso e dell&#8217;abuso</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il lemma “luce” compare una prima volta a pagina 14,</strong> ci offre lo spunto per analizzare uno stilema della scrittrice, che ha molto da insegnare ai colleghi della presente generazione e di quelle precedenti, fatti salvi pochi maestri: “<em>Lascia entrare la luce. Il buio. La luce. Il buio. La luce</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La copia di “Homo Homini Virus” (Meridiano Zero, 2015), il romanzo che ha consacrato la Palomba, oltre a spedirla direttamente in vetta alle mie preferenze di lettura,</strong> si trova molto opportunamente sopra una di due copie de I signori e le nuove creature, sillogi del poeta americano James Douglas Morrison, doppio della scomposta e disturbata rockstar americana. In esergo a questa preziosa edizione: “Mi sono sempre piaciuti i rettili… Immagino l’Universo come un mastodontico serpente, con tutte le persone, le cose, i panorami alla stregua di minuscole immagini sulle sfaccettature delle squame. E penso che la contrazione peristaltica sia il movimento basilare della vita: l’inghiottire, il digerire, il ritmo del rapporto sessuale. Del resto, la lucertola e il serpente si identificano con l’inconscio, con le forze del male…”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ilaria porta il moto peristaltico sulla pagina, attraverso l’espediente della ripetizione, ossessionante e ossessionata, delle proprie idiosincrasie.</strong> Le pagine di “Disturbi di luminosità” sono ricche di quest’inviti all’attenzione, alla sottolineatura animica, di queste metafore stilistiche dell’inquietudine. Pagina 17: “<em>La pancia si crepava. Gli arti prosciolti nella luce. Sotto le palpebre geometrie Maya</em>.”</p>
<p style="text-align: justify;">Emerge dall’ansia, la colpa autoinflitta e così il castigo, danza salvifica e redentrice, al termine della notte, fluorescenze e fosfeni atavici. Disturbi di luminosità è una miniera d’immagini, tutte cariche di questa vis, tutte pronte a stravolgere l’im­maginazione, a prenderla per mano e concupirla tra rovi e bacche, profumate un istante, rancide e fetide in quello successivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono sincero nel comunicare al lettore una suggestione. <strong>La premessa è che quando ebbi tra le mani “Infinite Jest”, di David Foster Wallace, pensai di essere intento nella lettura dell’unico romanzo che fosse mai stato scritto.</strong> Considerai per la prima volta l’esperimento mentale dell’isola deserta. Se avessi potuto portare un unico libro, si sarebbe trattato di IJ. Trattasi, come suggerisce il titolo, di un intrattenimento infinito. “Infinite Jest” può essere letto lungo l’arco intero della propria esistenza, suggerirà sempre la novità e stimolerà nuove comprensioni. Il libro di Ilaria Palomba è impastato di quella stessa materia, cangiante e caleidoscopica, di cui il grande maestro di Ithaca fu avvezzo a imbrattare le proprie mani. Non mancano persino prossimità di argomento, contenuti, i riferimenti alle farmacopee psicotropa e psico­terapeutica, ma soprattutto alla funzione dell’arte, sempre presente, imprescindibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La parola “luce”, declinata come sostantivo-soggetto, o in forma di derivata-attributo, compare nell’opera non meno di trenta volte.</strong> Non intendo effettuare una verifica per i sinonimi o per i lemmi che vi alludono. Voglio solo sottolineare come in principio fu il verbo e poi “fiat lux”. Come Ilaria prenda soavemente e delicatamente a calci la divina creazione, con il cranio affondato nell’abisso della comprensione, in cerca dell’origine di Natura. Il testo è definitivamente troppo pregno di riferimenti culturali, filosofici e artistici, per concederci in questo spazio di citarli tutti. Pagina 18: “<em>Ricordo Spud raccontare di aver visto le porte della percezione di Huxley dipanarsi come acqua</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Al netto del riferimento al personaggio welshiano, per cui rimando il lettore curioso all’approfondimento di “Trainspotting”, di fronte a questa frase ci troviamo costretti a macinare una riflessione, ch’è la chiave di una voragine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ilaria sa che “the doors of perception” è immagine creata da William Blake, nel proprio capolavoro “The marriage of Heaven and Hell”; la scrittrice conosce vita, opera, morte e miracoli, del gruppo rock teatrale per antonomasia, che scelse di omaggiare il poeta e illustratore inglese, marchiando la band per mezzo della sua poetica.</strong> Eppure in questa frase, che dice del racconto di uno sperimentatore di sostanze psicotrope, in merito all’estasi e alla conoscenza, alle differenti dimensioni del reale, la pensatrice barese connota l’esperienza nel contesto del saggio sulla mescalina del genio di Godalming, Aldous Huxley per l’appunto. In una sola frase Ilaria suggerisce un trattato di antropologia, uno di psichiatria, un saggio sulle religioni e considerazioni sullo sciamanesimo. Tratta di poesia estatica, di artisti rock della contestazione americana, di un’opera orecchiata ma a noi misconosciuta, dell’autore de Il nuovo mondo, apre su Welsh e sulla riduzione cinematografica di Danny Boyle.</p>
<p style="text-align: justify;">Suggerisce strade diverse per raggiungere la visione. Riassume la sete di conoscenza dell’umanità d’ogni latitudine con pochi graffi d’una penna acuminata e tagliente co­me acciaio nipponico. Ilaria è una samurai dell’espressione. A conferma dell’affermazione in merito alla frequentazione della musica dei The Doors, da parte della scrittrice, riporto l’ultimo rigo di pagina 25: “<em>Quando la musica finisce, spegni la luce</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“When the music’s over, turn off the light”. </strong><strong>Ancora la luce. Ancora J. D. Morrison. Il cantante compose questo verso nel corso di un’improvvisazione, con la quale il gruppo chiudeva le serate al London Fog.</strong> Si trattava di proposizione deittica: il gestore del locale doveva realmente spegnere le luci quando fosse terminata la musica, per creare l’effetto scenico immaginato dal giovane istrione e studente di cinema. La canzone è un’altalena di sensualità, una fra tante danze peristaltiche del suo autore e interprete.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Disturbi di luminosità&#8221; è anche un libro politico. Non mancano i riferimenti alla seria riflessione e all’impegno, declinati attraverso una <em>pars destruens</em>, la critica, e una <em>pars construens</em>, l’affermazione propositiva, sempre per mezzo di quella prosa lirica ch’è marchio di fabbrica di quest’artista totale, accidentalmente coinvolta nel suo passato, in un percorso filosofico accademico. Pagina 45: “<em>Pensaci, tu che mi leggi, come fai a non considerare il tuo male il male del mondo? Come fai a dire malattia invece che società? Come fai a vedere davvero le scissioni tra le cose?</em> <em>Forse è questo l’esistere, un filo invisibile di corpi, che tutti li unisce</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il coincidere sinonimico di queste due attente elezioni lessicali, malattia e società, rimanda immediatamente a due questioni. Una più attuale e contingente, inerente all’aberrazione disumana del vivere contemporaneo, stravolto dal presunto progresso tecnologico, che usa la carne come bersaglio dell’interminabile sventagliata di immagini e informazioni, utili a ridurre la vita umana a incredula immobilità.</strong> L’altra di natura classica e intramontabile, perché affonda le radici nella critica marxista al capitalismo e in particolare alle istanze e ai ragionamenti relativi all’alienazione che deriva dall’automazione del lavoro. In definitiva si tratta di un libro che tratta la sofferenza emotiva e razionale. Assimilabili e interagenti in un complesso rapporto di causa ed effetto, che per la mente meravigliosa di Ilaria è acquisito.</p>
<p style="text-align: justify;">Le “scissioni” della frase successiva, non sono solo i vuoti innestati sui “vincoli”, dimostrati dalla penna di Giordano Bruno, da tutto il pensiero ermetico medievale e protomoderno. Non si tratta solo di acquisire, interiorizzare e metabolizzare il pen­siero orientale, cui Ilaria si riferisce spesso, in urla sussurrate e disperate, che in­vocano comprensione e clemenza al mostro esiziale che la legherà al letto d’ospedale (urla che si giustificano per il genio), per sperare di conoscere un po’ meglio il reale è necessario un atto di fede.</p>
<p style="text-align: justify;">Il filo invisibile dei corpi, che tutti li unisce, non conosce scissione tra anima e corpo, non c’è schizofrenia, termine obsoleto appena valido oramai per i discorsi da bar del popolo, sempre più oppresso dalla tragedia della sofferenza di un parente, preso in carico al CIM. E=mc2. La materia è energia. Ilaria, reduce dalle proprie pere­grinazioni negli spazi sterminati delle molteplici dimensioni, ne ha coscienza effi­cace, la consapevolezza sublime, sa esprimerla attraverso la propria arte, che padroneggia da immortale, si tratti di quella performativa o di quella narrativa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ilaria Palomba è la prima e più tenace portavoce delle istanze di quella generazione X, che il potere sperava di aver cancellato per sempre dai radar, con droghe scadenti e le televisioni commerciali prima, con la riforma del lavoro e il precariato poi.</strong> Ilaria è a capo della protesta contro la repressione che abbiamo subito negli anni d’oro della nostra giovinezza, quando dovevamo sperare e progettare, quando, appena concluso il tempo della prima formazione, eravamo pronti a rivoluzionare il gusto e il mondo. Quando eravamo abbastanza forti e coraggiosi da immaginare un Universo unito e pacifico, un pianeta Terra costernato dall’amore dei suoi abitanti e dal suono cristal­lino delle risa di bambini che non nasceranno mai. Ilaria raccoglie preziosi oggetti usati inestimabili, libri, audiocassette, videocassette, dvd, cd, direttamente nei gloriosi anni ’90, quelli della Rinascita Inosservata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I monopolisti dell’italica cultura possono proseguire tranquillamente con le loro poli­tiche economiche di produzione di carta da culo usata, possono ignorare chi crea opere d’arte e contribuisce con apporti significativi alla cultura.</strong> L’establishment, anzi, deve necessariamente mirare all’autoconservazione e al proprio perpetuarsi, plasmato e informato di presunzione, ignoranza, incompetenza, malafede, piaggeria, connivenza e clientelismo. D’altronde “il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura”.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli artisti liberi, che si rivolgono a Ilaria Palomba come al Vate della rivalsa, Oracolo pervaso di stile impeccabile e traspirante bellezza, potranno morire in un giorno non molto lontano, perché il loro cuore non reggerà la fatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante l’apparente gratuità del sacrificio però, sarà la Storia a versare il suo tributo all’arte, come è sempre stato. Non abbiamo paura. Il giorno del boom al petto, sarà stato senza dubbio un buon giorno per morire. Una pagina: “<em>L’Oracolo ti disse: Non è mica facile stare con te. E tu hai avuto paura di essere solo una terra di passaggio in cui ciascuno semina fiori che nessuno raccoglie</em>”.</p>
<p><strong><em>Luca Perrone</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><em>Il lavoro intellettuale speso con felicità sul libro di Ilaria mi ha ispirato alcuni versi. Nell’intento, il riportarli in questa sede vuol essere un omaggio all’autrice e un ulteriore messaggio per il pubblico che leggerà “Disturbi di luminosità” (Gaffi, 2018). Spero di non essere frainteso.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scava la deflagrazione.</p>
<p>Il cratere luccica agli astri<br />
sovrappensiero e brillo<br />
erutta l&#8217;atro meteorite<br />
scova diamanti la tenebra</p>
<p>torbide come ascessi neonatali<br />
mietono cinque sfingi</p>
<p>spoglie galere vestono<br />
immane riverbero lunare<br />
accosta il palmo e quieta<br />
genuflette ai posteri la miseria</p>
<p>Ricuci attenta ogni assenza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ilaria-palomba-e-il-vate-della-rivalsa-la-prima-e-piu-tenace-portavoce-delle-istanze-di-quella-generazione-x-che-il-potere-sperava-di-aver-cancellato-per-sempre-dai-radar-disturbi-di-lum/">Ilaria Palomba è il Vate della rivalsa, la prima e più tenace portavoce delle istanze di quella generazione X che il potere sperava di aver cancellato per sempre dai radar. “Disturbi di luminosità” è un capolavoro alieno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/Palomba.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
