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	<title>Charles Darwin Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 11 May 2026 04:02:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Il cuore umano non conosce pace”. Vita &#038; poesia di Frances Cornford, la nipote di Darwin</title>
		<link>https://www.pangea.news/frances-cornford-darwin-ritratto-e-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 04:07:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Darwin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante della biografia di Frances Cornford è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de L’origine delle specie: straordinariamente simile al padre, fu docente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/frances-cornford-darwin-ritratto-e-poesia/">“Il cuore umano non conosce pace”. Vita &amp; poesia di Frances Cornford, la nipote di Darwin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>A tutta prima – seguendo il ragliare dei maligni – il dato più affascinante della biografia di <strong><a href="https://www.ebsco.com/research-starters/history/frances-cornford">Frances Cornford</a> </strong>è il lignaggio – vertiginoso. Nipote di Charles Darwin. Il padre di Frances, Francis – che fantasia – era il terzogenito di Charles, il naturalista che fu rivoluzione, l’autore de <em>L’origine delle specie</em>: straordinariamente simile al padre, fu docente di botanica a Cambridge. La madre di Francis – partorita il 30 marzo del 1886 a Cambridge, luogo da cui, in sostanza, non si si spostò quasi mai –, Ellen Wordsworth Crofts, era la pronipote del grande poeta William Wordsworth: fu docente in uno dei primi college femminili dell’epoca, il Newnham. </p>



<p>Degna figlia di tale famiglia, Frances non frequentò l’università, ricevette un’istruzione privata, fu incoraggiata a scrivere. La prima raccolta di&nbsp;<em>Poems</em>&nbsp;uscì nel 1910: in uno di questi testi giovanili – ma non puerili – Frances ragiona sulla&nbsp;<em>Preesistenza</em>: “Ero sdraiata sulla riva/ udivo le onde ruggire/ il sole mi scaldava il viso:/ cominciai a sognare”. La fanciulla ricorda di essere stata in quella stessa riva, scaldata da quel medesimo sole, “chissà quanti secoli prima”: “nelle mie pre-pelasgiche mani/ la sabbia era ancora calda, ancora fine”.&nbsp;</p>



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<p>Il lignaggio, tuttavia, non basta a giustificare il successo dei versi. Frances Cornford – così ammette nell’edizione dei <em>Collected Poems</em> edita da The Cresset Press nel 1955 – cominciò a scrivere a sedici anni; l’ultima raccolta, <em>On a Calm Shore</em>, uscì nel 1960, l’anno della sua morte – aveva 74 anni, morì l’ultimo giorno di agosto, d’infarto, è sepolta presso l’Ascension Parish Burial Ground a Cambridge: la sua tomba è prossima a quella del padre, non lontana da quella di Ludwig Wittgenstein, un amico di famiglia.<a href="https://www.enitharmon.co.uk/product/selected-poems/"> <strong>Di recente, la casa editrice Enitharmon ha pubblicato, a cura di Jane Dowson, una selezione di <em>Selected Poems</em>:</strong></a> dicono di uno stile “semplice e diretto”, fatto di “argute osservazioni”, fitto di “immagini memorabili”. In effetti, la poesia di Frances Cornford – per lo più ‘da camera’, spesso d’occasione – piacque. Amica di Virginia Woolf, dialogava in versi con Gilbert Keith Chesterton; Agatha Christie cita una sua poesia in uno dei suoi romanzi – <em>Murder is Easy</em>, del 1939 –, Philip Larkin adorava quella frugale coerenza, la capacità, con pochi tocchi, con tatto e nessun esubero di aggettivi, di far <em>risplendere</em> le cose di tutti i giorni. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="664" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Cornford-front-cover-664x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107183" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Cornford-front-cover-664x1024.jpg 664w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Cornford-front-cover-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Cornford-front-cover-600x926.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/Cornford-front-cover.jpg 700w" sizes="(max-width: 664px) 100vw, 664px" /></figure>



<p>A Cambridge, Frances – che si chiamava ancora Frances Darwin Crofts – conobbe Francis (che fantasia…) Cornford: più grande di lei di dodici anni, insegnava al Trinity College, diventerà uno dei più importanti classicisti d’Albione, occupandosi, per lo più, di Platone, Tucidide e Parmenide. I due si sposarono nel 1909; Frances diede a Francis cinque figli; il secondo fu chiamato Rupert John in memoria di un caro amico di lei, Rupert Brooke, l’apollineo poeta morto troppo giovane al fronte, nell’aprile del 1915. Il figlio di Frances – nato qualche mese dopo la morte di Rupert Brooke – seguì la sorte del poeta: morì durante la Guerra civile spagnola, nel dicembre del ’36, il giorno in cui compiva ventuno anni, in circostanze non del tutto chiare. Laureatosi brillantemente in discipline storiche a Cambridge, Rupert John preferì arruolarsi tra le fila del Poum, il Partito Operaio di Unificazione Marxista, antistalinista, tra i mitraglieri. Dicono di atti eroici, di un ragazzo che, pur ferito, preferì tornare a combattere. Alcune poesie testimoniano il suo impegno bellico. Insieme a lui, tra i combattenti, figurava anche George Orwell: lo scrittore britannico non lesinò critiche verso “l’impegno dei ragazzi di buona famiglia”, che possono votarsi, con la stessa equidistante passione, alla causa della sinistra rivoluzionaria come a quella della monarchia.</p>



<p>A Rupert Brook, Frances aveva dedicato una poesia,&nbsp;<em>Youth</em>, che avrebbe potuto, tragicamente, dedicare al figlio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Giovane Apollo biondo chiomato<br>sogni mentre ti inghiotte la battaglia<br>magnificamente impreparato<br>alla lunga brevità della vita”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Alla prima figlia, Helena, Frances Cornford nata Darwin, dedicò invece il libro più stravagante e forse più bello, una capricciosa selezione di&nbsp;<em>Poems from the Russian</em>, edita da Faber nel 1943, nel pieno della Seconda guerra. Nella minima, sapida&nbsp;<em>Preface</em>, Frances – dopo aver onorato, naturalmente, la saggezza del marito – denuncia la propria poetica del tradurre: un poeta traduttore deve ‘intonarsi’ al canto del poeta tradotto, non può indossare impunemente abiti lirici che non gli appartengono. Questa&nbsp;<em>congiunzione</em>&nbsp;può avvenire soltanto tra anime affini. Insomma, la traduzione è poesia in sé, è medianico rapporto tra spettri e linguaggi.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Un esperto ha scritto che leggere di poesia in un’opera erudita è come annusare un mazzo di fiori coperti da un lenzuolo: questo è ancor più vero per la traduzione poetica. Quali qualità sono necessarie a un traduttore perché il suo esercizio sia quantomeno tollerabile? Ho capito questo. Il traduttore deve in qualche modo convincerci che possiamo fidarci di lui. Se nutriamo dei sospetti, se ci domandiamo ‘Ma questo è davvero l’originale peruviano o è la signorina X.?’, allora tutto è perduto. Naturalmente, non è soltanto la correttezza che dobbiamo esigere…”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Al di là di troppe parole, il libro pare accordato a dovere. Nel lavoro, Frances si è fatta aiutare da Esther Salaman: ebrea russa, fu discepola di Albert Einstein e amica di Wittgenstein. Particolari ringraziamenti sono accordati a Nikolai Bachtin, professore di linguistica a Birmingham, nonché fratello di Michail, il sommo studioso di Dostoevskij e Tolstoj, l’autore di&nbsp;<em>Estetica e romanzo</em>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Tra i poeti con cui Frances si sente in sintonia, spiccano Puškin e Blok; questa è una versione da Anna Achmatova:</p>



<p><strong>“Era tenero, inquieto, geloso: mi amava&nbsp;<br>come il sole di Dio – il mio cuore fu rapito.<br>Uccise il mio uccello dalle bianche ali perché&nbsp;<br>cantava i giorni che precedono il nostro incontro.</strong></p>



<p><strong>Venne al tramonto per dirmi: scrivi<br>poesie, amore mio, ridi e amami.<br>Presso il pozzo, sotto l’ontano<br>giaceva il mio uccellino felice, morto.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Gli promisi che non avrei pianto: fu<br>allora che il mio cuore divenne di pietra.<br>Da allora, sento cantare il mio dolce<br>uccellino ovunque, sempre”.&nbsp;</strong></p>



<p>Di Fëdor Tjutčev, Frances serba il tono sicuro, assertivo, e la predilezione per le poesie brevi, sketch che spesso sanno riassumere una vita. È lui, in effetti, il suo vero maestro di stile: la superficie delle cose – evocata con pochi tratti – si spezza, mostrando l’abisso, per neri bagliori; che bello l’attacco di&nbsp;<em>Silentium</em>, è quasi una poetica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Resta in silenzio, nasconditi, lascia<br>che sogni e desideri sorgano e tramontino<br>nei recessi del tuo cuore; i tuoi<br>più cari tesori tienili con te, serba<br>in te le stelle che nel cuore della notte<br>incantano il tuo spirito”.</strong></p>
</blockquote>



<p>È vero: giocava a fare la socialista, amava intrattenersi con le signore del suo rango – ciò che ancora convince delle sue poesie è l’oscurità dietro il casto mobilio, una sorta di provvidenziale inquietudine, l’ultimo giorno dopo i giorni costruiti col merletto, il fuoco che arde oltre il velo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="661" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/2810812769-661x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/2810812769-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/2810812769-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/2810812769-600x930.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/2810812769.jpg 697w" sizes="(max-width: 661px) 100vw, 661px" /></figure>



<p>**</p>



<p><em>Donna con neonato si rivolge al filosofo</em></p>



<p>Come posso temerti, portentoso sapiente<br>quando penso che un tempo eri grande così?<br>Come posso tremare di fronte all’onnipotente<br>pensatore che un tempo aveva mani piccole e paffute&nbsp;<br>proprio come queste? Come posso ornarti di inchini<br>quando immagino il tuo cranio fragile, caldo, soffice cupola<br>che profuma di sapone? Oh tu – celebrato&nbsp;<br>da Nord a Sud – che ti metti le dita dei piedi in bocca…&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Intorno a un epitaffio latino, nella chiesa di Madingley, senza nome né data</em></p>



<p>Portate rose, giovani inni, viole inviolate<br>a decorare ancora queste ceneri:<br>non disturbate il sonno dell’ignota<br>ragazza con grida di nostalgia –&nbsp;<br>morì in un giorno di pioggia<br>sparì nell’immutabile pace di Dio.<br>Egli sussurrò alla sua anima: lei<br>gliela restituì senza macchia.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Il pazzo e il bambino</em></p>



<p>“Dove sei stato? Sembri&nbsp;<br>un alienato, sei sporco…” “Caro mio<br>sono stato all’Inferno, ho percorso<br>i soliti oscuri sentieri nel deserto:<br>avrei potuto fare come te, che&nbsp;<br>sei stato a Babilonia con le candele”.</p>



<p>“Cosa hai visto?” “Né fiamma né rogo<br>ma un rio di terrore e di desiderio.&nbsp;<br>Oh, piccolo mio, non c’è nulla lì<br>che somigli alle tue dita, ai tuoi capelli<br>a questo tavolo o a questa sedia:<br>nulla, nient’altro che disperazione”.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>*</p>



<p><em>Dai Veda</em></p>



<p>La prima coppia abitava<br>un mondo privo di oscurità.<br>Quando Yama morì lasciò Yami<br>nell’infinita luce.&nbsp;</p>



<p>Invano gli dèi cercarono<br>di alleviare il suo dolore.&nbsp;<br>Lei rifiutò di ascoltare le loro<br>sante parole e disse: “Oggi è morto”.&nbsp;</p>



<p>Gli dèi, confusi perché il suo dolore<br>offuscava la loro onnipotente vista<br>dissero: “Dobbiamo creare la Notte<br>che lei dimentichi l’indimenticabile”.</p>



<p>Così crearono la Notte. E dopo&nbsp;<br>la Notte crearono l’Ultimo Giorno<br>e lei lo dimenticò. Per questo si dice<br>che i giorni e le notti divorano il dolore.</p>



<p>*</p>



<p><em>Dopo le Eumenidi</em></p>



<p>Molto tempo fa, nella petrosa Grecia<br>il cuore umano non conobbe pace<br>lacerato nella sua oscurità<br>malediceva il fato e la sua nascita;<br>sperava di lenire l’agonia con il canto.&nbsp;</p>



<p>O Signore, fino a quando ancora?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="713" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32349912156-713x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107185" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32349912156-713x1024.jpg 713w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32349912156-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32349912156-600x862.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/32349912156.jpg 752w" sizes="(max-width: 713px) 100vw, 713px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Il lago e l’istante</em></p>



<p>Guarda –&nbsp;<br>luce sopra grigie acque:<br>l’uccello bagna il petto e riposa&nbsp;<br>le montagne in stato di assedio&nbsp;<br>assistono in silenzio. Così<br>libero dal timore accade il primo&nbsp;<br>assassinio dell’uomo – cuore<br>che riposa nei golfi del tempo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Una donna sola</em></p>



<p>A mezzanotte tutte le finestre si spengono&nbsp;<br>l’oscurità cala sui tetti e sugli alberi senza più ostacoli.<br>Così nel mio cuore, le case di cui non hai sentito<br>il bisogno, spengono le loro luci.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Rivelazione</em></p>



<p>Hai tolto una pietra dalla mia mente oscura:<br>lì, in luce, giaceva un Progetto – intimorita<br>e sorpresa, ho visto i suoi sconosciuti<br>tentacoli, i suoi occhi chiusi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>A un gatto che si aggira in giardino</em></p>



<p>Elegante creatura dal nero corpo<br>perché ti ostini<br>a inseguire quel pettirosso?<br>Dimmi quale causa selvaggia riempie<br>i tuoi occhi vuoti, da quali pozzi<br>proviene la tua avida luce –&nbsp;<br>dai confini del Paradiso&nbsp;<br>dalle rive infere<br>dai regni del bene<br>o del male.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Preghiera del mattino</em></p>



<p>Che le mie mani accolgano questo giorno di cristallo<br>mio Signore, che sappiano custodirlo intatto<br>che al suo arrivo la sera, nostra grigia sorella,<br>non trovi alcun frammento rotto sul pavimento.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Perduta&nbsp;</em></p>



<p>Non c’era alcun cartello<br>con indicazioni chiare<br>per evitare che mi perdessi.&nbsp;<br>Soltanto il mio cuore avrebbe<br>potuto trovarmi, con la stessa<br>infallibile sapienza degli uccelli<br>migratori – ma ha fallito.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Ritorno a casa</em></p>



<p>I venti soffiano, inabissando<br>la notte – gli alberi sono in ginocchio.<br>Ma l’uomo ha inventato il fuoco<br>e la candela – l’uomo ha inventato il fiero pasto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Il gabbiano</em></p>



<p>Vola con purezza, risoluto<br>e solenne tra vortici rituali.&nbsp;<br>Sono riuscita a udire la musica<br>che quell’uccello, perfezionato dal sole,<br>ha lasciato in cielo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Vittime</em></p>



<p>Un tempo questa carne era amabile: ora&nbsp;<br>il Dio Guerra la usa come un ornamento della&nbsp;<br>grande macchina – un tempo, questa carne provava<br>pietà, baciava con passione lividi invisibili.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Il blitz</em></p>



<p>Mondo immortale! Un altro giorno di luce<br>dopo il caos notturno. Benché il cuore<br>precipiti in un dolore senza fine, le foglie<br>gialle e pacifiche, cadono con dolcezza.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Pioggia d’estate</em></p>



<p>Fin dall’infanzia, non esiste musica più bella<br>all’orecchio umano della pioggia d’estate, a sera…<br>Ogni bambino crede che tutte le cose<br>del mondo raggiungano la loro pace.&nbsp;<br>Orrore e disamore, tutti i mali dell’uomo,<br>rabbia e dolore, non esistono.&nbsp;</p>



<p>È bello sentire gli scrosci tra i rami<br>dell’edera, i vetri che fremono: la pioggia<br>piange senza passione e l’oscurità<br>avvolge la nostra casa. Disperazione&nbsp;<br>e tormento, invidia e rancore non esistono:<br>la pioggia spazza via ogni cosa.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>A un amico</em></p>



<p>Nei giorni in cui eri<br>malato, solo, triste<br>ho visto il tuo spirito<br>accogliermi ancora.</p>



<p>Nelle mattine in cui la mia specie<br>sembra una razza in razzia<br>ricordo di aver visto<br>risorgere il tuo viso.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Epitaffio per Charlotte Bront</em><em>ë</em></p>



<p>I figli della mia audace mente&nbsp;<br>resistono selvaggi e imprendibili<br>come il vento e la pioggia.<br>Ma in quest’aria d’acciaio, presso<br>la sua tomba, sono morta, perché<br>il mio corpo non può sopportare<br>figli mortali.&nbsp;</p>



<p><strong>Frances Cornford</strong></p>



<p><em>*In copertina: Frances Cornford nel 1914<br></em></p>
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		<title>La scimmia meravigliosa di Franz Kafka. Ora sappiamo chi è (un incrocio tra Darwin, Peter e Kurtz)</title>
		<link>https://www.pangea.news/franz-kafka-racconti-scimmia-darwin/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Apr 2019 04:40:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Darwin]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Jospeh Konrad]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei racconti più ambigui e canonici di Franz Kafka s’intitola Una relazione per un’accademia, è stato scritto un secolo fa e a tenere la fatidica relazione agli “Illustri signori dell’Accademia”, come si sa, è una scimmia. Nata “sulla Costa d’Avorio”, catturata durante “una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck (col cui capo ho vuotato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Uno dei racconti più ambigui e canonici di Franz Kafka s’intitola <em>Una relazione per un’accademia</em>, è stato scritto un secolo fa e a tenere la fatidica relazione agli “Illustri signori dell’Accademia”, come si sa, è una scimmia. <strong>Nata “sulla Costa d’Avorio”, catturata durante “una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck (col cui capo ho vuotato del resto da quel tempo parecchie bottiglie di buon vino rosso)”, la scimmia, in cinque anni, risolve l’evoluzione umana a tal punto da essere in grado di parlare speditamente, con somma cultura. </strong>Si può dire che l’intelligenza ora umana della scimmia riduca i propri uditori, gli illustri accademici, a un branco di scimmioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La vita della scimmia catturata per diventare domestica è una gabbia (“Nel suo insieme la gabbia era troppo bassa per star dritti e troppo stretta per star seduti”): la bestia capisce di non avere scampo (“Sino ad allora avevo avuto sempre tante vie d’uscita, ed ora più neanche una. M’ero incagliato”), per questo concepisce come via, come fuga, quella di diventare uomo. <strong>Osserva gli umani (“Non ragionavo, ma osservavo con tutta la calma. Vedevo uomini andare e venire: sempre gli stessi volti, gli identici movimenti; mi pareva spesso che fosse uno solo”), si risolve di diventare come loro, d’altronde, “Era così facile imitarli!”.</strong> La scimmia non ammette alcuna superiorità all’uomo (“Ripeto: non mi attirava tanto imitare gli uomini; lo facevo perché cercavo una via d’uscita, per nessun’altra ragione”), anzi: quando si esibisce è lei che ride della minorità umana, del suo spavaldo – e in fondo servile – narcisismo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il racconto ha un vago accenno al darwinismo – “la vostra origine scimmiesca, signori miei, ammesso che qualcosa di simile sia esistito nel vostro passato, non può essere per voi più remota di quanto non sia per me la mia” – ma non è quella l’ispirazione profonda e polemica di Kafka. <strong>La scimmia, in effetti, ha un nome, anzi, un “nomignolo ripugnante e assolutamente inesatto”. La chiamano Pietro il Rosso, a causa di una ferita “sulla guancia, di lieve entità” che “mi lasciò però una gran cicatrice rossa”.</strong> Il nomignolo è confermato anche dai frammenti scritti da Kafka intorno a questo racconto, che non lo precisano, lo portano altrove. “Tutti noi conosciamo Pietro il Rosso come mezzo mondo lo conosce”, dice uno di questi frammenti, dove alla bestia “gli ripugna veder gente”.<strong> Pietro il Rosso è una scimmia fra due mondi: parla all’Accademia ma non ama il contatto con gli uomini, al contrario: “a tarda notte torno a casa, dopo banchetti, riunioni scientifiche, cordiali trattenimenti con amici” e “me la spasso con una piccola scimpanzé alla maniera delle scimmie”. </strong>Solo che dopo l’atto, la scimmia che ha imparato a fare l’uomo, non vuole saperne più neanche di lei, della compagna scimmiesca, “di giorno non la voglio vedere perché ha negli occhi lo sguardo spiritato degli animali ammaestrati; io solo me ne accorgo e non lo posso sopportare”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pietro il Rosso non è più scimmia e non è neanche uomo, non è selvatico e neppure ammaestrato.</strong> Uscito da una gabbia, è dentro un’altra gabbia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_66675" aria-describedby="caption-attachment-66675" style="width: 342px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66675" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/petr-300x233.jpg" alt="" width="342" height="266" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/petr-300x233.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/petr-768x595.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/petr-1024x794.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/petr-1320x1023.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/petr.jpg 1500w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" /><figcaption id="caption-attachment-66675" class="wp-caption-text">Ecco a voi &#8220;Peter&#8221;, la scimmia-uomo che dopo aver strabiliato l&#8217;Europa sbarca nel 1909 a New York: forse è lui ad avere ispirato Peter il Rosso di Kafka</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">In un articolo pubblicato di recente sul “Times Litterary Supplement”, <a href="https://www.the-tls.co.uk/articles/public/kafkas-wonderful-ape-red-peter/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Kafka’s Wonderful Ape</em></a>, Gregory Radick si dice certo – o quasi – di aver trovato la fonte che prova l’invenzione di Pietro il Rosso. Si tratterebbe, effettivamente, di una scimmia di nome Pietro (<em>Peter</em>) che fu “una star dei palcoscenici europei – dalle Folies-Bergère a Parigi al Music Hall a Londra – e che nell’agosto del 1909 era a New York, con il suo abbigliamento da viaggio, il cappello, le abitudini straordinariamente umane (come fumare, stringere la mano, afferrare una matita e fare qualche segno sulla carta)… <strong>Nei mesi successivi i giornali recensirono il suo tour e le sue azioni: prendere il taxi, bere birra, visitare Harvard”. Eccolo il Pietro, cui accenna nebulosamente anche Kafka,</strong> in effetti (“…un’altra scimmia ammaestrata chiamata Pietro, crepata da poco e conosciuta qua e là”), che fa ingresso all’accademia.</p>
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<p style="text-align: justify;">L’articolo non si limita a una nota sfiziosa per i tribuni della storia della letteratura. Radick ci ricorda che proprio in quel 1909 cadeva il cinquantenario dalla pubblicazione dell’<em>Origine delle specie </em>di Darwin, ragion per cui le qualità di Pietro, la scimmia-uomo, attirarono l’attenzione di certi scienziati: sarà lì che dobbiamo scovare ‘l’anello mancante’, la parentela mediana tra umani e scimmioni? Una psicologa, Lightner Witmer, dell’University of Pennsylvania, “creatrice di una clinica dove si studiavano le capacità mentali dei bambini”, <strong>ammirò, sedotta da uno slogan – “nata scimmia, è diventata uomo: Darwin pensava a lei!” – la scimmia di nome Pietro al Keith’s Theatre di Boston, chiese di poterla studiare in clinica. L’esito fu uno studio, <em>A Monkey With a Mind</em>, rimbalzato con fasto sulle pagine del “New York Times”.</strong> Radick ricorda che lo stesso Pietro/Peter si esibì a Praga “nella seconda metà del 1913: i giornali lo annunciarono come ‘la scimmia delle meraviglie’”. Nel 1913 Kafka scrive il primo capitolo del romanzo ‘americano’, <em>Il fochista </em>– che postumo sarà <em>Amerika </em>o meglio <em>Il disperso. </em>Ha da poco terminato <em>La metamorfosi, </em>pubblica <em>La condanna. </em></p>
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<p style="text-align: justify;">Scritto nel 1917, pubblicato un secolo fa, nel 1919, nella raccolta <em>Un medico di campagna </em>– dove convergono racconti come <em>Davanti alla legge, Sciacalli e arabi, Un messaggio dell’imperatore, Un sogno </em>– per alcuni <em>Una relazione per un’accademia </em>è simbolo della condizione ebraica, figura di un esilio dalla comune umana. Di certo, Pietro il Rosso è la creatura al confine tra più mondi, che la conoscenza non libera dal proprio isolamento, al di là della pena e della colpa (“non chiedo nessun giudizio umano… non faccio che riferire”). <strong>Il mito locale – l’enigma tedesco di Kaspar Hauser, il puro venuto dal nulla – e la tensione letteraria – il Mowgli di Rudyard Kipling, stretto tra giungla e villaggio; il Kurtz di Joseph Conrad, mente europea, raffinatissima, che sceglie l’oscuro degli istinti e non è né di qui né di là, né selvaggio né legge – si mescolano</strong>, in forma icastica.</p>
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<p style="text-align: justify;">Piuttosto. <strong>Nel 1917, intorno alla scrittura di <em>Una relazione per un’accademia</em>, Kafka, a cui è diagnosticata la tubercolosi polmonare, si ritira a Z</strong><strong>ürau, in campagna, e scrive alcuni fogli, dal perduto, occasionali, celebrati come <em>Aforismi di Z</em></strong><strong><em>ürau</em>, appunto. “Un primo segno di incipiente conoscenza è il desiderio di morire. Questa vita appare insopportabile, un’altra irraggiungibile.</strong> Non ci si vergogna più di voler morire; si chiede di essere portati dalla vecchia cella, che si odia, in una nuova, che presto si imparerà ad odiare”. Il tema è la reclusione, la gabbia, la cella. Anche l’accademia è una cella. Anche le parole lo sono. Nei frammenti che cingono il racconto Kafka precisa, “Non era una gabbia con quattro lati a sbarre, ma invece tre pareti fissate a una cassa la quale formava la quarta… Potevo soltanto accoccolarmi con le ginocchia piegate. Nel mio furore non volevo vedere nessuno, e perciò stavo rivolto verso la cassa, e così stetti con le ginocchia tremanti giorni e notti e, dietro, le sbarre mi segavano la carne”. L’aforisma si conclude così: “Un residuo di fede continua a operare, forse per caso durante il trasferimento potrebbe passare il Signore per il corridoio, guardare il prigioniero e dire: ‘Questo qui non dovete rinchiuderlo più. Viene da me’”. C’è dunque qualcosa che scassa la gabbia, oltre la recinzione, che rende le parole basiliche di luce. (d.b.)</p>
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