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	<title>Camilleri Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 18 Jul 2020 14:28:24 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Riccardino” è il più brutto tra i romanzi di Montalbano e il peggior modo per onorare la memoria di Camilleri. Ora vi spiego (filologicamente) perché</title>
		<link>https://www.pangea.news/camilleri-riccardino-bonina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2020 06:25:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ultimo episodio di Montalbano, intitolato Riccardino, è forse il peggiore, soprattutto quanto alla trama, che lo stesso autore boccia quando dice come personaggio al suo commissario: “Mi stai facendo scrivere di Riccardino un romanzo di merda”. Gioca, è vero, ma non scherza. La sua struttura di metaromanzo è fondata su una missione impossibile che Camilleri [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/camilleri-riccardino-bonina/">“Riccardino” è il più brutto tra i romanzi di Montalbano e il peggior modo per onorare la memoria di Camilleri. Ora vi spiego (filologicamente) perché</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’ultimo episodio di Montalbano, intitolato <a href="https://sellerio.it/it/catalogo/Riccardino/Camilleri/12531" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Riccardino</em></a>, è forse il peggiore, soprattutto quanto alla trama, che lo stesso autore boccia quando dice come personaggio al suo commissario: “Mi stai facendo scrivere di Riccardino un romanzo di merda”.</strong> Gioca, è vero, ma non scherza. La sua struttura di metaromanzo è fondata su una missione impossibile che Camilleri si intesta come un rompicapo: fare finalmente incontrare il Montalbano televisivo con quello di carta dopo averli sempre tenuti separati. Se nel 2016, a distanza di undici anni, rimette perciò mano al romanzo non è certo nel proposito di renderlo in un’altra forma, giacché non ha che rimestato lo stesso linguaggio, ma probabilmente per correggere una contraddizione di fondo, rimasta però irrisolta perché irrisolvibile. Sulla forma è intervenuto perché non l’ha potuto fare sulla sostanza. Vediamo di che si tratta.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-78027 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-27-214x300.jpg" alt="" width="330" height="463" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-27-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-27.jpg 337w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />Il libro che oggi leggiamo fu scritto e consegnato a Elvira Sellerio nel 2005. Il primo capitolo uscì in anteprima assoluta il 21 giugno 2005 sul mensile <em>Stilos</em> al quale Camilleri dichiarò che si trattava di un romanzo “futurissimo”, il primo peraltro con un titolo del tutto dissonante.</strong> Non era quindi ancora sua intenzione farlo uscire postumo, decisione presa solo successivamente, quando gli si chiarirà meglio lo sviluppo da un lato del rapporto tra il personaggio televisivo e quello letterario, da un altro dello stato di cedimento coscienziale della figura del personaggio e da un altro ancora del progressivo prevalere dell’elemento metafisico sulla diegesi analogica: risultato che si avrà in una prima elaborazione solo nel 2009 con <em>La danza del gabbiano</em>, il romanzo snodo nel quale Montalbano si chiede che tipo di storia deve raccontare a Camilleri, dice a Livia di non volere andare in vacanza nel Ragusano perché stanno girando un nuovo episodio televisivo, la soluzione del giallo si ha per un evento del tutto surreale e si ha l’affermarsi di quello che Camilleri chiamò “scarto della ragione”. Dall’epica della realtà Camilleri è passato all’epica dell’esistenza e, riprendendo il testo nel 2016, Camilleri vorrà in realtà definire il rapporto tra il suo Montalbano e quello di Zingaretti come anche quello personale con il personaggio, sicché si capisce che nel 2005 parla di “futurissimo” perché non ha chiaro il progetto. Come aveva detto di Montalbano, rimasto con un piede in aria fino a <em>La voce del violino</em>, non ha ancora egli stesso messo i piedi per terra.</p>
<p><strong>Ma la grande scommessa legata alla possibilità che desse soluzione a quella che era davvero la sua ossessione è stata persa. <em>Riccardino</em> è un romanzo legato al tempo in cui è stato scritto (tanto che Camillieri decide nel 2016 di non mutare la trama), quando i due personaggi, televisivo e cartaceo, sono in conflitto e nella prospettiva di rimanerlo.</strong> Vedendo il forte prevalere del primo, la soccombenza del modello alla copia, nel 2016 Camilleri ha inteso probabilmente dichiarare la resa del suo personaggio e, verificando come la sua creatura fosse stata ormai fagocitata dal suo doppio televisivo (mai l’ho sentito arrabbiarsi di più quando gli veniva fatto notare che, dato il successo della serie tivù, i suoi romanzi erano sempre più delle sceneggiature), ha voluto rimetterci mano per trovare come avvicinare le due figure. <strong>Non ci è riuscito e, recuperando la propria intransigenza, si è limitato a intervenire sulla forma a motivo anche del fatto che nel tempo il suo linguaggio si è via via andato stemperando perdendo l’originario carico dialettale per assumere forme meno espressionistiche e più piane, giusto che nel 2016 la scrittura di Camilleri non è più quella del 2005. </strong>La decisione di lasciare il romanzo del 2005 uguale nella sostanza lo ha indotto a mantenere, come <em>signum individuationis</em>, anche l’inciso in cui come autore dice al commissario che sta per compiere ottant’anni, in realtà prossimi nell’estate nel 2005.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Che<em> Riccardino</em> sia un romanzo del 2005, perché è entro quella stagione che va inserito e non nell’altra maturata dieci anni dopo, è dimostrato dal fatto che nel 2005 esce <em>La luna di carta</em>, il romanzo-officina di uno sperimentalismo più marcato fatto di giochi combinatori, grovigli psicologici, effetti mantici, trovate borgesiane, volute surrealistiche.</strong> Insieme con <em>La vampa d’agosto</em>, <em>Le ali della sfinge</em> e <em>La pista di sabbia</em>, forma la quadrilogia dell’autoinganno lungo una linea che alla concretezza anche dei titoli sostituisce l’astrazione e lo scavo interiore del personaggio. Montalbano entra in rapporto diretto con l’autore, scrive lettere a sé stesso, si abbandona a suggestioni oniriche, inaugurando così un percorso che da questo momento in poi andrà sempre più prendendo piede. <em>Riccardino </em>risponde pienamente a queste sollecitazioni, costituendone il culmine, e Camilleri ne dà atto quando nel romanzo postumo così dice come personaggio-autore parlando al commissario: “Tu accomenzasti già tempo fa con la storia delle dù fimmine e della morte del morto ammazzato con l’affare di fora. Lì hai fatto alcuni sbagli. Io non me ne sono accorto, ma qualche lettore sì e me l’ha segnalato”. Il riferimento è proprio a <em>La luna di carta</em>.</p>
<p>*</p>
<p>Nel 2007, commentando il libro in <a href="https://www.ibs.it/tutto-camilleri-libro-gianni-bonina/e/9788878992641" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Tutto Camilleri</em> </a>(Barbera) così scrivevo di un irriconoscibile Montalbano: “Quando i suoi uomini lo vanno informando della serie di decessi oscuri avvenuti a Vigàta non reagisce come il lettore, che ha immediata percezione del legame tra la morte «passionale» dell’informatore scientifico e quelle inspiegabili dei notabili. Camilleri relega Montalbano nell’innocenza dell’inavvertenza, ma per fare ciò lo rende dimidiato: al punto che se gli dicono che la vittima faceva l’«informatore» pensa davvero a un confidente, preda dunque di un <em>ésprit de l’escalier </em>che gli annebbia la ragione e lo porta a capire tutto in ritardo. <strong>Un Montalbano in contraggenio: si ostina a non riferire al magistrato, provoca il suicidio di una donna per strapparle la verità con fare inquisitorio, non intuisce il motivo delle quotidiane convocazioni in questura, dà del tu a una donna indagata e per poco non cede alla sua avvenenza, dimentica di essere un poliziotto davanti alla bellezza dell’altra, compie ripetute violazioni domiciliari con assoluta disinvoltura”.</strong></p>
<p>*</p>
<p><em>Riccardino</em> è dunque un libro del 2005 e rivedendolo Camilleri ha provato ad aggiornarlo e renderlo conforme alle acquisizioni della sua ricerca in fatto anche di smagrimento della lingua, ma facendo ciò ha inteso ripudiarlo perché uscisse la sola versione corretta: sennonché la Sellerio, in una brutta operazione commerciale chiaramente opportunistica, ha stampato un’edizione con la stesura definitiva e <strong>in concomitanza un’altra più costosa che comprende anche la prima e che rocambolescamente ha intitolato <a href="https://www.ibs.it/riccardino-seguito-dalla-prima-stesura-ebook-andrea-camilleri/e/9788838941375?lgw_code=1122-E9788838941375&amp;gclid=EAIaIQobChMIzN65zIrW6gIVl7d3Ch2L-Qs7EAQYASABEgJEqvD_BwE" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Riccardino. Seguito dalla prima stesura del 2005</em></a>, relegando così a un paralipomeno di appendice la versione che costituisce l’<em>Ur-text</em>,</strong> in realtà divenuto a quel punto solo filologicamente interessante, e soprattutto scombinando le carte dell’autore, mettendo mano nei suoi cassetti e confondendo in maniera del tutto ingiustificata e inopinata il lettore.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78028 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-34-214x300.jpg" alt="" width="342" height="479" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-34-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-34.jpg 337w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" />Nella prefazione Antonio Sellerio riporta una dichiarazione di Camilleri (che non dice però dove e quando è stata resa, perché non figura nella Nota finale, dove l’autore spiega solo di aver conservato la trama e “sistemato” la lingua) che in parte è certamente rispondente al vero (“Ho sempre distrutto tutte le tracce che portavano ai romanzi compiuti”) e in parte appare del tutto improbabile, oltre che fortemente contraddittoria: “Invece mi pare che possa giovare far vedere materialmente al lettore l’evoluzione della mia scrittura”. Camilleri ha davvero detto una cosa simile?</p>
<p><strong><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2020/07/14/antonio-sellerio-il-camilleri-di-riccardino_43622ff4-f988-4fc0-8c59-d1bed7d3bed5.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">In una dichiarazione all’Ansa Sellerio</a> ha aggiunto che “Camilleri teneva a che i lettori fossero messi in grado di conoscere i cambiamenti nella sua scrittura”. Questo non risulta da nessuna parte, né c’è un solo dato di fatto che autorizzi a supporlo.</strong> Nella vasta opera dello scrittore scomparso il 17 luglio dell’anno scorso non si trova un solo titolo che sia uscito, anche a distanza di tempo, per sostituirne o solo aggiornare un altro. Nemmeno per <em>Il re di Girgenti</em>, che pure impegnò l’autore per oltre cinque anni spingendolo a redigere più stesure, fu ipotizzata la pubblicazione del testo scartato, quello sì del tutto diverso – persino nel contenuto – dalla versione pubblicata e certamente prova sofferta e significativa del lavoro fatto sulla lingua, ancorché secentesca. In verità Camilleri ha sempre concepito come definitivi i suoi testi, una volta consegnati all’editore: al punto da rendersi responsabile di errori usciti in volume benché ne fosse ben consapevole. La prova è nell’esperienza che ho personalmente fatto e che vale rendere oggi pubblica.</p>
<p>*</p>
<p>Nel febbraio del 2010 Camilleri permise gratuitamente a Stilos di pubblicare, solo come libro omaggio allegato alla rivista, il suo racconto lungo “Lo stivale di Garibaldi”, che insieme con “Il palato assoluto”, altro racconto inedito uscito lo stesso anno su Stilos, è poi stato raccolto nel libro Sellerio del 2016 <em>La cappella di famiglia</em>. Quando lessi il dattiloscritto, come al solito scritto a caratteri molto grandi e con ampia spaziatura, trovai due errori gravi. Il primo, in occasione del viaggio per mare del prefetto Falconcini: “Biniditto omo, ma non c’era il treno?”. Il treno riappare più avanti quando scrive, rivolto direttamente al personaggio: “Possibbili che non accapisci che il distino ti sta dicenno: talè, Falconcini, sta attento che viniri ‘n Sicilia non è cosa, ti conveni ristari supra al postali, tornaritinni a Palermo e da lì pigliari il treno per il continenti?”. <strong>Avendo l’arrivo del prefetto una data precisa nel racconto (“Erano le deci del matino del tridici di austo del milli e ottocento e sissantadù”), l’errore consistette nell’anticipare di un anno la nascita in Sicilia della prima linea ferrata Palermo-Bagheria. L’altra svista era legata a un’altra data, laddove Falconcini veniva fatto sbarcare a Palermo “un anno appresso lo sbarco di Garibaldi”. Che però è del 1860. Feci notare i due infortuni a Camilleri che ovviamente mi autorizzò a modificarli accettando la mia soluzione: </strong>nel primo caso scrivendo “Biniditto omo, ma non c’erano mezzi più comodi?”, nel secondo “papore” al posto di “treno” e nel terzo “due anni appresso”. Il testo consegnato alla Sellerio e apparso nella raccolta di racconti del 2016 è quello originale e mantiene quindi i clamorosi strafalcioni, segno che la casa editrice palermitana, così pignola e fiscale nella revisione dei manoscritti, non sottopose ad alcun editing un dattiloscritto ritenuto sacro e infallibile. Quel che rileva è che, forse per dimenticanza, nemmeno Camilleri si preoccupò di apportare nell’originale le correzioni da lui stesso autorizzate. Riteneva definitivo il suo testo così come era uscito dalle sue mani.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Se questo fece proprio nell’anno, il 2016, in cui Antonio Sellerio dichiara che lo scrittore riprese <em>Riccardino</em>, lo stesso anno in cui deve aver consegnato alla Sellerio “Lo stivale di Garibaldi” scorretto, viene fatto di credere che, se in uno lascia gli errori o addirittura se ne dimentica, nell’altro voglia sì apportare delle modifiche sostanziali, correggendo errori di altra natura, ma rinunci a farlo</strong> e, fermandosi alla superficie, preferisca mantenere un romanzo sbagliato, dalla trama farraginosa, che tuttavia considera unico e indivisibile: ma come consegnato non più nel 2005 bensì nel 2016 riveduto e corretto nella forma. Non c’è dubbio (per usare una sua espressione tipica) che nella Nota Camilleri avrebbe dichiarato la volontà di vedere pubblicate entrambe le stesure, anzi ci avrebbe anche ragionato sopra fornendo ogni spiegazione di una scelta del tutto nuova e inopinata. Non l’ha fatto, perché si sarebbe tradito. Chi conosce la sua vita e la sua opera, sa bene che non avrebbe mai portato i suoi lettori a mutarsi in glottologi e filologi e studiare – lui così nazionalpopolare – differenze linguistiche e sottigliezze semantiche proprio per smussare le quali ha voluto “sistemare” <em>Riccardino</em>. Pubblicando anche la versione scorretta in un secondo libro, si è commemorato Camilleri nel peggiore dei modi. Ma nel migliore guardando ai maggiori incassi.</p>
<p><strong><em>Gianni Bonina</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: la fotografia di Andrea Camilleri <a href="https://www.radiobruno.it/si-e-spento-a-roma-lo-scrittore-andrea-camilleri/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">è tratta da qui</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/camilleri-riccardino-bonina/">“Riccardino” è il più brutto tra i romanzi di Montalbano e il peggior modo per onorare la memoria di Camilleri. Ora vi spiego (filologicamente) perché</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ci sono anche mafiosi che si innamorano, pur rimanendo delle belve senza cuore”: dialogo con Gianni Bonina su “Ammatula”, il suo nuovo romanzo, Sciascia, Camilleri, la Sicilia&#8230;</title>
		<link>https://www.pangea.news/gianni-bonina-intervista-romanzo-mafia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 10:42:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La percezione, in Sicilia, è che menzogna e incanto abbiano la stessa radice, si abbeverino alla stessa fonte. Così, se dialoghi con qualcuno, sei cullato dall’ipotesi che dica una cosa pensandone un’altra e progettandone una terza o una quarta ancora più remote. Tutto, anche il modo in cui la luce si frastaglia sulle muraglie, allora, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianni-bonina-intervista-romanzo-mafia/">“Ci sono anche mafiosi che si innamorano, pur rimanendo delle belve senza cuore”: dialogo con Gianni Bonina su “Ammatula”, il suo nuovo romanzo, Sciascia, Camilleri, la Sicilia&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La percezione, in Sicilia, è che menzogna e incanto abbiano la stessa radice, si abbeverino alla stessa fonte. Così, se dialoghi con qualcuno, sei cullato dall’ipotesi che dica una cosa pensandone un’altra e progettandone una terza o una quarta ancora più remote. Tutto, anche il modo in cui la luce si frastaglia sulle muraglie, allora, in Sicilia, ha nitore ambiguo e d’enigma. Questo, naturalmente, porta con sé una dote enorme, dinamitarda, in ambito letterario. <strong><a href="http://giannibonina.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Gianni Bonina</a> è un profondo esegeta del mistero siciliano:</strong> nato a Catania, giornalista, ha pubblicato tanto (<em>I cancelli di avorio e di corno </em>e <em>I sette giorni di Allah </em>per Sellerio, ad esempio), ha sviscerato l’opera di Camilleri (<em>Tutto Camilleri</em>, Sellerio, 2012), ha raccontato, va da sé, la mafia, in diversi libri che fondono gesto di cronaca a sapere narrativo (<em>Il fiele e le furie</em>, 2009; quest’anno, per Theoria, <em>Fatti di mafia</em>). Forse, però, <a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/ammatula/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Ammatula</em></strong> </a>(Castelvecchi, 2019), fin da quel titolo, terribile e seducente, nenia e requiem, è il libro più ambizioso di Bonina. La saga familiare, filata con sapienza narrativa artigiana – nessuno spazio a vaghezze sperimentali, ma amore nudo per il fatto, per la ‘storia’ – lega il capomafia agrigentino Gaspare Scaturro all’avvocato Carmine Andaloro, dai primi anni Settanta ai tempi nostri. La vertigine del romanzo è alta, soprattutto quando si parla di amore, l’amore dentro l’orrore. Ancora una volta, incanto e menzogna, l’impegno e l’inutile, il tutto e il nulla. (d.b.)  <strong>  </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-71041 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/COVER-ammatula-213x300.jpg" alt="" width="231" height="325" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/COVER-ammatula-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/COVER-ammatula-768x1083.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/COVER-ammatula-726x1024.jpg 726w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/COVER-ammatula.jpg 1210w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" />“Ammatula”. Parola terrificante. L’apocalisse dell’inutile. Davvero è questa arcaica cristallizzazione nel ‘si potrebbe ma non si può’ il carattere della Sicilia, ancora? Insomma, aveva ragione Tomasi di Lampedusa (a proposito: cosa pensi di lui?). Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella parlata siciliana non esiste alcun verbo coniugabile al futuro. Sciascia riferiva di un viaggiatore che chiede di un pullman se va a Palermo e gli viene risposto “Almeno”, per dire “così si dice, poi chi lo sa”. È vano in Sicilia il tentativo di dare per certo ciò di cui si è in attesa in una terra che conta il maggior numero di maghi e fattucchiere che predicono il domani. Tomasi di Lampedusa amò guardare al passato anziché al futuro, ma fu un’operazione vana. <strong>Ammatula scrisse <em>Il Gattopardo</em> nell’intento di celebrare la sua casa e se stesso. Capostipite della famiglia rimaneva comunque Mario Tomasi</strong>, un cacciatore di teste, un delinquente vero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima parentesi. Hai scritto un “Tutto Camilleri”. Evidentemente pensi di lui il meglio possibile, giusto? Consegnami un aneddoto sui tuoi rapporti con Camilleri. E dimmi se ti senti parte di una qualche ‘linea siciliana’, e da che lato letterario? Insomma, che padri &amp; padrini hai, a che ‘cupola’ romanzesca appartieni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sciascia si dichiarava mafioso perché parteggiava per i siciliani e solo di essi si occupava. <strong>Io, altrettanto, credo di non avere scritto che della Sicilia e, a ben pensarci, non mi sovvengono scrittori che non siano stati in questo senso “mafiosi”: forse perché siamo tutti convinti che si possa strappare un siciliano dalla Sicilia ma che sia impossibile strappare la Sicilia da un siciliano. </strong>Anche in Pirandello e Camilleri, entrambi agrigentini, autori di romanzi borghesi ambientati al di là del Faro, la Sicilia è quella che per Guttuso era una mela, anche nella quale egli vedeva la sua isola. Per loro era dappertutto. Giunto al Cairo e rispondendo alla moglie che al telefono gli chiedeva come stesse Camilleri disse che si sentiva a casa. <strong>Passeggiando nella via principale di Porto Empedocle, una volta chiesi a Camilleri cosa fosse per lui la Sicilia e mi rispose così: “Non lo so cos’è, so quand’è”. “E quand’è?”, gli chiesi. “Ora”, mi disse guardandosi attorno.</strong> Sciascia mi avrebbe invece detto com’è, perché la differenza è che Camilleri ha raccontato la Sicilia mentre Sciascia l’ha spiegata. Ma fanno parte della stessa linea realista fondata da Verga, parallela e diversa da quella decadentista stabilita dall’altro dioscuro della letteratura italiana che è Pirandello. <strong>Verga si guardava attorno, Pirandello si guardava dentro. Io mi riconosco nella linea verghiana</strong>, forse perché giornalista, ma amo Bufalino, che era dell’altro <em>coté, </em>molto più di quanto apprezzi Camilleri e Sciascia. In realtà non ho una linea, ma una curva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi verrebbe da dire: scrivi ancora di mafia? Dunque è inevitabile scrivere di mafia, per chi sta dove stai tu. Intendo: mi pare che al di là degli Scaturro e i suoi, anche l’amore (familiare, extraconiugale), in <em>Ammatula</em>, sia retto da dinamiche ‘mafiose’. Si è come invischiati nell’inevitabile&#8230; Dimmi, sconfessami. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene da chiederti perché non dovrei scrivere di mafia se sto dove sto. Lo so, scrivere di mafia può apparire rutilante, come sentire i genitori di Regeni parlare sempre del figlio ucciso. <strong>Unamuno diceva che l’uomo è la propria circostanza. Nella mia c’è la mafia, una mafia che spara e che ama. L’aspetto nuovo in “Ammatula” è forse proprio questo che tu cogli bene: la concezione dell’amore in un ambito dominato dall’odio.</strong> Ci sono anche mafiosi che nutrono sentimenti, che si innamorano, che scoprono lo spirituale, pur rimanendo delle belve “senza cuore”. Questa contraddizione distingue il carattere dei siciliani. Nel romanzo c’è un personaggio che dice che i siciliani hanno gli animi troppo accesi sia in un verso che nell’altro. Non hanno il tasto benessere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa ‘potere’? Il libro gronda di desiderio di potere, di rassegnazione al potere, di potere famelico, banale, letale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il potere-sostantivo sottende in Sicilia il potere-verbo. <strong>Il potere si esercita usandolo ed è una forma di autorità imposta, mentre l’autorità è una forma di potere accettato.</strong> Se io posso, materialmente e non legalmente, compiere un’azione vuol dire che ho l’autorità per farlo e se ho l’autorità per farlo ho la l’autorizzazione generale, la condivisione. La mafia rappresentata nel romanzo è ricerca e richiesta di potere fare: è ricerca il desiderio di Scaturro di essere seppellito in un Comune diverso dal suo, ricerca del potere, inteso come “poter commettere” una illegalità; è richiesta il tentativo di un altro mafioso di lasciare la “famiglia”, richiesta di “poter compiere” una trasgressione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ammatula </em></strong><strong>è un romanzo ‘canonico’. Insomma, scegli di raccontare, di erigere personaggi, di costruire una storia che si snoda lungo la dorsale di diversi decenni. Credi dunque a questo tipo di letteratura, credi che ci sia ancora qualcosa da raccontare: è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ammatula” è una saga familiare e sociale. Come tale è una storia, una lunga storia ricca di personaggi che cambiano vita e aspetto. <strong>Io sono del parere che la letteratura sia nata con l’uomo, ognuno dei quali è un romanzo, ovvero una storia narrabile che valga la pena ascoltare. Nel momento in cui l’uomo primitivo formula in mente il suo primo ricordo o si crea la sua prima scena di immaginazione, è in quel momento che nasce la letteratura.</strong> E secondo me l’uomo raccoglitore-cacciatore ha prima immaginato e poi pensato: per dire che la filosofia è venuta dopo la letteratura. Pensare richiede una ragione che postuli un progetto, quindi un certo grado di civiltà, mentre immaginare vuol dire fantasticare, concepire un desiderio, per il quale basta avere sentimenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il libro che ha formato la tua giovinezza; qual è il libro che avresti voluto scrivere; qual è il libro che stai scrivendo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia giovinezza deve molto a un romanzo venuto dopo i libri canonici di avventura che segnano la giovinezza di tutti: <strong>“La buona terra” di Pearl Buck: ambientato in Cina, l’ho sentito estremamente siciliano e quindi vicino. Mi insegnò che l’uomo è dappertutto uguale</strong> e che dolori e gioie, lavoro e morte, sono beni e mali comuni. <strong>Avrei voluto scrivere “Cent’anni di solitudine”, la letteratura che diventa genio e nei ritagli di tempo “La montagna incantata”, la malattia come viatico alla vita. </strong>Il libro che sto scrivendo? Un’altra saga siciliana, stavolta fondata su fatti in parte realmente accaduti e anch’essa molto siciliana nell’intento di definire il carattere dei siciliani sospeso tra inganno e verità, fatto e versione, segreto e pubblico. Un romanzo sulla doppia coscienza, sia individuale che collettiva.</p>
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