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“Un pomeriggio, mentre la madre era sola, il bambino di cristallo era scivolato giù silenzioso dal suo ventre senza emettere neanche un vagito”. Una storia cinese di Zhang Huiwen

Le sue lacrime si trasformavano in perle dalla forma perfetta e levigate. Così le donne del paese ai ragazzini (che le usavano come biglie) le avevano strappate e, dopo averle forate, grazie a un filo se le erano messe al collo. Collane di lacrime stupende. Il bimbetto che aveva pianto, di dolore, quelle lacrime era speciale, sin dalla nascita, dato che era nato di cristallo. Il racconto di cristallina bellezza, opera della scrittrice Zhang Huiwen (traduzione a cura di Anna Di Toro) si intitola appunto Il bimbo di cristallo, Shuijing haitong in cinese (da non confondere con il libro per ragazzi Bambini di cristallo della svedese Kristina Ohlsson, Salani, 2015) ed è stato scelto dallo scrittore cinese Yu Hua (il suo ultimo libro apparso in Italia: Mao Zedong è arrabbiato, Feltrinelli, 2018) in una rosa di racconti pubblicati nel numero speciale dell’Internazionale di dicembre/gennaio (n. 1390, anno 28) dedicato alla narrativa cinese contemporanea.

Il racconto ricorda, sia pure da lontano, La bambina di neve di Nathaniel Hawthorne: il destino fatale di questi bambini è segnato sin dal titolo. Non c’è scampo. Ma, in questo caso, non si tratta di una fiaba per bambini. La potenza del racconto è pari alla sua crudeltà (i ragazzini sono bulli terribili) che ha la pregnanza di un’allegoria: il bambino di cristallo è un’opera d’arte (i disegni che accompagnano il racconto, invece, sono di Angelo Monne).

Il bimbo non ha un nome, ma una bellezza talmente prodigiosa da lasciare increduli. Il bambino tutto fatto di cristallo ha un padre e una madre che, dopo averlo messo al mondo miracolosamente, senza avere provato la dolorosa avventura del travaglio, era svenuta. “Un pomeriggio, mentre era sola, era scivolato giù silenzioso dal suo ventre senza emettere neanche un vagito”.

Intorno al diafano neonato di cristallo, il paese mormora. La madre, protagonista di immensa fragilità e desolante solitudine, gli offre il seno, ma la sua boccuccia fredda la sconcerta tanto quando la sua bellezza. Il padre del neonato, disturbato dalla sua stranezza, prende a odiare il suo figliolo di cristallo, che, peraltro, non gli somiglia. La sua bellezza è incomprensibile e fragilissima. Il bimbetto inizia a muovere i suoi primi passi, mentre cresce l’angoscia materna, il timore che possa andare in pezzi. In frantumi.

“Il padre, invece, lo evitava. Per lui quel bambino era come il destino che, quando ci coglie di sorpresa, ci fa sentire impotenti”. Per il bambino di cristallo è più prudente una cintura, legarlo al letto è la scelta materna fatta nel tentativo di proteggerlo da se stesso, dalla sua fragile natura. Il bambino così semirecluso diventa contemplativo e docile, si mette in ascolto. “I suoi occhi sembravano nati per guardare: innocenti e assorti”. Il bambino di cristallo custodisce un segreto ineffabile, un incantesimo che può essere mal interpretato, come una maledizione. È diverso dagli altri e lo capisce.

“Un giorno il bambino di cristallo accarezzò il braccio di uno dei ragazzini: nel graduale risveglio della sua coscienza, infatti, iniziava a notare che quel braccio aveva qualcosa di diverso dal suo”. Eppure anche lui cresce come gli altri, nonostante la sua diversità e la sua bellezza. Come è possibile contemplare la bellezza?

“Ne evitavano lo sguardo, ma i suoi occhi, così limpidi da sembrare irreali, restavano impressi nella loro mente: gli abitanti del villaggio diventavano coscienti della banale bruttezza del proprio volto, su cui talvolta apparivano delle macchie grigie, e i vestiti che indossavano gli sembravano ancora più sudici, imbrattati com’erano di polvere e di unto”. Lo sguardo fisso del bimbo è stupendo quanto innocente. Guardarlo provoca nella gente comune “un’inspiegabile sensazione di disagio, o addirittura di rabbia”. Non è forse così che, talvolta, guardiamo alla bellezza, all’innocenza? Che il bambino di cristallo sia portatore di disgrazie? Meglio rinchiuderlo in gabbia.

Un delegato del paese gli fa un interrogatorio. Scopre, con grande agitazione, che il bambino è muto. Non parla. Ma oramai, chiuso in cortile, deve stare attento anche quando sbircia da dietro lo steccato. Non può nemmeno disegnare sul selciato, perché, con disgusto, il padre gli cancella i disegni con un piede. Un giorno, i ragazzini scatenati del paese si ricordano che il bambino di cristallo era rinchiuso nel cortile.

“I ragazzi sono sempre superiori agli adulti per curiosità e creatività, e a loro non interessava sputare addosso al bambino come facevano i grandi: nella loro mente si accumulavano domande a cui in genere cercavano di dare risposta nei loro giochi”. Ma si stufano ben presto di osservarlo. Gli chiedono di giocare con loro, lui annuisce.

“Vedendolo titubante, il primo ragazzino gli spiegò che, siccome non poteva uscire, l’unico modo per giocare insieme era di legargli la mano con una fune”. Il gioco si fa pericoloso.

“Il bambino trasalì: quel gioco sembrava molto pericoloso. Cercò di ritrarre il braccio, ma la fune era molto tesa e il ragazzino robusto non aveva nessuna intenzione di allentarla”. Così un altro ragazzino tira fuori il coltello, chissà se il silenzioso bambino di cristallo prova del dolore.

Il racconto di Zhang Huiwen prosegue con delicata tenerezza, dentro l’inconsapevole ferocia dei ragazzini tesa contro il bimbo di cristallo. “In effetti, la crudeltà dei ragazzi è dovuta proprio all’inconsapevolezza della loro crudeltà”. Così sgorga il pianto dagli occhi del bambino di cristallo. Dai suoi occhi scivolano cose trasparenti che si solidificano toccando il suolo, rotolando e lampeggiando tra la polvere.

Ma che cosa è poi il bambino di cristallo?

Che cosa significa la sua esistenza?

La sua morte? Le sue lacrime?

Il bimbo di cristallo non è che arte, una cosa preziosa. Cos’è l’arte?

La madre del bambino non era in grado di capire, ma era commossa: intuiva vagamente che tutto questo era legato all’effimera e sofferta esistenza del suo bambino, al suo sguardo che si soffermava così a lungo sulle cose, agli uccelli e alle farfalle che disegnava per terra”. L’arte non può che nascere da una vita tormentata, diversa, incompresa. Dalle ferite immedicabili e da un immenso dolore. E sgorga dall’innocenza e nella bellezza.

Alla fine della storia, alcune donne si strappano dal collo la collana fatta con le lacrime del bambino di cristallo: “quelle perle così finemente levigate, così splendenti, mettevano i brividi”.

Linda Terziroli

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