21 Marzo 2022

Ridotti a uno Zero. Nel disastro del Mistero

Nella Bibbia la parola zero, efes, appare soltanto una volta, la pronuncia Isaia con un significato inequivocabile: “Ridotti a nulla, a uno zero/ quelli che ti sfidano in guerra” (41, 12). Lo zero riguarda l’azzeramento, appare quando si è sotto minaccia, a tiro del nemico, è bocca che tutto divora, obice e urlo, carneficina senza numero, utero, baratro. Cifra che decuplica e annulla, che contiene e vomita, zero è l’impronunciabile, il mirino del cecchino e la culla del neonato, fibbia che stringe la veste di Dio, che detiene ogni calcolo, cintura che insidia la nudità. Lo zero è obolo e oblò, l’abisso e il buco, la trappola e lo scavo in cui si pone il seme, il serpente che si morde la coda e il morso, senza denti, labbra su cui lampeggia il Nome. Se marciamo intorno alla muraglia dello zero non troviamo che noi stessi, la sola cosa che va uccisa: la sentinella sul faro dello zero vedrà sempre un’alba bianca, muta. Approssimarsi al sacro significa fare del proprio ombelico uno zero, rinunciare a ogni cosa, a ogni nome, smarcarsi dagli aggettivi e dalle giustificazioni, opera di scaltro passeur. In ebraico, in effetti, efes vale come confine, estremità, niente. Come a dire: oltre il confine è il nulla; dunque, la sola cosa da fare, evocando lo zero, è superarlo. Perché le stanze in cui abitiamo sono rettangolari, quadrate, con gli angoli e gli spigoli? Defezione euclidea, misuriamo il mondo a linee rette e parallele, di una cosa c’interessa il lato. Dovremmo vivere nell’incubo di un cerchio, alveare pieno di zeri, dove nulla si può appendere e la luce crolla dall’alto.

Il Nazareno sconfina in forme inaccettabili: la vera libertà è azzerarsi, esporsi, espropriarsi del nome, obliare la discendenza, essere l’olio che allevia le giunture di Dio – il nudo collima con lo zero, scollina nel vuoto. I punti in cui Gesù si azzera, nei Vangeli, sono continui: dall’acqua del Giordano con cui Giovanni lo battezza – spirito che perfora il cranio – al chiodo sul Golgota che buca le mani, perfezionandole in singulto. Una volta non basta, il Cristo si azzera con quotidiana acrimonia: nel deserto; quando le masse lo accerchiano per farlo re e i sapienti lo cercano per ucciderlo; quando piange; quando riconosce che “nemmeno i suoi fratelli credevano in lui” (Gv 7, 5); quando si relega nell’ostia ed è “preso da terrore e spavento” (Mc 14, 33) al Getsemani; mentre scocca l’Ecce homo – missione atemporale che d’improvviso si fa storica, morente – ed Egli non è altro che carne fustigata, indifesa, dileggiata, flagellata, presa a sputi. La Croce non è cifra diversa dal sepolcro vuoto. Il candore esangue delle ferite indagate da Tommaso, flaccida luce, ha la fragranza dello zero. Il Risorto ha azzerato la morte, sconfitto il cadavere la carne sconfina in un luminescente al di là. Sì, la vita ci azzanna, azzerandoci – tutti, indiscutibilmente – eppure quella promessa di Paradiso ci paralizza, pare uno zero.

Gli estremisti della mistica nordica evolvono con voluttà dentro tale azzeramento. “Lavora dunque con vigore in questo nulla e in questo nessun luogo, e abbandona i sensi esteriori del corpo… Con gli occhi infatti non puoi apprendere nulla se non quanto una cosa è lunga o larga, piccola o grande, rotonda o quadrata, lontana o vicina. Con le orecchie nulla se non rumore e suono. Con il naso, puzza o profumo. Con il gusto se una cosa è aspra o dolce, salata o no, amara o piacevole. E con il tatto se è calda o fredda, dura o morbida, liscia o aguzza. Ma né Dio né le altre cose dello spirito possiedono alcune di queste proprietà”, scrive l’anonimo inglese autore de La nube della non conoscenza. Eppure, di Gesù vediamo i piedi, il costato trafitto, il dito. “Gesù, chinatosi, tracciava segni per terra con il dito… E chinatosi di nuovo, scriveva per terra” (Gv 8, 6; 8). Più che domandarci cosa scriva Gesù dovremmo chiederci in cosa ci inscrive, perché quel gesto, è chiaro, è una chiamata; che quei versetti, poi, siano parte di un brano assente nei codici antichi, tardo, impone una ulteriore intensità al concetto di azzerare. Anche l’Onnipotente, nel Primo Testamento, scrive: “Ha tracciato un cerchio sulle acque,/ sino al confine tra la luce e le tenebre” (Gb 26, 10); “Quando fissava i cieli, ero là/ quando tracciava un cerchio sull’abisso” (Pr 8, 27). Dio scrive sulle acque e sull’abisso; Gesù sulla terra, inchinandosi – quasi che questa sia la sola postura al memorabile, pastura tra i segreti. Ogni segno, in ogni modo, è tratto di confine. A noi non resta che una scienza di nubi: “Copre la vista del trono/ spianando una nuvola” (Gb 26, 9); “Allora il mondo vedrà il Signore che viene sopra le nuvole del cielo” (Didaché 16, 8). Nuvole, norma sfilacciata, grammatica ambigua, granitica al mistero, testo, velo e testimonianza, confine tra l’uomo e Dio, lo zero/zenit che si separa dall’alto.

Con le dita si rinnova il sigillo del Messia, lo si crea: lo zero può essere un pozzo – il più giovane viene imprigionato e il grido ha scalinata d’eco. Spesso è una porta, qualcuno ha costruito la maniglia in corda, nessun rumore accusa che dall’altra parte ci sia un prato, una città, una civiltà, un uomo; e non sai chi sia il rinchiuso, l’esecutore.

Insieme ad Alessandro Dehò, come raminghi, fatui e profanatori, abbiamo tentato un Nuovo Alfabeto del Sacro, costeggiando, dei Vangeli e del corpo, le finestre; questa era l’ultima tappa, la Z di Zero.

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Figlio di commerci e contaminazioni lontane, Francesco gli si avvicinò pericolosamente, come sentisse il fascino della dissoluzione, sprofondò senza pietà nelle stimmate, divenne pari al mistero numerico, si incontrarono, divennero la stessa cosa.

Lo zero e Francesco. Stesse radici misteriose, vento mistico, orientale, arabeschi di pensiero per un concetto indomabile a sconvolgere un mondo che fino al loro arrivo si pensava perfetto, e computabile. Francesco e lo zero a scardinare per sempre una realtà su cui si giurava di poter contare. Davvero accettare la loro esistenza fu costrizione a mutare per sempre qualsiasi concetto. Francesco e lo zero a condividere lo stesso destino.

Zero, Francesco frana nel mondo a sconvolgere con la sua nullità le fondamenta del cristianesimo, a portare crisi, a scuoiare le apparenze, a scavare la carne fino a graffiare le ossa della rivelazione. Scandalo, scasso continuo a sovvertire il modo di contare i prodigi dei santi, mani affondate nella terra e cuore perso in esplosioni celesti, unica e incondizionata ossessione quella di fagocitare ogni realtà fino a nullificarla e consegnarla a Dio. A cantare persino la morte, fino a svuotarla, come a deriderne l’apparente onnipotenza.

Camminare verso il punto zero di ogni cosa, affrontare la povertà del lebbroso e non fermarsi, spogliarsi davanti al padre e non fermarsi, restaurare una chiesa e non fermarsi, incunearsi con caparbietà fino ad abbracciare lo zero, sparire per eccesso di minorità.

Non basta abbracciare il lebbroso o curare i poveri, diventarlo, come dissoluzione d’amore senza senso apparente, annientarsi in una cifra esistenziale paurosa perfino per i suoi stessi seguaci.

Evangelicamente comprensibile solo per gli scarti, scacciato dalla città degli affari, improponibile, pericoloso, muffa a diventare lievito, sovvertitore per sottrazione, predicatore paradossale, il seme di senapa che cresce suo malgrado, vittima di radici inattese e mai volute, lo zero che mischiato ad altri numeri si moltiplica all’infinito. La Verna picco roccioso per difendersi, lui che si sentiva un niente ma si scopriva moltiplicatore di incomprensioni. Azzerarsi, svuotarsi, probabilmente uccidersi. Mentre il frutto incomprensibile dei suoi fratelli diabolicamente moltiplicava.

Lo zero è Francesco a sovvertire le regole, dopo il loro strappo ogni sistema di calcolo capitolerà, dopo di loro qualsiasi forma di potere cederà alla forza dello scandalo. Dicono che ci fu un intervento papale per tentare di impedire allo zero di sbarcare in Europa, non so se sia vero, di certo tentarono di regolare Francesco, di ridurlo a un ordine prestabilito, riuscirono con i suoi frati, non con lui, inafferrabile nella sua fede totale e suicida.

Francesco che voleva vivere senza altre regole che la parola evangelica, viene, in qualche modo, “cannibalizzato” dall’ordine che ha fondato. (Se vuoi essere perfetto, Theoria, 2018)

Lo zero come un buco nero, lo zero che risucchia, non solo “niente” ma baratro entro cui precipitare, Francesco cannibalizzato da Francesco, lui che sceglie di annullarsi anche davanti all’evidente tradimento dei suoi ideali. Perfetta letizia insanguinata dal dubbio, dal demone che gli grida di aver sbagliato tutto. Francesco che riduce a zero la sua presenza, la sua parola. Francesco che muore sapendo che tutti stanno aspettando la sua fine, per sbarazzarsi di quella cifra indomabile e costruirci sopra basiliche e opere. Affogare il niente per poter edificare sicurezze.

Afferrare nulla,
né bastone né sacca
né pane né denaro (Luca 9,3)

Zero viene da Zefiro, vento, soffio, invisibile movimento. Azzerarsi per non afferrare più nulla ma ogni cosa abbracciare, azzerarsi per liberarsi. Niente bastone, niente sacca, niente pane, niente denaro solo il vento a gonfiare una follia chiamata vita. Quello che serve davvero è il mantra del niente, azzeramento di ogni cosa, uccisione chirurgica di qualsiasi forma di sicurezza.

Nessuna utopia da creare, lontani i tempi in cui la santità e il prestigio chiedevano violenza, ora nulla ha più senso se non respirare uno Zefiro infuocato. Francesco non ha limiti, come il vento, come il Cristo, pretendere di comprenderlo è il più grande tradimento, compagno dei traditi, evangelica perdizione, caustica libertà. Ridotto a zero.

Se vuoi seguirmi
annientati
perditi
abbraccia la croce
rintracciami (Mt 16,24)

Francesco è carne ustionata, cieco, prega e canta in compagnia dei ratti mentre i suoi consumano il tradimento. Francesco è carne che brucia d’amore, lo zero non viene da un distacco ma da una capitolazione, il nulla non è astrazione ma macerazione di muscoli e sangue e lacrime. Non è asettica la nullificazione francescana, lo zero a cui si è consegnato è ferro rovente a torturare quel che resta di lui. Ci si rintraccia nella perdizione e nell’annientamento, il corpo è lo spazio del delirio d’amore, dell’incontro con il Mistero.

Alessandro Dehò

Gruppo MAGOG