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“Non siamo soli. Non siamo soli. Il mondo enorme cubo… tra un attimo sarà pronto”. La ferita del reale e l’assenza di Dio nella poesia di Zbigniew Herbert

Zbigniew Herbert è un sopravvissuto: la Leopoli che lo dà alla luce nel 1924 diviene dapprima una «città assediata», oggetto di occupazioni e persecuzioni sovietiche e naziste, e poi un luogo del ricordo, una «città di frontiera», che sbiadisce persino dalle mappe, ma nutre la fede di un ritorno, di «rivedere / la pietra il pane l’acqua il permanere delle torri all’alba».

Mandel’štam gli è compagno nello sgomento e nell’esilio, ma lo precede nell’«era sgozzalupi» che gli si avvicina, cupa, all’orizzonte; e non vedrà Osip, diversamente da Zbigniew, l’«epilogo della tempesta», bensì morirà prigioniero, dopo il soggiorno obbligato di Voronežin, in un lager di transito presso Vladivostok, senza mai raggiungere il campo di lavoro della Kolymà cui era stato destinato.

Herbert lo ricorda in un componimento memorabile, in cui «per la gioia dei prigionieri compagni di sventura il / poeta canta come un gallo / fa le capriole si mette sulle mani a testa in giù»; persa la libertà, Mandel’štam non rinuncia al suo canto e, semiassiderato, rosicchia zollette di zucchero, accovacciato vicino a un cumulo di rifiuti, recitando Dante e Petrarca. Osip, dice Herbert, «balla per la gioia degli urka / con la camicia mortale della paura i torsoli / gettati in faccia / dimenticato sul fondo del mar rosso / che si è chiuso su di lui non vedrà Jerusalem». Rimane tra le mani, tenera e atroce, l’immagine che chiude la lirica, di un Mandel’štam eroico, desolato e grandioso, che «balla da solo scalzo sulla neve».

Da anni Osip sentiva in arrivo la tempesta: «viviamo senza più avvertire sotto di noi il paese», e sulla nuca l’onda arrogante del potere assoluto di Stalin, il «montanaro del Cremlino» per il quale «ogni messa a morte» era «una lieta cuccagna».

Mandel’štam e Herbert ci raccontano il mondo prima e dopo la catastrofe. Due poeti d’anima tersa e tragica, che avvertono un reale intriso di durezza, e privo del conforto di Dio.

Mandel’štam conosce bene il gelo e il silenzio della materia: «Si disfa come sale, nella botte, una stella; / più buia è l’acqua gelida, più pura / la morte, più salata la sventura, / ed è più onesta e paurosa la terra», e così Herbert: «argilla sabbia rocce di calcare strati di terra nera / e il bosco gracile ora un bosco che piange / […] sono calmo ora dobbiamo prendere commiato / i nostri corpi hanno assunto il colore della terra».

Questa consapevolezza di una realtà esistenziale caduca e desolata pervade inevitabilmente la poesia di tutto il Novecento, epoca dilaniata da guerre, persecuzioni e regimi totalitari, ed è particolarmente presente in alcuni autori, che hanno sentito come matrice il dovere della testimonianza. Ineguagliati forse, nell’esprimere l’immedicabile lutto, l’indicibile orrore, i versi vividi e oscuri di Paul Celan: «Sia cibato di fichi il cuore / in cui l’ora si sovviene / dell’occhio a mandorla del Morto. / Cibato di fichi».

È noto come Celan abbia avuto modo di ribadire il valore dell’atto poetico a Theodor W. Adorno, che ne ipotizzava l’inopportunità dopo Auschwitz. Paul affronta il male storico, porta la propria parola nel palmo, fino a farle sfiorare un silenzio definitivo; la ridà alla luce «parola-luna», affronta l’assurdo e ritrova radice, nel «prodigio del riflusso» che fa «cratere».

Dove linguaggio e riserbo si intrecciano nel puro significato, la poesia grida il muto messaggio dei morti: «Nel mare è maturata la bocca / le cui parole qui la sera ridice / al cospetto dei suoi paesi. / Mormorando essa le ridice / con labbra rosse di tempo»; labbra mormoranti che non temono le gelide stanze del non detto: «Con alterna chiave / tu schiudi la casa dove / la neve volteggia delle cose taciute. / A seconda del sangue che ti sprizza / da occhio, bocca ed orecchio, / alterna la tua chiave». Araldo del dolore, Paul tra «torri dentate» e «merli di cenere», svolge il suo mandato nel «grembo lupesco del dio».

Mandel’štam, Celan, Herbert sono poeti dilacerati da un’epoca disorientata, in cui ogni frammento di realtà parla di follia, e assenza di Dio. In Herbert anche il regno vegetale è ostile, animato di fiori carnivori intrisi di «nettari vischiosi», e l’universo è a un tempo «salone delle lussurie» e «gabinetto di tortura», mentre noi umani viviamo «in armonia con la nepente / tra campi di concentramento e di sterminio» non avvedendoci di quanto, in ogni dove, l’innocenza sia assente.

Secondo Simone Weil la creazione ha frantumato il bene, disseminandolo in una materia spenta, spezzata, intrisa di miseria. Lo spessore dell’universo sensibile è la croce, ma la necessità che lo pervade – crudele, disabitata – non è indifferenza, ma divario tra massa inerte e assoluto bene. Simone vibra della certezza che, vivendo la sofferenza nel proprio sé con nucleare purezza, sia possibile creare santità, e risalire la distanza che, come esseri umani, ci separa da Dio.

L’innocenza, se pur non visitata, come in Weil, dal sorriso di Dio, pervade il pensiero poetico di Celan: «Ma scalzo giunse attraverso l’aria chi più ti somiglia: / scarpe ferree allacciate alle esili mani, / dormendo manca la battaglia e l’estate. La ciliegia / sanguina per lui», e di Osip: «portami via nella notte dove scorre il fiume Eniséj / e a sfiorare una stella si leva il tronco del pino, / giacché non ho sangue di lupo e solo chi m’è / uguale può farsi anche mio assassino».

Ma mentre questi poeti prendono atto, inermi, di una loro estraneità dai tempi cupi e violenti che li circondano, senza trarne virtù o benedizioni, Simone vede nel disaccordo tra aspirazioni e realtà una sorgente di grazia, una salvezza alata. Se Dio è luce che si ritrae, il vero ci scherma dall’insostenibile suo radiare. Il principio creatore non è presenza e conforto, ma remota esistenza perfetta. Si ama Dio odiando il male che produce, si ama attraverso il male che da lui proviene.

L’assenza del creatore è, in Weil, prova di amore intero: l’universo risplende di dolore nelle mani del caso e, quando la sofferenza spezza l’uomo, egli rivolge le braccia al cielo, acconsente alla resa, riceve la grazia. Dal sincero sgomento d’esser perduti, la vera via del trasparente mistero. Singolare il fatto che questa rivelazione sia discesa in Simone proprio mentre recitava una lirica di un poeta secentesco, un pastore anglicano di nome George Herbert, avo di Zbigniew.

*

Se Mandel’štam, Celan, Herbert nel loro ordito polifonico sono ben lontani dalla mistica geometrica di Simone, anche in loro c’è una via, un cammino.

Celan: «Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango, / Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere. / Nessuno. // Che tu sia lodato, Nessuno. / È per amor tuo / che vogliamo fiorire. / Incontro a / te. // Noi un Nulla / fummo, siamo, / resteremo, fiorendo: / la rosa del Nulla, / la rosa di Nessuno. // Con / lo stimma anima-chiara, / lo stame ciel-deserto, / la corona rossa / per la parola di porpora / che noi cantammo al di sopra, / ben al di sopra / della spina».

Ben al di sopra della spina si innalza il canto: qui il lavacro, qui la luce oscura di salvezza. E ancora, la testimonianza: «Ecco l’occhio del tempo: / scruta torvo / da sopracciglio di sette colori. / Fuochi lavano la sua palpebra, / la sua lacrima è vapore. // La cieca stella vi si avventa a volo / e fonde a quel più scottante ciglio: / si fa caldo il mondo, / i morti / gemmano e fioriscono».

Il poeta, sacerdote dell’attimo, non pretende futuro. Mandel’štam sa degli anni bui, di ciò che elude e frana, ma la sua voce, crivellata di amari presagi, non tace il vero: «Sto nel cuore dell’epoca, ho di fronte / una via incerta, e il tempo crea miraggi: / il frassino stremato del bordone, / la miseranda patina del bronzo» e rimane nel canto, lo affila all’essenza, allo splendore: «Come riluce il femmineo argento / che ha lottato con l’ossido e le scorie, / e un lavorío silenzioso inargenta / ferro di aratro e voce di cantore».

Osip è sordo alle miserie, a legacci e capestri, è l’emblema di ciò che «spezza la congiura dei prudenti», che Zbigniew celebrava nel prugnolo, fiore precoce e impavido «come coloro che nelle tenebre vedono chiaramente / come gli insorti che malgrado gli orologi della storia / malgrado le peggiori previsioni / malgrado tutto iniziano».

Herbert è un poeta asciutto, uno spirito rigoroso, che di altri prima di sé porta il ricordo, raccoglie spirito e intenzione; nel suo alter ego Signor Cogito, che mette ironicamente in discussione il razionalismo cartesiano, prosegue il canto che rifiuta la ferocia, ripudia il «poema della forza» che intride il reale: «la storia mi confortava / io combattevo la violenza / e il Libro diceva / – era lui Caino». Ma siamo tutti Caino e, come afferma Weil, la spada perde sia chi la riceve nel costato sia chi la impugna.

Zbigniew dopo il Rapporto dalla città assediata, negli ultimi anni diviene il poeta dell’Epilogo della tempesta, che fa pacato inventario di desolazioni, tra laceri proclami e glorie estinte: «Prima forse era un’aquila / su un grande campo rosso / e la tromba del vento // adesso / di paglia / di balbettio / di sabbia», ed evoca afflitti paesaggi lunari, post-bellici: «sul monte calvo brillano le ossa del castello appena conquistato / c’è solo pietra sabbia sterco e un vento senza scopo né colore» in cui ondeggiano sulla «forca bianca» i «magri baccelli / dei corpi a cui il vento restituisce vita».

Gravoso il ricordo degli anni dannati, rievocato con accenti shakespeariani: «Vivevamo in tempi che erano davvero il racconto di un idiota / pieno di frastuono e delitti» e che solo la parola inerme, «esile e raggiante» può medicare; non certo le ufficiali liturgie, recitate dal «pastore corpulento» che indottrina ma non illumina e non include.

Il Dio di Herbert ha lo sguardo assorto nell’infinito, è disperso nelle sue maestà di assenza come quello di Simone, e l’uomo che cerca consolazione, che si lascia blandire dalle promesse di miracoli e «piogge di grazia», mancherà le sue sfere di abissale distanza, ne degraderà il mistero. Così anche per Weil, quando, tra le prove incontrovertibili della divina misericordia, elenca proprio «la completa assenza, quaggiù, di misericordia».

Caducità e cieca necessità ci governano, ma in Herbert rimane inestinguibile la sensazione di una intelligenza che colloca e allinea, di una presenza: «nell’aria lieve del mattino / di nuovo sono stati disposti / gli alberi le case le strade». Un immateriale intelletto che vibra e pulsa, ma non appare; e, specularmente non dà requie, non riscalda, ma incombe: «e sussurro spaventato / non siamo soli / non siamo soli // il mondo enorme cubo / tra un attimo sarà pronto».

Non assenza di Dio ma, come in Weil, siderale distanza: «se lo specchietto fosse una stella / rifletterebbe il vigile sonno dei pianeti / […] il conto di una saggezza distante». Attorno a noi, è la totale immanenza, la «vittoria brutale dello sfondo», un teatro muto di simboli, privo di trasmissione, che espande e divora; unico antidoto, ancora una volta, il canto: «scrivi il tuo nome sulla corteccia / confida nelle pietre sagge / lascia l’impronta della mano su aria e acqua»; impronta labile e, come ogni sacro, indissolubile.

Il mandato di colui che sa e ripete, sottovoce, le «parole interrotte», il «registro dei vivi e dei morti», «i frutti rubati dell’amore», è gravoso e fatale, prende le forme di un ordito che non si tesse, di un grappolo di lemmi che ossessionano e non coagulano, faticano a saltare nella luce: «in una notte insonne / ripete tre parole // a lungo / le rigira nella mente / come un rosario // sono parole lontane / non si compongono in frasi // la pianura tra loro / è fredda e deserta».

Anche qui, straniante il risuonare di Mandel’štam, le sue analogie brucianti, anatomiche, «Chi potrà, mia epoca, mia belva, / fissarti nelle pupilla un istante / e di due secoli agganciare le vertebre / incollandole con il proprio sangue?»; e ancora: «Come sveglia la terra, chissà dove, una pietra / celeste, cade un verso allo sbando che ignora / il padre». La parola si prepara e cade sulla terra come un meteorite, oggetto alieno e condizionante, foriero di chimiche radianti e sconosciute, un «reperto» per la stessa fonte che li ha emessi. È una caduta che non teme l’azzardo, e si acquatta e scurisce in recessi fluviali sotterranei, in attesa: «vengono e vanno le navi da guerra; / e gli astucci dei canali sotto il ghiaccio / – gli astucci portapenne – sono ancora più neri…».

L’acqua e la pietra sono presenze sacre, ricorrenti in questo disvelare; così Celan: «Sentii dire che nell’acqua / vi era una pietra ed un cerchio / e sopra l’acqua una parola / che dispone il cerchio attorno alla pietra. / Vidi il mio pioppo calare nell’acqua, / ne vidi il braccio tastar giù nel profondo, / e, protese al cielo, le radici ad implorar notte». E di nuovo in Schibboleth Paul si rivolge all’amico Erich Einhorn evocando queste due entità come nucleo e perno di conoscenza, come midollo di fratellanza: «tu ben conosci le pietre, / ben conosci le acque, / vieni, / io ti porto via, / ti porto alle voci / di Estremadura».

Celan in infinite tonalità, grandioso, pulsante come un bordone, sostiene e colora ogni fraseggio di questa polifonia, e, dalle sue rive oscure, incanta: «nel buio immersi sono i ciliegi dell’amore, / curve a filare le mie dita: come raccolgo l’ombra / della rondine?».

E se, come dice Osip in notti epiche e insonni, «l’amore tutto muove» nel cantore, «muove Omero e il suo mare», e benché la gloria possa a tratti apparire ammantata di splendore: «Ho letto, delle navi, fino a metà il catalogo», tuttavia la storia nel singolo strepita e ribolle, come un «mare nero / che con un greve rombo si addossa al capezzale»; l’apparente grandiosità delle vicende umane precipita l’individuo in carsiche desolazioni, e «l’aurea / misura dell’epoca ha il respiro / della vipera nascosta fra l’erba». La gloria stinge, l’uomo è spezzato e solo, mentre il suo cuore, abbandonato il carisma lucente del «catalogo delle navi» risponde ad altri inventari. In Herbert l’enumerare è un continuo «registro dei vivi e dei morti», «angeli neri dal ghetto // dal bosco / profumato di conifere e sangue», con il basso di Celan, che ritma e ripete, e mai abbandona: «Dormono, nel rosso serale, i nomi: / ne desta uno / la tua notte / e lo guida» e ancora: «conta le mandorle, / conta ciò che era amaro e ti fece vegliare, / conta insieme anche me».

*

In Celan vivono doni che si raccolgono, e altri dai quali si è raccolti: «Più che il colombo e il gelso / ama me l’autunno. E mi regala il velo»; ed è necessario portare in seno anche ciò che graffia e non consola: «Ma raccolsi anche un altro fazzoletto: / più grezzo di questo e senza ricami. / Se lo tocchi, cade neve sul rovo. / Se lo agiti, senti l’aquila gridare».

Se «Sottratti all’estate sono i cuori», e tutto pare neve e gelo, la sofferenza che non morde, non attacca, ma implode nell’innocenza è la rivolta bianca contro l’inessenziale, contro la materia opaca che dilata il divario tra l’uomo e Dio. In questo senso, diceva Weil, l’universo percepibile è, per l’anima che conosce e acconsente, un laboratorio di santità.

Herbert l’ultimo, il solitario, il disilluso; erede delle voci, custode e apostolo senza Dio, non invoca presenze numinose, ma ci lascia la sua quieta riflessione di uomo solo, e una poesia che si fa grembo per «gli imprigionati», per gli scomparsi, senza liturgie dorate, senza «musica marmorea, l’oro, il bianco incenso», ma celebra «in una miniera abbandonata / in una segheria incendiata / o in un magazzino della fame» il dolore di chi non ha più voce. E come Weil ci ricordava i due lati della spada, così Herbert in Achille e Pentesilea ci canta l’eroe vittorioso che si scioglie in trenodia di lacrime, e la guerriera senza vita che ancora ha negli occhi spilli di «odio azzurro, ostinato».

Nel teatro del mondo, immerso nella materia che dorme la propria essenza, opaca a sé stessa, il poeta è scrigno di memoria, sacerdote di un rito negletto di cui è unico officiante, gravato da un compito inestinguibile, amaro e splendente, in bilico tra l’ombra e la grazia.

E se non si può imprigionare la parola, il poeta che vede e riporta, testimone imbelle, si fa agnello: il bene per il bene, in assenza di Dio, nell’innocenza che insiste, che ristà, tenace nello splendore: «Per qualche tempo ancora proverò meraviglia / del mondo, dei bambini, della neve, / ma come una strada è aperto il mio sorriso, / non docile, non servo…» dice Osip; e in Zbigniew la libertà sofferta del poeta apre spazi astrali, definitivi, di incanto e libertà: «Dove passerai l’eternità? / Non lo so. Forse tra la sabbia delle nebulose». Il poeta è disciolto in lontananze altissime, forse solo, forse accanto a chi ha tanto cercato.

Isabella Bignozzi

*tutte le citazioni e i riferimenti sono tratti da: Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, a cura di Remo Faccani, Einaudi; Paul Celan, Di soglia in soglia, a cura di Giuseppe Bevilacqua, Einaudi ; Paul Celan, La sabbia delle urne, a cura di Dario Borso, Einaudi ; Paul Celan, Poesie, I meridiani, Mondadori; Zbigniew Herbert, L’epilogo della tempesta, a cura di Francesca Fornari, Adelphi ; Simone Weil, L’iliade o il poema della forza, Asterios editore; Simone Weil, L’ombra e la grazia, traduzione di Franco Fortini, introduzione di Georges Hourdin, Giunti / Bompiani editore.

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