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“La morte è una sfida”. La Signora Dalloway e la pandemia

Il romanzo rivoluzionario di Virginia Woolf, Mrs. Dalloway, compirà un secolo nel 2025, eppure gli editori inglesi lo stanno ripubblicando, in massa, quest’anno. The Vintage Classics stampa il romanzo con una introduzione di Michael Cunningham; Penguin Classics ha affidato la prefazione a Jenny Offill. Benché Mrs. Dalloway sia ormai di pubblico dominio, resta una lettura difficile, complessa, che racconta un giorno dell’esistenza di Clarissa Dalloway, donna della società inglese, che acquista fiori, incontra un ex corteggiatore, compie i preparativi per una festa importante. L’attenzione della Woolf, concentrata sulla vita interiore di Clarissa, spesso tradotta in flusso di coscienza, rende il romanzo più prossimo all’Ulisse di Joyce, che al Grande Gatsby di Fitzgerald, pubblicato in quello stesso 1925.

Cosa c’è dunque dietro la convinzione che il 2021 sia l’anno della Signora Dalloway? La scorsa primavera due articoli – di Evan Kindley, pubblicato dal “New Yorker”, e di Elizabeth Winkler, sul “Times Literary Supplement” – hanno segnalato il legame tra il romanzo e il Covid-19. Il collegamento è proprio quello. La pandemia di influenza spagnola, che ha ucciso oltre 50 milioni di persone, si avverte in Mrs. Dalloway. Nella seconda pagina del romanzo, sappiamo che la Signora Dalloway ha avuto un attacco di influenza. Più tardi leggiamo che “era diventata pressoché bianca a causa della malattia”. Anche Virginia Woolf, nel 1918, fu colpita dalla ‘spagnola’. In un libro recente, Viral Modernism: The Influenza Pandemic and Interwar Literature, edito dalla Columbia University Press, Elizabeth Outka ricorda che la Woolf scrive della malattia nel suo diario. Ovviamente, i legami tra Mrs. Dalloway e il nostro tempo vanno al di là della circostanza pandemica: il romanzo racconta come un paese cerchi di ritornare alla normalità dopo aver vissuto un grave trauma.

In Mrs. Dalloway, ambientato nell’Inghilterra del 1923, sono scanditi diversi traumi. Intanto, la Prima guerra mondiale, poi l’influenza: per Clarissa, che dall’inizio del romanzo esclama che la guerra “era finita, grazie al cielo… finita”, dare una festa è un modo per ricostruire la normalità. Clarissa è sposata con un membro del parlamento, un conservatore, che incarna l’establishment inglese del primo dopoguerra. L’idea di normalità dei Dalloway è molto più sfumata della visione ordinaria avanzata dal Presidente Warren Harding nel 1920, quando dichiarò che gli Stati Uniti avevano “bisogno di normalità”. Per i Dalloway, ‘normalità’ era godersi la propria ricchezza e preoccuparsi della politica di governo. Mrs. Dalloway culmina con Clarissa che organizza il party, a cui è atteso anche il primo ministro.

A 52 anni, Clarissa è consapevole di essere “invisibile, mai vista; sconosciuta; non ci sarà più matrimonio, non più figli”. La sua vita, ne è certa, si atrofizza e si restringe: le restano le feste e le cerimonie. Sono queste a farla fuggire, momentaneamente, dall’infelicità. Agli occhi di Clarissa, questi convegni non sono frivoli: sono “un’offerta”, un modo per riunire le persone; invitando il primo ministro a casa, crede di ottenere quel successo sociale a cui aspira. Mentre accompagna il primo ministro tra gli ospiti, Clarissa avverte, come scrive Virginia Woolf, “l’ebbrezza del momento”. L’unico punto oscuro della festa è l’arrivo dell’eminente psicologo Sir William Bradshaw. Sir William ha curato un veterano della Prima guerra, sconvolto, Septimus Smith: quel giorno, come dice Clarissa ai suoi ospiti, ha perso il suo paziente. Incapace di accettare la morte di un amico ucciso prima dell’armistizio, Septimus si suicida gettandosi da una finestra. Il consiglio di Sir William – “Cerchi di pensare a se stesso il meno possibile” – non ha sortito effetto. Clarissa è inizialmente seccata dalla storia di Sir William, “Che motivo aveva Bradshaw a parlare di morte proprio durante la sua festa?”. In seguito, però, il pensiero del suicidio di Septimus acquisisce una dimensione più intima, le si lega intorno. “La morte è una sfida”, si dice. “La morte è stato un modo per comunicare qualcosa”. Mrs. Dalloway termina con Clarissa che saluta gli ospiti come se quella fosse una festa tra le tante che ha dato.

Il ritorno alla normalità auspicato da Clarissa e dai suoi amici è quello in cui il ricordo della guerra e della ‘spagnola’ è assorbito nella routine quotidiana. Il dolore che l’Inghilterra ha subito non deve condizionare la politica, non deve portare a una sorta di resa dei conti. Il doppio trauma della guerra e della pandemia si è verificato nel recente passato della signora Dalloway. Noi stiamo ancora combattendo il Covid-19, abbiamo, probabilmente, lo stesso desiderio di normalità. Non abbiamo ancora affrontato, come ha fatto Virginia Woolf, la necessità di un nuovo inizio, colto nell’indizio di una sottile infelicità.

Nicolaus Mills

*L’articolo è pubblicato su “The Dispatch” come “Quarantining With Virginia Woolf”

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