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“La scrittura non ha segreti”. A lezione da Wilsawa Szymborska

Wilsawa Szymborska aveva il dono della schiettezza, appropriata ai caratteri esigenti: era tagliente fino al punto in cui l’ironia inacidisce nel cinismo. Sbalordiva per esattezza. In Italia la sua opera è pubblicata da Adelphi – i primi libri li stampava Scheiwiller – e con successo: per arguzia e rapidità lirica la Szymborska è facilmente memorabile, ‘per tutti’, diciamo così. L’editore americano New Directions ha pubblicato come How to Start Writing (and When to Stop) i ‘consigli di scrittura’ che la Szymborska elargiva su “Życie Literackie”, il settimanale letterario di Cracovia per cui era redattrice. Il libro è passato in Italia per Scheiwiller, vent’anni fa, come Posta letteraria, ma ora è irreperibile; qui proponiamo alcuni passi. Certi temi risuonano costantemente nel lavoro della Szymborska: dell’ispirazione, ad esempio, parla dalla tribuna del Nobel, conferitole nel 1996; “L’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individuo visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia… Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno”. In quel discorso, la poetessa polacca diceva che le sarebbe piaciuto dialogare “con l’Ecclesiate, autore di un lamento quanto mai profondo sulla vanità di ogni agire umano. Mi inchinerei profondamente di fronte a lui, perché si tratta – almeno per me – di uno dei poeti più importanti” e che “il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso… è stupefacente”. La dedizione alla rinuncia, il piccolo martirio disciplinano il poeta: la Szymborska fugge le risposte, trafigge imponendo nel rischio e nell’incerto l’aspirante. Tra scrivere per sé – atto lecito a stimolare la propria anima, se c’è – e andare fuori di sé, nel pericolo lirico, la distanza è oceanica, larga un cerino, la trigonometria degli ispirati. Certo, il poeta è crudele – la poesia, d’altronde, ne vince i principi, scotenna fino al blu.

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A quarant’anni non scrivere come se ne avessi 17. Ovvio: si può iniziare a scrivere dopo i quaranta. Non è nemmeno troppo tardi: altre leggi governano un esordio tanto maturo. Un debutto in gioventù riesce grazie alla fantasia improvvisa, nuova, a una visione del mondo ancora libera da opinioni. Dominano le impressioni, non le riflessioni; le note spontanee primeggiano su una comprensione del mondo conquistata con fatica. Da un esordio tardivo ci attendiamo caratteri diversi: una giusta quota di esperienza umana, un gusto letterario consapevole. In una parola: un quarantenne non dovrebbe scrivere come se avesse diciassette anni, il tempo non si recupera – e neppure le antiche doti mentali.

La scrittura non ha segreti. Un giovane musicista frequenta il conservatorio, un artista va in accademia: il giovane scrittore non sa dove andare. Sembra un’ingiustizia. Non è così. Le scuole per musicisti e pittori forniscono prima di tutto conoscenze tecniche che sarebbe difficile acquisire da soli, in breve tempo. Cosa dovrebbe imparare uno scrittore? Una scuola di qualsiasi tipo è ciò che basta per far marciare la penna sul foglio. La letteratura non ha una tecnica segreta, né segreti che non possano essere scoperti anche da un dilettante dotato (nessun diploma, in effetti, aiuta chi non ha talento). La scrittura è la meno professionale delle arti. Puoi scrivere a venti come a settant’anni. Puoi essere un accademico o un autodidatta. Puoi fallire il diploma (Thomas Mann) e ricevere svariate lauree honoris causa in diverse università (Thomas Mann, ancora lui). La strada per il Parnaso è aperta a tutti. Almeno in linea di principio, dacché solo i geni la possono percorrere.

Lo scrittore viaggia dentro di sé. La stessa, fatua lamentela sulla ‘giovinezza’. Questa volta dovremmo perdonare all’autore il fatto che non è ancora stato da nessuna parte, che non ha sperimentato nulla che valga la pena narrare, che non ha letto ciò che dovrebbe aver letto. Tali confessioni tradiscono la convinzione (adolescenziale, semplicistica) che siano le circostanze esterne a fare lo scrittore. Che la sua qualità creativa derivi dalla quantità di avventure che ha vissuto. Eppure, lo scrittore si sviluppa interiormente, nel proprio cuore e nella propria mente, attraverso un’innata (ripeto: innata) propensione al pensare, una sensibilità acuta verso le cose minime, il genio dello stupore nei riguardi di ciò che per gli altri è ordinario. Viaggi all’estero? Speriamo di farne, a volte tornano utili. Ma prima di andare a Capri, ti suggerisco una gita a Wółka, in provincia. Se torni senza avere nulla da scrivere, nessuna grotta azzurra potrà salvarti.

La ricerca del maestro. Il talento, al principio, richiede suggerimenti, indirizzi. Ma queste indicazioni dovrebbero arrivare quasi per caso, con naturalezza. Un senso genuino verso ciò che esteticamente funziona o meno, verso ciò che è importante: non è semplicemente questione di studio, di conoscenza dei vari -ismi. Per lo più, è istinto. Alcuni rapidi commenti su una metafora imperfetta possono impedire al poeta alle prime armi di commettere due volte lo stesso errore. Per altri, non basta nemmeno la conversazione di un’intera giornata. Questo istinto attirerà il principiante verso chi ne sa più di lui, che gli è superiore per esperienza, sensibilità, cultura. I maestri si trovano ovunque, a patto che li cerchi. Non si tratta di abbandonare le proprie amicizie: diciamo che non sono più sufficienti.

Wislawa Szymborska

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