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Il corpo morto di Virginia Woolf (e la visita fatale di Eliot)

For myself and others it is the end of a world. Nel biglietto inviato a Leonard era stato dolorosamente laconico. La morte di Virginia Woolf, accaduta alla fine di marzo del 1941, era “la fine del mondo”, la fine di un mondo. C’era la guerra, l’anno dopo Virginia avrebbe compiuto sessant’anni, il profilo, come sempre, inscritto nella ceramica, brunito dalla depressione. Al contrario, nell’articolo pubblicato il 3 maggio del 1941 su “Horizon”, Reminiscences of Virginia Woolf, Thomas S. Eliot si mostrò glaciale, involuto, infelice (i primi paragrafi, senza citare la Woolf, impilano concetti & giustificazioni: “Solo in condizioni particolari ho avuto interesse a occuparmi – se non in conversazioni informali – degli scrittori contemporanei… quando un autore di indiscutibile importanza ha ricevuto il dovuto tributo e non corre il minimo pericolo di essere trascurato o minimizzato, non c’è alcun obbligo critico: ciò che importa è invitarne la lettura”), per dire, infine, che “il futuro arriverà ad assegnare un posto permanente e preminente ai romanzi di Virginia Woolf nell’ambito della storia della letteratura inglese” (l’edizione critica delle Complete prose of T.S. Eliot è edita dalla John Hopkins University Press). Come sempre, una diaspora drastica divideva il personaggio ‘pubblico’ dall’uomo privato.

L’edizione di The Waste Land “printed and published by Leonard and Virginia Woolf” nel 1923

L’amicizia tra Thomas e Virginia era solida, serpentina, necessaria a entrambi: la Woolf deplorava l’imbarbarimento religioso di T.S.; gli pareva una creatura grigia, che celi la propria luce nello scantinato. Amava la sua poesia, è chiaro, “dalle parole si leva una tale radiosità, che non potevo avvicinarmi”, gli scrive, il 23 aprile del 1936, leggendo la raccolta dei suoi Collected Poems, “credo sia quello che un critico del TLS chiamerebbe malia, incantesimo… la magia mi impedisce di capire”. Nel 1923, per la Hogarth Press fondata insieme al marito, Leonard, Virginia Woolf aveva pubblicato la prima edizione inglese di The Waste Land; inoltre, maneggiava affinché il poeta mollasse il lavoro alla Lloyd’s Bank, che lo sfiancava.

Non erano rare le visite di Eliot a casa dei Woolf; il 21 novembre del 1918 così annota Virginia nel suo diario: “Sono stata interrotta dall’arrivo di Mr Eliot. Eliot è risolto nel suo nome – un giovane americano, raffinato, colto, complesso; parla così lentamente che pare assegnare ad ogni parola un finimento speciale, tutto suo. Sotto la superficie, è piuttosto evidente che sia un autentico intellettuale, intollerante, con visioni forti e personali e un credo poetico. Mi spiace dire che riconosce in Ezra Pound & Wyndham Lewis dei grandi poeti, o, come dice lui, degli autori ‘assai interessanti’. Ammira immensamente Joyce”.

Una fotografia del 1932 è più esemplare di tante parole. È il 2 settembre, Virginia ha cinquant’anni, ha il solito cappello a tesa larga, magrissima, con una mano si tiene il fianco, con l’altra afferra un lembo del maglioncino, come a trattenere qualcosa, la rivelazione dell’ira, forse; è quasi appoggiata a Eliot, che è come sempre impeccabile, in doppio petto, cravatta, mani dietro la schiena, e il consueto sorriso che usa per schermarsi, che può indicare accondiscendenza, scherno, indubbia indifferenza. Alla destra, discosta dai due, aliena, una figura minuta, vestita di bianco, il cappello di paglia le vela lo sguardo, pare uno spettro, icona di ciò che incombe, dal candore mortale. È Vivienne Haigh-Wood Eliot, la prima moglie del poeta, folle, carnale, magnetica; gli Eliot si separeranno l’anno dopo, si erano sposati nel 1915; ricoverata nell’ospizio psichiatrico in Woodberry Down, lei, la fatale, morirà nel 1947.

2 settembre 1932, casa Woolf: Thomas, Virginia e Vivienne

Virginia è chirurgica nel descrivere quella visita: “C’è un problema – arrivano Tom & Vivienne: non possiamo comprare il pesce per la cena. Ma è un pensiero amichevole – lei selvaggia come Ofelia – ma nessun Amleto potrebbe volerla, con quelle macchie di cipria – la veste in raso bianco, ha detto L.; Tom, povero uomo, come sempre sottomesso alla sorte, austero, grigio, che gioca a fare battute con lei – e lei che si trascina per il giardino – non si ferma – afferra il volante della loro macchina – chiede a Tom di guidare – e lui gravido di pazienza, pensando, forse, ai prossimi sette mesi di libertà”.

Con parole non diverse, Virginia aveva stigmatizzato, due anni prima, l’unione tra Vivienne e Eliot: “Povero Tom, tutto sospetti, esitazioni, riservatezze… Ma, oh, Vivienne! Che razza di tortura da quando stanno insieme! Per portarsela sulle spalle, mentre morde, si dimena, delira, graffia, folle, tuttavia sana fino alla follia… Questa è la borsa di furetti che Tom si porta al collo” (novembre, 1930). Negli anni, Vivienne chiederà a Virginia di aiutarla a ricomporre un matrimonio definitivamente defunto. Quando Virginia accenna ai sette mesi di libertà di Eliot intende il ciclo di letture ad Harvard per cui il poeta era stato ingaggiato. La gita negli Stati Uniti sarà la svolta decisiva: Eliot decide di separarsi da Vivienne. Oltreoceano lo attendeva l’antica fiamma, Emily Hale, conosciuta proprio ad Harvard, da ragazzo, nel 1912.

Proprio setacciando nell’ormai mitico epistolario tra Eliot e Emily Hale – 1.131 lettere custodite alla Princeton University Library – Megan Quigley, coautore, tra l’altro, di un libro di prossima pubblicazione per Bloomsbury, Eliot Now, ha scoperto un ultimo, intimo, ulteriore tassello nella storia dei rapporti tra Thomas e Virginia (ne leggete il referto in What If?: New Insight into the Friendship of Virginia Woolf and T. S. Eliot, articolo pubblicato sulla “Los Angeles Review of Books”). Eliot era stato invitato a casa Woolf il giorno in cui la scrittrice decide di ammazzarsi, lasciandosi annegare nell’Ouse, con le tasche piene di pietre. “Sono stato invitato a Rodmell lo stesso fine settimana in cui è stata annunciata la morte di Virginia”, scrive, il 7 aprile del 1941, a Emily. “Ho dovuto rifiutare”: Eliot era ammalato, piegato da un forte raffreddore. Il gioco esegetico di Megan Quigley si fa ardito: “E se Eliot non fosse stato trattenuto dalla malattia, se si fosse presentato a casa dei Woolf, accogliendo con entusiasmo l’invito? E se la sua presenza a Monk’s House – a volte inopportuna, ma sempre gradita – fosse riuscita a lenire la depressione di Virginia Woolf, impedendole il suicidio?”. Congetture. Più interessante la proposta critica: Eliot scrive Little Gidding, l’ultimo dei Quattro quartetti, mentre compila il ricordo di Virginia per “Horizon”. Frantumate memorie dell’amica suicida penetrano, secondo Megan Quigley, tra le faglie del poema: We die with the dying, scrive il poeta, We are born with the dead.

“Guarda, ora svaniscono i volti e i luoghi
con quel nostro sé che, come poteva
li amava, per diventare nuovi
trasfigurati in altra trama”.

Transfigured, in another pattern, scrive il poeta; With the death of Virginia Woolf, a whole pattern of culture is broken, scrive l’influente uomo di cultura su “Horizon”.

Ancora a Emily, in quell’aprile crudele, “Lo ammetto, è vero, non sono di umore stabile: sarà la debolezza dell’inverno appena passato, e poi la morte di Virginia, di cui sono sempre più consapevole. Avrai saputo che hanno finalmente recuperato il suo corpo, ne sono felice. Per me era come una di famiglia, la sua dipartita segna, inderogabilmente, la fine di un’era”.

Come Ofelia – oh, ancora l’ossessione di Ofelia, biancovestita… – il corpo di Virginia vaga nel fiume. Eliot è preoccupato che quella carne defunta, frollata dalla legge delle acque, abbia degna sepoltura. E se fosse svanita, Virginia, rapita, se non fosse mai esistita?

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