05 Dicembre 2023

“Occhi di smeraldo tra queste rovine”. Lettera a Massimiliano Mandorlo

Caro Massimiliano,

inizio chiedendoti cos’è realmente e cos’è immaginosamente questo canto di Grazia che ci afferra e ci fa diventare, ci fa essere. Perché la tua poesia parla di questo, di essere, del suo mistero, al di là del fatto che siamo vivi. Essere nella Grazia che ci accompagna al destino che siamo, in segreto, in stupore grande, generale e generante, tanto da spingerci a iniziarlo noi, quel destino, combattendo, disarmati, scavando a mani nude, sebbene è Lei, la Grazia che lo fa, prende questa iniziativa, mettendoci sulla strada, in qualunque tempo.

Voglio dire: la Grazia che segna il nostro essere, imprimendo il suo marchio, anche se non ce ne accorgiamo. Anzi, soprattutto se non ce ne accorgiamo, perché è libera, libera di manifestare la sua natura. È questa la radice dell’essere, io penso, sebbene venga dall’altro mondo, altro pensiero che s’incarna in noi, altro desiderio, altro intendimento. Siamo incompleti, e la Grazia si compie in quell’attimo di vuoto, di assenza nostra, assenza nostra a noi stessi. Dopo, però, solo noi sappiamo, quando diventiamo coscienti e riconoscenti, ma occorre un salto acrobatico per capirlo, saltare più volte all’indietro per ricostruire che cosa siamo stati, come ci siamo espressi, come ci siamo comportati, manifestati, messi in gioco (nel linguaggio comune), addirittura sacrificati, di momento in momento, allorché la vita ci chiedeva, voleva me, mi sceglieva, mi preferiva, per completare il mio povero cuore battente, completare il mio battito, il battito del mio cuore che continua a sperare in una sorta di infinito, di percezione infinita capace dii scagliarci in avanti, nell’impossibilità che ci sembra di essere, inadeguati, invalidati dal nostro carattere, dall’eredità ricevuta, eppure in sussulto d’attesa, di stella polare o stella cadente.

Così la penso, per quanto piccolo sia il mio pensiero rispetto a quello eterno, immenso, oceanico, che non si configura nemmeno in quanto pensiero, bensì volontà dell’oltre, volontà di Bene supremo. Tu dici il mare. Del mare mi ha sempre colpito il particolare dell’onda, il suo movimento incessante, perenne, che continua anche adesso che ne sto parlando, accade in quest’attimo, si scarica sulla terra, si ritira, scompare, come se non fosse mai esistito, e poi di nuovo, e ancora, ancora. C’è e ci sarà sempre persino senza il nostro sguardo che cattura il suo mistero in azione, persino senza di noi, in forma di fedeltà offerta all’universo, all’uomo che contempla, in armonia con la sfumatura dell’azzurro lontano e dell’azzurro vibrante, vicino, misurando e confrontando linea dell’orizzonte a cresta spumeggiante che s’infrange. Ecco, questo, questo andare con lo sguardo da uno all’altro, fino allo sperdimento totale che avanza, travalica il pensiero del confine ultimo.

Dice bene, dunque, il poeta Lorenzo Babini, su Il Sussidiario del 12-4-2023, nell’individuare, come prospettiva del libro, un atteggiamento simbolico e religioso, di gratitudine, in quanto sostanza concreta del nostro formarsi, realizzarsi, crescere, conoscere, scegliere, preferire. L’opposto dell’io, dell’ego che pretende, che assorbe in sé, il mondo ridotto a sé. Il mondo evocato dalla tua poesia, parte da questo riconoscimento maturo, e in cammino: Grazia farsi viva in azione, bene permanente, anche quando tutto è confuso dall’emergenza della morte. Bene che si dà nell’istante, o forse, meglio, viene compreso allo scoccare dell’istante successivo, che mi ha toccato, è accaduto. Luce evento, per ricordare il titolo di un altro libro tuo di poesie, stampato da Raffaelli nel 2012. Approfitto citando una bella poesia tratta da quella raccolta:

Siamo vivi e riconosco la grazia
della tua presenza, la sua forza
come un prato verde che rimane
in un caos scintillante di bicchieri
e bottiglie abbandonate.

Ma torniamo a Mappe del grande mare (MC edizioni, 2023). Qui uno stralcio di poesia a pagina 38:

batti
tamburo di pelle

celeste grancassa
dei miei pensieri

Sì, il battere cristiano scandisce il verso, l’intona, lo dirige. Battere in levare, in funzione di distillato del senso, per arrivare al centro, alla parola che s’inerpica. Noi non siamo fatti / per la morte, dice un verso struggente, come a dire che siamo spirito che soffia: per il vento siamo fatti. Conclude la terzina.

Terra che non sei
soltanto terra

[…]

terra di crepe
terra di canti
in te sprofondo
e grazie rendo

Anche la terra non è terra, per la nostra forza diluviante di trascendere tutto: e questa terra / dona luce / custodisce. Infine siamo fuoco, perché l’esperienza profonda vuole questo: con l’incendio / del suo grano / a mani aperte. A questo punto certa è la pienezza della preghiera: canta in me / prima di me. Vale a dire: ciò che in me è la radice.

Il tema del mare martella la forma, fino a invocare un regno divino, Dio stesso, il suo Bene: supremo Mistero, Mistero in atto, che mi tocca, tocca me.

Mare portami
mare benedicimi

mare che sei in me
fin dal primo azzurro
terrestre battito

mare non abbandonarmi (pag. 19)

Mare cullami,
mare custodiscimi
(pag. 20)

Leggendo questi inizi, lo scandire degli incipit, mi è venuto di sognare un altro testo, ugualmente teso e drammatico. Testo ispirato, di un personaggio romanzesco, infatuato di Melville, Conrad, Coloane, Stevenson, Mutis. Egli tiene un diario di bordo eccezionale, tracciato in versi e in prosa, il cui contenuto chiama la poesia a farsi rotta, in un tempo che prima è natura degli elementi in respiro, e poi, carità estrema, vivente.

Concludo riportando la prosa a pagina 117 del libro:

“Credimi, il mare ti scavalca con la sua onda azzurra, il mare travolge ogni cosa: uomini, navi, imperi e ha il respiro dei naufraghi e dei vivi, il mare chiama dai suoi regni d’acqua, custodisce chi è in viaggio. Chi cerca avrà fede, avrà occhi di smeraldo tra queste rovine”.

Vincenzo Gambardella

Gruppo MAGOG