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“Il romanzo è sempre sovversivo”. Mario Vargas Llosa su Victor Hugo

Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, i giudizi intorno ai Miserabili, all’epoca della sua pubblicazione, non furono sempre entusiasti; ci furono critiche crude, alcune, come quella di Barbery d’Aurevilly, perfino feroci. Tra queste, la critica più interessante è di Alphonse de Lamartine, che affronta risolutamente la ragion d’essere della finzione nella storia dell’umanità. A suo dire, I miserabili è un romanzo capace di incitare al disordine, allo sconvolgimento sociale, che misura l’uomo in quanto vittima di una società coercitiva.

I timori di Lamartine farebbero ridere più di un lettore, oggi. Chi crede che un romanzo possa sovvertire l’ordine sociale? La società aperta del nostro tempo ha assimilato l’idea che il romanzo in particolare e la letteratura in generale siano forme – pur superiori quanto si vuole – di intrattenimento, di divertimento; un’occupazione che arricchisce la sensibilità, che stimola la fantasia, che sottrae i lettori dalla travolgente routine e dalle sordide preoccupazioni quotidiane. Poiché è pressoché impossibile dimostrare che capolavori come le tragedie di Shakespeare, i romanzi di Faulkner, Don Chisciotte e Guerra e pace abbiano causato il pur minimo sconvolgimento politico e sociale, questa idea di letteratura come intrattenimento, infine innocua, ha finito per essere accettata da tutti. Vale lo stesso assioma nelle società chiuse, religiose o politiche? L’istintiva sfiducia nei riguardi della finzione come pericolo per le menti, sobillatore di eresie, non è prerogativa degli inquisitori spagnoli. Le dittature di ogni tempo, infatti, hanno stabilito sistemi di censura per arginare la creazione letteraria e la sua libera diffusione, che avrebbe potuto mettere in pericolo il regime stabilito, erodere la disciplina, corrompere il conformismo sociale. In questo, fascisti, comunisti, fondamentalisti e dittatori militari del terzo mondo sono equivalenti: non credono che la finzione sia puro intrattenimento – questa è la fede delle democrazie ingenue – quanto, piuttosto, una mina intellettuale e ideologica che può esplodere nella mente e nell’immaginazione dei lettori, rendendoli dei dissidenti, dei ribelli. La Chiesa cattolica, in accordo con Lamartine, stimava il romanzo di Victor Hugo pericoloso per la salute dei fedeli, tanto da inserirlo, nel 1864, nella lista dei libri proibiti.

È vero: la paranoia caratterizza il potere autoritario; i dittatori vivono nel timore di tutto, vedono tradimenti ovunque, inventano nemici per giustificare le proprie nefandezze. Esagerano il potere della letteratura, ma non errano. La letteratura, quando i cittadini possono esprimere le loro opinioni, i loro desideri, le loro critiche, acquisisce un significato che va oltre il campo strettamente letterario, per deflagrare nel campo politico. I lettori leggono tra le righe di un romanzo ciò che non ascoltano nei mezzi di comunicazione, spesso ridotti a propaganda: idee proibite, condanne messe a tacere, nozioni nascoste. Piaccia o meno, la letteratura comincia a svolgere una funzione sovversiva, a minare lo stato delle cose. Perché sovversiva? Perché il mondo è bello e ideale – “impossibile”, direbbe Lamartine – quando una narrativa conquista il lettore e rivela, per contraccolpo, le imperfezioni del mondo in cui vive, dimostra che l’evidenza della vita reale è miserabile e infima rispetto alla realtà forgiata da una finzione geniale, in cui il vile e il basso brillano grazie alla bellezza della parola, l’eleganza formale, l’esigenza della tecnica. Nelle mente del lettore, così, non s’innesca una qualche generico “entusiasmo”, ma un disagio: l’impressione che il mondo sia fatto male, che ciò che si vive sia ben al di sotto da ciò che si sogna o si inventa. Questo non suscita inevitabilmente un’azione, cioè il desiderio di mobilitarsi affinché la società cambi, slegata dalla propria inerzia. Ma non importa: è il disagio, in sé, a essere sovversivo in un regime che aspira al controllo totale dell’individuo e sa che l’immaginazione dei cittadini è ancora incontrollata benché le azioni sembrino, all’apparenza, docili. Pensare e sognare senza paraocchi è la strada su cui gli schiavi passano dall’indolenza alla scoperta della libertà.

Volendo screditare Victor Hugo, Lamartine compone un superbo omaggio ai Miserabili. Non esiste più alto elogio, infatti, per un’opera di genio che riconoscere in lei una forza tanto contagiosa da ledere le convinzioni sociali, da indurre i lettori a credere che personaggi sproporzionati, avventure chimeriche, eccessi e delusioni sono, né più né meno, che la vera realtà umana, possibile, accessibile, e che i cattivi governi, i giochi di prestigio dei governanti crudeli, hanno rubato agli uomini, sfruttati, dominati, una realtà che costoro possono riprendersi appena vogliono, e che ora conoscono, toccano, leggono; decidano dunque se agire di conseguenza.

Non abbiamo prove che dimostrino se I miserabili abbia o meno spinto in avanti l’umanità, pur di qualche millimetro, verso quel regno di giustizia, libertà e pace anelato da Hugo. Indubbio, tuttavia, è che questo romanzo, più di altri nella storia della letteratura, ha spinto uomini e donne a desiderare una vita più giusta di quella che vivevano. Possiamo dire, cioè, che se la storia umana avanza, se il concetto di progresso ha un senso, se la parola civiltà non è un mero simulacro retorico ma una verità che respinge la barbarie, beh, questo slancio è possibile anche grazie all’entusiasmo trasmesso ai lettori da Jean Valjean, Monsigneur Bienvenu, Fantine, Cosette, e tutti coloro che sono assisi sulla via dell’impossibile.

Mario Vargas Llosa

*Il testo, come “La tentation de l’impossibile”, del 2004, introduce la versione Gallimard dei “Miserabili” di Victor Hugo

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