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Vi ricordate di Irving Layton? Secondo Leonard Cohen, amico e discepolo, è “il poeta più grande”. Questa è la sua livida elegia per Marilyn Monroe

Irving

Il primo a parlare, appresa la sua morte, fu Leonard Cohen. Leonard, certo. Il cantautore canadese, quello di Suzanne e di Hallelujah. Se non altro perché è grazie a lui che Leonard pubblica il primo libro, poesie, è il 1956, Let Us Compare Mythologies. “C’era lui – poi c’eravamo noi. Lui è il poeta più grande, il nostro più grande campione della poesia. L’Alzheimer non l’ha costretto al silenzio, la morte non gli farà nulla”. Qualche anno prima, chiarendo i suoi rapporti con il “campione della poesia”, Leonard dichiarò, “io gli ho insegnato a vestirsi – lui mi ha insegnato a vivere”. Irving Layton aveva vent’anni più di Leonard, nato in Romania da genitori che sono emigrati a Montreal quando lui aveva poco più di un anno, nel 1913, è uno dei grandi poeti anglofoni. Nominato al Nobel per l’annata 1982 (il premio andò a Gabriel García Márquez), amico dell’Italia (“Ci sono molti modi in cui qualcuno del Nuovo Mondo può esprimere la propria gratitudine per le cose meravigliose che l’Italia ha da offrirgli. Il mio modo è stato di apprezzare i suoi vini, i suoi paesaggi, le sue creazioni artistiche e la vista delle sue belle donne”), in Italia nessuno lo conosce più. Peccato. Passato ad altra vita nel 2006, Irving Layton è nella ‘bianca’ Einaudi con Il freddo verde elemento (1974; intro di Northorp Frye): io lo leggo in una antica edizione Lerici del 1981, In un’età di ghiaccio, con i disegni di Ettore De Conciliis, poesia piena di provocazioni muscolari, di voracità primordiale, di verbi sparati come denti. Alfredo Rizzardi, in introduzione, ci spiega: “Dionisiaco e apollineo, ebbro di fumi erotici e esaltato in una visione di perenne libertà creativa, Irving Layton si presenta oggi come uno specchio dell’uomo moderno in un momento di radicalizzazione delle sue certeze e dei suoi dubbi: teso ad affermare, in una sorta di stoico umanesimo, la gioiosa celebrazione della vita che nel suo canto ininterrotto trionfa delle tragiche ombre che la sovrastano”. Pare oggi, pare un Philip Roth in versi. Inutile bacchettare l’editoria nostra: l’oblio, evidentemente, è una pratica redditizia. Dal volto, ruvido, rumeno, aperto, Irving pare uno che si è tracannato voluttuosamente la vita. “Irving si arrabbierebbe molto vedendo che davanti a così tante persone nessuno si prende la briga di leggere una sua poesia”, disse Leonard Cohen, svolgendo il discorso funebre per il maestro, l’amico, Layton. Poi attaccò una poesia che si chiama Il cimitero. “Non c’è dolore nel cimitero, una voce rimbomba dalla tomba, rallegrati, rallegrati”. Fino all’ultimo. L’ironia. La vita. Qui pubblichiamo un estratto da Elegy for Marilyn Monroe.

*

Elegia per Marilyn Monroe

 
Addio Marilyn
Piove a Magog
città che non avrai mai sentito nominare
dove seduto a un bar scrivo questo;
e neppure me conosci,
benché una volta ti abbia dedicato un poema intero
e ti chiamavo “Dea della terra”.
I portieri a cui dicevi ciao,
i tassisti che ti riconoscevano dall’andatura
e dai magnifici capelli biondi,
e fischiavano e strombazzando il clacson ti dicevano
quanto fossero lieti di vederti,
gli uomini in tutto il mondo che sfioravano
le tue forme nel sonno, irriverenti
rimpiangeranno l’onda dei tuoi fianchi, la tua pazza risata

ma nessuno piangerà più di me
stordito oggi dal dolore e dal bere;
io che t’ho amato sempre,
che capisco quel che loro non sanno
e vedo nella tua morte un tragico presagio
per tutti quelli che come noi strisciano e muoiono
sotto il volgersi e lo sparire delle stelle;
e che ora devo rassegnarmi a vivere
con idioti egoisti, indistruttibili
senza il conforto del tuo splendore,
della tua rarità.

Da ora in poi
tutto è loro, dei pigmei,
sono loro i padroni!

Addio Marilyn
dormi, dormi serena questa notte.
C’è almeno un poeta che ricorda
il tuo fulgore,
quell’unica febbre del tuo corpo e del tuo volto
(O inimitabile filamento, ormai spento, ormai cenere)
e ti amerà per sempre.

Iriving Layton

(da Irving Layton, In un’età di ghiaccio, Lerici, 1981, traduzione di Alfredo Rizzardi)

 

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