16 Settembre 2022

“Era bello permettersi di vivere come una ragazza perduta”. Storie dal Tempio

Chi sono tutti questi poeti che cantano l’amore, come Niccolò Tommaseo. O Alessandro Poerio. Non erano granché, secondo Croce. C’è una gran bella differenza tra un poeta e un artefice, pure lanciando entrambi sguardi lontani, rimirando – quel tanto che basta – l’organatura di un sentimento, sempre uguale in fondo, la tempesta dell’ardore, la furia, una qualsivoglia somiglianza alla virtù della schiettezza, di spirito deduco, la devozione e l’umiltà, le passioni che si ritorcono nello sdegno, la natura dell’impazienza che tuttavia dell’amore ne restituisce il più paziente dei dolori.

Discorsi articolati sul far del crepuscolo. Le vecchie ammutolite hanno gli occhi mesti, sono pallide, una accanto all’altra, sembrano pasciute dall’indulgenza, sonnecchianti. Buone. Pie. Ecco.

E intorno al discorso sull’amore: penso a una splendida ragazza, a tende di broccato, un boudoir, Edith Piaf sul grammofono.

Sous le ciel de Paris
S’envole une chanson
Hum hum

La splendida ragazza ha un vestito abbottonato davanti, lucido, nero, gambe bianchissime, nude. Graffiate.

Se guardo su verso il vicolo, dopo l’edicola votiva, e proseguo ancora, nelle straducole secondarie, raggiungo il boudoir.

La splendida ragazza è una donna che guarda sé stessa dentro l’immagine indecisa canonizzata magicamente dal tempo che ritorna, da un antichissimo caleidoscopio; l’immagine fissata adesso sul vetro senza tende pesanti e di velluto a nascondere una certa vita intestina, eccitante, come certe vite intestine della Parigi di Anaïs Nin. Le mie gambe erano graffiate. Frequentavo balordi. Una ragazza perduta. Era bello già solo permettersi di vivere come una ragazza perduta.

Indossavo scarpe demodé, risalivano al dopoguerra. Le avevo rimediate in un mercato dell’usato, a Parigi, alle porte de Clignancourt, il mercato di Saint Ouen. Servivo ai tavoli, non mi stancavo. Soltanto dovevo tenere a bada il prurito, una specie di rogna, la curavo semplicemente con una crema al benzoato di benzile. Rogna. Scabbia. Chi l’avrebbe detto?

Un aitante capitano russo del cargo attraccato in rada veniva apposta per un giro di valzer. Il rum e l’alka seltzer che friggeva nel medesimo calice.  Il boudoir aveva lampade rigonfie, con paralumi in metallo, paraventi decorati con stampe a olio; candelieri lavorati a sbalzo. Lucerne Bouillotte. Il rosa ruffiano dei paramenti gettati sui sofà, morbidi, svenevoli. La splendida ragazza aveva il prurito. I vagabondi lo chiamavano “prurido”. Lo avevano tutti quelli che dormivano con un vagabondo o per faccende simili. Una ninfetta evanescente con il cosiddetto “prurido” perdeva all’istante ogni candore, macchiandosi di onte non replicabili nella misura di un pensiero ragguardevole, di solito di competenza altrui e borghese. Ma era distinta, durante la pausa, fumava sigarette senza filtro, in cucina, e ascoltava la voce della Piaf, una specie di lama sul grammofono, lontananze, Sous le ciel de Paris. Con le lacrime agli occhi per la felicità di essere una ragazza perduta. Di essere una ragazza. Di aspettare la sua ora, la sua stagione. L’amore architettato dal destino. La libertà. La sregolatezza.

Era l’identica Sicilia della donna seduta al Tempio. Vorrei dire adulta, ma non lo sono stata mai. Dico di lei in terza persona soltanto quando voglio prendere il baglio della luce e collocarlo sopra ogni frame. Una coroncina sopra ogni fatto accaduto, nella violenza di un portento.

Le lontananze superano il presente. Così le preferisco turchine, oltrepassare le boe, confondersi con il gorgo cristallino delle acque in taluni punti, in mare aperto. Lontananze che assumono i colori dei pastelli o più volitivi delle acquetinte. E il ricordo diventa vulnerabile, dinamico, un movimento diafano finanche, imprendibile se non nella circostanza in cui l’infinito – nella terribile misericordia – ci tende la mano. È il destino, ancora una volta. Occorre che lo sorprendiamo più spesso, nelle dovizie, nei minuti accidenti.

Ma allora, al tempo della splendida ragazza, il destino sembrava efferato e commovente.

Padam… padam… padam…
Il arrive en courant derrière moi
Padam… padam… padam…
Il me fait le coup du souviens-toi
Padam… padam… padam…
C’est un air qui me montre du doigt

Le tende di broccato movevano nelle orlature in basso, scostate dal vento serale. Infilava dalle fessure, a volte spalancavamo le porte finestre che davano sulla strada e il vento soffiava di più, ed era primaverile. Padam, Padam.

Ricorda i tuoi amori, cantava la Piaf, e la splendida ragazza con i polpacci graffiati a sangue riusciva a intristirsi molto bene; era una professionista dei commiati, non aveva ancora l’idea di quanto e come avrebbe in ciò dovuto perfezionarsi.

Non c’è alcuna ragione di trattenere il pianto in grembo, credo cantasse la Piaf. Tornava il tempo, nell’eterno caleidoscopio. La splendida ragazza era già stata, aveva visto, l’epoca, la Belle Epoque.

Era tornata. O era ancora in viaggio.

Era la medesima Sicilia che si fermava bruscamente, simile a una statua di gesso, ammutolita, severa, senza null’altro concedere. Si fermava al Tempio, anni dopo. Il venticello della sera, primaverile, contraccambia lo scirocco sulla cima del maniero, il fenicottero rosa freme nel piumaggio dorato sotto lo strale del tramonto; un margine violaceo, cupo e visionario, minaccia l’orizzonte, come un temporale, la buriana che sconquassa l’animo contrito della vedova dei rimpianti o dei ricordi. E mai un rimorso. O forse un paio, direi un paio. La brutalità dei giorni finiscono nella medesima notte. E stentano la mattina dopo a riconoscere l’autorevolezza dell’alba risorgere, con quali, quali, di grazia, novità? Quale baglio collocare sul nostro capo, quale coroncina a intestare la gloriosa spregiudicatezza?

Et moi je revois ceux qui restent
Mes vingt ans font battre tambour
Je vois s’entrebattre des gestes
Toute la comedie des amours

I nostri amori. I nostri vent’anni.

Padam, Padam.

@Veronica Tomassini/emmeeerre letterature

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