12 Agosto 2022

“È l’apolide che ha attraversato la terra senza nome”. Storie dal Tempio

Catilin di Timișoara suonava le ballate degli apolidi. Il padre era un boxeur, un campione di risse e bevitore di bettole.

Era un frammezzo nella Sicilia arcaica che irritava il regesto di argomenti rodati, vedi trazzere, copricapo con falda tesa o ficcata in fronte, sentieri polverosi di carrubi fino alla casa patrizia di una nobildonna palermitana, una grammatica di espedienti letterari, primizie vergini come potrebbe esserlo un menù da balera; dalla groppa di un somarello alla plancia di una tastiera moldava intarsiata nel quartiere di Cetate, il turista preferiva il primo. Mai visto. Piuttosto cavalli da soma ingroppati di crudeli gravosità, perché compiacessero la medesima idea, dozzinale, non vergine, prudenza e furbizia insieme; un labaro di quel che l’isola, nelle fattezze fragili o se è necessario convincenti, assumeva in un tale immaginario. Povere creature, mormoravo incontrandole affaticate per la via, stazionavano con i burberi del rione, acconciati a mestieranti tuttofare, salivano in carrozza e invitavano certi grassoni americani o miopi teutonici, con una Canon al collo, al giro turistico della bella Ortigia, al prezzo di una sola corsa. Le creature scalciavano, indolenzite, le bende di cuoio strette alla briglia compitavano faticosamente il sospetto degli altri, un’allegrezza beota, o forse soltanto il medesimo crimine assolto dall’ignoranza, perché d’intorno nel loro rudimento di vita, più simile alla crespa di un dispetto, vi fosse penombra, la mestizia barbara, inguaiata di disordine, un ciancicare sprezzante.

I palazzi sulla via erano ingialliti dalla luce del mezzogiorno, vi sbatteva con destrezza, per defraudarne un qualche vezzo nobiliare, frangendo contro un frontone smerlato; involando le ombre dalle ampie finestre vetrate oltre cui spiare le volte altissime con stucchi dai contorni sbiaditi.  

Catilin mi sedeva accanto, talvolta. Osservavo allora il suo profilo, gli occhi precipitavano nell’iride screziata, scivolavano nel blu come di una rugiada che sgorghi copiosa nella notte. Un blu che destituiva in un neonato splendore la cupa ombrosità dell’apolide; un sopravvissuto bocconi con la testa nel vuoto, con i pensieri educati alla fuga, alla provvisorietà utile quanto una bomba rudimentale, un ordigno al napalm, il solo frontespizio a cui piegare il proprio nazionalismo, inginocchiarlo in luogo di carcasse gettate nelle acque del fiume Dnestr, senza che si potesse annoverare lo scempio tra la torma di giovanotti che un tempo mostravano baldanza, la nappa del vigore appuntata al sorriso, la ferita innocente che rende una stagione propizia, il giardino edenico di ogni promessa. È l’apolide che ha attraversato la terra senza nome, le colline puntellate di lapidi e mortai che cricchiano ancora sulla griglia della morte. La morte tace sul bigherino di una veste, dentro dorme una bambina. Una donna. Una madre. Una moglie.

Puoi contenere tutto lo strazio del mondo e suonarlo in una ballata slava, all’angolo della via. E sederti con l’anonima. E tacere, come sa tacere la morte. O la vita quando vuol raccapezzare un destino, renderlo alla stregua della cresta del dovuto, chiederti scusa, può darsi. Non chiederti scusa, può darsi.

Il padre boxeur era soltanto vecchio. Vecchio, ingrugnito, come di una cattiveria lavorata male, senza posteri, in disavanzo su ragioni con qualche diritto da abitare. Ragioni nazionaliste.

Il nazionalismo era la loro bega, una rogna grande quanto la Transnistria prima di diventare l’ambigua entità secessionista al soldo dei sovietici.

Perciò diventi un boxeur e rovini nella bettola con una puttana moldava e rubizzo profondi il tuo seme virile, sguainando una volgarità efferata, la medesima spada che uccide il fratello. Non è forse di già un tradimento?

L’identità senza epigono, non è già un tradimento?

Catilin tiene la fisarmonica a tracolla, poggiata sul ventre. Il suo sguardo è fisso sulle alette del piccione che becca ai suoi piedi.

Fissiamo entrambi lo stesso modulo intermittente, beccare, tirare su il capo, vibrare come un’onda sulla neve sparsa nel piumaggio tenero, bianco e grigio; beccare ancora.  

Catilin non aveva conosciuto la polizia politica. Esiste questa frangia demoniaca dell’ordine costituito. Per il fatto cagionevole che esistesse un ordine costituito a cui sottintendere la veemenza di una sbronza, il padre di solito defecava.

È tuo padre, Catilin. Lui parve sentirmi. E piantò l’iride abbozzata di blu e mille scoscendimenti aurei nei miei occhi, intimiditi e stanchi.

Non è credibile un dialogo di tale maniera. Come il dialogo con l’ubriaco kafkiano. Ma è probabile. Potremmo discuterne. Della canzone della dissidenza, canzoni sciocche, in prima istanza, ma a scender giù per benino, sono balzelli puntati sulla pianura della rivoluzione:

Quanto è caro il nostro Stalin,
quant’è bello, quant’è buono (…)

Non era Catilin, ma un personaggio di uno scrittore polacco, il personaggio era un tizio di nome Nowak. Era lui che cantava.

Nowak è un nome comune, in Polonia, come da noi Rossi, o non so Bianchi.

La Sicilia a frammezzo diventava il luogo ibrido in cui ognuno degli avventori deponeva a margine una corona di istanze. E così accerite.

Istanze. Le mie erano minori. Un’epica oltraggiata, senza numi, o per estensione grandi uomini di cui avvalersi, in quanto mentori capaci di scagionare varie ed eventuali stupidità.

Non c’erano guerre da dimenticare.

Non è vero.

Ce ne sono, eccome. E guardate i soldati, sono le viltà e le menzogne nel fronte del giorno.

Sono le banalità domestiche, le ostinazioni pavide, il sì nelle veci di un no. Chiamatele guerre.

Catilin: mi credi?

Catilin: hai mai ricordato un sogno?

Lo stesso personaggio che ronzava tra le pagine di Hlasko diceva che i sogni non si devono ricordare. O altrimenti aggiungerei sarebbe ancor peggio sognare i ricordi.

Come fai a smettere?

Di sognare?

Di ricordare?

La gente guardava con occhi terribili, diceva il medesimo beone, nelle pagine di Hlasko.

Non pensi anche tu?

@Veronica Tomassini/emmeeerre letterature

Gruppo MAGOG