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“Giorno che sei stato puro, bambino…”. Su César Vallejo

Un secolo fa esce uno dei libri più sconvolgenti del secolo. Composto da 77 poesie, con un titolo ambiguo fino alla cabbala, TrilceTrilce? Non vuol dire nulla. Corroso dall’ansia, non riuscivo a trovare alcuna parola che avesse la dignità di un titolo. Allora, l’ho inventata. Trilce. Non è una bella parola?”, ha detto, dieci anni dopo, simulando, sinuoso, simpatetico, il poeta –, il libro, appena pubblicato, ottiene scarso interesse. Eppure, è l’Himalaya della lirica ispanoamericana, testo seminale, avanguardista, estremista, edito, è il 1922, nell’anno mirabile, insieme all’Ulisse di Joyce e alla Terra desolata di Eliot. Da una desolazione interiore viene, quel libro di César Vallejo: iniziato nel 1918, da precursore, il poeta percorre l’anatomia del disastro. Muore la madre, gli muore un amico, lo scrittore Abraham Valdelomar, è sradicato dall’amore: Lima non ama quel ragazzo nato a Santiago de Chuco, cresciuto tra la bohème di Trujillo, con la faccia angolare, volitiva, un’ascia nel bel mondo letterario. Tra l’altro, il poeta si fa quattro mesi di carcere, tra il 1920 e il ’21, per atti sovversivi di cui, ingiustamente, è detto colpevole. “Quel libro nasce nel vuoto, enorme. Ne sono responsabile. Mi assumo tutta la responsabilità della sua estetica. Oggi più che mai sento che gravava su di me un obbligo fino ad allora ignoto, più sacro dell’uomo e dell’artista: essere libero!”. La libertà di Vallejo si tramuta in ritmo ipnotico, nella paranoia lirica, dove il verbo procede per allusioni, elusioni, covi, nidi di aggettivi, terremoti del senso:

“Ronza imbottigliata la noia
nel momento increato e nel liquore.

Corre una parallela a
linea ingrata, rotta di felicità.
Mi stupisce ogni fermezza, e quest’acqua
che s’allontana, ride d’acciaio, liquore.

Filo stretto, filo, filo binomico,
dove irromperai, nodo di guerra?

Fai corazza a questo equatore, o Luna”.

Nel 1930 la raccolta ha un’edizione in Spagna, introdotta da José Bergamín, e da lì nasce il mito – secondo la formula di Thomas Merton, che lo ha tradotto e detto – del “più grande poeta cattolico dai tempi di Dante, intendendo per cattolico, universale”. Dal 1923, intanto, Vallejo è in Europa, ovviamente a Parigi, dove conosce Vicente Huidobro, Pablo Neruda, Tristan Tzara. Lì, Vallejo vive, pensa, s’iscrive al Partido Socialista, viaggia con voracità a Vienna, a Praga, in Italia, in Russia (da cui trae il reportage encomiastico Rusia en 1931. Reflexiones al pie del Kremlin). Conosce Federico García Lorca, è intagliato dalla povertà. Nel luglio del 1937 è invitato al II Congreso Internacional de Escritores para la Defensa de la Cultura, che si svolge durante la guerra civile spagnola tra Valencia, Madrid e Barcellona. Insieme a lui, ci sono un fiotto di scrittori: da Heinrich Mann ad Antonio Machado, da André Malraux e Julien Benda a Octavio Paz e W.H. Auden. L’anno dopo muore a Parigi, per un accesso di malaria.

Vallejo è stato maltrattato dall’editoria italiana. Si deve a Roberto Paoli un’edizione delle Poesie per Lerici (1964) e l’Opera poetica completa per Accademia (1973), libri introvabili. Il resto, è il lavoro generoso, geniale, rabdomantico degli editori del sottosuolo, ribelli al noto: Via del vento (Pietra nera e altre poesie), Liguori (Spagna, allontana da me questo calice), Ladolfi (Il monarca d’ossa), Arkadia (Guerra verticale); l’editore Sur ha stampato nel 2015 il romanzo Il tungsteno, un tempo Savelli. Ora Argolibri, per cura di Lorenzo Mari, edita Trilce; in un saggio al termine del volume, Giuliano Mesa parla del “non-sapere nominante” di Vallejo (“ogni parola che parlando tace, dicendo parte, in parte, finendo, chiudendo, e che parlando dice parte, in parte, aprendo al non-finito”). Ma Vallejo bisogna leggerlo perché tutto, in quell’alcova verbale, incubatrice di incubi, è danza e ratto e rapimento, Popol Vuh e Dionisiache, rito australe e francofonia, fiaba e macumba, buco nero, nigredo, Rimbaud in Perù:

Chi ci avrebbe detto che in una domenica
così, su declivi aracnidi,
si sarebbe impennata l’ombra, tutta di fronte!
(Un mollusco attacca gli incagliati, deserti occhi,
sulla base di due possibilità tantaliche o più,
contro un mezzo rantolo di sangue rimorso).

Nelle fotografie, Vallejo sembra sempre triste; chi è stato a Lima ricorderò l’oceano, grigio, i campi da tennis sui palazzi pensili e i campus per i ricchi, i mercanti di patate viola, la povertà; gli arabeschi dei rapaci in un cielo senza colore, che si attorciglia, come un enorme boa.

*

XLI

La Morte in ginocchio gronda
sangue bianco che non è sangue.
C’è puzza di garanzia.
Ora, però, voglio ridere.

Lì si mormora qualcosa. Tacciono.
Qualcuno, a lato, fischia coraggio,
e si conterebbero perfino come pari
ventitré costole che sentono reciproca
mancanza, su entrambi i fianchi; si conterebbe
pari anche tutta la fila
dei trapezi messa a scorta.

Intanto il rullante poliziesco
(voglio ridere di nuovo)
si vendica e ci carica di botte,
dagli e dagli,
da membrana a membrana,
colpo
su
colpo.

*

LX

È di legno la mia pazienza,
sorda, vegetale

Giorno che sei stato puro, bambino, inutile,
che sei nato nudo, le leghe
del tuo cammino scorrono sulle
tue dodici estremità, la doppiezza accigliata
che infine si sfilaccia
in chissà quali ultime fasce.

Costellato di emisferi di grumo,
sotto eterne americhe inedite, con il tuo gran piumaggio,
tu parti e mi lasci, senza la tua ambigua emozione,
senza il tuo nodo di sogni, domenica.

E si corrode la mia pazienza,
e torno a esclamare: Quando arriverà
la domenica loquace e muta del sepolcro;
quando arriverà a coprire questo sabato
di stracci, questa orribile sutura
del piacere che ci genera senza volere,
del piacere che ci espeLLe!

César Vallejo

da: César Vallejo, Trilce, Argolibri 2021, a cura di Lorenzo Mari

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