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Sono un portatore sano dello spirito samurai. E vi spiego chi sono i tagliagole dell’Isis

Samurai

Giovane (classe 1989), sorridente, un tanto rapace, genericamente alto, Daniele Dell’Orco unisce due passioni in una. La katana e la penna. Quando riesce, brandisce la penna come fosse una katana. Laurea in scienze della comunicazione a Roma, perfezionamento a New York, è firma nota di Libero e direttore editoriale delle riviste online Cultora e Nazione Futura. libro dell'orcoIl ragazzo ha il talento degli estremisti e dopo aver firmato una biografia di Nicola Bombacci (Historica, 2012), il cofondatore del Partito Comunista Italiano che si affiliò alla Repubblica Sociale e finì catturato insieme al Duce e fucilato nell’aprile del 1945, e un libro su Città del Messico. Alla ricerca di se stessi (Historica, 2017), si è dato alla sfida più difficile. Pubblicare, dopo anni di studio, un pamphlet divulgativo ma colto sulla strategia del terrore islamista. In Non chiamateli kamikaze. Dai Cavalieri del Vento Divino ai tagliagole dell’Isis (Giubilei Regnani, pp.310, euro 22,00), Dell’Orco tenta di spiegare cosa porta un ragazzo con qualche infarinatura di Corano e molta ideologia nel cuore a farsi esplodere nella via centrale di una città d’Occidente. Soprattutto, con il bisturi, segna la diversità – netta: per fini e per impeto etico – tra i “tagliagole” dell’islamismo estremista e i kamikaze, che provengono dai recessi della storia del Giappone. Perché l’attrattiva della morte? Per che cosa sacrificare l’unico corpo che abbiamo? Dell’Orco, esperto in ‘giapponeserie’ – è responsabile editoriale di Idrovolante edizioni, per cui cura la collana ‘Sedici raggi’ – può aiutarci a capire.

Parto da una considerazione. In rete vedo che sono disponibili tre libri tuoi. Una biografia di Nicola Bombacci, un libro su Città del Messico, infine il tuo ultimo, Non chiamateli kamikaze. Spiegami: ti piacciono i personaggi radicali, le persone ‘forti’, i luoghi estremi?

“Hai già centrato un punto: credo che per quanto si possa (e si debba) provare a conoscersi nel profondo, la vera natura e la vera essenza di se stessi possa emergere solo in concomitanza di fatti, eventi, luoghi o situazioni estreme. È successo a Bombacci nell’ultima parte della sua vita, è successo ai kamikaze ma in generale a tutti i portatori sani di spirito samurai, ed è successo anche in parte a me durante un viaggio solitario e introspettivo in Messico”.

Intanto: perché questo libro? Come è nata l’idea, quali le fonti a cui ti sei abbeverato.

“L’idea nasce da una considerazione molto semplice e di carattere generale: bisogna togliersi il vizio di non chiamare le cose col loro nome. Nel caso specifico, poi, diventa un discorso di cura e salvaguardia delle identità altrui, ma soprattutto di autodifesa: come ci si può difendere da un terrorista suicida se non si riesce nemmeno a identificarlo nel modo giusto? Un concetto semplicissimo che ha richiesto però un approfondimento ‘totale’: sociale, culturale, filosofico, religioso, antropologico. Da qui la scelta delle fonti: testi reperiti durante i viaggi all’estero, grandi classici del mondo islamico e della tradizione giapponese, testimonianze dirette di chi, molto meglio di me, conosce determinate realtà: Matteo Carnieletto (che firma la prefazione), Mario Vattani, il prof. Romano Vulpitta…”.

Poi. Tu fai, subito, una preliminare osservazione, perfino ovvia: attenti, quelli che chiamiamo ‘kamikaze’ sono dei ‘tagliagole’. L’etica nipponica è incompatibile con la filosofia di morte propugnata da Isis e islamismo radicale. Spiegaci sommariamente le differenze.

“La più lampante riguarda l’identificazione di un nemico: non più militare, bensì civile, sprovveduto e innocente. Ma (in pieno stile giapponese) dietro un concetto semplice si nascondono decine di sfaccettature. E proprio in rapporto al bersaglio da colpire viene elaborata una mistica, un’etica (se ve n’è una) e una ritualità opposta: i kamikaze combattevano una guerra già persa, a difesa solo del proprio onore. I tagliagole hanno regole d’ingaggio molto semplici: il nemico è chiunque, e uccidendone anche solo uno bisogna terrorizzarne milioni. Nella morte, in questo caso, vi è allora una piccola vittoria. Basti pensare all’Undici Settembre: un gesto che agli occhi di un integralista rappresenterà un trionfo nei secoli dei secoli. E poi la ‘ricompensa’. I kamikaze avevano come massima ambizione quella di essere ben considerati dall’Imperatore e di onorare il buon nome della propria famiglia, per poi ricongiungersi agli altri caduti sotto forma di spirito. La prima generazione di martiri di Allah era invece attratta dalle 72 vergini promesse dal Corano. Quella attuale, infine, punta solo a dare un senso a un’esistenza terrena priva di qualsiasi significato”.

Sappiamo che dalla morte sgorga la vita, è un fenomeno, per così dire, ‘naturale’. Ma: che senso ha uccidersi per uccidere? Che vita può nascere da questo sacrificio, ai nostri occhi allucinante, assurdo?

“Nella cultura giapponese è un concetto fondamentale. Dopo la fine della guerra a migliaia scrissero lettere al generale MacArthur. Ma non volevano ringraziarlo per averli ‘liberati’ da chissà quale dittatura, bensì per aver permesso al popolo giapponese di fare ciò che gli riesce meglio: rigenerarsi. E per farlo al meglio non c’è modo migliore se non quello di annientarsi completamente. In senso metaforico, ma nel caso dei kamikaze anche fisico”.

Cosa porta un uomo a sacrificare la propria vita per un ‘ideale’? Davvero esiste un Dio – un divino – che chiede l’estremo sacrificio ai suoi ‘fedeli’?

“A differenza della precedente, questa domanda si circoscrive al caso islamico, tanto sciita quanto sunnita. I primi guerriglieri suicidi arabi furono infatti Hezbollah, e dunque sciiti così come gli iraniani che lottavano per deporre lo Scià. Gli ultimi, in particolare quelli di Daesh, sono invece sunniti-wahhabiti. In entrambe le visioni c’è una rielaborazione e una reinterpretazione del concetto di suicidio, che nel Corano è vietato. Immolarsi per difendere Allah in una lotta contro un presunto invasore o un presunto prevaricatore trasforma così il suicida in ‘martire’. Di per sé, però, non è un Dio che lo richiede, è un discorso ‘mortale’ tra ‘mortali’”.

Variamo. Sei molto impegnato, professionalmente, nel mondo editoriale. Che aria si respira nell’editoria italiana, oggi?

“Per quello che possa sembrare a un piccolo editore nato già in tempi di crisi il mercato editoriale è in lenta ripresa. I progetti editoriali seri riescono a resistere alla prova del tempo, e tanti scrittori con background di successo passano volentieri dalle ‘major’ alle case editrici indipendenti. In tal modo tanti lettori possono scoprire un ‘sottobosco’ di valore che poi difficilmente smettono di seguire. Nel mondo del giornalismo l’atmosfera è più tetra. La carta stampata è ormai troppo preoccupata a ‘mantenere le posizioni’, visto il suo lento declino, e non riesce a proporre, influenzare, educare come faceva una volta. Lo stesso ruolo del giornalista viene continuamente delegittimato: dai tuttologi, dai tribunali social, dalla ripartizione degli spazi nelle redazioni, dove le barriere d’ingresso sono abbattute dalle necessità di riempire i buchi lasciati dalle contrazioni del personale. Il mondo del web, di contro, non ha ancora formato una sua etica e una sua deontologia, producendo ciò che solo in questi giorni tutti sembrano aver scoperto: le fake news”.

Ora. A cosa stai lavorando, ora?

“La collana ‘Sedici raggi’ di Idrovolante edizioni, dedicata al Sol Levante, prospera. E di nuovo intorno al Giappone con tutta probabilità si svilupperà la mia prossima pubblicazione: in cantiere c’è un saggio su un Codice militare giapponese diffuso durante la Seconda guerra mondiale e finito tra i libri ‘proibiti’ dalla nuova costituzione nipponica. Per questo non è mai stato tradotto in nessuna altra lingua. Vorrei che l’italiano fosse la prima”.

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