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Uiguri: uno scandalo. Dialogo con Rushan Abbas

Degli uiguri si parla a momenti, quando ci si vuole mettere dalla parte dei deboli senza aizzare le ire dei forti, dilavando la coscienza nell’acido del bene innocuo. Degli uiguri, la minoranza etnica di origine turca, per lo più di religione musulmana, che abita nel Turkestan orientale, lo Xinjiang, si dice a tratti, per amore dei “diritti umani”, solleticando il buon gusto per le opere pie. Vessati da decenni dal governo cinese, “rieducati” nei terribili campi di internamento – memoria del laogai e della disciplina maoista – gli uiguri sono stati, per anni, lasciati a se stessi. Se li si cita è per solleticare la strapotenza cinese, piuttosto strafottente in questioni relative ai “diritti”: insomma, si tratta di danza tra ambascerie, stretti tra pavoneggiamento ed effluvio ipocrita. Qualcosa, dopo anni, sta cambiando: il parlamento britannico ha riconosciuto negli scorsi giorni che contro gli uiguri il governo cinese sta attuando un “genocidio”; nel 2019 22 paesi dell’ONU hanno condannato la detenzione di massa degli uiguri. Il 26 febbraio scorso il “New Yorker” ha pubblicato un reportage, “Inside Xinjiang’s Prison State”, che denuncia gli orrori della persecuzione cinese ai danni degli uiguri; il primo aprile scorso il “Corriere della sera” ha pubblicato il “Diario di una sopravvissuta uigura”, Gulbahar Haitiwaji, ingegnere, riferendosi al suo libro, pubblicato qualche mese fa in Francia: Rescapée du goulag chinois: Premier témoignage d’une survivante ouïghoure. In Italia, da tempo, è la rivista “Bitter Winter” a monitorare la situazione degli uiguri in Cina, parlando, per prima, di “genocidio culturale”. Naturalmente, tra il testimoniare e il fare la strada è lastricata di buone intenzioni e di rare azioni: la III Commissione (Affari esteri e comunitari) del Governo ha presentato una risoluzione, il mese scorso, che impegna il Governo italiano “ad adottare iniziative per adeguare la propria politica in materia di riconoscimento della natura genocidaria delle misure repressive attuate dalle autorità della Repubblica Popolare Cinese nello Xinjiang alle decisioni che saranno assunte in materia dagli alleati dell’Italia, seguendo l’esempio del Canada e dei Paesi Bassi, ed, in particolare, gli orientamenti degli Stati Uniti anche, eventualmente, riguardo alla richiesta di spostare la sede dei prossimi giochi olimpici invernali del 2022”. La risoluzione è firmata da Paolo Formentini e da altri colleghi di parte, di partito (Lega). Che iter seguirà? Vedremo. “I crimini contro gli uiguri devono essere presentati a una corte internazionale e i loro autori devono essere perseguiti”: conclude così il rapporto China’s Genocide in East Turkistan prodotto da Campaign For Uyghurs lo scorso anno. Per capire meglio di cosa si parla, ho contattato Rushan Abbas: classe 1967, donna tosta, ha cominciato a lottare per i diritti degli uiguri e per la democrazia in Cina nel 1985; dal 1989 è negli Stati Uniti, dove ha fondato Campaign for Uyghurs. Nel 2018, probabilmente in reazione all’attivismo di Rushan, il governo cinese arresta la sorella, Gulshan Abbas, medico, accusata di “terrorismo”.

Rushan Abbas: nella fotografia la sorella, Gulshan, arrestata

Perché la Cina opprime gli uiguri?

La persecuzione della Cina contro gli uiguri deriva dalla volontà del Partito Comunista Cinese di avere uno stretto controllo su quelli che crede territori propri. Gli uiguri sono una identità etnica distinta, vivono nel Turkistan orientale, in quella che il PCC chiama regione autonoma uigura dello Xinjiang. Questa regione è ricca di risorse naturali e corrisponde a circa un sesto del continente cinese. Il PCC vuole sfruttare le risorse naturali di quella regione e utilizzare quell’area per alleviare il problema demografico che affligge la Cina.

Cosa intendiamo precisamente per “repressione” degli uiguri?

La repressione in realtà è un vero e proprio genocidio perpetrato da parte del PCC. La repressione si manifesta in molte forme, dalla sorveglianza autoritaria alla creazione di uno stato di polizia. Gli uiguri sono sorvegliati da telecamere, dalla polizia, dai posti di blocco; sono sorvegliati i loro dispositivi, i veicoli, le case. Spesso sono messi in stato di fermo e interrogati; non sono autorizzati a viaggiare o a spostarsi senza un permesso, o per ragioni di lavori.  L’escalation attualmente sta portando alla distruzione della cultura uigura. Gli uiguri sono relegati in campi di concentramento perché praticano la propria religione, hanno la barba, indossa la doppa (il tradizionale cappello uiguro)… In questo momento più di tre milioni di uiguri sono detenuti nei campi. I rapporti dimostrano che accadono torture e violenze sessuali in quei luoghi, che portano troppo spesso alla morte degli uiguri.

Chi sono gli uiguri?

Sono una popolazione turca che si è installata nel Turkestan orientale. Gli uiguri condividono usanze e lingua di altre popolazioni turche: kazaki, uzbeki, azeri. Per lo più sono musulmani. Il PCC afferma che abitano nel Turkestan orientale 12 milioni di uiguri; gli uiguri ritengono che il numero realistico sia di 20 milioni e che siano intenzionalmente sottostimati nelle statistiche di censimento.

Che cosa sta facendo la cosiddetta “comunità internazionale” per aiutare gli uiguri?

La comunità internazionale ha agito con estrema lentezza, ma recentemente ci sono stati degli importanti passi avanti. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che il PCC sta attuando un genocidio contro gli uiguri, e così hanno detto i parlamenti di Canada, Paesi Bassi e ora del Regno Unito. Numerosi thinktanks e organizzazioni per i diritti umani come Newslines Institute e Human Rights Watch hanno pubblicato rapporti in cui si comprende che l’azione della Cina equivale a un genocidio, a un crimine contro l’umanità. Di recente, le Nazioni Unite hanno chiesto di poter avere accesso alla regione degli uiguri.

…e l’Italia?

La Commissione per gli Affari esteri del Parlamento italiano ha proposto una risoluzione per riconoscere la natura genocidaria della repressione che il PCC mette in atto contro gli uiguri. L’Italia, come Francia e Germania, ha richiamato l’ambasciatore cinese dopo le sanzioni congiunte contro i funzionari del PCC attuate da Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada. Che l’Italia possa valutare altre azioni sarebbe importante. Credo che l’Italia potrebbe designare ufficialmente come genocidio quanto il PCC sta facendo nei riguardi degli uiguri. Inoltre, potrebbe lavorare a una legislazione simile allo Uyghur Forced Labour Prevention Act varato negli Stati Uniti che impedisce l’importazione di prodotti provenienti o realizzati nel Turkestan orientale, a causa dell’esteso sfruttamento degli uiguri come forza lavoro. In quanto membro dell’Unione Europea, l’Italia può lavorare per promuovere il rispetto dei diritti umani e combattere il CAI (Comprehensive Agreement on Investment), l’accordo commerciale stipulato tra Cina ed Europa, imponendo sanzioni severe contro il PCC.

Qual è la reazione della Cina alle accuse di “genocidio culturale” ai danni degli uiguri?

La Cina ha sistematicamente negato ogni accusa che le è stata rivolta, modificando di volta in volta la propria posizione. Inizialmente il governo ha negato i fatti, poi, di fronte a prove incontrovertibili, ha affermato che si trattava di un programma di “rieducazione” per far apprendere alcune competenze professionali agli uiguri. Quando le prove hanno dimostrato che i detenuti nei campi erano intellettuali e professionisti, il governo ha detto che stava combattendo il “terrorismo”. La Cina nega regolarmente e colpisce chi produce prove e redige rapporti. Il ministero degli esteri cinese combatte i governi che si sono espressi in favore degli uiguri. Quando i sopravvissuti ai campi hanno raccontato le loro storie di violenze sessuali, di reiterate torture e abusi, il ministero degli esteri ha minimizzato, non lesinando attacchi misogini.

Che cosa si intende per “campi di rieducazione”?

I “campi di rieducazione”, in verità, sono veri e propri campi di concentramento con lo scopo di sradicare la cultura uigura. Nei campi si fa propaganda, nei campi gli uiguri sono costretti ad abiurare la propria cultura giurando fedeltà al PCC e a Xi Jinping. Tra le persone internate, ripeto, ci sono professori, scrittori, medici, filantropi, uomini d’affari di successo. Ci sono madri, padri, fratelli, sorelle, persone come mia sorella Gulshan Abbas, ridotta in schiavitù. All’interno dei campi sono morti in tanti, molti dei quali sono leader religiosi o culturali del popolo uiguro. Violenza e tortura sono attuate in modo sistematico. I campi sono utilizzati inoltre per reclutare forza lavoro: gli uiguri sono costretti a raccogliere cotone o inviati nelle fabbriche a produrre beni esportati nei paesi occidentali.

Dove possiamo ricavare fonti e numeri che testimoniano l’azione della Cina contro gli uiguri?

Le prove e i rapporti che dimostrano la portata del genocidio perpetrato dal PCC contro gli uiguri si possono trovare nel sito di Campaign for Uyghurs Genocide Report. Rapporti recenti sono pubblicati anche da Newlines Institute e da Human Rights Watch.

Qual è il suo ruolo in questo contesto di lotta?

Ho difeso i diritti degli uiguri quando ero una giovane studentessa, guidando manifestazioni per la democrazia alla Xinjiang University nel 1985 e nel 1988. Ho fondato e dirigo Campaign For Uyghurs: la nostra organizzazione lavora per promuovere i diritti democratici e tutelare le libertà del popolo uiguro in Turkestan orientale. Cerchiamo di far focalizzare l’attenzione intorno al genocidio degli uiguri perpetrato dal PCC. Inoltre, offriamo strumenti e competenze per l’attivismo e la difesa di giovani uiguri e donne; abbiamo aperto una piattaforma perché possano condividere le loro storie.  

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