skip to Main Content

William Turner testimone oculare: l’incendio del Parlamento inglese nel 1834

Quando il Parlamento di Londra va a fuoco, William Turner – nasce a Londra il 23 aprile 1775 – non ha dubbi: è buio, lui è un uomo ormai quasi anziano ma appena la notizia lo raggiunge decide di uscire di casa, andare a vedere l’incendio e ritrarlo. Siamo alla notte del 16 ottobre 1834.

Oltre il Ponte di Westminster giganti allucinati in forma di colonne di fumo sembrano agitare le braccia al cielo, lingue di fuoco e volute sempre più ampie di faville accerchiano il Parlamento: è notte fonda eppure il chiarore dell’incendio irradia bagliore irreale tutto intorno, la scena resa ancora più tremenda dal fiume, dove il fuoco si riflette e l’acqua sembra raddoppiarlo.

Tra le fiamme e il fumo si profila spettrale lo scheletro dell’edificio: il Parlamento si sta lentamente consumando smangiato dal fuoco. Tranne la grandiosa Westminster Hall, lì all’incirca dell’anno mille, di tutto il resto non resterà che cenere fumante.

Gli architetti Barry e Pugin lo ricostruiranno in una fantasmagoria neogotica, ma la ferita al simbolo della democrazia britannica è grave: Londra sta perdendo in poche ore uno dei suoi punti di riferimento più antichi.

I riverberi arrivano persino a illuminare a Giorno Westminster Abbey, altro repositorio dell’anima di Londra e della Gran Bretagna. Ma l’abbazia si salverà.

Una folla immensa – forse 10 mila persone – si assiepa su rive e ponti del Tamigi per vedere l’incendio e la fine del Parlamento: s’ingrossa via via, eppure assiste in silenzio.  

Piccolo, corpulento, Turner va e viene senza fermarsi, sembra in preda a un’ossessione: è vicino al ponte di Westminster ma sull’altra riva, a sud. In mano ha un taccuino, vi traccia segni impazienti, lo ripone, lo riapre, delinea infervorato un altro schizzo.

Non contento di avere un solo punto di osservazione, si avventura poi su un battello preso a nolo, lungo l’acqua del fiume che sembra incandescente. Vuole ricordare ogni tonalità di luce, ogni scintilla e fulgore di fuoco: gli schizzi febbrili che sta raccogliendo, li riprodurrà nel retrobottega della cantina in cui lavora per poi riversarli in opera. Sono tutti conservati alla Tate Gallery.

La luce per lui è una sorta di magnete ma il “pittore della luce” ha stentato a lungo ad affermarsi: l’ha indagata a lungo come uno scienziato, ha tenuto conferenze alla Royal Academy, a Parigi ha studiato Claude Lorrain, Poussin e i grandi maestri, in Italia si è immerso nei riflessi del cielo mediterraneo all’inseguimento di ogni sfumatura di colore e ottenuto l’approvazione di Canova. In Inghilterra Füssli l’ha sempre ammirato con entusiasmo, e malgrado tutto ciò le sue opere riscuotono giudizi discordanti. Beve molto, il candore nebuloso del cielo negli occhi aperti, morirà di colera nella sua casa di Chelsea.

Cantore dei contrasti drammatici tra luce e ombra, le sue tele raccontano il realismo lirico di un’Inghilterra che è, sì, metropoli del mondo ma che, con la rivoluzione industriale, ha perso per sempre una parte profonda di sé. La Merry England si sta dissolvendo sotto lo sguardo impotente degli inglesi come i contorni di oggetti e forme nelle sue tele.

Bisogna dipingere ormai quel che non ha più struttura: che s’intuisce, di là dall’evidenza del reale. Turner l’ha sempre saputo.

Non potrà mai dimenticare l’incendio. L’esito sarà un’immersione nelle faville e nelle vampate devastatrici del fuoco che ha visto e nel fumo acre che gli ha irritato gola e occhi. Esistono più versioni dell’episodio, tra schizzi e dipinti.

Uno, L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, qualche mese dopo Turner lo presenterà all’esposizione annuale alla Royal Academy of Arts. Adesso è al Museum of Art di Cleveland.

L’altro, da un punto di osservazione più ravvicinato, si trova al Museum of Art di Philadelphia. Nella tela la prospettiva è vagamente distorta: il ponte chiaro di Westminster sembra slanciarsi in avanti e correre dentro le fiamme rosso dorate del Parlamento, già semi distrutto. Il dipinto si muove da destra verso sinistra, in segno di chiusura, epilogo, assenza di sviluppo: l’edificio riarso è il punto d’arrivo.   

Ma non è questo dipinto che Turner sceglie per la Royal Academy, è l’altro.

La mattina stessa dell’apertura dell’esposizione, all’alba, tra gli operai che sistemano gli ultimi dettagli il pittore è lì a controllare il suo quadro. Pare anzi che abbia dato gli ultimi ritocchi sotto gli occhi degli astanti: d’altronde, quella scena l’ha dipinta – e rivissuta – molte volte.

Da segni decisi di spatola e pennello che segnano lo spazio sulla tela riprende vita la conflagrazione, da un’angolatura più distante: di nuovo, è crepitio di fuoco, pesantezza di fumo e sprazzi porpora, scintille e balenare di fiamme che hanno distrutto il simbolo della storia inglese. Tutto nel quadro risorge, proprio come l’hanno visto i londinesi dalle sponde del fiume.

Un vortice smisurato di fiamme rossastre domina il centro della tela: dietro, più lontane, s’intravedono bianche le torri dell’abbazia di Westminster – davanti, l’acqua blu del fiume raddoppia la distruzione dell’elica di fuoco. L’istante è colto proprio quando una raffica di vento distoglie la vampa dall’abbazia e la spinge verso sinistra. Ancora una volta verso sinistra: il fuoco, quella luce arroventata è la meta.  

S’intravedono gruppi di londinesi saliti su alcune barche per seguire l’incendio dal Tamigi. Il “padre Tamigi” che assiste con loro all’annientamento, che restituisce cadaveri e ricchezze in Dickens, che solca – vasto, immutabile – la “citta irreale” di Eliot. Il Tamigi quasi un altro protagonista del quadro di Turner.

Quando ha finito di posizionarlo, questi esce dalla sala senza voltarsi. I presenti si stringono, più vicini, a guardare: Turner non rifinisce le tele, non scolpisce i particolari secondo dettami di realismo convenzionale: “La mancanza di chiarezza è la mia forza”, dice. Per lui la luce è Dio. Lascia una testimonianza di grandezza, sublime e uncinata di malinconia.

Un blocco di suoi disegni porta la dicitura semplicissima, emblematica: “Cielo”. Le opere dell’ultima fase della sua vita sono tutte variazioni di apoteosi della luce. Argentea di mattina nella campagna inglese. Oro nei tramonti sul mare. Rosa e azzurra di Provenza. Rossa dell’incendio del Parlamento, colore puro ed essenzialità di forme che sublimano la pittura a limiti oltre cui è difficile andare.

Paola Tonussi

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca