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Il canone inverso di Tondelli. Quando “Vicky” spostò l’asse della letteratura italiana sulla riviera romagnola. I suoi eroi? Panzini e Arfelli, Zavattini e Guareschi, Pasolini e Scerbanenco

Un weekend postmoderno a Riccione. Qualche anno fa – l’esito ha una data, il 2015 – ho avuto la fortuna di avventurarmi dentro alcune carte di Pier Vittorio Tondelli, quasi ignote, per lo più ignorate. Il pretesto fu l’edizione numero 53 del Premio Riccione. Che c’entra Tondelli con Riccione? Beh, tra Rimini & Riccione, all’epoca lampeggiante California italiana della dissipazione, dello scialo, della moina sull’edonismo radicale, si compie il genio di PVT. Nello stesso anno in cui Bompiani pubblica Rimini (romanzo bruttino e stagionato), è il 1985, nello stesso giorno in cui compie 30 anni, il 14 settembre, Tondelli vince una sezione del Premio Riccione, il Premio speciale Bignami, per un testo che s’intitola La notte della vittoria (“un’opera dal dialogo asciutto e ironico, che segna l’ingresso in teatro di un giovane autore già noto per i suoi romanzi”, così la comunicazione della giuria), che PVT, tramite una lettera del 3 settembre 1985, dieci giorni prima della serata di gala, rinomina Finali di partita per poi battezzarlo Dinner Party, testo, per la verità, mai andato in scena ad autore vivente. Per la cronaca, dalla bagarre del premio fu escluso un altro scrittore quasi coetaneo di Tondelli e baciato da analogo successo, Andrea De Carlo, che aveva partecipato con Time Out, su partitura di Ludovico Einaudi.

Dagli Archivi del Premio Riccione, una lettera di Pier Vittorio Tondelli a Nico Naldini

Antologia della letteratura adriatica. Premessa: gli archivi del Premio Riccione sono una miniera. Quasi inesplorata. Nel 1947, ormai è storia bibliograficamente acquisita, è passato dal Premio Riccione Italo Calvino, con Il sentiero dei nidi di ragno (da leggere lo studio eccellente di Andrea Dini, Il Premio nazionale “Riccione” 1947 e Italo Calvino, 2007). Costretto a vincere per ragioni “di partito”, il romanzo sulla Resistenza sarà pubblicato qualche mese dopo da Einaudi, surfando sull’alloro riccionese. Ma da Riccione sono passati in tanti, da Enzo Biagi (erano gli anni Cinquanta e il futuro giornalista sperava di far fortuna come drammaturgo) a Tullio Pinelli, da Enrico Vaime a Dacia Maraini (che vince tre edizioni), da Franco Quadri a Luca Ronconi e Ugo Chiti. Lasciando manoscritti, lettere, telegrammi e documenti vari. E soprattutto, una storia ancora da narrare e documentare. Come quella di Tondelli e della sua impresa più importante: costruire “una grande mostra sulla città di Riccione”, o meglio, “fare di Riccione la città mitica dell’immaginario italiano di questi ultimi sessant’anni”, attraverso un potente lavoro di ricerca letteraria. L’ambizione di Tondelli ha successo: la mostra-monstre Ricordando Fascinosa Riccione, dedicata a investigare “Personaggi, spettacolo, mode e cultura di una capitale balneare” si realizza il 22 giugno del 1990, è cementata in un catalogo edito dalla bolognese Grafis e ripreso (ampliato e analizzato) nel 2005, all’interno del libro curato da Fulvio Panzeri, Riccione e la Riviera vent’anni dopo (in questo caso, stampa Guaraldi). Nello specifico, Tondelli si occupa di Immagini letterarie di Riccione e della riviera adriatica, costruendo una antologia di autori che va da Sibilla Aleramo a Valerio Zurlini, passando per la Romagna di Alberto Arbasino (in Fratelli d’Italia), per le poesie di Tonino Guerra e di Raffaello Baldini, per l’Igea Marina di Giovannino Guareschi e naturalmente per la Rimini di Tondelli medesimo. L’esito, secondo gli appunti privati di Tondelli, è che la “storia letteraria della riviera adriatica non ha nulla da invidiare a quella di Viareggio così ricca di premi, presenze e pagine prestigiose”, insomma, “si pensa sempre alla riviera adriatica come un luogo balneare pop e middle class. In parte è vero. Ma la nostra ricerca dimostra che questi luoghi hanno un passato non solamente esclusivo, ma anche intellettuale assai prestigioso”. Tondelli lotta contro l’immaginario della Riviera trash (sono quelli gli anni di Rimini, Rimini e di Abbronzatissimi), esalta Il mare d’inverno (in un celebrato articolo su “Rockstar” del 1989), dove la spiaggia di Riccione si converte in qualcosa di esistenziale che sta tra il “deserto nordafricano” e l’inquietudine “in riva all’oceano, nel Maryland o nel Delaware”, bastona “i nostri scrittori, democratici e pop, [che] preferiscono altre mete. Si turano il naso: Riccione? Per l’amor di Dio! Rimini? Basta, basta! E non hanno mai messo piede su questa spiaggia”.

Un biglietto autografo di Tondelli a “Marolì”, mitica factotum del Premio Riccione

Il canone inverso. La conversione passa, si sa, per l’atto culturale. Tondelli ce la mette tutta. “Non dico che abbiamo avuto dei premi Nobel, ma basterebbe valutare l’importanza di queste spiagge nell’opera di autori del Novecento per parlare di un ruolo importante nella prosa novecentesca”, scrive, ancora, in quel foglio inedito. Nel suo “canone inverso” Tondelli, aiutato dal professore bolognese Alberto Bertoni e con qualche dritta di Ezio Raimondi, imbarca Alfredo Panzini e Dante Arfelli, Alfredo Oriani e Riccardo Bacchelli, Marino Moretti, Renato Serra, Cesare Zavattini, Guido Piovene, Giorgio Scerbanenco (“le spiagge di Rimini, di Riccione e di Cervia devono essergli parse il contraltare estivo della Milano in cui si muovono i suoi ruffiani”), Filippo De Pisis, Francesco Leonetti. Una squadra che non scherza. E che Tondelli avrebbe voluto esaltare costruendo una sezione degli “antecedenti letterari”, compilando “una piccola antologia tematica sul mare: Dante, Tasso, Daniello Bartoli, Ippolito Nievo”. A questa antologia anticanonica Tondelli lavora come un matto, per due anni. Gli archivi del Premio Riccione testimoniano l’opera attraverso una ricca massa di lettere inedite: a Einaudi, alla Fondazione Mondadori, a Feltrinelli. E in particolare a Tonino Guerra (“potresti essere così gentile da orientarmi nella ricerca?”), a Maria Corti, a Nico Naldini (“Le scrivo dunque per chiederle, in riferimento al suo prezioso lavoro su autori come Comisso o Pasolini, se può segnalarmi qualche pagina o aneddoto riferito alle villeggiature riccionesi”), grazie al quale ottiene le fotografie di Pier Paolo Pasolini giovinetto sulla spiaggia di Riccione e le prime testimonianze scritte del poeta: “una lettera di Pier Paolo bambino a suo padre da Riccione”, oltre agli “originali autografi dei Quaderni Rossi di Pasolini, dove appunto si parla di Riccione” (Naldini). Una lettera al figlio di Guareschi, poi, testimonia la passione di Tondelli per Giovannino (“non poteva mancare la presenza di Guareschi…”), i cui libri “ho poi avuto modo di leggere con grande godimento e piacere”. Tondelli – più decadente che avanguardista – ha capito che i luoghi esistono finché uno scrittore si ostina a setacciarli: se Cesare Pavese vedeva l’Ohio nelle Langhe, Pier Vittorio sognava la costa americana da una spiaggia romagnola. Che poi la Riviera non sia più “discoteche fino al mattino”, “amoreggiare dietro le cabine al chiar di luna”, “sepolto di garganelli e piadine durante il giorno, a prendere il sole nel tardo pomeriggio in compagnia di qualche belva” è un fatto, si sa. I luoghi cambiano e gli scrittori attualmente dormono. (Davide Brullo)

*In copertina: Pier Vittorio Tondelli a Riccione, fotografato da Fulvia Farassino

 

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