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	<title>William Congdon Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 May 2019 09:01:10 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Sono il mostro di me stesso… passai dal manicomio al monastero. Con William Congdon in cortile”: il racconto alieno di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 May 2019 09:01:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[William Congdon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>PSICHIATRIA. 6 Da quanto era grosso, sembrava un bambino cresciuto a dismisura. Non incuteva timore. Aveva una barba a forma di zucchero filato e tanta voglia di disegnare. Lo sguardo era gentile, quando mi mostrava i suoi disegni. G, da qualche parte li conserva ancora. Non ricordo il suo nome ma, quella garbatezza anestetizzata a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>PSICHIATRIA. 6</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da quanto era grosso, sembrava un bambino cresciuto a dismisura. Non incuteva timore. <strong>Aveva una barba a forma di zucchero filato e tanta voglia di disegnare. Lo sguardo era gentile, quando mi mostrava i suoi disegni.</strong> G, da qualche parte li conserva ancora. Non ricordo il suo nome ma, quella garbatezza anestetizzata a dovere mista a occhiaie gonfie e scure, ogni tanto fa capolino nei meandri della vita. Da lì a breve, ci avrebbero fatti uscire entrambi. Ci saremmo così ritrovati per strada, un’ultima volta, come a siglare un addio, quasi a volerci tenere per mano, come fanno i bambini. Mi disse, tremando, che stava allestendo un affresco per una parete di una chiesa&#8230; e io, gli credetti all’istante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MONASTERO. 1</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A pensarci bene, tremavo anch’io. <strong>Quelle due settimane in psichiatria erano volate come una rondine che deve annunciare la primavera al cielo intero. Quattordici giorni urlati a Dio, ululati al vento. E adesso che facevo? Uscivo dal manicomio, per tentare di essere riammesso in società. Uno shock via l’altro: papà che muore, danzare tra i folli, riuscire allo scoperto.</strong> Non si è mai pronti a nulla, vero? G, aveva paura a stare in un parco giochi. Figuriamoci a riprendere gli studi universitari. Tutto era diverso, tutto era cambiato. «Non sono più io, non ce la faccio. Non riesco a fare niente!» Fu così che mia sorella, risoluta, mi portò da un monaco suo amico. Sfrecciare in autostrada verso qualcuno, per avere il nitore dell&#8217;ebbrezza addosso, sembrava il gesto da compiere. Tutto era nuovo per me. Dovevo ricominciare da capo. E non lo sapevo, non lo avvertivo nemmeno. Temevo ogni cosa. Il paesaggio all&#8217;improvviso cambiò. Arriviamo in un paese di provincia. Entriamo nella campagna, circondata da rogge; le case si diradano. Immediatamente, l&#8217;auto sterza a destra, proseguiamo dritti su una strada sterrata, abbracciata da alti alberi affusolati. E ci fermiamo. <strong>Quello che doveva essere un monastero, stava incluso nel silenzio di altri mondi. Entriamo nel cortile. William Congdon parla con un uomo in saio marrone e sandali. Il loro sorriso sarà l’ennesimo presagio al mio destino?</strong> Ma io non so nemmeno chi sono; che cosa ci faccio qui; soprattutto, cosa voglio e devo fare della mia vita?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Entriamo nella piccola chiesa, situata in un cantuccio del cortile. La chiesa è vuota. Il silenzio vibra ovunque. Poi. Eccoli. Suona una campanella, sono le tre del pomeriggio. Arrivano disciplinati, uno dietro l’altro, i monaci. <strong>Con sguardo severo o occhi a uncino, si siedono attorno all’altare, e iniziano a cantare pregando. Mi si sgretolano le lacrime.</strong> Tengono aperto tra le mani il libro dei salmi e cantano. Chinano la testa a volte, come per inginocchiarsi. Mi pare che in quell&#8217;atto, il mondo tremi. “Non morirò, resterò in vita&#8230; che cosa può farmi l&#8217;uomo?&#8230; non temerò l’assalto di mille nemici&#8230; Mi avevano spinto con forza per farmi cadere&#8230;”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Tu sei Giobbe, vero?» mi domanda un monaco pelato, baciandomi e abbracciandomi nel cortile, con un sorriso che disarma, proprio di chi è stato abbattuto e folgorato, un tempo, dalla vita e nello spirito. </strong>Non gli rispondo. «Vieni con me G, parliamo un po’» In mezzo ai campi, la paura si disfa e si rifà da sola, e il frumento che ci sfiora in mille pezzi sembra l&#8217;indizio di qualcosa di nuovo. Sono la tragedia fatta persona, eppure monaco Michele non ha fretta. Mi ascolta. Sembra apposta lì per me&#8230; Se un dio esiste, forse ora è ai miei piedi, e mi sta ascoltando.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Quanti anni ha, signor G?» Chi questa volta poneva la domanda, era uno psichiatra emerito, uno tra i migliori in circolazione. Diciamolo, due persone hanno letteralmente preso per i capelli G e lo hanno risollevato da quel fango nel quale si era conficcato, a causa della malattia o meno.</strong> Suona strano, ma un monaco e uno psichiatra mi hanno teso la mano, nel tempo, e io gliel’ho stretta forte, per far capire che mi fidavo. «Cosa sta studiando all’università?»&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il fango lentamente ‒ come le mie lacrime di prima ‒ si sarebbe sgretolato. Al momento, però, era duro come cemento. Sembrava la gabbia che mi teneva prigioniero insieme a mille ossessioni. Ero senza umanità, perché l&#8217;avevo persa. Un’umanità che avrei dovuto, poco a poco, riconquistare. Ci sono voluti anni. Ricadute. Sofferenze. Battaglie. Occorrevano forti desideri. Bisognava ritrovare la poesia e il suo fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">‒ Non riesco più a leggere, dannazione! Nemmeno una pagina al giorno. Non leggo e non ho ancora la voglia di farlo. <strong>Non riesco ad alzarmi presto la mattina. Sono tutto un’obiezione. Mi sembra di camminare con addosso pesi e pesi invisibili. Sono il mostro di me stesso.</strong> Chiuso in un silenzio che non ha nulla a che spartire con la timidezza. Non mi laureerò più. Che sarà di me? Faccio fatica di ora in ora. Le mie giornate iniziano verso mezzogiorno e terminano la sera presto. Sono dentro a un incubo. Non trovo un senso, non ho passioni né voglie. Sono un urlo che grida nell&#8217;anfratto silenzioso dell&#8217;eternità. Vorrei uscirne. Ma non ci riesco. Non ci riuscirò mai. Mai! È la fine.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Invece non era la fine. Con molta fatica, ripresi ad andare all’università, ripresi a cantare in un coro, preparai un personaggio in una recita teatrale. Non avevo stimoli, ma tentai di fare ugualmente tutte quelle cose. <strong>Tentai. Perché se non ci provavo, i fantasmi mi avrebbero portato via, divorandomi.</strong> Tentare, per poter contare le stelle in cielo almeno una volta ancora nella vita. Per poter dire un giorno a qualcuno ‒ forse più bisognoso di me ‒ “ci ho provato, e ci sono anche riuscito, sai?”</p>
<p style="text-align: justify;">Come se il bene ricevuto, prima o poi, andasse liberamente ricambiato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: William Congdon (1912-1998), nella fotografia di Elio e Stefano Ciol </em></p>
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