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	<title>Walt Whitman Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 27 Feb 2026 04:59:43 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio canto nella foresta</title>
		<link>https://www.pangea.news/trattato-di-boscoritmia-grazia-frisina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 04:58:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[boscoritmia]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele d'Annunzio]]></category>
		<category><![CDATA[Grazia Frisina]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Walt Whitman]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La densa foresta emana fluide risonanze.[1] Così canta il verso dell’entusiasta bardo della prateria e dei monti, delle città e dei paesi, delle genti e della vita intera: Walt Whitman – la cui voce qui, di tanto in tanto, si udrà.&#160;&#160;La stessa fluida risonanza l’ho incontrata leggendo&#160;Il canto del mondo&#160;di Jean Giono, in cui si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>La densa foresta emana fluide risonanze.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn1"><sup><strong>[1]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Così canta il verso dell’entusiasta bardo della prateria e dei monti, delle città e dei paesi, delle genti e della vita intera: Walt Whitman – la cui voce qui, di tanto in tanto, si udrà.&nbsp;&nbsp;La stessa fluida risonanza l’ho incontrata leggendo&nbsp;<strong><em>Il canto del mondo</em>&nbsp;di Jean Giono</strong>, in cui si narra l’odissea di due personaggi, Antonio e Marinaio, alla ricerca del figlio di questi, il gemello. Soventi sono i passaggi in cui i fatti e le azioni s’inquadrano in uno scenario naturale, dove proprio il bosco, con tutta la sua aurorale vitalità, è una rimarchevole presenza, tanto da supporre che, nel susseguirsi delle pagine, sia proprio lui il vero agente, il deus ex machina del romanzo, il protagonista delle vicende che si dipanano in un crescendo di incontri, di colpi di scena e sensazioni. Non si può non rimanere incantati dinanzi alle sequenze descrittive di misurata e icastica espressività.&nbsp;<em>Il canto del mondo</em>: subito il titolo, al di là della narrazione, induce a pensare a una musicalità che proviene dalla terra, dalla natura, da tutti gli esseri, viventi e non.</p>



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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Era un lungo soffio sordo, un brontolio di gola, profondo, un lungo canto monotono in una bocca aperta. Si estendeva per tutta l’ampiezza delle colline coperte di alberi. Era in cielo e sulla terra come pioggia, arrivava da tutte le parti al tempo stesso e lentamente fluttuava come una pesante onda mormorando nel corridoio tra i valloni. In sottofondo a quel rumore, lievi fruscii di foglie zampettavano come topi. Cominciavano, scrosciano da un lato, poi scivolavano sulle scale dei rami e si sentiva rimbalzare un leggero schiocco, fievole come una goccia d’acqua attraverso un albero. Da terra si levavano dei gemiti che salivano pesantemente nella linfa dei tronchi fino alla biforcazione dei rami più grandi.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn2"><sup><strong>[2]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Durante la lettura, con un moto spontaneo di connessioni sinaptiche, sul medesimo argomento, altri richiami letterari sopraggiungevano, in primis la tanto studiata&nbsp;<strong><em>La pioggia nel pineto</em>&nbsp;di Gabriele d’Annunzio</strong>, con quell’imperioso invito, già nel verso d’apertura, a un incondizionato tacere, per porsi in un attento e stupefatto ascolto di inusitate parole musicate dal disuguale ticchettio della pioggia su ogni elemento della pineta.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Taci. Su le soglie</strong><br><strong>del bosco non odo<br>parole che dici<br>umane; ma odo<br>parole più nuove<br>che parlano gocciole e foglie<br>lontane.<br>Ascolta.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn3"><sup><strong>[3]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>E mi s’affaccia ora alla mente il bosco <em>di color fosco </em>del settimo cerchio nel girone infernale dei suicidi, dove <strong>Dante</strong> crede di udire voci quasi umane traboccare dai cespugli spinosi là intricati finché, con grande turbamento del poeta, l’incredibile rivelazione: un urlo e un sanguinamento.</p>



<p><strong>Allor porsi la mano un poco avante<br>e colsi un ramicel da un gran pruno;<br>e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.</strong><br><br><strong>Da che fatto fu poi di sangue bruno,<br>ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?<br>non hai tu spirto di pietade alcuno?&nbsp;<br><br>Uomini fummo, e or siam fatti sterpi…”<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn4"><sup><strong>[4]</strong></sup></a></strong></p>



<p>È il pietoso incontro con Pier delle Vigne. Così come Virgilio, guida e fonte ispiratrice di Dante, narra del pianto, dischiuso in accorate parole, provenienti da un rametto spezzato da Enea: è il corpo martoriato di Polidoro trasformato in mirto: –&nbsp;<em>gemitus lacrimabilis imo auditur tumulo, et vox reddita fertur ad auris: ‘quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto…&nbsp;</em><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn5"><sup>[5]</sup></a><em>–</em></p>



<p>Tre secoli dopo l’Alighieri, anche&nbsp;<strong>Torquato Tasso</strong>&nbsp;ripropone un analogo episodio: Tancredi che, in uno slargo della stregata selva di Saron, con la spada ferisce la corteccia di un eccelso cipresso, da cui&nbsp;<em>Allor, quasi di tomba, uscir ne sente/ un indistinto gemito dolente.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn6"><sup><strong>[6]</strong></sup></a>&nbsp;</em>È il pianto di Clorinda, la guerriera pagana, di cui il paladino cristiano è innamorato, ma da lui stesso inconsapevolmente uccisa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="812" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Antonin_Slavicek_-_Birch_Mood-1024x812.jpg" alt="" class="wp-image-106473" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Antonin_Slavicek_-_Birch_Mood-1024x812.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Antonin_Slavicek_-_Birch_Mood-300x238.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Antonin_Slavicek_-_Birch_Mood-768x609.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Antonin_Slavicek_-_Birch_Mood-600x476.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Antonin_Slavicek_-_Birch_Mood.jpg 1362w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Antonín Slavíček, <em>Nel bosco</em>, 1897</figcaption></figure>



<p>Talché, di rimando in rimando, mi è nato il proposito di riprendere in mano alcune di quelle passate letture, per riportarne qui lacerti e brani: più che un florilegio, un camminamento fra autori italiani e stranieri, come facessero da bussola grazie alla quale orientarsi, sostando qua e là in qualche loro pregevole pagina. Un’imaginifica passeggiata fra i libri che, senza pretesa di esaustività, darà solamente una parziale dimostrazione&nbsp;<strong>di come la malìa delle foreste, in particolare in ambito acustico, abbia attratto scrittori di tutti i tempi.</strong>&nbsp;I loro scritti offrono ancora, al nostro piacere di lettori, squarci di vita, col suo carico di effimera felicità, sofferenze, illusioni e morte, la cui limpida forma ancora riverbera in noi.&nbsp;</p>



<p>In letteratura vari sono gli esempi in cui l’ambientazione silvestre è un topos ricorrente che in sé concentra, tra segni, simboli e allegorie, molteplici significati e valenze. Non rare le volte in cui la sua sonorità non è soverchio abbellimento, non fa da semplice cornice, da sfondo o colonna sonora a una narrazione, è bensì assoluta protagonista, parte rilevante della storia che imprescindibilmente s’intreccia alle vicende raccontate, ai personaggi, ai loro stati d’animo, al loro intimo mondo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>La botanica, con le sue ricerche, lo ha verificato – e qui non se ne dubita la validità –: nell’aria, nel bosco c’è un volteggiare continuo di particelle, di molecole chimiche trasmesse dalla vegetazione: la prova, a detta degli esperti, che le piante, organismi senzienti, ricevono, emettono e scambiano segnali,<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn7"><sup>[7]</sup></a>&nbsp;con cui parlano e comunicano informazioni, messaggi volatili, che non sappiamo decodificare.</p>



<p>Così filosofi, narratori e poeti, ciascuno nel proprio campo e col proprio congeniale stile e animo, hanno dato foggia, nelle loro opere, a questo singolare fenomeno, lasciandoci pagine di rarità e fascinazione.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Non finisco di meravigliarmi di simili apparizioni, di simili gesti e di simili suoni che esprimono, nonostante che quelli non abbiano l’uso della parola, una specie di eccellente discorso muto.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn8"><sup><strong>[8]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>È pomeriggio, raggi d’un esausto sole, intessuti a voli di storni, vagolano sopra collina. Ci s’incammini in un sentiero verso il bosco. Presto i nostri sensi ci permettono una minuta conoscenza, innanzitutto la vista, se ben affinata, ce lo conferma: arbusti e piante bisbigliano, gli alberi fra loro dialogano. Basti guardare come protendono acrobaticamente i tronchi, le loro chiome, gli intrighi nodosi dei rami che, superando ogni ardita posa artistica, s’inerpicano verso una direzione o un’altra, sulle vie dell’infinito, sempre avidi di cielo, scossi e scolpiti da bufere o brezze.&nbsp;<em>Dicono qualcosa, danza e canto, al di là di ciò che comunicano?</em><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn9"><sup>[9]</sup></a></p>



<p>O basterebbe chinarsi un poco a sbirciare tra il tenebrore del sottobosco, muschi licheni rovi formiche, così saturo di fruscii e d’insonne fermento; là sotto osservare i riflessi, l’ombreggiatura tra foglia e foglia,&nbsp;&nbsp;<em>il silenzioso dialogo della luce con l’oscurità in cui desidera germinare.</em><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn10"><sup>[10]</sup></a>&nbsp;Sembra che insieme si adoperino a comporre un annuncio, un fraseggio per anni pazientemente trattenuto, a inscenare una mimica cantata, o piuttosto a sciogliere un ingroppato ciangottio per avvertire di un incombente pericolo, di una presenza minacciosa, come le bianche farfallette divoratrici del&nbsp;<em>Bosco vecchio.</em></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«È da agosto che tutte le notti il bosco si lamenta. Nessuno dei miei compagni sa dire perché. Ma tutti sentono qualcosa che va male. Anch’io, anch’io lo sento. È come una minaccia. Tutte le notti è così, anche il mio albero chiama. Posso dire d’intendermi di abeti», e qui fece un triste risetto, «ma non capisco cosa stia per capitare. Come se una malattia covasse dentro di noi; e noi non la conosciamo.» […] Per l’intero Bosco Vecchio oscillavano queste silenziose altalene. Dovunque era un rodere, un masticare, un volteggiare nell’aria, uno scambiarsi di richiami, un ignobile ridacchiare di compiacenza. Fosse sole o pioggia, i bruchi acrobati continuavano a rimpinzarsi.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn11"><sup><strong>[11]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Ma ecco – attenzione! – strane parole giungono: è un albero che sta per raccontare un incontro, l’approssimarsi di un uomo, un corpo quasi simile al suo. È un musico-poeta; ha con sé uno strumento la cui seducente musica lentamente opera una magia: un mirabile mutamento nell’albero parlante e in tutti i suoi&nbsp;<em>fratelli</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="612" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Albert_Bierstadt_-_Among_the_Sierra_Nevada_California_-_Google_Art_Project-1024x612.jpg" alt="" class="wp-image-106474" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Albert_Bierstadt_-_Among_the_Sierra_Nevada_California_-_Google_Art_Project-1024x612.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Albert_Bierstadt_-_Among_the_Sierra_Nevada_California_-_Google_Art_Project-300x179.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Albert_Bierstadt_-_Among_the_Sierra_Nevada_California_-_Google_Art_Project-768x459.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Albert_Bierstadt_-_Among_the_Sierra_Nevada_California_-_Google_Art_Project-1536x918.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Albert_Bierstadt_-_Among_the_Sierra_Nevada_California_-_Google_Art_Project-600x359.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Albert_Bierstadt_-_Among_the_Sierra_Nevada_California_-_Google_Art_Project.jpg 1807w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Albert Bierstadt, <em>Nella Sierra Nevada</em>, 1867</figcaption></figure>



<p>Quel semidio incantatore – lo conosciamo – è Orfeo, prima che egli compia&nbsp;il suo prodigioso e, nel contempo, tragico viaggio nell’aldilà.</p>



<p>[…] Fui il primo a vederlo, perché crescevo<br>sul pendio del pascolo, oltre la foresta.<br>Era un uomo, pareva: i due<br>steli in movimento, il tronco corto, i due<br>rami-braccia, flessibili, ciascuno con cinque ramoscelli<br>senza foglie alle estremità,<br>e la testa incoronata d’erba bruna o dorata,<br>che portava un volto non come il volto beccuto di un uccello,<br>ma più simile a quello di un fiore.<br>    Portava un peso fatto<br>di un ramo tagliato e piegato quand’era verde,<br>con fili di una liana tesi sopra di esso. Da questo,<br>quando lo toccava, e dalla sua voce —<br>che a differenza di quella del vento non aveva bisogno<br>delle nostre foglie e dei nostri rami per compiere il suono –&nbsp;<br>    veniva l’increspatura.<br>Ma ormai non era più un’increspatura (si era avvicinato e<br>si era fermato nella mia prima ombra): era un’onda che mi bagnava<br>come se la pioggia<br>salisse dal basso e tutt’intorno a me<br>invece di cadere.<br>E ciò che sentii non era più un formicolio secco:<br>mi pareva di cantare mentre lui cantava, […]<br>  Si avvicinò ancora, si appoggiò al mio tronco:<br>  la corteccia fremette come una foglia ancora ripiegata.<br>Musica! non c’era ramoscello di me che non<br>    tremasse di gioia e di paura.<br>[…]</p>



<p>  Ero di nuovo seme.<br>    Ero felce nella palude<br>      Ero carbone.<br>E nel cuore del mio legno<br>(così vicino ero a diventare uomo o dio)<br>c’era una sorta di silenzio, una sorta di malattia,<br>[…]<br>il suolo che si sollevava e si spaccava, il muschio che si lacerava —<br>e dietro di me gli altri: i miei fratelli<br>dimenticati dall’alba. Nella foresta<br>anch’essi avevano udito<br>[…]<br>  Ma la musica!<br>    La musica ci raggiungeva.<br>Goffamente,<br>inciampando nelle nostre stesse radici,<br>  frusciando le foglie<br>    in risposta,<br>ci muovevamo, seguivamo.<br>Tutto il giorno seguimmo, in salita e in discesa.<br>  Imparammo a danzare<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn12"><sup>[12]</sup></a><br></p>



<p>Sta passando il giorno. Una luce appena indorata si dispiega più lontana sulle strade. Ora, proprio come Orfeo, si provi a varcare la soglia dell’Erebo, ad affondare un immaginario passo nel profondo, tra le radici – non una sepoltura, non un torpore: laggiù è l’arbitrio – celato a tutte le nostre percezioni, a raffigurarsi quei sotterranei miceli e radichette che serpeggiano, con strambi contorcimenti s’allungano, e non per insignificante casualità, s’allungano fino ad intrecciarsi ai loro consimili in un arcano, sincronico sodalizio.&nbsp;<strong>Con un’attenta postura rabdomantica allora sì potremmo captare il loro foltissimo, assorto confabulare, nel fango, nel buio, assieme al brulicante popolo di funghi topi larve lombrichi e millepiedi: un pulsare di vita sommersa</strong>. S’insapora un’eco,&nbsp;<em>ricamata nel profondo della terra.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn13"><sup><strong>[13]</strong></sup></a></em>&nbsp;Un’ipogea, oscura, mutante corale che mai cessa.</p>



<p><strong>Cresci come incerta vocazione, o selva…<br>Cedi come adeguato sonno sommo…</strong></p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;  Somme voci sommesse<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Somme di voci sommesse<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Somme di dei panta-hrei.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn14"><sup><strong>[14]</strong></sup></a></strong></p>



<p>Nulla s’arresta. Tutto scorre. Andare!&nbsp;&nbsp;Andare fuori dall’abituale contesto. Dunque, rallentando il passo, ci s’inoltri all’interno del bosco, o si sosti sul limitare di esso: necessario fare notte negli occhi, vuotare l’orecchio stipato di ostinati fragori, schiudere le porte della coclea, del nostro interiore labirinto, in cui ospitare e custodire il paesaggio sonoro portato dall’aria.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>La tenebrosa notte il guardo oscura,<br>ma acuto fa l’orecchio oltre misura;<br>onde, per quanto ne soffra la vista,<br>doppio vantaggio l’udito ne acquista.<br>Non gli occhi miei, Lisandro, t’hanno trovato;<br>gli orecchi, lor mercé, qui m’han guidato.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn15"><sup><strong>[15]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Deporre ogni ingombro e ogni gravezza, scarnirsi da ogni resistenza, da ogni appetire di volontà e bisogni; essere nello spossesso, senza attendere, senza alcuna intenzione.<strong>&nbsp;</strong>Fare silenzio in sé – siamo nel cuore del bosco, nella sua ritmia, il mondo è distante. –&nbsp;<strong>Respirare la propria nudità, per una contemplazione solamente uditiva: c’è un universo da ascoltare, da esplorare intimamente.</strong></p>



<p>Allora si potrà udire,&nbsp;<em>oltre il musico crosciare delle foglie calpestate dai miei piedi</em>,<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn16"><sup>[16]</sup></a>&nbsp;un allargato e teso vocio, ora fioco e palpitante, ora fremente e doloroso. – Che cos’è? – Un’acustica folata che sfiora la pelle, che pare voglia risvegliare il corpo, le vene, scuotere le assopite linfe, gli inabissati sentimenti.&nbsp;&nbsp;– Da dove proviene? verso quale direzione va? – Un galleggiare libero e spirante, senza orizzonti, né confini, un incedere cangiante che è meraviglia! – Un incanto che induce a frugare quel vocalizzo fuori dal tempo, fuori dall&#8217;esperienza umana. Un incanto che tenta.</p>



<p>Ecco, provare idealmente a volgerci là dove la smorzata, indefinibile musica crediamo provenga e accorgersi presto di non riuscire a seguirla come fosse una chimera o l’effimera favilla di una cometa che dilegua nel nulla. Una deriva malinconica che si vorrebbe raggiungere, afferrare solitaria nella sua intangibile interezza, che apra un varco nella mente o nel cuore, che s’infiltri, nenia o semplice fonema, nel punto più ferito del nostro battito, che interpreti, più che il nostro pensiero, il nostro essere, inconcluso e frammentato.&nbsp;<strong>Sentirla struggentemente collimare col nostro tempo soggettivo. Ascoltarla, nell’abbandono, vissuta in noi, piccola oscillazione nel didentro, affinché fra essa e il nostro sangue sgorga un’assonanza, un’insolita, seppure debole e manchevole, eufonia.</strong>&nbsp;Sentirla sbucare dal profondo come germoglio di pianto che non sapeva uscire.</p>



<p>O piuttosto semplicemente stare, inermi e di noi stessi dimentichi. Nella privazione. Spoglia cavità. Pura ricettività. Arrestandosi senza cercare, né voler distinguere i contorni delle singole cose, né volerne scandagliare lo spettro delle frequenze ultrasoniche, la sostanza dei suoni, né capirne l’origine, la causa, ma permettere che sia quella stessa perduta sinfonica suggestione liberamente a tornare inaspettata e intrisa del respiro dell’humus, di ignoti echi muscosi, – ecco l’essenza, la grazia! – a rivestirci di una nuova pelle,<em>&nbsp;purificati frugali anche noi/ come voli alberi erbe fruscii,<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn17"><sup><strong>[17]</strong></sup></a></em>&nbsp;a sbigottire l’anima.&nbsp;</p>



<p><strong>Di domenica, se il vento era favorevole, udivo talvolta le campane di Lincon, Acton, Betford e Concord – una melodia lieve, dolce e, per dir così, naturale, degna d’esser lasciata penetrare nella solitudine boschiva. Quando vibra al di sopra dei boschi, a sufficiente distanza, questo suono acquista un certo ronzio vibratorio, come se gli aghi dei pini, all’orizzonte, fossero le corde pizzicate di un’arpa. Ogni suono udito alla maggiore distanza possibile produce un unico e identico effetto, fa vibrare la lira dell’universo, esattamente come l’atmosfera che è frapposta rende più interessante ai nostri occhi una cresta di monti lontani, per l’azzurro colore che le imparte. In questo caso, io venivo raggiunto da una melodia filtrata attraverso l’aria e che aveva conservato con ogni foglia e ogni ago del bosco; quella parte del suono che gli elementi avevano raccolto, modulato e ripetuto di valle in valle. Fino a un certo punto, l’eco è un suono originale, e in ciò risiedono il suo fascino e la sua magia. Non è solo la ripetizione di ciò che valeva la pena fosse ripetuto nella campana, ma, in parte, è la voce stessa del bosco, le identiche e comuni parole e note cantate da una ninfa di quei luoghi.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn18"><sup><strong>[18]</strong></sup></a></strong></p>



<p>Note cantate, rumori e suoni: centinaia e centinaia le lingue, le bocche, gli interpreti, i nascosti suonatori: la voce del bosco</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>nei boschi primitivi risuonano rumori, l’ululato del lupo, il ruggito della pantera, il roco bramito dell’alce<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn19"><sup><strong>[19]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>e poi la corsa di bestie selvatiche all’inseguimento di prede in fuga, il maschio della cincia nel canto amoroso, il ritmato e ripetitivo assolo del picchio che batte veloce sul tronco del faggio, l’incontenibile rumorio dei mosconi intorno a una drupa marcita, il gorgoglio del ruscello, il brusire del leccio, lo sgusciare tra il timido e lo spavaldo di una lucertola, la fitta pioggia persuasa a cantare su e con ogni elemento o la nebbia nel suo sordo materno avvolgere, pacificando o risvegliando, ogni cosa.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Banchi di foschia aleggiavano sul fiume e tra le montagne piene di un mistero d’argento. Il mondo iniziava a cantare sommessamente sotto gli alberi.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn20"><sup><strong>[20]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Un andamento dialogico, febbrile e pausato, spiroidale dall’alto al basso, dal basso all’alto, verticale e orizzontale, tangibile e trasparente, zoppo e risoluto, vicino e remoto. Rotante: un’alata musicale giostra di libertà,&nbsp;<em>quella che può andarsene e nascondersi, quella che non dà mai la sicurezza di fermarsi, quella che procede volando.</em><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn21"><sup>[21]</sup></a></p>



<p>Una danza. Tra minuti e disadorni movimenti, elementari cadenze, placide e ariose, in sordina, diradati acuti, tenaci gocciolii capaci infine di prorompere in modulazione impervia, tuttavia tenera di verde e di sorpresa, bassi ronzanti sul punto di esplodere dal proprio fondo, in un turbinio di note d’euforico turgore, quasi a imbellire la cupezza là insediata, o a cancellare figure di mostri grifagni modellate dalle ombre.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="699" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Caspar_David_Friedrich_-_Gebirgslandschaft_mit_Regenbogen-1024x699.jpg" alt="" class="wp-image-106475" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Caspar_David_Friedrich_-_Gebirgslandschaft_mit_Regenbogen-1024x699.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Caspar_David_Friedrich_-_Gebirgslandschaft_mit_Regenbogen-300x205.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Caspar_David_Friedrich_-_Gebirgslandschaft_mit_Regenbogen-768x524.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Caspar_David_Friedrich_-_Gebirgslandschaft_mit_Regenbogen-1536x1048.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Caspar_David_Friedrich_-_Gebirgslandschaft_mit_Regenbogen-600x409.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/Caspar_David_Friedrich_-_Gebirgslandschaft_mit_Regenbogen.jpg 1583w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Caspar David Friedrich, <em>Paesaggio montano con arcobaleno</em>, 1809</figcaption></figure>



<p>Tutto allo stesso tempo: ridondante ed essenziale, stasi e rivolgimento, simmetria e discordanza. Tutto è unione, affiliazione, boscosa polifonia in cui addentrarsi e abbandonarsi. Irripetibile rituale, ritmo in cui incarnare un gesto di stupefazione.</p>



<p><strong>In quelle notti di bonaccia infatti [il vento] Matteo scopriva un’altra sua grandissima qualità; si rivelava musicista sommo. Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava. L’organista del Duomo era geloso e diceva ch’erano sciocchezze; ma una notte lo scoprirono anche lui nascosto ai piedi di un tronco. E lui non s’accorse neppure d’esser visto, tanto era incantato da quella musica.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn22"><sup><strong>[22]</strong></sup></a></strong></p>



<p>Sì, il vento naturalmente!&nbsp;</p>



<p>Alimento è lui stesso, nel bosco, sua creativa fucina, forza motrice e demiurgo che, zigzagando e rimbalzando di albero in albero, sfregando e insinuandosi tra rami e foglie, inventa e moltiplica il gioco sonoro delle fronde, delle crespute alberature, facendo di esse migliaia e migliaia di corde, tasti, legni, percussioni, con i quali sa deflagrare una funerea cantilena in un caotico e rombante trapestio.&nbsp;<em>La foresta di larici crepitava come se una mandria fosse in transito fra i suoi rami gelati,</em><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn23"><sup>[23]</sup></a>&nbsp;spegnendo il gesto poetico dell’erba. Tradurre un fosco lagno in una festosa trovata, in una squillante istantanea pennellata di colore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Il cielo intero, frusciando nei fremiti di un vento un po’ pesante, faceva cantare con l’ondeggiamento della pioggia i cupi valloni della montagna e l’acre lira dei boschi spogli. Quel giorno il fiume si gonfiò di una selvaggia felicità.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn24"><sup><strong>[24]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Tensione prometeica.&nbsp;Voce polimorfa, lui stesso. Come un disinvolto ed eccentrico solista, un primo violino o un pazzo pittore, eccolo con la sua rapsodica tavolozza dipingere grezze e stridenti tramature d’orbace, variare il fastoso panneggio di un madrigale in una erotica danza tzigana, o, come l’improvviso broncio di un bambino, fino ad allora assonnato e tranquillo, intonare un dissonante capriccio, un ribelle rap di giravolte e strappi.</p>



<p>Il vento!</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Oh, è orribile, è orribile! Mi è parso che le onde abbian parlato e mi abbian ripetuto il fatto; che me lo abbia fischiato il vento e che il tuono, questa profonda e spaventosa voce d’organo, abbia pronunciato il nome di Prospero: a mo’ di ritornello proclamava il mio delitto.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn25"><sup><strong>[25]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Il vento! Il suo ruggito. Lo sentiamo assediante –&nbsp;<em>Sturm und Drang</em>&nbsp;– animato da un drammatico vigore espressivo, nereggiare di graffi e bufere, d’irrequietezza e minacce. Non c’è pietà né pena né pentimento. Tutto impazza nel suo aspro fiato. Fra le sue umorali dita eccolo erompere una partitura densa di pastosità e ruvidezza, timbri accenti tonalità battiti sincopati sfumature improvvisazioni …che avanza, percuote, retrocede, abbatte, affiochisce, sciama, come… come sul punto di morire.&nbsp;</p>



<p>Cielo e terra trattengono il fiato.</p>



<p>Perduto tutto? No, rieccolo, saltimbanco del mimetismo, nell’ attimo un glissando, ricomporsi, riformarsi, ridestarsi con fresche cromie, a fare sfoggio sbalorditivo di sé, titubante o vorticoso, intirizzito o abbagliato, dimesso o sobillatore. A darci l’illusione di essere lui il monologante artista sotto il graticcio delle nuvole. Un creare, uno scomparire e reinventarsi sempre inedito, sempre più roteante e passionale, sulla piazza del mondo.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>A mano che salivo, il vento aumentava. Aveva un canto autunnale, bizzarro, fatto di gemiti e risa che alludevano a fantastiche passioni, di fronte alle quali le nostre non sarebbero che poca cosa. Mi gridava all’orecchio parole mai udite, primordiali come nomi di antiche divinità. […] Al mugghiare dei venti e allo spettacolo dei vasti paesaggi montani, la vaga oppressione e l’inquietudine del mio cuore si dileguarono.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn26"><sup><strong>[26]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Ombre e chiarori, suoni e voci, rumori di perenne fluenza, di metamorfica discontinua intensità…finché un intervallo, un sospiro di refolo, o forse un rantolo, e dopo, quasi scivolando, un vuoto, il silenzio. Un silenzio fermo, disanimato. Un liscio, oblioso, oltremarino silenzio, come la linea dell’orizzonte dopo una mareggiata.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ma due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi hanno udito.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn27"><sup><strong>[27]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Niente si muove. Un silenzio assoluto, sigillato nella conca di una afonia d’incandescente solitudine. Come in un’infinita attesa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Nel repentino silenzio, frulli di spavento, spezzati svolii scuotono il frondame: la piccola selva trema, si raccoglie in un’ansia attenta. Mi ritiro, un poco più in là: a grado a grado la musica riprende in tono minore, con qualche pausa.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn28"><sup><strong>[28]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Difatti nell’impenetrabile silenzio, qualcosa lambisce picchetta striscia bubola sibila squittisce sussurra; qualcosa pispiglia e spira; persino la morte è viscerale risolino, ansima di putrefazione, lento biascichio di possesso, – non lo senti assiduo nelle ossa,&nbsp;<em>questo smembramento leggero</em>?&#8230; questa&nbsp;<em>orchestra di vermi nelle orecchie</em>?<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn29"><sup>[29]</sup></a>&nbsp;– ammaliante nel bruire lo spaventevole, nel neniare l’innominabile suprema certezza, vale a dire il divorante trionfo della morte.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Anche un sassolino, se traversato da una lumaca o dove s’accartoccia la rugiada, traluce onda sonora, sebbene non udibile all’orecchio umano, un antico adagio, a cui risponde il pizzicato della filigrana tessuta dal ragno tra foglia e foglia, il pigolio di sgomento dell’erba calpestata avidamente da una biscia, l’esile ascesa e discesa della linfa lungo le venature</strong>&nbsp;– già melodiche nel pronunciarle: xilema e floema –, il rosichio lungo impensabili gallerie e cunicoli di indaffarate talpe, il contrappunto tra il sommuovere ansioso verso l’alto di un seme e il tonfo di neve caduta da un ramo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Gli alberi e le montagne erano pietrificati sotto la polvere bianca del freddo. Né il fremito dei rami, né il respiro delle praterie alte: un silenzio minerale. Nel vasto cielo torbido ci sono forze dormienti. Lentamente il tempo le avvicina al risveglio. Sono già tiepide. Una falda di neve cade dall’abete. Il ramo si è mosso appena. È già immobile come prima. Nulla è pronto.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn30"><sup><strong>[30]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>…un nulla che, si è detto, può d’un tratto essere squarciato da una sprezzante movenza, simile a un fendente di sciabola nella tenebrosa quiete, quale può essere uno scatto, rabbioso o impaurito, di volpe o faina. Un niente che, magari, può essere scosso da&nbsp;<em>un batter d’ali del senso, un balbettio anche, o una parola che resta sospesa come chiave da decifrare</em>.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn31"><sup>[31]</sup></a>&nbsp;Riposta poesia. Un niente che parrebbe consolare tutto il male della Terra.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Lì si stava compiendo qualcosa di grande. Le foglie lambivano il fiume. Erano piene di sole, la grande luce veniva dai fiori. Stelle. Come quelle del cielo, più larghi di una mano, con un odore di lievito! Un odore di farina impastata, l’odore salato degli uomini e delle donne che fanno l’amore!<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn32"><sup><strong>[32]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Il vento e il suo zingaresco trascinamento, i versi degli animali, i rondò dei cespugli, il&nbsp;<em>plic plic plic</em>&nbsp;della pioggia cantante sui sassi, le pozze fluttuanti di sole fra il fogliame, le acque dei torrenti: un insieme che porta ebbrezza e benessere in coloro che, solitari, vi s’immergono.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Questa nostra vita, esente dalla pubblica frequenza, trova lingua negli alberi, libri nei liberi ruscelli, prediche nelle pietre, e del bene in ogni cosa.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn33"><sup><strong>[33]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Voci che all’unisono potrebbero evocare nostalgicamente, nel cuore di chi ricorda, l’intonazione cara della propria amata.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Parme d’udirla, udendo i rami et l’òre<br>et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l’acque<br>mormorando fuggir per l’erba verde.</strong></p>



<p><strong>Raro un silentio, un solitario horrore<br>d’ombrosa selva mai tanto mi piacque:<br>se non che dal mio sol troppo si perde.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn34"><sup><strong>[34]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Piante e animali là, nel bosco, i soli attori? Eppure – chissà! – quanti altri furtivi artefici là s’aggirano, con&nbsp;un sincretismo tra sonorità vocale e strumentale,&nbsp;compositori e simultaneamente esecutori, musici e cantori, dei quali ignoriamo l’esistenza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong><em>Uno</em></strong><strong>&nbsp;è una somma squisita! Un uccello, una gabbia, un volo; una canzone laggiù nei boschi lontani, fino ad ora immaginata soltanto dalla fede.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn35"><sup><strong>[35]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Attentamente, si ascolti! Un passato ci sta parlando. Un cosmogonico mugghio? Una voce uterina? Qualcosa di extrasensoriale?</p>



<p>Ombelico pulsante di un mondo ancestrale, spazio originario, luogo rarefatto di richiami, di un tempo mitico, di riti iniziatici e misterici. La selva.</p>



<p>Regno magico: affollato è il bosco, di anfratti, soffi e ignoto: esseri carsici, spettri, demoni, numi impercepibili dagli umani, presenze dell’invisibile, là respirano e vivono, geni protettori di fiere e verzura, che rasentano, toccano vivificando empaticamente ogni singolo componente, ogni interstizio, intridendolo di palpiti e di sacro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Quando gli spiriti del bosco dai millenari loro antri per intonare il ritornello emersero<br>Ma nell’anima mia chiaramente udii.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn36"><sup><strong>[36]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Stirpe abitatrice dell’occulto, creature del fato e dell’imponderabile. Già se ne enumerava nell’antichità, la vasta mitologia classica riferendosi alle divinità ctonie: Persefone, Demetra, Ade&#8230; e agli spiriti silvestri: il dio Pan, i fauni, i satiri, le Driadi, lussureggianti e prodighe ninfe, le danzanti e voluttuose Amadriadi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>O vecchio bosco pieno d’albatrelli,<br>che sai di funghi e spiri la malìa,<br>cui tutto io già scampanellare udìa<br>di cicale invisibili e d’uccelli:<br>in te vivono i fauni ridarelli<br>ch’hanno le sussurranti aure in balìa;<br>vive la ninfa, e i passi lenti spia,<br>bionda tra le interrotte ombre i capelli.<br>Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn37"><sup><strong>[37]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Allo stesso modo ampiamente ricca è la mitologia norrena, con i suoi deformi umanoidi Troll, le seduttrici Huldra, e le gigantesse Járnviðjur.</p>



<p>Là, nelle foreste selvagge, presso le società tribali, si dondolano litanie sciamaniche di passaggio o di guarigione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Deve esistere, di certo, una ragione, in virtù della quale gli antichi re-pastori ascoltavano le richieste dei sudditi, rendevano giustizia e proclamavano leggi all’ombra d’alberi secolari, che la fede del popolo onorava come sacri. Il senso eterno che dall’albero emana dava alle sentenze del re-uomo l’infallibilità del giudizio di Dio.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn38"><sup><strong>[38]</strong></sup></a></strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Là, nel fitto degli alberi, tra elfi e folletti, fate e draghi, streghe e orchi, là ambientano le loro favole, di insidie e incantesimi, di perdizioni e agnizioni, Andersen e i fratelli Grimm</p>



<p>Ed è Buzzati a offrircene una testimonianza nel suo meraviglioso moderno racconto<em>, Il segreto del bosco vecchio,</em>&nbsp;in cui fiabesco e sacralità silvestre si fondono in una visione ecologista.</p>



<p><strong>Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata da geni; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. Con l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole.</strong></p>



<p><strong>Dobbiamo aggiungere che neppur noi abbiamo dei geni del Bosco Vecchio notizie precise. Pare, come scrisse l’abate Marioni, [il primo e ultimo naturalista che scrisse dei geni] ch’essi potessero assumere parvenze di animali o di uomo e uscire dai tronchi, la qual cosa sembra avvenisse in circostanze del tutto eccezionali.</strong></p>



<p><strong>La loro forza, così risulterebbe, non poteva in alcun modo opporsi a quella degli uomini. La loro vita era legata all’esistenza degli alberi rispettivi: durava perciò centinaia e centinaia d’anni.</strong></p>



<p><strong>Di carattere ciarliero, se ne stavano generalmente alla sommità dei fusti a discorrere fra loro o col vento per intere giornate; e spesso anche di notte continuavano a conversare.</strong></p>



<p><strong>[…] Quante sere, mentre gli altri geni, sulle cime degli abeti, univano le loro voci in coro per intonare certe loro tipiche canzoni, il Bernardi [il genio in sembianze umane] doveva starsene a chiacchierare con il Morro, per tenerlo in buona, di noiose questioni che non gli importavano niente, o a far dei giochi di carte che non lo divertivano affatto, dinanzi a un bicchiere di vino che non gli piaceva; ed entrava intanto dalla finestra, con il profumo di preziosissime resine, la voce fonda dei suoi fratelli, che cantavano spensierati.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn39"><sup><strong>[39]</strong></sup></a></strong></p>



<p>Il bosco, nel suo canto d’ovatta, primigenio ed estatico, appare dunque una comunità, un organismo di ingovernabili strumentisti, di fuggevoli sonatori dell’ambiguità.</p>



<p>Entrare nel bosco è entrare nella notte. Compiere una Catabasi. Vagando, tra alberi sterpaglie ombre, un groviglio ci attornia, quasi a essere dentro una sonnambula vertigine: mille occhi spiano, mille aliti sfiorano, mille dita tentacolano, mille umbratili linguaggi. Che sia gemito o chioccolio, grido strozzato, o superbo silenzio, è vibrazione oracolare, notturno mugolio, lai degli inferi o, al contrario, voce del destino che vorremmo radiosa, a noi benevolmente indirizzata.</p>



<p>Fiato onirico.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Una foresta lontana gemeva e parlava con parole di sogno.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn40"><sup><strong>[40]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>È notte. Lassù Cassiopea si gingilla nella sua sedia di stelle. Nel bosco è caduta la luna. Odore di terriccio, di greve pacciame. Andare. Spingersi quindi, discendendo laggiù, per ritrovarsi immersi in una impreveduta regione, di là da qualsiasi concreta figurazione, in una prospettiva surreale fatta ora della trasparenza di un cristallo, ora di un’istintiva e guizzante ombrosità che un impavido tornire di tentennante luce potrebbe dissipare, ora di vaghe apparizioni onomatopeiche, di vocalizzi non urlati, che hanno la consistenza della paura e del sibillino, di un inviolabile che frange tuttavia ogni logica e certezza, ogni materialità. Un’epifania di sconcerto e smarrimento,&nbsp;<em>che giunge in risposta a una domanda non formulata</em><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn41"><sup>[41]</sup></a>&nbsp;e apre il sipario a un mondo orfico, al sogno e all’immaginario.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Non aver paura. L’isola è piena di canti, di suoni e di dolci melodie, che dilettano e non fanno male. Qualche volta mi ronzano nelle orecchie migliaia di strumenti pizzicati e qualche volta delle voci, che, se anche mi sono allora allora svegliato da un lungo sonno, mi fanno addormentar di nuovo. Allora nel sogno mi pare che le nubi si aprano e mi mostrino dei tesori pronti a rovesciarsi su di me, in maniera che quando mi sveglio, piango per voler sognare di nuovo.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn42"><sup><strong>[42]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Perché il bosco è esuberanza vitale, ritorno adamitico alle radici, tempo e spasmo di un passato primordiale: infanzia del mondo. Là un cuore batte, là un’anima è racchiusa e freme.&nbsp;</p>



<p><strong>Mormorato dalle miriadi delle sue foglie,<br>scendeva dall’erma vetta, alta duecento piedi,<br>emanava dal tronco possente e dai rami, dalla corteccia spessa un buon piede,&nbsp;<br>questo canto delle stagioni e del tempo, canto non del solo passato, canto anche del futuro.</strong></p>



<p><strong><em>Tu, vita di me, non mai detta,<br>e tutte voi, venerabili gioie innocenti,<br>robusta mia vita perenne, con gioie tra piogge e soli di molte estati,<br>e la bianca neve e la notte e i venti selvaggi;<br>oh! Le grandi, pazienti gioie rudi, oh! Le robuste gioie della mia anima, non provate dall’uomo,<br>(Sappiate, infatti, io posseggo l’anima che mi s’addice, anch’io posseggo una coscienza, una personalità,<br>come l’hanno le rocce e le montagne, come tutta la terra,)<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn43"><sup><strong>[43]</strong></sup></a></em></strong></p>



<p>La foresta, col suo inquietante carico di malagevoli ombre e d’incanti, è persino&nbsp;<em>locus horridus</em>: in quanto archetipo del mistero, ci restituisce l’immagine dell’incorporeo, della parte più inaccessibile e recondita di noi, il nostro sottosuolo.Evoca la&nbsp;<em>selva oscura</em>: il nostro inconscio.</p>



<p>Cionondimeno è anche simbolo di congiunzione tra Terra e Cielo, abbraccio di terreno e divino.&nbsp;</p>



<p>Territorio metafisico, forse?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Il ramo si volge verso l’alto perché dall’alto è venuto<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn44"><sup><strong>[44]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Necessario allora portare nel bosco corpo e anima.&nbsp;Andare nella natura alla ricerca di una dimensione cosmica e immersiva, che s’accordi panicamente e musicalmente col proprio essere, col proprio battito cardiaco, con la propria finitezza.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Ora, nei miei giorni sereni, guardavo il sole e il bosco, le rocce brune e le argentee montagne in lontananza, con una doppia sensazione di felicità, di bellezza e di recettività; nelle ore buie, sentivo il mio cuore malato dilatarsi e ribellarsi con raddoppiato ardore; non distinguevo più godimento e dolore; essi erano uguali: tutti e due facevano male, e tutti e due erano deliziosi. E mentre dentro di me stavo bene o male, la mia forza si librava tranquilla al di sopra di tutto ciò, osservava il chiaro e il buio, riconoscendo che essi erano fraternamente uniti, e sentiva dolore e pace come i ritmi, energie e parti della medesima, grande musica.</strong></p>



<p><strong>Non ero in grado di scrivere una tale musica, essa mi era ancora estranea e le sue frontiere mi erano sconosciute. Potevo però udirla e sentire il mondo dentro di me come perfezione. Riuscii pure a trattenerne qualcosa, una piccola parte, una risonanza rimpicciolita e tradotta. Per giorni e giorni pensai ad essa, assorbendola dentro di me; trovai che si poteva esprimere con due violini e cominciai la mia Sonata in tutta innocenza, come un giovane uccello osa il suo primo volo. Quando una mattina, nella mia camera, ne suonai con il violino il primo tempo, ne avvertii bene la fragilità e l’incompiutezza, ma ogni battuta mi penetrò nel cuore con un brivido. Non sapevo se questa musica fosse bella, ma sapevo che era mia, nata e vissuta dentro di me e mai udita prima.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn45"><sup><strong>[45]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Musicalità e sacralità: un legame inscindibile, immenso Tutto, che trova nel folto arboreo entità e significato.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Questi suoni che giungono da ogni parte invitano al viaggio;<br>a ogni istante uno spirito vivo parte per l’Oltrespazio!<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn46"><sup><strong>[46]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p><em>Golfo mistico, abisso mistico</em>: questa l’esatta qualità che si potrebbe attribuire al bosco,&nbsp;<em>Mystischer Abgrund</em>, la definizione che&nbsp;Richard Wagner&nbsp;coniò per il teatro Festspielhaus a&nbsp;Bayreuth&nbsp;da lui ideato, ovvero la buca, a forma di conchiglia, tra il proscenio e la platea, dove gli orchestrali si collocano durante gli spettacoli. Una specificazione che intende sottolineare come da quella celata cassa di risonanza venga espresso e solennemente elevato un inno alla bellezza del creato, un’armonia di spirituale natura…&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>… in serenità perfetta quando si sente muovere al passo con gli astri e persino con lo stesso firmamento, e con il girare silenzioso della terra.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn47"><sup><strong>[47]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Allontanarsi dal presente disincantamento, dalla blasfema cacofonia della modernità, che ha indotto l’uomo, oramai del tutto tecnicizzato, mercificato e assordato, a rinnegare quella sottile auscultazione del sé e della natura che da sempre lo circonda.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1020" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi-1020x1024.webp" alt="" class="wp-image-106476" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi-1020x1024.webp 1020w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi-300x300.webp 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi-150x150.webp 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi-768x771.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi-600x602.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi-100x100.webp 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/02/il_fullxfull.861610901_96wi.webp 1076w" sizes="(max-width: 1020px) 100vw, 1020px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gustav Klimt,<em> Foresta di abeti I,</em> 1901</figcaption></figure>



<p>Allontanarsi per affidarsi al mistero,&nbsp;per infondersi nell’anima del bosco…</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Nel segreto del cuore prego in silenzio,<br>e pare che un’eco risponda.<br>Sarebbe dato, a chi è giusto e puro,<br>il modo di giungere agli spiriti?<br>[…]</strong><br><strong>L’animo è turbato nel profondo<br>Scendo di sella, m’inchino,<br>tra cipressi e pini seguo il sentiero<br>al tempio dello spirito.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn48"><sup><strong>[48]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Tempio dello spirito, tempio dell’ascolto… accedervi come in un penetrale, devotamente e con animo di raccoglimento e accoglimento:&nbsp;scorgere nel buio, e nel proprio buio, una sacrale entratura di Bene, nell’udire l’avvolgente mitezza di una sinuosa corale, quasi fosse un salmo, una celeste lauda, un monodico canto gregoriano, consonandolo a una tacita, franta preghiera.&nbsp;</p>



<p>Vivere il bosco come un’esperienza spirituale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Klara si sentiva divinamente. Avvolta in una veste da camera turchina che le scendeva libera lungo il corpo in ricchi drappeggi, era seduta sul balcone dal quale si godeva la vista sugli abeti, che quella mattina, in cui spirava un vento leggero, dondolavano dolcemente le loro cime. Il bosco è proprio meraviglioso, pensò, e appoggiandosi alla ringhiera, delicatamente lavorata, si piegò in avanti per avvicinarsi al suo profumo. «Come se ne sta là disteso il bosco, quasi già sonnecchiasse aspettando la notte. Di giorno, quando splende il sole, si entra in un bosco come in un mondo serale, dove i rumori sono più nitidi e più lievi e gli effluvi più umidi e più sensibili, dove si può riposare e pregare. Nel bosco si prega senza volerlo, ed è anche l’unico posto al mondo dove Dio è vicino; Dio sembra aver creato i boschi affinché vi si preghi come in templi sacri; chi prega in un modo e chi in un altro, ma tutti pregano. Quando si sta sdraiati sotto un abete e si legge un libro, allora si prega, se pregare è lo stesso che perdersi nei pensieri. Ovunque Dio possa mai essere, nel bosco lo si intuisce e gli si dona quel poco di fede con silenzioso trasporto. Dio non vuole che si creda troppo in lui, vuole che lo si dimentichi, è persino contento quando viene ingiuriato: perché è buono e grande più di quanto si possa concepire; Dio è quel che c’è di più arrendevole nell’universo. […] Come posso starmene seduta qui e provare gioia per il mio semplice esistere, stare seduta, appoggiarmi alla ringhiera! Come mi sento bella così. Potrei dimenticare Kaspar, dimenticare tutto. Adesso non capisco come io abbia mai potuto piangere per qualcosa, come qualcosa abbia mai potuto turbarmi. Quanto imperturbabile è il bosco, eppure così duttile, caldo, vivo e dolce. Che respiro viene dagli abeti, che stormire! Lo stormire degli alberi rende superflua qualsiasi musica. […] »<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn49"><sup><strong>[49]</strong></sup></a></strong></p>
</blockquote>



<p>Colmarsi dei suoni della foresta, valicando, in un delirante slancio, il dirupo della nostra inane afasia, per divenire noi stessi blesi cantori d’ogni sua bellezza.</p>



<p><strong>Oh, comporre il canto più esultante!<br>Colmo di musica – pieno di virilità, femminilità, infanzia!<br>Pieno di occupazioni usuali – ricco di d’alberi e di cereali.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn50"><sup><strong>[50]</strong></sup></a></strong></p>



<p><strong><em>[…]&nbsp;&nbsp;gli oratori di Beethoven, Händel, Haydin,<br>la Creazione mi lava in ondate di divinità.</em></strong></p>



<p><strong><em>Fate che possa contenere tutti i suoni (grido in questi miei folli tentativi,)<br>Riempitemi di tutte le voci dell’universo,<br>datemi i loro palpiti, quelli della Natura,<br>tempeste, acque venti, opere e cori, marce e danze,<br>esprimete, versate, perché io tutto vorrei contenere.<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn51"><sup><strong>[51]</strong></sup></a>&nbsp;&nbsp;</em></strong></p>



<p>Avendo tuttavia la consapevolezza che, per comporre questo canto di giubilo, si può soltanto restando in una bolla d’innocenza, perché&nbsp;<em>In verità cantare è altro respiro./ È un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento,<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn52"><sup><strong>[52]</strong></sup></a></em>&nbsp;e perché solo un cuore bambino ha il potere dell’ascolto vergine: cuore semplice di bimbo, l’unico che, nelle sue carni e nei suoi sussulti, contiene il dono alchemico delle fatate trasfigurazioni, in quanto dopo, nell’età adulta, tutto desolatamente scompare: sorda e pietrificata si fa la vita.</p>



<p><strong>«Perché dici “mi tocca”? Come fa un vento a morire?»&nbsp;</strong></p>



<p><strong>«Lascia stare, è una strana faccenda. Un giorno forse la saprai.» La voce si faceva fioca allontanandosi nel cielo.</strong></p>



<p><strong>«No,» fece Benvenuto, «Matteo, non andare via. No, tu non devi morire. Ci sono ancora tante cose da fare. Pensa, se tu rimani, tornerai quello di una volta, ti verranno ancora le forze, fra tre mesi arriverà la primavera e sarà la stagione buona, pensa, Evaristo se n’andrà, sarai di nuovo padrone della valle, farai grandi temporali e tutti avranno paura. Ricomincerai da capo. Poi, nelle notti buone farai musica nel bosco, la gente verrà per sentire, anche da lontanissimi paesi. Ci saranno tra le piante i geni e io potrò cantare con te, come si faceva una volta.»&nbsp;</strong></p>



<p><strong>«È inutile,» disse il vento, «devo andare sul serio. Del resto, questa forse è la notte famosa in cui tu finirai di essere bambino. Non so se qualcuno te l’ha detto. Di questa notte i più non si accorgono, non sospettano nemmeno che esista, eppure è una netta barriera che si chiude d’improvviso. Capita di solito nel sonno. Sì, può darsi che sia la tua volta. Tu domani sarai molto forte, domani comincerà per te una nuova vita, ma non capirai più molte cose: non li capirai più, quando parlano, gli alberi, né gli uccelli, né i fiumi, né i venti. Anche se io rimanessi, non potresti, di quello che dico, intendere più una parola. udresti sì la mia voce, ma ti sembrerebbe un insignificante fruscìo, rideresti anzi di queste cose. No, forse è meglio così, che ci separiamo al punto giusto.»<a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftn53"><sup><strong>[53]</strong></sup></a></strong></p>



<p>Usciamo. Ché non finisca la notte.</p>



<p><strong><em>Grazia Frisina</em></strong></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Walt Whitman,&nbsp;<em>Canto della scure</em>, in&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, trad. di Enzo Giachino, Giulio Einaudi ed. 1993, p. 244</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>&nbsp;Jean Giono,&nbsp;<em>Il canto del mondo</em>, trad. di Leopoldo Carra, Settecolori edizioni 2025, p. 15</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>&nbsp;Gabriele D’Annunzio,&nbsp;<em>La pioggia nel pineto</em>, in&nbsp;<em>Alcyone</em></p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref4"><sup>[4]</sup></a>&nbsp;Dante Alighieri,&nbsp;<em>Inferno&nbsp;</em>canto XIII, in&nbsp;<em>Divina Commedia</em>, vv 31-37</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>&nbsp;Virgilio, Eneide, canto III, vv 39-41</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref6"><sup>[6]</sup></a>&nbsp;Torquato Tasso, <em>Gerusalemme liberata</em>, canto III, ottava XLI</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref7"><sup>[7]</sup></a>&nbsp;Lo scienziato Stefano Mancuso, nel suo libro&nbsp;<em>La Pianta del Mondo</em>&nbsp;(2020), riferendosi al pensiero espresso dal compositore Edward Elgar: «La mia idea è che ci sia musica nell’aria, musica dappertutto intorno a noi, il mondo ne è pieno e ne puoi prendere ogni volta tutta quella di cui hai bisogno», scrive:<em>&nbsp;</em>«Lo stesso accade per le piante: sono, come la musica per Elgar, letteralmente dappertutto intorno a noi, e per scriverne non si deve far altro che ascoltare le loro storie e raccontarle (…). &nbsp;Le piante costituiscono la nervatura, la mappa (o pianta) sulla base della quale è costruito il mondo in cui viviamo. Non vedere questa pianta, o ancor peggio ignorarla, credendo di esserci ormai posti al di sopra della natura, è uno dei pericoli più gravi per la sopravvivenza della nostra specie».</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref8"><sup>[8]</sup></a>&nbsp;William Shakespeare,&nbsp;<em>La Tempesta</em>, in&nbsp;<em>Tutte le opere</em>, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, Sansoni editore 1984, p. 1204&nbsp;</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref9"><sup>[9]</sup></a>&nbsp;María Zambrano,&nbsp;<em>Chiari del bosco</em>, a cura di Carlo Ferrucci, SE edizioni, 2016, p. 90</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref10"><sup>[10]</sup></a>&nbsp;Ivi, p. 75</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref11"><sup>[11]</sup></a>&nbsp;Dino Buzzati,&nbsp;<em>Il segreto del Bosco Vecchio</em>, in&nbsp;<em>Bàrnabo delle montagne</em>, Aldo Garzanti Editore 1973, p. 255-257</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref12"><sup>[12]</sup></a>&nbsp;Denise Levertov,&nbsp;<em>A tree telling of Orpheus.&nbsp;</em>Dal web: https://allpoetry.com/A-Tree-Telling-Of-Orpheus</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref13"><sup>[13]</sup></a>&nbsp;Sal. 139, 15</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref14"><sup>[14]</sup></a>&nbsp;Andrea Zanzotto,&nbsp;<em>Il galateo in bosco</em>, in&nbsp;<em>Tutte le poesie</em>, Arnoldo Mondadori editore, 2011, p. 539&nbsp;</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref15"><sup>[15]</sup></a>&nbsp;William Shakespeare,&nbsp;<em>Sogno d’una notte d’estate</em>, in&nbsp;<em>Tutte le opere</em>, a cura di Mario Praz, trad. di Giulia Celenza, cit., p. 374&nbsp;</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref16"><sup>[16]</sup></a>&nbsp;Walt Whitman,&nbsp;<em>Rulli di Tamburi</em>, in&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 389</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref17"><sup>[17]</sup></a>&nbsp;Salvatore Toma, in&nbsp;<em>Canzoniere della morte</em>, a cura di Maria Corti, Einaudi 1999, p. 65</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref18"><sup>[18]</sup></a>&nbsp;Henry D. Thoreau, Walden, trad. di Piero Sanavio, A. Mondadori editore, 1970, p. 166</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref19"><sup>[19]</sup></a>&nbsp;Walt Whitman,&nbsp;<em>Nostro antico fogliame</em>, in&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, traduzione di Enzo Giachino, cit., p. 218</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref20"><sup>[20]</sup></a>&nbsp;Jean Giono,&nbsp;<em>Il canto del mondo</em>, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 279</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref21"><sup>[21]</sup></a>&nbsp;María Zambrano,&nbsp;<em>Chiari del bosco</em>, a cura di Carlo Ferrucci cit., 2016, p. 91</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref22"><sup>[22]</sup></a>&nbsp;Dino Buzzati,&nbsp;<em>Il segreto del Bosco Vecchio</em>, in&nbsp;<em>Bàrnabo delle montagne</em>, cit., p. 159-160</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref23"><sup>[23]</sup></a>&nbsp;Jean Giono,&nbsp;<em>Il canto del mondo</em>, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 150</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref24"><sup>[24]</sup></a>&nbsp;ivi, p. 213</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref25"><sup>[25]</sup></a>&nbsp;William Shakespeare,&nbsp;<em>La Tempesta</em>, in&nbsp;<em>Tutte le opere</em>, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1205</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref26"><sup>[26]</sup></a>&nbsp;Herman Hesse,&nbsp;<em>Pellegrinaggio d’autunno e altri racconti</em>, trad. di Eva Banchelli, Sugarco edizioni, 1979, p.65</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref27"><sup>[27]</sup></a>&nbsp;Dino Buzzati,&nbsp;<em>Il segreto del Bosco Vecchio</em>, in&nbsp;<em>Bàrnabo delle montagne</em>, cit., p. 221</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref28"><sup>[28]</sup></a>&nbsp;Ada Negri,&nbsp;<em>Il boschetto canoro</em>, in&nbsp;<em>Le strade</em>, in&nbsp;<em>Prose</em>, Arnoldo Mondadori editore, 1966, p. 479</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref29"><sup>[29]</sup></a>&nbsp;Salvatore Toma, in&nbsp;<em>Canzoniere della morte</em>, a cura di Maria Corti, cit., p. 32 e p.26</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref30"><sup>[30]</sup></a>&nbsp;Jean Giono,&nbsp;<em>Il canto del mondo</em>, trad. di Leopoldo Carra, cit., p.178</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref31"><sup>[31]</sup></a>&nbsp;María Zambrano,&nbsp;<em>Chiari del bosco</em>, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 82</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref32"><sup>[32]</sup></a>&nbsp;Jean Giono,&nbsp;<em>Il canto del mondo</em>, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 280-281</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref33"><sup>[33]</sup></a>&nbsp;William Shakespeare,&nbsp;<em>A piacer vostro</em>, in&nbsp;<em>Tutte le opere</em>, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 624</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref34"><sup>[34]</sup></a>&nbsp;Francesco Petrarca, sonetto CLXXVI, vv 9-14, in&nbsp;<em>Canzoniere</em></p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref35"><sup>[35]</sup></a>&nbsp;Emily Dickinson, Lettera al dott. e alla sig.a Holland, sett. 1859, in&nbsp;<em>Lettere</em>, a cura di B. Lanati, Einaudi, 2006, p. 54</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref36"><sup>[36]</sup></a>&nbsp;Walt Whitman,&nbsp;<em>Canto della sequoia</em>, in&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 266</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref37"><sup>[37]</sup></a>&nbsp;Giovanni Pascoli,&nbsp;<em>Il bosco</em>, in&nbsp;<em>Myricae</em></p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref38"><sup>[38]</sup></a>&nbsp;Ada Negri,&nbsp;<em>Sinfonia d’alberi</em>, in&nbsp;<em>Di giorno in giorno, in</em>&nbsp;<em>Prose</em>, cit., p. 697</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref39"><sup>[39]</sup></a>&nbsp;Dino Buzzati,&nbsp;<em>Il segreto del Bosco Vecchio</em>, in&nbsp;<em>Bàrnabo delle montagne</em>, cit., p. 155-157</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref40"><sup>[40]</sup></a>&nbsp;Jean Giono,&nbsp;<em>Il canto del mondo</em>, trad. di Leopoldo Carra, cit., p. 93</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref41"><sup>[41]</sup></a>&nbsp;María Zambrano,&nbsp;<em>Chiari del bosco</em>, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 90</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref42"><sup>[42]</sup></a>&nbsp;William Shakespeare,&nbsp;<em>La Tempesta</em>, in&nbsp;<em>Tutte le opere</em>, a cura di Mario Praz, trad. di G. S. Gargàno, cit., p. 1203</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref43"><sup>[43]</sup></a>&nbsp;Walt Whitman,&nbsp;<em>Canto della sequoia</em>, in&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 266</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref44"><sup>[44]</sup></a>&nbsp;Gialâl Ad-Dîn Rûmî, Spregio del mondo, in&nbsp;<em>Poesie mistiche,&nbsp;</em>a cura di Alessandro Bausani, SE editore, 2018, p. 61</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref45"><sup>[45]</sup></a>&nbsp;Herman Hesse,&nbsp;<em>Gertrud</em>, in&nbsp;<em>Romanzi</em>, trad. di Paolo Paoloni, Tascabili Newton, 1988, p. 163</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref46"><sup>[46]</sup></a>&nbsp;Gialâl Ad-Dîn Rûmî,&nbsp;<em>Partenza</em>, in&nbsp;<em>Poesie mistiche,&nbsp;</em>a cura di Alessandro Bausani, cit. p. 65</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref47"><sup>[47]</sup></a>&nbsp;María Zambrano,&nbsp;<em>Chiari del bosco</em>, a cura di Carlo Ferrucci, cit., p. 63</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref48"><sup>[48]</sup></a>&nbsp;Han Yü,&nbsp;<em>Visito il tempio del Sacro Monte Heng,&nbsp;</em>in&nbsp;<em>Le trecento poesie T’ang</em>, trad. di Martin Benedikter, Mondadori ed. 1972, p. 189-190</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref49"><sup>[49]</sup></a>&nbsp;Robert Walser,&nbsp;<em>I fratelli Tanner</em>, trad. di Vittoria Rovelli Ruberi, Adelphi edizioni, 2021, p. 86-88</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref50"><sup>[50]</sup></a>&nbsp;Walt Whitman,&nbsp;<em>Un canto di gaudi</em>, in&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 225</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref51"><sup>[51]</sup></a>&nbsp;Walt Whitman,&nbsp;<em>Della bufera musica superba</em>, in&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, trad. di Enzo Giachino, cit., p. 506-507</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref52"><sup>[52]</sup></a>&nbsp;Rainer Maria Rilke,&nbsp;<em>Dai sonetti a Orfeo</em>&nbsp;I, 3, in&nbsp;<em>Poesie</em>, trad. di Giaime Pintor, cit., p. 41</p>



<p><a href="applewebdata://CF414DA7-2557-4FA4-893E-A4AB1230E94B#_ftnref53"><sup>[53]</sup></a>&nbsp;Dino Buzzati,&nbsp;<em>Il segreto del Bosco Vecchio</em>, in&nbsp;<em>Bàrnabo delle montagne</em>, cit., p. 316-317</p>



<p><em>*In copertina: Isaac Levitan, Paesaggio con luna, 1880</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/trattato-di-boscoritmia-grazia-frisina/">Trattato di “Boscoritmia”. Ovvero: ritrovare se stessi e il proprio canto nella foresta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Io sono intraducibile”. Walt Whitman, il poeta titano</title>
		<link>https://www.pangea.news/walt-whitman-foglie-derba/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2025 03:57:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Cristofori]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Giachino]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Walt Whitman]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La prima, autentica edizione italiana integrale di&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>&nbsp;uscì nel 1950, a cura di Enzo Giachino – Einaudi la pubblica ancora. L’edizione del 1907 era – giustamente – definita “antiquata”: il traduttore, Luigi Gamberale, si era volto allo studio di Whitman su consiglio di Pascoli. Il libro stampato da Einaudi, di biblica consistenza – quasi mille pagine, comprensive di una selezione di&nbsp;<em>Prose</em>&nbsp;whitmaniane –, ha un sovrappiù in commozione: quell’anno, a fine agosto, era morto, per scelta, all’Hotel Roma di Torino,&nbsp;<strong>Cesare Pavese. Proprio a lui, “che alle pagine del poeta americano fu legato da sensibile amore fin dagli anni della giovinezza”, è dedicata quella traduzione.&nbsp;</strong>Pavese si era laureato&nbsp;<em>Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman</em>&nbsp;nel 1930; in qualche modo – basta leggere&nbsp;<em>Lavorare stanca</em>&nbsp;– voleva essere il Whitman delle Langhe. Il più acuto lettore di&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>&nbsp;in Italia resta tuttavia Dino Campana: il formidabile poeta cita Whitman a sigillo dei&nbsp;<em>Canti Orfici</em>; “<em>Leaves of Grass</em>&nbsp;è talmente importante da essere l’unico libro che porta con sé in Argentina” (Gianni Turchetta, in: D. Campana,&nbsp;<em>L’opera in versi e in prosa</em>, Mondadori, 2024).&nbsp;</p>



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<p>Enzo Giachino, nella sua succinta introduzione, registra i temi fondamentali di&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>: il rapporto consustanziale tra opera e autore, il canto del corpo liberato e della libertà democratica, l’io lirico che impregna di sé ogni singolo incanto del creato, dal più umile prato al presidente Lincoln; quella scrittura dionisiaca. L’idea, soprattutto, del libro totale, del libro-tutto:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il desiderio di dare finalmente al paese il suo poema nazionale, la sua Bibbia poetica fu certo uno dei motivi e delle illusioni che indussero il Whitman a comporre le&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La prima edizione di&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>&nbsp;– alquanto diversa dall’ultima, la cosiddetta&nbsp;<em>deathbed edition</em>, allestita in punto di morte, nel 1892 – era uscita quasi un secolo prima, nel 1855: nella tonante ouverture, il poeta lega inscindibilmente il poema alla nazione,&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’anima della più grande, della più ricca, della più fiera nazione può ben avanzare a mezza strada per incontrare l’anima dei suoi poeti”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p><em>Foglie d’erba</em>&nbsp;– con quel titolo stagionale, di vita che viene e muore e rinasce –&nbsp;<em>è</em>&nbsp;“l’America” e “gli Americani”; quanto a Whitman, egli è al contempo Omero, Shakespeare e Mosè. Che paradosso: un secolo dopo la prima edizione di&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>, Thomas H. Johnson edita, in tre volumi, i&nbsp;<em>Poems of Emily Dickinson</em>; Emily era morta nel 1886. Da allora, da settant’anni, gli Stati Uniti d’America hanno i loro libri-titani, i tomi-totem, la loro Iliade e la loro Odissea, la Teogonia e l’Edda.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="416" height="638" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20_51_00_835_walt_whitman_foglia_d_erba_e_prose_einaudi_millenni_001.jpg" alt="" class="wp-image-104391" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20_51_00_835_walt_whitman_foglia_d_erba_e_prose_einaudi_millenni_001.jpg 416w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/20_51_00_835_walt_whitman_foglia_d_erba_e_prose_einaudi_millenni_001-196x300.jpg 196w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" /></figure>



<p>Già Giachino aveva avvisato che “l’arte del Whitman è ardua”, che occorre indagarne, oltre il “primo senso evidente… la segreta armonia che si cela e si svela”. Sostanzialmente, è il concetto proposto da Alberto Cristofori, che ha curato una nuova, colta versione del&nbsp;<strong><a href="https://www.edizionilow.it/canto-di-me-stesso/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Canto di me stesso</em>&nbsp;(Edizioni Low, 2025)</a></strong>&nbsp;insistendo sulla manicale&nbsp;<em>consapevolezza</em>&nbsp;di Whitman, tutt’altro che “poeta ingenuo, spontaneo”. D’altronde, Harold Bloom, l’insigne critico americano, strenuo difensore del&nbsp;<em>Canone occidentale</em>, insegnava a leggere Whitman come un oracolo. A suo dire, “Whitman è l’alto sacerdote di quella che chiamo Religione Americana, una bizzarra fusione di Entusiasmo e Gnosticismo”. Bloom ha scritto che&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>&nbsp;è il libro perfetto per l’isola deserta, quello da cui rifondare un mondo; ha scritto che&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Whitman è al tempo stesso Adamo e Cristo, il Vecchio Adamo e il Nuovo… un poeta universale che sopravvive alle traduzioni e alle revisioni radicali”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In Italia, non si contano le traduzioni di Whitman, il poeta che si diceva&nbsp;<em>untranslatable</em>; in parte le ha conteggiate Cristofori, che traduce i versi più noti del poeta in questo modo: “Il falco maculato scende in picchiata e mi accusa,/ si lamenta delle mie chiacchiere e dei miei indugi.// Anch’io non sono affatto domato, anch’io sono intraducibile,/ Faccio risuonare il mio barbarico yawp sopra i tetti del mondo”. Giachino, al di là di vetuste variazioni ornitologiche (il “falco maculato”,&nbsp;<em>the spotted hawk</em>, è per lui una mistica “aquila grigiolata”), traduce allo stesso modo; io continuo a preferire la versione di Alessandro Ceni, il più autorevole poeta italiano vivente&nbsp;<a href="https://www.crocettieditore.it/poesia/i-bracciali-dello-scudo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>(è da poco uscita per Crocetti la raccolta della sua opera intera,&nbsp;<em>I bracciali dello scudo</em>)</strong>,</a> dotata di genio eccentrico.&nbsp;<em>Yawp</em>, ad esempio, viene reso con un intrepido – e bellissimo – “graculio”: andate a stanarne il significato&nbsp;<strong><a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/foglie-derba-1/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(di&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>&nbsp;Ceni sceglie “la prima edizione del 1855”, Feltrinelli, 2012).</a></strong></p>



<p>È impossibile misurare la&nbsp;<em>presenza</em>&nbsp;di Whitman nella letteratura occidentale: il&nbsp;<em>Song of Myself</em>&nbsp;ha letteralmente mutato il modo di scrivere in versi, è come passare dal Giurassico al Quaternario, è uno spostamento dei continenti grammaticali. Nel 1909 Ezra Pound stringe “un patto” con Walt Whitman (“Fosti tu ad abbattere il nuovo legno,/ Ora è tempo di intagliarlo”); nel 1955 Allen Ginsberg vede l’ombra di Whitman,&nbsp;<em>lonely old courage-teacher</em>, in un supermarket californiano.&nbsp;<strong>Jorge Luis Borges – che nel 1969 aveva curato un’edizione di&nbsp;<em>Foglie d’erba</em>&nbsp;– fu afflitto da un’ossessione per Whitman. Lo affascinava – come è ovvio – l’idea del “libro dei libri che li reclude tutti”, del “libro assoluto”,</strong>&nbsp;ma soprattutto lo sdoppiamento di Whitman: a suo dire – lo scrive nella&nbsp;<em>Nota su Walt Whitman</em>&nbsp;pubblicata in&nbsp;<em>Altre inquisizioni</em>&nbsp;– l’eroico protagonista del&nbsp;<em>Canto di me stesso</em>&nbsp;non ha nulla a che fare con il suo autore, “il modesto giornalista Walt Whitman, nativo di Long Island”, a tal punto che “Passare dall’orbe paradisiaco dei suoi versi all’ispida cronaca dei suoi giorni costituisce una transizione melanconica”. Gli dedicò una poesia,&nbsp;<em>Camden, 1892</em>: il poeta è sul ciglio della morte, “quasi/ non sono, tuttavia i miei versi ritmano/ la vita e il suo splendore”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="844" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/0hNAR5DuMbPQINJst-1024x844.jpg" alt="" class="wp-image-104392" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/0hNAR5DuMbPQINJst-1024x844.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/0hNAR5DuMbPQINJst-300x247.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/0hNAR5DuMbPQINJst-768x633.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/0hNAR5DuMbPQINJst-600x494.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/0hNAR5DuMbPQINJst.jpg 1148w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Atletico, carnale, sorridente, dal 1873 Whitman era stato falciato da paralisi: a quegli anni risalgono le fotografie del vegliardo con la lunga barba bianca e il mitico ritratto di Thomas Eakins, pittore esaltato dal nudo e dallo scandalo.&nbsp;<strong>Durante il tour americano, anche Oscar Wilde fece visita al poeta, rattrappito nel corpo ma non nell’animo, a Camden, New Jersey. “È l’uomo più umile e più potente che abbia mai incontrato in tutta la mia vita”,</strong>&nbsp;dichiarò all’“Evening Star”, era il gennaio del 1882 (insieme a una mole di documenti whitmaniani, l’incontro tra&nbsp;<em>Wilde e Whitman</em>&nbsp;è raccolto in:&nbsp;<a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/walt-whitman-non-esiste-diavolo-peggiore-delluomo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>W. Whitman,&nbsp;<em>Non esiste diavolo peggiore dell’uomo. Interviste</em>, De Piante, 2022</strong>).</a> “Mi consideravo invulnerabile”, gli sussurrò il poeta, ormai crisalide di se stesso.&nbsp;</p>



<p>“Uomo: come erba i tuoi giorni”, dice il Salmo 103. “Io attraverso la morte con chi muore/ e la nascita con i bambini appena lavati/… Sono l’amico e il compagno della gente, immortale e insondabile come me” (traduzione di Cristofori), canta Whitman, il poeta che fu Genesi. Già morto mille volte in mille uomini e migliaia di volte rinato, dicono che il poeta morì il 26 marzo del 1892. Il cielo era curvo, rade le nubi – seppellirlo fu inutile. Inutile rintracciare il poeta tra feretri e lapidi e studi: bastava passeggiare nei prati per sentirne l’odore. Ineludibile – eterno.&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>“Pronto a fare meravigliosi sogni”. William Cullen Bryant, patriarca della poesia americana</title>
		<link>https://www.pangea.news/william-cullen-bryant-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Nov 2023 05:23:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Edgar Allan Poe]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Lincoln]]></category>
		<category><![CDATA[Thanatopsis]]></category>
		<category><![CDATA[Walt Whitman]]></category>
		<category><![CDATA[William Cullen Bryant]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle fotografie, William Cullen Bryant ostenta una clamorosa barba bianca; gli occhi sembrano pozzi e le rughe conferiscono a quel viso la solennità di una quercia. Morì nel giugno del 1878, era nato il 3 novembre di 83 anni prima. A Central Park si inaugurava una statua dedicata “al grande rivoluzionario liberale europeo ed italiano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nelle fotografie, <a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/william-cullen-bryant" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>William Cullen Bryant</strong> </a>ostenta una clamorosa barba bianca; gli occhi sembrano pozzi e le rughe conferiscono a quel viso la solennità di una quercia. Morì nel giugno del 1878, era nato il 3 novembre di 83 anni prima. <strong>A Central Park si inaugurava una statua dedicata “al grande rivoluzionario liberale europeo ed italiano Giuseppe Mazzini”. La statua esiste ancora. Era la fine di maggio</strong>, Cullen Bryant tenne il discorso, adornato di applausi. A New York lo conoscevano tutti. Si era trasferito nella città molti anni prima, nel 1825, aveva fatto del “New York Evening Post” uno dei giornali più autorevoli degli Stati Uniti. Uomo d’intelletto, animo contemplativo, William Cullen Bryant amava l’esercizio fisico: aveva doti da gran camminatore. Anche quel giorno, dopo aver tenuto il discorso inaugurale per il busto di Mazzini, tornò a casa a piedi, rifiutando gli inviti in carrozza. Il caldo eccessivo lo fiaccò. Giunto alla porta di un amico, crollò, preda di una commozione cerebrale. Seguì un ictus, alcuni giorni di coma, la morte. Il funerale fu seguito da una folla immensa, calorosamente commossa.</p>



<p><strong>Il vecchio William Cullen Bryant, d’altronde, era uno dei pionieri della letteratura americana. Da giornalista, spalleggiò l’elezione di Abramo Lincoln</strong>; da poeta ne cantò la morte, con accenti biblici: “lento alle accuse, rapido nel perdono/ gentile, misericordioso e giusto/…ora sei tra i figli della luce/ nella nobile schiera di chi/ è morto per la causa del Giusto”. La seconda edizione dei suoi <em>Poems</em>, pubblicata nel 1832 da E. Bliss, e in Inghilterra sotto gli auspici di Washington Irving, era stato un autentico evento.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/William_Cullen_Bryant_Cabinet_Card_by_Mora-crop-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97537" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/William_Cullen_Bryant_Cabinet_Card_by_Mora-crop-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/William_Cullen_Bryant_Cabinet_Card_by_Mora-crop-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/William_Cullen_Bryant_Cabinet_Card_by_Mora-crop-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/William_Cullen_Bryant_Cabinet_Card_by_Mora-crop.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /><figcaption class="wp-element-caption">William Cullen Bryant (1794–1878)</figcaption></figure>



<p>In particolare, <strong>il genio di William Cullen Bryant è legato a una poesia, <em>Thanatopsis</em>, scritta quando aveva diciassette anni.</strong> Il testo – etimologicamente: ‘riflessione sulla morte’ – è mirabile: si racconta della con-fusione di un uomo nel grembo della natura, della morte come ritorno nel proprio patronimico onirico, della bellezza di perdersi e di svanire inavvertiti, come i fiumi, le rocce, gli alberi. William Cullen Bryant deve la propria ispirazione alle <em>Lyrical Ballads</em> di Wordsworth, ma i toni – pittorici, ingenui, umani-troppo-umani, di frugale potenza – sono del tutto ‘americani’: l’uomo solo, nell’immensità dei boschi, tra le stirpi dei morti.</p>



<p>Il direttore della “North American Review” che pubblicò il testo per la prima volta, nel 1817, pare abbia detto “nulla di simile è mai stato scritto in questo continente” – una frase, invero, del tutto <em>americana</em>. Cullen Bryant inserì il poemetto nella prima edizione dei suoi <em>Poems</em>, pubblicati da Hilliard and Metcalf, Cambridge, nel 1821. Nato nei pressi di Cummington, Massachusetts, il giovane Cullen Bryant amava vagabondare per i boschi e leggere Edmund Spenser. Il padre lo costrinse a studiare da avvocato; lui lo ascoltò per un po’, poi, come abbiamo visto, preferì la carriera letteraria e giornalistica a New York. <em>Thanatopsis </em>diventò quasi subito un ‘classico’, una poesia, per così dire, ‘formativa’: addestrava ad accettare la morte, imponeva l’incontro con i lari della natura. I bambini la imparavano a memoria, a scuola; il testo avrà un influsso chiaro nell’opera di Henry David Thoreau e di Ralph Waldo Emerson. Tradotto in Italia da Teofilo Petriella nel 1912, come <em>L’inno alla morte</em>, se ne propone in calce all’articolo una nuova versione.</p>



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<p>L’importanza di <em>Thanatopsis</em> nell’immaginario americano si rivela dai dettagli: <strong>nel dialogo tra Clarice Starling e Hannibal Lecter, inventato da Thomas Harris ne <em>Il silenzio degli innocenti</em></strong>, la giovane agente dell’FBI cita la poesia di Cullen Bryant.</p>



<p><strong>Per Walt Whitman, William Cullen Bryant fu semplicemente un mito, “uno dei più grandi poeti al mondo”; </strong>finì per essere – simbolicamente – l’icona da abbattere. Intervistato da “The Leader and Herald”, il 28 giugno del 1885, Whitman afferma:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sono un grande ammiratore di Bryant, Emerson, Whittier e Longfellow&#8230; Metterei Bryant al primo posto, sotto molti punti di vista. Per molto tempo ho collocato Emerson all’apice della letteratura poetica americana, ma da ultimo ho invertito l’ordine e ritenuto Bryant degno di figurare al primo posto, grazie alla sua nativa vitalità e al carattere patriottico, e perché nella sua poesia ritroviamo lo stesso sentore dei boschi e della riva del mare”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Sul “New York Herald”, il 14 aprile del 1889, precisa le sue considerazioni in questo modo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Bryant! Il nostro più grande poeta. Ha qualcosa dell’americanismo, dell’individualismo americano, della vita all’aperto, il rifluire del mare, le montagne, le foreste e gli animali. Ma è troppo malinconico per essere un grande rappresentante della poesia americana”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nessun altro poeta ricorre così spesso nelle riflessioni di Whitman (le citazioni sono tratte da: W. Whitman, <a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/walt-whitman-non-esiste-diavolo-peggiore-delluomo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Non esiste diavolo peggiore dell’uomo. Interviste</em>, De Piante, 2022</a>). <strong>Edgar Allan Poe tra le poesie di William Cullen Bryant preferiva, ovviamente, <em>June</em>,</strong> dove un funerale è descritto, con stentorea tenerezza, in mezzo al verde: così la descrive in <em>The Poetic Principle</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ha un flusso ritmico voluttuoso, è una poesia che mi ha sempre colpito in modo inspiegabile e straordinario… Ciò che ci trasmette è l’impressione profonda di una tristezza in cui ci troviamo a nostro agio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Patriarca della letteratura autenticamente americana, William Cullen Bryant fu soppiantato dalla generazione di giganti che lo ha seguito: Melville &amp; Whitman, Hawthorne &amp; Emily Dickinson. L’affarista e filantropo Jonathan Sturges commissionò nel 1849 ad Asher Brown Durand un quadro in cui William Cullen Bryant chiacchiera con l’amico artista Thomas Cole, morto l’anno prima. Entrambi sono ritratti su una rocca, in mezzo al bosco: sotto di loro, le Kaaterskill Falls, uno dei soggetti poetici di entrambi. Il quadro, <em>Kindred Spirits</em>, prende il titolo da un sonetto di John Keats. <strong>Artisti in mezzo ai boschi, l’assoluto individuo nell’assolata solitudine, quasi che il corpo nasconda un lupo, una cateratta di falchi, la nemesi.</strong> Tutto questo può farci sorridere se pensiamo che Manzoni aveva già scritto<em> I promessi sposi</em>, William Turner aveva già dipinto <em>Snow Storm</em>, Chateaubriand era morto da poco lasciando ai posteri le testamentarie <em>Memorie d’oltretomba</em> e di lì a poco Baudelaire avrebbe pubblicato<em> I fiori del male</em>. Ma è questa – un vento che sa di primo giorno del mondo, di infinita novità – l’America.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="680" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/s-l1600-2-680x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97538" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/s-l1600-2-680x1024.jpg 680w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/s-l1600-2-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/s-l1600-2-600x904.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/s-l1600-2.jpg 717w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></figure>



<p>Gli ultimi anni della sua vita, William Cullen Bryant li impegnò nella sua – dimenticata – traduzione dell’Iliade. Il nuovo mondo incatenato al vecchio mondo, all’egida del mito. Si sentiva Achille.</p>



<p>**</p>



<p><em>Thanatopsis</em></p>



<p>A chi ha affinità con la Natura<br>ed è in comunione con le sue visibili<br>forme, lei parla una lingua variegata; nelle<br>più allegre ore ha voci di gioia, sorriso<br>ed eloquente bellezza, trapassa<br>in più oscure riflessioni con lenta<br>e accorta simpatia, smussa ogni<br>asperità prima che tu te ne accorga. Quando<br>il pensiero dell’ultima ora ti assale come<br>una piaga a marcare lo spirito e tristi immagini<br>di strepitosa agonia, il sudario e il drappo,<br>il buio che mozza il fiato, la casa che ti si chiude<br>addosso, ti gelano il cuore e ti avvelenano,<br>muoviti verso i cieli aperti ed elenca<br>le magnificenze della Natura: tutto, ovunque –<br>la terra con le sue acque e i vortici nell’etere –<br>ti parlerà con voce ferma – pochi giorni ancora,<br>e il sole che tutto vede non ti vedrà più:<br>né la fredda terra su cui è germinata<br>la tua pallida ombra, ingioiellata di lacrime;<br>la tua immagine sparirà dalle braccia<br>dell’oceano. La Terra che ti ha nutrito reclamerà<br>una nuova nascita e che tu risorga ancora dal fango;<br>persa ogni umana traccia, arreso l’essere<br>individuale, svanirai mescolandoti per sempre<br>agli elementi, fratello della roccia insensibile<br>e dell’oziosa zolla che il villano rivolta<br>con sgarbo e calpesta. La quercia irradierà<br>le sue radici perforando il tuo calco.</p>



<p>Per te non esisterà alcun riposo eterno:<br>resterai il solo – e non potresti desiderare<br>più magniloquente tana. Giacerai<br>con i patriarchi del mondo infantile – con i re<br>potenti della terra – i saggi, i santi dalle aggraziate<br>forme, i canuti veggenti delle passate ere<br>riassunti ora nel sepolcro. Le colline, crestate<br>rocche e antiche quanto il sole – le valli<br>avvolte da una quiete inquieta; i venerabili<br>boschi – fiumi che si srotolano pieni<br>di maestà e ruscelli arsi dal rimpianto<br>che fanno verdi i prati; e tutto intorno<br>il malinconico desolato grigiore dell’oceano –<br>non sono nient’altro che le solenni decorazioni<br>dell’immensa tomba dell’uomo. L’aureo sole<br>i pianeti, l’infinita legione del cielo,<br>splendono sulle tristi dimore della morte<br>tra gli statuari bivacchi dei secoli. Ciò che<br>calpesta il globo non è che una iniqua tribù<br>tra quelle sorte, sonnambule, dal suo seno. Afferra<br>le ali del mattino – percorri il deserto di Barca<br>oppure perditi nei consecutivi boschi<br>dove scorre l’Oregon e non si sente suono<br>oltre i suoi bisbigli: eppure i morti sono lì,<br>a milioni in quelle solitudini, da prima che<br>la picchiata degli anni iniziasse, deposti<br>nel loro ultimo sonno – i morti regnano da soli, lì.</p>



<p>Così riposerai – morire inosservato dai vivi,<br>senza alcun amico a testimoniare della tua<br>fine non è forse bello? Tutto ciò che respira<br>condivide il tuo destino. Chi è allegro riderà<br>della tua morte: la solenne cucciolata delle<br>preoccupazioni arranca e tutti inseguono<br>il loro fantasma prediletto; ma svaniscono<br>allegrie e occupazioni: tutti rifaranno<br>il letto insieme a te. Il lungo treno dei secoli<br>sfila al tuo fianco: i figli degli uomini<br>il giovane nella verde primavera della vita, e chi se ne va<br>nel pieno delle forze, la matrona e la ragazza,<br>quello piegato dall’età e il bambino in una culla<br>di sorrisi, reciso nell’anno innocente – uno per uno<br>raccolti al tuo fianco, a loro volta ti seguiranno.<br>Vivi, dunque, e quando arriverà la chiamata<br>unisciti all’innumerevole ciurma che si muove<br>verso i pallidi regni dell’ombra, dove ciascuno<br>porterà la propria stanza nelle silenti aule della morte;<br>non andare a servaggio per la cava notturna<br>scoraggiato dalla prigionia, ma fiero e sereno,<br>con una fiducia incrollabile, avvicinati alla tua tomba<br>come chi sistema il lenzuolo del proprio letto<br>e vi si sdraia pronto a fare meravigliosi sogni.</p>



<p>*</p>



<p><em>Giugno</em></p>



<p>Ho fissato il glorioso cielo<br>e la mascella dei verdi monti intorno<br>e ho pensato a quando giacerò<br>per sempre nella terra:<br>“Sarebbe bello che nel florilegio di giugno<br>quando i fiumi fluiscono con melodie<br>di gioia, la mano del sacrestano forgi<br>la mia tomba, dilati il verde prato.</p>



<p>Una cella nel fango glaciale<br>la bara trascinata nel nevischio<br>arricchito da cubi di ghiaccio<br>mentre feroci ritmano le tempeste –<br>no – non voglio pensare a questo –<br>sia blu il cielo e dolce il vento<br>la terra fertile sotto i piedi<br>e l’umido stampo affondi docile<br>nel mio angusto riposo.</p>



<p>Nelle vaste, infinite ore d’estate<br>la luce dorata coverà al mio cospetto<br>e l’erba e milizie di fiori<br>esatte nella loro bellezza.<br>Il rigogolo racconterà la sua storia<br>d’amore sopra il mio sepolcro;<br>l’oziosa farfalla<br>si poserà per ascoltarlo<br>insieme all’ape massaia e al colibrì.</p>



<p>Ascolterò le allegre grida<br>di mezzogiorno che invitano al villaggio<br>i canti delle ragazze alla foce della luna<br>mediate da fatali risate.<br>Nella luce serale<br>i promessi sposi cammineranno<br>poco lontano dal mio sepolcro.<br>Che magnifiche scene: nessuna tristezza<br>allarmerà la mia vista.</p>



<p>È vero: non vedrei più il glorioso<br>spettacolo della stagione estiva<br>e non brillerebbe per me il suo<br>cristallo, né i suoi selvaggi richiami;<br>eppure, intorno al mio lungo sonno<br>bivaccherebbero gli amici, senza<br>allontanarsi troppo. Canti, luci<br>e fioriture cresceranno sulla mia tomba.</p>



<p>I loro cuori, ammorbiditi, sopporteranno<br>il pensiero di ciò che è stato<br>parlando di chi non può più<br>commentare ciò che vedono;<br>ormai parte di tutto lo sfarzo<br>che riempie il cerchio degli estivi colli<br>la tomba aureolata di verde;<br>i loro cuori saranno felici perché<br>in ogni cosa ascolteranno la mia viva voce”.</p>



<p><strong><em>William Cullen Bryant</em></strong></p>
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		<title>“Vivrò come una farfalla”. Sadakichi Hartmann, il discepolo di Whitman che portò il Giappone negli Usa</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2022 04:20:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ragazzo aveva diciassette anni, era arrivato in America, a Philadelphia, due anni prima. Attraversò il Delaware a piedi, su un cavallo di fortuna, qualcuno gli aveva pagato la tratta del battello. Il poliziotto di quartiere gli indicò la strada. 328 di Mickle Street, Camden. “La prima cosa che vidi di Whitman fu il suo [&#8230;]</p>
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<p>Il ragazzo aveva diciassette anni, era arrivato in America, a Philadelphia, due anni prima. Attraversò il Delaware a piedi, su un cavallo di fortuna, qualcuno gli aveva pagato la tratta del battello. Il poliziotto di quartiere gli indicò la strada. 328 di Mickle Street, Camden. <strong>“La prima cosa che vidi di Whitman fu il suo petto nudo – la lunga barba grigia scorreva sulla camicia aperta”. Novembre 1884, “era una brutta giornata, la neve ricopriva le strade”, </strong>il poeta era stato falciato dalla paralisi, dieci anni prima, e accoglieva gli ospiti così, seminudo, nel candore invernale, con la sfacciataggine di un dio. “Voi siete un ragazzo giapponese, vero?”, attacca il poeta, coinvolto, come sempre, dall’esotico, dalla vita vasta. Iniziano così le <strong><em>Conversations with Walt Whitman</em>, pubblicate in origine nel 1895</strong>, a New York, tra le più schiette e sincere – scritte, tra l’altro, con perizia narrativa da antesignano dei <em>beat</em> – testimonianze sugli ultimi anni di vita del poeta (le leggete, in parte, in: <strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/walt-whitman-non-esiste-diavolo-peggiore-delluomo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Walt Whitman, <em>Non esiste diavolo peggiore dell’uomo. Interviste</em>, De Piante, 2022).</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="774" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/30937314281-774x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92330" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/30937314281-774x1024.jpg 774w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/30937314281-227x300.jpg 227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/30937314281-768x1016.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/30937314281-600x794.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/30937314281.jpg 816w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></figure>



<p><strong>Sadakichi Hartmann</strong> – questo il nome del ragazzo – era un autentico <em>altro</em>, un senza patria, un ronin esistenziale. Nato a Dejima, isola artificiale nel porto di Nagasaki – luogo senza ascendenze, dunque, di scambio, ideato per fini mercantili – da una dama giapponese, morta poco dopo il parto, e da un imprenditore tedesco, Sadakichi studiò in Giappone, fu trascinato negli Stati Uniti appena ragazzo. Con straziata precocità, il “ragazzo giapponese” capì Whitman, e volle toccarlo <strong>(“mi sembrava rappresentare l’immagine spiritualmente più profonda dell’America contemporanea”);</strong> il poeta, forse, sorpreso da quella impudica audacia, carpì dal ragazzo qualcosa della miniatura lirica giapponese (si leggano le poesie, retrattili, raccolte come <em>Sand at Seventy</em>).</p>



<p>L’ultima visita del ragazzo accadde nel 1891, pochi mesi prima della morte del poeta. <strong>“Tengo duro fino all’ultimo, ma è giunto il tempo di dire addio alla mia fantasia”, </strong>gli disse Whitman, riferendosi a una delle sue poesie estreme, <em>Good-bye My Fancy</em>. Le ultime parole rivolte al suo ammiratore rasentano il simbolo mistico, “Ora è nuvoloso, forse passerà”.</p>



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<p>Rapito da stupefacenti ambizioni, per un paio di decenni Sadakichi Hartmann mise a soqquadro la vita culturale americana. Fece esplodere il suo talento in diversi fronti, troppi: fu fotografo, critico d’arte, drammaturgo, poeta, romanziere, di fede anarchica. Scrisse un testo teatrale su <em>Christ</em>, uno sul <em>Buddha</em>, un altro intitolato <em>Mohammad</em>. Ovviamente, mise in scena un dramma su <em>Confucio</em> e uno su <em>Moses</em>; <strong>nel 1916 pubblicò la propria traduzione/invenzione delle <em>Rubʿayyāt</em> di Khayyām,</strong> testo canonico dell’esotismo in lingua inglese. Nell’introduzione il poeta nippo-tedesco dichiara le proprie intenzioni whitmaniane: “Voglio una poesia semplice, che sappia attrarre tutti, dalla cameriera al sapiente, dall’ordinario uomo d’affari all’artista solitario”. I versi, infine, sono riusciti, ma il persiano Khayyām pare il romano Orazio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>Cosa dovremmo sognare, di cosa dovremmo chiacchierare<br>in questo giorno così triste, in questo clima tanto cupo?<br>Dal giardino gli astri sono invisibili<br>gli incendi offuscano la pianura<br>e le ore scorrono con volti imbronciati.<br>Dobbiamo essere felici proprio quando il cielo è grigio.</strong></p></blockquote>



<p>Nel 1920 pubblicò un romanzo, <em>The Last Thirty Days of Christ</em>, in cui prende voce “Lebbeo, meglio noto come Taddeo, figlio di un comune pescatore della Galilea, nato a Cafarnao, apprendista di Zebedeo, uno dei discepoli di Gesù di Nazaret”. Il romanzo, ambientato “durante il settimo anno dell’imperatore Nerone”, rinarra, da sguardo laterale, la missione di Cristo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Quando ho conosciuto il Maestro avevo trentadue anni, sapevo poco del mondo, a parte un soggiorno in Tiberiade. La mia prima ambizione era diventare un seguace di Esculapio. Non per dispetto a mio padre: amo bagnarmi, sentire il tumulto del vento e dell’acqua, la vita che crepita e salta. Semplicemente, desideravo qualcos’altro oltre a cacciare cibo per gli uomini. Mi impedirono di andare ad Alessandria. Allora, ho pescato, ho aiutato mio padre, ho sognato di diventare un predicatore, per lo meno un lettore, nella sinagoga. Quando ho ascoltato il Maestro a Cafarnao, il desiderio è diventato irresistibile&#8230;”.</strong></p></blockquote>



<p>In qualche modo – poco importa se ingenuo – Sadakichi Hartmann ha aperto la via a un ‘genere’: i romanzi – più o meno devoti – sulla vita di Gesù. Nel frattempo, il giapponese in America era stato eletto re del Greenwich Village, scriveva regolarmente su “Camera Notes”, la rivista di fotografia fondata da Alfred Stieglitz. Nel 1924 Douglas Fairbanks gli chiede di fare la comparsa in <em>The Thief of Bagdad</em>: Sadakichi è addobbato con un improbabile turbante e un mantello da genio d’Oriente. In effetti, perfino il suo viso è sconcertante: ha la ruvidezza del tedesco e l’effimera levità del nipponico. A volte non disdegna il kimono, spesso è oggetto delle vignette satiriche del tempo. Con gli anni Venti, ad ogni modo, la storia artistica di Sadakichi Hartmann – ricostruita in <a href="https://www.amazon.com/Sadakichi-Hartmann-Critical-Modernist-Lannan/dp/0520067673" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Sadakichi Hartmann: Critical Modernist</em>, University of California Press, 1991</strong> </a>– si esaurisce. I tempi cambiano, il ragazzo giapponese invecchia, fiaccato dal male. Si ritira a Banning, California, nel ranch della figlia; è tra i rari giapponesi – per questioni di salute più che per blasone estetico – a non essere arrestato dopo l’ingresso del Giappone nella Seconda guerra; ad ogni modo, è indagato dall’FBI, e muore poco dopo, nel novembre del 1944.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="832" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/word-image-54-scaled-1-832x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92331" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/word-image-54-scaled-1-832x1024.jpg 832w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/word-image-54-scaled-1-244x300.jpg 244w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/word-image-54-scaled-1-768x946.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/word-image-54-scaled-1-600x739.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/word-image-54-scaled-1.jpg 877w" sizes="(max-width: 832px) 100vw, 832px" /><figcaption>Ejnar Hansen,&nbsp;<em>Portrait of Sadakichi Hartmann</em>, before 1934</figcaption></figure>



<p>Più che altro, l’importanza di Sadakichi Hartmann è quello di aver fatto da cerniera tra la cultura americana e quella nipponica: <strong>nel 1901 scrive il primo manuale di <em>Japanese Art</em></strong> – ma l’anno prima aveva pubblicato una <em>History of American Art</em>. Nei primi anni del Novecento traduce – e ricrea – alcuni <em>tanka</em>, riferendosi alla tradizione della poesia giapponese classica. Insieme a Yone Noguchi, è il primo autore giapponese di haiku in lingua inglese: <strong>nel 1916, a San Francisco, pubblica una raccolta di <em>Tanka and Haikai</em>, dedicando questo fascio di <em>Japanese Rhythms</em> alla madre</strong>, cioè al Giappone. Una copia conservata presso la Lilly Library della Indiana University, dedicata <em>To Ezra Pound. Greetings!</em>, dimostra l’amicizia tra il nippo-tedesco e il grande poeta. Non è un dettaglio occasionale: Ezra Pound ‘importa’ la poetica dell’estremo Oriente nel 1915, pubblicando come <em>Cathay</em> alcune sue versioni dalla poesia cinese classica, e nel 1916, traducendo <em>Certain Noble Plays of Japan</em>; nel 1913 aveva posto le basi dell’Imagismo, il movimento lirico che si basa, come scrive Pound, sul “metodo ideogrammatico”. Nel 1912, tramite la vedova del grande iamatologo Ernst Fenollosa – già professore di filosofia e di politica economica all’Università imperiale di Tokyo, morto nel 1908 – il poeta aveva ottenuto testi inediti sulla poesia cinese e il teatro Nō. Secondo Kenneth Rexroth – che<a href="https://www.amazon.com/White-Chrysanthemums-Literary-Fragments-Pronouncements/dp/B002SMVI1I" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> <strong>nel 1971 cura una raccolta di testi di Hartmann, <em>White Chrysanthemums</em></strong> </a>– il primo contatto di Pound con la cultura giapponese avviene proprio attraverso i testi di Sadakichi Hartmann, che nel giugno del 1912, sulla rivista “Forum”, pubblica uno studio sul <em>Japanese Drama</em>. Di certo, Hartmann e Pound si incontrano, nel 1915, a Londra.</p>



<p>Il lunare Sadakichi Hartmann, per sempre alieno al proprio tempo, sradicato – e dunque: del tutto <em>americano</em> – passò da Whitman a Pound, finì travolto dal silenzio. <a href="https://www.carcanet.co.uk/cgi-bin/indexer?product=9780993505621" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Nel 2016, per la cura di Floyd Cheung, Carcanet ha pubblicato i <em>Collected Poems</em> di Hartmann.</strong> </a>Aveva lo sguardo di chi ti sa squadernare il futuro, lì per lì, leggendoti la mano; aveva lunghe mani e lunghi bastoni, e l’eleganza eccessiva, fino alla sciatteria, dei poeti. Non fece mai ritorno in Giappone perché, semplicemente, non aveva un posto a cui fare <em>ritorno</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="760" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Fig-7-scaled-1-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92332" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Fig-7-scaled-1-760x1024.jpg 760w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Fig-7-scaled-1-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Fig-7-scaled-1-768x1034.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Fig-7-scaled-1-600x808.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/Fig-7-scaled-1.jpg 802w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption>&nbsp;John Decker, <em>Portrait of Sadakichi Hartmann</em></figcaption></figure>



<p><strong>***</strong></p>



<p><strong><em>Tanka</em></strong></p>



<p>Inverno? Primavera? Chi può dirlo?<br>Germogli bianchi sulle ali del susino<br>sembrano grumi di neve.<br>Il cielo azzurro non fa sbocciare i fiori<br>eppure la loro fragranza è un augurio.</p>



<p>*</p>



<p>Luna sonnambula, albina,<br>si specchia in un mare placido:<br>quale volubile istinto notturno<br>ti ha esortata a fuggire dal cielo<br>per vivere nel mare, all’alba?</p>



<p>*</p>



<p>Come nebbia sui covoni<br>crolla, dolcemente, la pioggia di primavera<br>sopra gli agrumeti:<br>chi si affaccia alla finestra di Ume<br>la scambierà per un uccello che canta.</p>



<p>*</p>



<p>Anche se l’amore è appassito<br>i fiori illuminano i boschi:<br>perché, come un tempo,<br>non percorri le navate della selva<br>e sogni le ore passate?</p>



<p>*</p>



<p>Dai un nome a questi<br>giorni vaghi ed erranti!<br>Sono come la corteccia<br>del sogno che le anime randagie<br>abbandonano all’alba.</p>



<p>*</p>



<p>Ascendi alle mie labbra<br>musa del vino ambrato!<br>Gioia di chi sorseggia<br>i sussurri del sakè,<br>frutto di una fonte divina.</p>



<p>*</p>



<p>Mentre gli eoni roteano<br>io conosco il piacere:<br>che senso ha lamentarsi<br>se nel futuro vivrò<br>come una farfalla?</p>



<p>*</p>



<p>Quando le vecchiaia giunge<br>sulla nostra soglia<br>vorremmo smorzare la campana<br>chiudere la porta e chiamare<br>a servizio un altro giorno.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Haiku</em></strong></p>



<p>Fluttuano petali bianchi<br>sul sentiero tortuoso del bosco –<br>nient’altro è il sogno della vita.</p>



<p>*</p>



<p>Alla luna nuova, l’incontro!<br>Da due settimane attendo invano.<br>Stanotte – non dimentico.</p>



<p>*</p>



<p>Rosse foglie d’acero:<br>veglia di fiamme sopra<br>l’abside dell’albero.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="728" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/hartmann-4-japanese-728x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92333" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/hartmann-4-japanese-728x1024.jpg 728w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/hartmann-4-japanese-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/hartmann-4-japanese-600x844.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/08/hartmann-4-japanese.jpg 768w" sizes="(max-width: 728px) 100vw, 728px" /></figure>



<p>**</p>



<p><strong>L’arte giapponese</strong></p>



<p>Divinità circondate da vaste aureole su fondo blu, strani demoni che sorridono sereni in vesti drappeggiate, morbide, fluenti, assisi su troni di fior di loto, con stemmi mitologici: tali sono le figure giunte dal primo periodo dell’arte giapponese. <strong>Come in Italia la pittura devota, prima di sfociare nel realismo dei successori di Masaccio, era incarnata nelle opere del Beato Angelico</strong>, che tendevano al mistico e all’ideale, così il Giappone riassumeva nei pannelli che decoravano i suoi templi i criteri di una bellezza purificata, nativa.</p>



<p>Nell’VIII secolo, quando la città di Nara divenne la sede del Mikado, il Giappone non era affatto uno stato arcaico. L’autorità imperiale si era notevolmente estesa, il potere ereditario dei capi locali era stato sostituito da un sistema di prefetti che ricoprivano cariche e compiti sotto il controllo del Mikado. L’educazione nelle arti – che in Giappone significava lo studio dei capolavori dell’antichità cinese – aveva fatto progressi. Erano state create scuole e università, in cui si approfondiva la storia, lo studio dei classici cinesi, il diritto, l’aritmetica. Questo, ovviamente, a beneficio delle classi degli ufficiali; secoli dopo l’istruzione toccò la gente comune. Gli insegnanti di pittura erano per lo più coreani.</p>



<p>La colossale statua in bronzo del Buddha e alcune notevoli sculture in legno, ancora a Nara, testimoniano l’abilità degli artisti giapponesi. Il primo libro che ci è giunto da quella civiltà è il <em>Kojiki</em>, o “Ricordi di vecchie cose”, completato nel 712. A corte esisteva una corporazione, ereditaria, di attori, simili ai bardi della Britannia e dell’Irlanda, che recitavano le “antiche parole” al cospetto del Mikado, durante le occasioni solenni.</p>



<p>Di maggiore importanza sono le realizzazioni in campo architettonico: il buddismo richiedeva templi e pagode maestosi per l’esercizio del culto. Perfino la crescente autorità della corte necessitava di edifici degni alla sua grandezza, in consonanza con gli splendidi cerimoniali adottati in Cina, rispetto ai palazzi del passato, per lo più temporanei.</p>



<p><strong>L’antica civiltà cinese ha svolto nel mondo orientale la parte della Grecia in quello occidentale: non vi è ambito del pensiero giapponese, spirituale, morale, materiale che non porti tracce dell’influenza cinese.</strong> Oltre alla Cina, c’è l’India, da cui proviene l’altro carattere decisivo per capire il Giappone: il buddismo. Continuando il paragone, <strong>il buddismo occupa una posizione simile a quella del cristianesimo nel mondo occidentale.</strong> I giapponesi, nel corso dei secoli, hanno accolto i doni dell’arte cinese e dell’India; tuttavia non dobbiamo intenderli come meri copisti. Se ciò fosse vero, non incontreremmo individualità capaci di cogliere e rifondare le influenze straniere; avremmo un popolo di idolatri, facilmente sottomessi. Ma il Giappone ha rinnovato sempre la propria giovinezza: la struttura stessa delle sue isole, che formano una sorta di mezzaluna staccata dal continente, la voracità dell’isolamento, hanno fatto del Sol Levante una terra privilegiata, <strong>adatta alla raffinatezza, alla sprezzatura artistica, a una ossessiva sensibilità.</strong></p>



<p>Il primo pittore menzionato nei documenti è un cinese, Shinki, giunto in Giappone sotto il dominio di Yūryaku (457-479). Poco dopo, un discendente dell’imperatore cinese, Wen Ti, fu dichiarato “l’artista più famoso ai tempi dell’imperatore Buretsu” (498-506). Trecento anni dopo, Nau Riu ottenne dal Mikado il titolo di “primo pittore del Giappone”.</p>



<p><strong><em>Sadakichi Hartmann</em></strong></p>
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		<title>“È difficile stare dietro a Walt Whitman: ci supera continuamente&#8230;”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 May 2022 04:24:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[De Piante]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che paradosso: tutti cominciarono a omaggiare Walt Whitman quando il poeta era fiaccato dalla paralisi. Il genio erotico, il geniale vagabondo, il saltuario eroe della guerra civile narrata in Drum-Taps, era grumo di carne inerte – o quasi –, il bardo sugellato dalla carrozzina più che dal trono, dall’infermità prima che dall’aureola d’alloro. La generica [&#8230;]</p>
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<p>Che paradosso: tutti cominciarono a omaggiare Walt Whitman quando il poeta era fiaccato dalla paralisi. Il genio erotico, il geniale vagabondo, il saltuario eroe della guerra civile narrata in <em>Drum-Taps</em>, era grumo di carne inerte – o quasi –, il bardo sugellato dalla carrozzina più che dal trono, dall’infermità prima che dall’aureola d’alloro. La generica incomprensione, le accuse di oscenità, il licenziamento disposto, dopo una manciata di mesi, nel 1865, dal bigotto Secretary of the Interior, il senatore James Harlan, la barba bianca, oceanica, i moti parziali, epigrafici, conferivano a Whitman un profilo omerico, una <em>profondità</em> ineffabile. <strong>La paralisi, caduta nel 1873, in qualche modo, lo <em>giustificava</em> e fece di WW un santo, il fulcro dell’identità nazionale, e la casa di Camden, New Jersey – prima ospite del fratello George, poi al 28 di Mickle Street – l’ombelico del mondo, il rifugio dei reietti, preda di colloqui estremi, un Eden in restauro.</strong> D’altronde, ha scritto Harold Bloom, “Whitman è al tempo stesso Adamo e Cristo, il Vecchio Adamo e il Nuovo&#8230; è difficile stare dietro a Whitman: ci affianca e ci supera continuamente&#8230; Nessun altro americano è, come lui, un poeta universale, che sopravvive alle traduzioni e alle revisioni radicali”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="884" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/9791280362254_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-91116" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/9791280362254_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/05/9791280362254_0_536_0_75-182x300.jpg 182w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Intanto, <em>Foglie d’erba</em>, la raccolta leggendaria, pubblicata nel 1855, era all’ennesima edizione: in Inghilterra l’esuberanza del poeta era apprezzata più che in patria, “ma non ho mai rimpianto il mio percorso in solitaria”. Nel 1882 era sbarcato a Camden perfino Oscar Wilde: la stampa andò in delirio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Penso che il Signor Whitman sia uno degli uomini più meravigliosi ed energici che siano mai vissuti. Di certo, è l’uomo più umile e potente che abbia mai incontrato in tutta la mia vita. Eccentrico. Non lo è. Impossibile giudicare i grandi uomini con il metro delle convenzioni banali”.</strong></p><cite><em>Oscar Wilde</em></cite></blockquote>



<p>Wilde lo chiamava “venerabile uomo”; gli snodò la barba, preferirono il vino; l’esteta si stupì della casa sobria, ruvida, in cui viveva il poeta. La povertà, una costante nella vita di Whitman, aveva tratti solari.</p>



<p><strong>Il viavai dei giornalisti – Whitman ricordava ogni volta di essere stato un loro “collega” in gioventù: nel 1838, controvoglia, aveva fondato il “Long Islander News”,</strong> giornale di Huntington che esiste ancora oggi, tirato in 7mila copie, con il faccione di WW e il logo <em>founded by Walt Whitman </em>– divenne folle, il “Walt Whitman Archive” registra, nel 1885, nove interviste pubbliche. A Whitman, poeta-profeta, oracolo nazionale, si domandava di tutto: <strong>nel giugno del 1886 il “Chicago Daily Tribune” organizzò un incontro con Whitman e Edward D. Cope, paleontologo, poligrafo, cercatore di fossili, “grande erede di Darwin”.</strong> Whitman professa la sua fede nel darwinismo – “Credo nel darwinismo e nell’evoluzionismo dalla A alla Z” –, lotta per “una convergenza tra la moderna scienza e la teologia più nobile e profonda”, ritiene che la letteratura, onnicomprensiva, non possa prescindere dagli studi scientifici. Amava ascoltare Giuseppe Verdi; democratico di fatto malsopportava la gagliarda modestia dei politici del suo tempo, credeva nell’individuo e nell’opera comune:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“estrema reciprocità e apertura insieme a libero commercio sono l’unica politica che abbia valore per me”.</strong></p></blockquote>



<p>In uno dei tanti simposi – organizzato, questa volta, dal “The Evening Telegram”, nel febbraio del 1892 – Whitman chiacchiera con Thomas Eakins, pittore straordinario – che ritrae Whitman nel 1888, tra l’altro – cacciato da diverse accademie d’arte perché affrontava con coscienza estetica, ‘scientifica’ – e voluttà da vampiro – il nudo. Ogni verbo del bardo è raccolto a mani piene, come una rivelazione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Per me c’è qualcosa di curioso, di straordinariamente divino nella multiforme individualità che esiste in ognuno di noi”.</strong></p></blockquote>



<p><strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/walt-whitman-non-esiste-diavolo-peggiore-delluomo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Una vasta selezione di interviste, dialoghi, confessioni di Whitman, finora inedite in Italia, è stata raccolta da De Piante come <em>Non esiste diavolo peggiore dell’uom</em></a><em>o</em></strong> (con un testo di Franco Buffoni, per la traduzione di Émil Ronìn). Il libro ha il primato della freschezza, insperata: le parole di Whitman provengono, sempre, dal primo giorno del mondo, cosmogonia in una stanza, con la finestra verso Ovest, a vetrificare l’orizzonte:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Un libro deve essere dotato di una spina dorsale che lo tenga unito&#8230; Voglio infondere una speranza e una fede più grandi – un ottimismo – sulla vecchiaia. Sono un vecchio scapolo che non ha mai avuto una relazione d’amore. La natura ha ricoperto il ruolo della sposa, con sofferenze da accudire e paesaggi da rivestire di poesia”.</strong></p></blockquote>



<p>Per altro, il libro offre uno spaccato insolito sulla politica statunitense dell’Ottocento: quando Whitman rievoca la figura di Martin Van Buren, dei “Barnburners” e la nascita del GOP, il Republican Party, ad esempio; o quando commenta le presidenziali del 1884, che vedono la vittoria, per pochissimo, del democratico Stephen Grover Cleveland. Su tutto, in ogni caso, vince lo spirito contraddittorio di Whitman, l’afasia politica, una sorta di caustica leggerezza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Mio padre era un carpentiere, aveva ereditato il mestiere. Così, dopo aver smesso di fare il redattore nei giornali, iniziai pure io a fare il carpentiere&#8230; Ma un’ape s’infilò sotto il mio cappello e inizia a scrivere. Presto pubblicai <em>Foglie d’erba</em>. Avrei dovuto continuare a fare il costruttore e dedicarmi all’acquisto di terreni. Lo avessi fatto, oggi sarei un uomo ricco. Invece, sono soltanto l’autore di <em>Foglie d’erba</em>”.</strong></p></blockquote>



<p>In realtà, tutti si cibarono del corpo lirico di Whitman, da Allen Ginsberg a Ezra Pound, da D’Annunzio (“<em>Laus Vitae&nbsp;</em>di D’Annunzio non sarebbe stata possibile senza il&nbsp;<em>Song of Myself&nbsp;</em>del Whitman”, così Mario Praz) a Jorge Luis Borges che dà a Whitman, va da sé, nei <em>Prologhi</em>, un’intonazione borgesiana:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Innumerevoli sono coloro che hanno imitato, con esito diverso, l’intonazione di Whitman: Sandburg, Lee Masters, Majakovskij, Neruda&#8230; Nessuno, salvo l’autore dell’inestricabile e certamente illeggibile <em>Finnegans Wake </em>ha tentato un’altra volta di creare un personaggio molteplice. Whitman, insisto, è il modesto uomo che fu tra il 1819 e il 1892, e quello che avrebbe voluto essere e non finì di essere, e anche ciascuno di noi, e di quelli che abiteranno il pianeta”.</strong></p></blockquote>



<p>Gli studi sull’opera e la vita di WW, va da sé, diventarono un genere letterario autonomo. Edward Carpenter, poeta, filosofo, utopista, socialista, promotore della Fabian Society, tra gli accoliti a Camden, per dire, fece di Whitman il Mosè della liberazione sessuale: “Diceva di essere un appassionato amante dell’umanità&#8230; Non ci sono dubbi sul fatto che Walt Whitman fosse prima di tutto un amante del Maschio. Il suo pensiero si rivolge per lo più agli Uomini, e non serve dissimulare questa ovvietà” (in: <em>Some Friends of Walt Whitman. A Study in Sex Psychology</em>, 1924).</p>



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<p>Secondo Bloom, l’opera di Whitman va sfrondata dalle evidenze, dalle occasioni, da chi tira il bardo per la giacca facendone un mulo per il proprio singolare mulino: “in realtà, Whitman è un poeta ermetico, esitante e intimo, e più difficile di quanto lui stesso si proclamasse”. In qualche modo, è la stessa conclusione cui arriva Giorgio Manganelli, in un celebre scritto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il temperamento oratorio, la predilezione per le iterazioni, il vocativo, i cataloghi, il misticismo turistico esclamativo, la paesaggistica esemplare&#8230; tutto ciò può nascondere la qualità segreta, clandestina, più sussurrata, da complice, che non sommessa, la squisitezza sonora dei fiati, i fremiti, i brividi, i misteriosi trapestii, i rapidi sussulti, gli indizi, <em>hints</em>, incantesimi, scongiuri, nomi di uccelli, nomi indiani, <em>obi</em>”.</strong></p></blockquote>



<p>Già, per lo più Whitman era un mago. Un suo autentico discepolo, Carl Sadakichi Hartmann, ha scritto un memorabile memoriale di <em>Conversations with Walt Whitman</em>, compiute lungo l’arco di una vita<strong>. Infine, “Le critiche, gli abusi, le calunnie che lo avevano tormentato, si ammutolirono; tutti venivano a congratularsi con lui, a tributargli grandi elogi. E il grand’uomo si guardava intorno, sorpreso, si sentiva pio, clemente, perdonava tutti&#8230;”. </strong>Le ultime parole di Whitman riguardano un nodo di nubi – “Ora è nuvoloso, forse passerà” – e il discepolo lo descrive “come un giorno d’estate lungo i campi, all’aperto, o sull’oceano”. La vastità è il carisma del poeta, un pulviscolo di scintille, ti taglia le labbra e ne fa ridda di amuleti. &nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Per amore di colui che impersono, per amore dell&#8217;uomo qualunque, per amor tuo, se tu sei quello&#8221;. Con Whitman, di sera</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2021 10:19:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccomi nuovamente qui, la sera, a tentare di battere forte i tasti per le parole a venire; per i futuribili pensieri sonnambuli. In una stanza che mi contiene e mi sovverte, non appena scelgo un libro e lo apro. I libri che mi ronzano attorno, voglio dire: (che mi accerchiano e quasi mi baciano), prolificano, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/whitman-con-i-predecessori-giorgio-anelli/">&#8220;Per amore di colui che impersono, per amore dell&#8217;uomo qualunque, per amor tuo, se tu sei quello&#8221;. Con Whitman, di sera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Eccomi nuovamente qui, la sera, a tentare di battere forte i tasti per le parole a venire; per i futuribili pensieri sonnambuli. In una stanza che mi contiene e mi sovverte, non appena scelgo un libro e lo apro. I libri che mi ronzano attorno, voglio dire: (che mi accerchiano e quasi mi baciano), prolificano, si moltiplicano col passar del tempo. Figliano, quasi. Sono una famiglia, loro; un clan alternativo alla realtà che ci piange addosso. E mi ricordano che dobbiamo essere forti, qualsiasi circostanza assalga il cuore. <strong>Questi miei libri ‒ sacri e profani, cattolici e irredenti! ‒ sono il simbolo della rinascita, del clangore di un treno che passa, incurante degli errori che ci precedono, o di quelli già commessi.</strong></p>



<p>L&#8217;importante, per me, ora, è stare qui (volentieri), volerti dire qualcosa. <strong><em>Lettore</em>, l&#8217;essenziale, ciò che è rilevante, è questa mia attesa che non è vana, perché porta in grembo il frutto del mio giardino, da curare proprio in una stanza. Tutto è silenzio. Nulla e nessuno potrà suggerire</strong>. Tuttavia, queste pagine di libri sono un tesoro talmente prezioso che a volte per l&#8217;abbondanza, me ne dimentico pure. Ciò nonostante, è bello scrivere grazie a loro, a questi preziosi minerali che rivelano tutta la loro lucentezza, una volta che li si dissotterra, stringendoli tra le mani.</p>



<p>Si sente soltanto in lontananza un latrato di cane. Forse il forte vento ha portato aria di ladri, stasera. Non importa. Io sto altrove. Nessuno in questo momento potrà scovarmi o allontanarmi. Poiché, nonostante la fatica, sono in pace.</p>



<p>Quel che tento di fare ‒ uomo come me qualunque, come me unico e irripetibile ‒ è di sentirmi vivo, di combattere per la libertà, per le conseguenze della mia libertà. E lo faccio poetando. Poetando tra un pensiero e l&#8217;altro. <strong>In attesa che un giorno la poesia si faccia sangue e carne sul foglio bianco. Nell&#8217;attesa che questa mia fatica, nella danza smisurata delle parole, germogli per l&#8217;inatteso incontro di domani. Ecco: nel silenzio ti scrivo.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="572" height="824" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/Portrait-of-Rainer-Maria-Rilke-by-Knut-Odde-1897.jpg" alt="" class="wp-image-84578" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Portrait-of-Rainer-Maria-Rilke-by-Knut-Odde-1897.jpg 572w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/Portrait-of-Rainer-Maria-Rilke-by-Knut-Odde-1897-208x300.jpg 208w" sizes="(max-width: 572px) 100vw, 572px" /><figcaption><em>Rainer Maria Rilke secondo Knut Odde, 1897</em></figcaption></figure>



<p>Tutto è immobile nella stanza-studio. Solo il picchiettare dei tasti, il ticchettio delle dita, sono l&#8217;unico frammento vivo che intarsia la fantasia. E mi ricordano che sono reale, che tutto ha un senso, che la poesia ha un valore, che <a href="http://www.pangea.news/whitman-wilde-interviste/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Walt Whitman</a> ‒ sì, anche lui! ‒ ha un senso, e ce lo dona largamente:</p>



<p><em>So che il passato fu grande e che il futuro sarà grande,</em></p>



<p><em>E so che ambedue curiosamente nel presente si amalgamano,</em></p>



<p><em>(Per amore di colui che impersono, per amore dell&#8217;uomo</em></p>



<p><em>qualunque, per amor tuo, se tu sei quello,)</em></p>



<p><em>E che dove io o tu ci troviamo oggi, colà è il centro di tutti</em></p>



<p><em>i giorni, di tutte le razze,</em></p>



<p><em>E colà vi è il senso, per noi, di quanto mai hanno prodotto</em></p>



<p><em>le razze ed i giorni, o mai produrranno.</em></p>



<p>Dunque il dono di un significato, ci dice il poeta, può unicamente arrivare <em>Con i predecessori</em>; ovvero con la tradizione e i canoni; grazie a coloro che prima di noi hanno creduto in quel che facevano, in quel che erano, in quel che sarebbero potuti diventare, un giorno, per gli altri: “Con i predecessori, / Con i miei padri, le madri, e le accumulazioni dei tempi trascorsi, / Con tutto ciò che, non fosse esistito, non potrei trovarmi / qui io, e come sono&#8230;”</p>



<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
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		<title>“La democrazia deve affinarsi nella natura, tra le bestie”. Un testo di Walt Whitman</title>
		<link>https://www.pangea.news/whitman-democrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2021 06:12:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<category><![CDATA[Walt Whitman]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’abnorme introduzione a Foglie d’erba, la prima edizione, quella del 1855 – tradotta da Alessandro Ceni per Feltrinelli – Walt Whitman coagula il canto alla terra di cui canta. “Gli americani di tutte le nazioni d’ogni tempo sulla terra posseggono probabilmente la natura poetica più piena. Gli Stati Uniti stessi sono essenzialmente il poema più [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/whitman-democrazia/">“La democrazia deve affinarsi nella natura, tra le bestie”. Un testo di Walt Whitman</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nell’abnorme introduzione a <em>Foglie d’erba</em>, <a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/foglie-derba-1/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la prima edizione, quella del 1855 – tradotta da Alessandro Ceni per Feltrinelli</a> – Walt Whitman coagula il canto alla terra di cui canta. “Gli americani di tutte le nazioni d’ogni tempo sulla terra posseggono probabilmente la natura poetica più piena. Gli Stati Uniti stessi sono essenzialmente il poema più grande”, scrive, e così sancisce un legame inesorabile tra il luogo – gli USA – e il verso, tra il verbo e la carne del popolo americano, tra la natura e la Democrazia. <strong>“I poeti americani hanno da racchiudere vecchio e nuovo perché America è la razza delle razze. Di codeste il bardo dev’essere commisurato a un popolo… La terra e il mare, gli animali pesci e uccelli, il cielo del firmamento e le orbite, le foreste montagne e fiumi, non sono temi da poco…”.</strong> Perfino la politica, in effetti, dovrebbe essere retta da una poetica. “La scelta quadriennale dei presidenti americani è uno spettacolo possente”, aveva detto il poeta, ormai leggenda, acciaccato, nel 1891. Si riferiva alla grande massa democratica che si muove, a fiumane, nell’immensità americana. Riguardo ai presidenti, però, non aveva la stessa opinione. <strong>“Non si sono mai visti uomini tanto corrotti, mediocri, inaffidabili, piagnoni e falsi come quelli che occupano il potere pubblico”,</strong> <a href="https://whitmanarchive.org/criticism/current/encyclopedia/entry_706.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">scrisse Whitman in un testo del 1860, <em>To a President. </em></a>Il testo era indirizzato a James Buchanan (democratico), quindicesimo pres degli Usa, ma comprendeva anche i suoi predecessori, Millard Filmore (Whig) e Franklin Pierce (democratico). Riguardo a Pierce – il presidente che fece la fortuna, almeno economica, di Nathaniel Hawthorne – il poeta rincarò la dose: “È il Presidente che mangia escrementi a pranzo, ne gode, e vuole imporli con forza al nostro paese”. <strong><a href="https://whitmanarchive.org/criticism/current/encyclopedia/entry_54.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il testo che pubblichiamo qui sotto – che in filigrana, forse, spiega gli Usa più di molte analisi politiche – è tratto da S<em>pecimen Days &amp; Collect</em>,</a> </strong>collezione di saggi, annotazioni, testi autobiografici, pubblicato nel 1882 (in Italia è edito come <em>Giorni rappresentativi</em>). &nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="640" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/918WjiOs9L-640x1024.jpg" alt="" class="wp-image-82073" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/918WjiOs9L-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/918WjiOs9L-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/918WjiOs9L-768x1229.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/918WjiOs9L-960x1536.jpg 960w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/918WjiOs9L-1280x2048.jpg 1280w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/918WjiOs9L.jpg 1500w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>**</p>



<p>La democrazia viene affinata all’aria aperta, è solare, resistente e sana soltanto nella natura – proprio come l’arte.</p>



<p>Per questo, occorre qualcosa per temprarle entrambe – per verificarle, frenarne gli eccessi, la morbidezza. Ho voluto, prima di tutto, dare testimonianza di un prerequisito fondamentale e antico. La democrazia americana, nella sua miriade di personalità, nelle fabbriche, nelle officine, negli uffici, nei negozi – e in mezzo alle strade affollate delle città, e nelle case, e in quella polimorfica esistenza sofisticata – deve essere rinforzata, rinfocolata, rivitalizzata grazie al contatto regolare, quotidiano, con la luce e con l’aria e con la vita, brutale, deve stare tra le fattorie, le bestie, i campi, gli alberi e gli uccelli, altrimenti impallidirà, si farà piccola, invisibile. Non possiamo avere altrimenti una grande civiltà di meccanici, lavoratori, e di condivisione (il solo specifico scopo per cui è nata l’America). Non concepisco alcun elemento vivo, eroico nella democrazia degli Stati Uniti d’America in se stessa, priva della natura, che ne costituisce la parte principale – l’elemento che gli dona salute e bellezza – e le permette di fondare la politica, la sanità, la religione e l’arte del Nuovo Mondo.</p>



<p>Infine, la morale del discorso: “Che cos’è la virtù”, scrive Marco Aurelio, “se non una viva ed entusiasta simpatia per la natura?”. Forse, davvero, gli sforzi dei poeti, dei fondatori, delle religioni e delle letterature di ogni tempo, sono stati, e sempre saranno, in questo e nei tempi a venire, gli stessi: richiamare le persone dai loro perpetui smarrimenti e dalle loro astrazioni malate, all’origine, concreta, divina, terrena, ineguagliabile.</p>



<p><strong><em>Walt Whitman</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/whitman-democrazia/">“La democrazia deve affinarsi nella natura, tra le bestie”. Un testo di Walt Whitman</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Io contengo moltitudini”. Come Walt Whitman può cambiarti la vita. Aggiornamento bibliografico</title>
		<link>https://www.pangea.news/whitman-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2020 07:50:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Foglie d'erba]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Spectator]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Definire ‘atteso con ansia’ un libro fresco di stampa è quasi inammissibile. Eppure, nel caso di What is the Grass: Walt Whitman in my Life di Mark Doty questa è la realtà. Ciò è vero non soltanto perché Doty è uno scrittore di straordinaria bravura, le cui parole danzano sulla pagina. Il fatto è che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/whitman-libro/">“Io contengo moltitudini”. Come Walt Whitman può cambiarti la vita. Aggiornamento bibliografico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Definire ‘atteso con ansia’ un libro fresco di stampa è quasi inammissibile. Eppure, nel caso di <a href="https://www.amazon.it/What-Grass-Walt-Whitman-Life/dp/0393070220" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>What is the Grass:</em> <em>Walt Whitman in my Life</em></strong></a> di Mark Doty questa è la realtà. Ciò è vero non soltanto perché Doty è uno scrittore di straordinaria bravura, le cui parole danzano sulla pagina. Il fatto è che la poesia ha la tendenza a fiorire in tempi eccezionali, come il momento presente. Il ricorrere del duecentocinquantesimo anniversario della nascita di William Wordsworth ha indotto i media a riflettere sul potere consolatorio del poeta inglese; una <em>Poetry Pharmacy</em><em>,</em> di recente apertura, è al centro dell’attenzione e i social network traboccano di poeti che con le loro poesie fanno di tutto per dare un senso a quanto ci sta accadendo. È probabile che non potesse darsi uno scenario più adatto per il libro di Doty, incentrato sulla sua esplorazione – durata una vita e completa sotto tutti gli aspetti – del grande poeta americano <a href="http://www.pangea.news/whitman-wilde-interviste/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Walt Whitman</strong></a>.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76790 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro1-9-198x300.jpg" alt="" width="315" height="478" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-9-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-9-768x1162.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-9-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-9.jpg 793w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" />Il libro, che va oltre le categorie di genere, ci guida alla scoperta dell’opera di Whitman, dove <em>Song of Myself</em> è visto come “un invito a trasformare i modi della percezione di sé in rapporto all’altro, un testo persuasivo che mira a farci rivedere la comprensione delle questioni più elementari. Questa poesia intende accompagnarci nella direzione di un risveglio”.</p>
<p>*</p>
<p>Alla sua morte, nel 1882, Whitman era ancora intento alla riscrittura del suo epocale <em>Leaves of Grass.</em> L’uomo che scrisse “<em>I am large, I contain multitudes</em>” (Io sono immenso, contengo moltitudini) era tanto proteiforme quanto la sua opera – tanto carismatico che il suo sguardo straordinario si è mantenuto persino nelle fotografie a lunga esposizione del diciannovesimo secolo. Dopo aver smesso di studiare all’età di undici anni, Whitman aveva per lo più lavorato nel settore tipografico e nel giornalismo fino allo scoppio della guerra civile americana, quando si trasferì a Washington dove si dedicò all’assistenza dei soldati feriti mentre ricopriva svariate altre mansioni minori in qualità di impiegato pubblico. <strong>Alla sua morte, all’età di settantadue anni, quasi vent’anni dopo aver subito un grave ictus, fu compianto dall’intera nazione. A quel tempo era già considerato uno dei grandi della letteratura americana.</strong></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Benché vi siano altri poeti che rileggiamo con la stessa frequenza, sono in pochi ad aver avuto un’influenza simile sugli sviluppi successivi della scrittura e delle idee. <strong>Esplosivi e formalmente innovativi, i canti di Whitman in lode del mondo della natura e della nascente urbanizzazione, della trascendenza e del sesso hanno avuto un effetto trasformativo su quanto è venuto dopo, ben oltre i confini del mondo anglofono.</strong> La sua figura è di enorme rilevanza per qualsivoglia poeta, soprattutto se nordamericano come lui; e la poesia di Doty, come anche la prosa, è chiaramente Whitmaniana per la franca umanità e per il trattamento della musicalità del parlato, flessibile, moderna e soprattutto ben percepibile.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Anche Doty, come il suo grande precursore, è un omosessuale e un poeta impegnato nell’esplorazione di temi quali il desiderio e i legami sentimentali nel mondo attuale. Le sue celebri raccolte <em>My Alexandria</em> e <em>Atlantis</em>, e una serie di memorie in prosa a cominciare da <em>Heaven’s Coast</em>, affrontano il dolore e gli orrori della crisi dovuta all’Aids&#8230; Il suo Whitman è il poeta della scoperta di sé e dell’incontro integrale con il mondo: “<em>I have instant conductors all over me […]</em> <em>They seize every objects and lead it harmlessly through me</em>” (“Ho dappertutto conduttori istantanei, afferrano ogni cosa portandola dentro di me, docilmente&#8221;.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76791 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro2-9-219x300.jpg" alt="" width="337" height="463" />Certo, nella vita non è tutto così semplice. Come Doty – lo rivela lui stesso in una serie di nitidi bozzetti autobiografici – anche Whitman ‘dissimulava’ talvolta quello che poteva scatenare la censura sociale. Ma <em>What is the Grass</em> risolve il problema di “Quello che i defunti facessero o non facessero a letto” tornando alla poesia in sé stessa. <strong>“Il corpus dell’opera poetica [di Whitman] è ora il suo unico corpo, sontuoso, rivelatorio, audace, contraddittorio, del tutto onesto e al contempo cautamente velato”.</strong> Gli scritti di Whitman visualizzano un mondo saturo di sessualità maschile: “<em>As God comes a loving bedfellow and sleeps at my side</em>” (“Quando Dio arriva e dorme al mio fianco, quale amoroso compagno”).</p>
<p>*</p>
<p>Quindi, a un’attenzione profonda rivolta al dato biografico, vagamente ossessiva, Doty antepone il piacere della lettura. <strong>Così questo libro dalle molte sfaccettature è, tra le altre cose, testimonianza</strong><strong> della lettura stessa: il ritornare dell’autore a un corpus di opere per lui di enorme rilevanza, di cui è evidente non soltanto la straordinarietà, ma soprattutto l’azione plasmante sulla sua stessa vita.</strong> Brani sottoposti a lettura ravvicinata pervadono <em>What is the Grass</em>, alla ricerca delle fonti della eccezionale inventiva di Whitman. Doty ne identifica cinque: l’esperienza rivelatrice, l’amore gay, lo sviluppo dei grandi centri urbani in America, il mondo della natura e l’orale vivacità dell’angloamericano.</p>
<p><strong><em>Fiona Sampson</em></strong></p>
<p><em>*L’articolo è stato originariamente pubblicato <a href="https://www.spectator.co.uk/article/walt-whitman-s-poetry-can-change-your-life" target="_blank" rel="noopener noreferrer">su “Spectator”</a>, la traduzione è di Anna Rocchi</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Includi tutti gli inferni e tutte le dannazioni”: Walt Whitman parla</title>
		<link>https://www.pangea.news/walt-whitman-horace-traubel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Apr 2019 05:55:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Biografia]]></category>
		<category><![CDATA[Horace Traubel]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima edizione di Foglie d’erba, con Walt inciso sul frontespizio, barba incolta, braccio sul fianco, camicia ribaltata al gomito, cappello baldo, era uscita dieci anni prima. Sul Fortnighlty Review, il giornale inglese fondato da Anthony Trollope, l’intellettuale di turno, Moncure D. Conway, scrive della “chiarezza biblica” e del “sorprendente priapismo” di quelle poesie dilaganti, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La prima edizione di <em>Foglie d’erba</em>, con Walt inciso sul frontespizio, barba incolta, braccio sul fianco, camicia ribaltata al gomito, cappello baldo, era uscita dieci anni prima. Sul <em>Fortnighlty Review</em>, il giornale inglese fondato da Anthony Trollope, l’intellettuale di turno, Moncure D. Conway, scrive della “chiarezza biblica” e del “sorprendente priapismo” di quelle poesie dilaganti, dirompenti.<strong> “I lettori schizzinosi debbono turarsi il naso: lo scrittore non esita a porgere secchi di letame in salotto… la processione senza fine dei simboli della vita – funerea e carnevalesca, una sciarada di nazioni e di città, di epoche e di uomini – stordisce con terrore e meraviglia. </strong>Ci arrendiamo a questi occhi di Maya: volti, forme, scheletri. L’autografo di New York, le praterie, Ohio, Mississippi, tutti i poteri, il bene e il male. C’è molto di ripugnante per la mente ordinaria in queste poesie”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Per mettere pepe – oltre al sale, che c’è – alla recensione – titolo lapidario: <em>Walt Whitman </em>– il giornalista fa il pettegolo. Come si sa, Ralph Waldo Emerson, guru della filosofia statunitense, saluta l’esordio di WW con brio. “All’inizio mi stropicciai gli occhi per capire se questo nuovo raggio di sole non fosse che un’illusione… La saluto al principio di una grande carriera, che dovrà avere clamorosa evidenza dopo un simile esordio”. <strong>Whitman fece l’errore, malizioso e brillante, di pubblicare la lettera alla fine del libro. “La cosa infastidì assai il dotto signor Emerson… il libro, infatti, risuonò illeggibile in molti di quei circoli che avevano eletto il raffinato pensatore a loro sodale”.</strong> Le grandi opere danno sempre grandi problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_66659" aria-describedby="caption-attachment-66659" style="width: 184px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66659" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/med.00009.001-e1554908641580-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/med.00009.001-e1554908641580-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/med.00009.001-e1554908641580.jpg 429w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" /><figcaption id="caption-attachment-66659" class="wp-caption-text">Horace Traubel ha annotato le chiacchiere quotidiane con Walt Whitman dal 1888: un lavoro minuzioso che ha prodotto migliaia di pensieri, ricordi, aneddoti</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Ma quella che voglio raccontare è un’altra storia. Nel 1873 Walt Whitman si trasferisce a Camden, New Jersey, a casa del fratello George, afflitto da paralisi. <strong>Per strada, il poeta sfotte un ragazzino, si chiama Horace, ha quattordici anni, è figlio di un litografo ebreo tedesco di nome Maurice, e va verso la biblioteca con una piramide di libri in braccio.</strong> Che fai, boy, non ti pare di leggere troppo? Il ragazzo replica, ascolta il poeta, ne è affascinato. Le pettegole del quartiere beccano la madre di Horace, Horace Traubel, e le dicono che non è bene che il figlio frequenti quel vecchio lascivo. I genitori lasciano fare e nasce una delle amicizie più formidabili e proficue della storia della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo m’interessa, capisci? <strong>La dedizione. La prassi eroica del dono. L’ascolto. La fascinazione. L’incendio dentro un volto altro. Una milizia nell’amare. Dopo la morte del fratello, Whitman acquista una casa a due piani in Mickle Street. Dal 1888 è Horace a occuparsi di lui.</strong> Risponde alle lettere, legge al poeta i commenti degli ammiratori, paga infermiere e farmaci, organizza cene per raccogliere soldi utili a far stare bene il suo assistito – il quale, vezzi poetici, adorava lo champagne ghiacciato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Traubel aveva la santità di quelli che sanno custodire. Mentre faceva l’impiegato di banca a Philadelphia – il lavoro sicuro… – scriveva per il <em>Boston Commonwealth</em>, per lo più pezzi politici. Fervente socialista, fondò la rivista letteraria <em>The Conservator </em>e poi <em>The Worker</em>. Fu amico di Upton Sinclair, nel 1904 pubblicò un libro di prose liriche, <em>Chants Communal</em>, <strong>di lui Eugene V. Debs, cinque volte candidato alle elezioni presidenziali e una volta, nel 1924, al Nobel per la pace, disse: “ha la visionarietà di un profeta, la mente analitica di un filosofo, l’anima eroica di un martire e il cuore puro di un bambino”. La sua fama si deve all’amore che aveva per Whitman, testimoniato dagli innumerevoli volumi che vanno sotto il titolo, <em>Walt Whitman in Camden.</em></strong> Per quattro anni, ogni giorno, Traubel ha annotato le conversazioni intrattenute con Whitman. Il poeta morì nei primi giorni di primavera del 1892. “Sto diventando un vecchio pettegolo – un chiacchierone – un narratore di storie”, gli aveva detto WW, intimandogli, “Tu parlerai di me dopo la mia morte. Discorsi, ansie, vittorie, sconfitte. Bisogna dire la verità. Non mi smussare, includi tutti gli inferni e tutte le dannazioni”. Traubel fu il biografo angelico di Whitman. Dopo la sua morte, si trovò tra le mani migliaia di fogli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La dedizione di Traubel fu al limite dell’ossessivo. Nel crocevia di memorie, indagini, meteore del ricordo, molto materiale è superfluo, un fiume di fango, ondivago. Il lavoro di Brenda Wineapple per la Library of America, disponibile da fine mese <a href="https://www.nybooks.com/articles/2019/04/18/walt-whitman-alone/#fnr-*" target="_blank" rel="noopener noreferrer">e anticipato in parte qui</a>, è stato quello di ridurre le migliaia di pagine in un nocciolo duro (220 fogli) dal titolo <em><a href="https://www.loa.org/books/601-walt-whitman-speaks" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Walt Whitman Speaks</a>. </em><strong>Il libro è un binocolo per leggere con più accuratezza l’anima del Bardo americano, il poeta incomparabile, e i “suoi pensieri definitivi sulla vita, la scrittura, la spiritualità, le prospettive dell’America”,</strong> come dice il tonante sottotitolo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Tu sei la sola cosa che c’è tra me e la morte”, aveva detto all’amico amato Whitman, nel 1889. “Ho mostrato Whitman. Ho lasciato che fosse lui il protagonista di questa storia. Questo non è un mio libro: è suo. </strong>Parla le sue parole. Riflette i suoi atteggiamenti. Ho scelto di lasciarlo nella non premeditata forma di luce e ombra”, scrive Horace raccontando la composizione del lavoro. &nbsp;Whitman nasce nel 1819, 200 anni fa; Horace Traubel, l’amico, confidente, seguace, muore nel 1919, un secolo fa, quando Whitman avrebbe compiuto 100 anni. I segni, a volte, segnalano il nitore di un’amicizia. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-66660 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/whitman-libro-195x300.jpg" alt="" width="164" height="252" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/whitman-libro-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/whitman-libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/whitman-libro.jpg 400w" sizes="(max-width: 164px) 100vw, 164px" />Alcuni brani da “Walt Whitman Speaks” </em></p>
<p style="text-align: justify;">L’America deve accogliere tutti – cinesi, irlandesi, tedeschi, poveri o no, criminali o meno – tutti, tutti, senza eccezione: diventare rifugio per chi sceglie di starci. Forse ci siamo allontanati temporaneamente da questo principio, ma il tempo ci porterà indietro… <strong>L’America non è per i tipi speciali, per la casta, ma per la grande massa – il vasto, crescente, fiducioso esercito dei lavoratori.</strong> Osiamo negare loro una casa – chiudergli le porte in faccia – prendere possesso di tutto e poi recintarlo e poi sederci soddisfatti del nostro sistema – certi, così, di risolvere il problema? Io mi rifiuto di connettere l’America a questo fallimento – sarebbe tragico, sarebbe una tragedia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi piace lo spirito scientifico – essere sicuri ma non troppo, la volontà di abbandonare le idee quando le prove le contraddicono: questo è buono</strong> – mantiene le vie aperte – dà sempre vita, pensiero, affetto, umanità, la possibilità di ritentare dopo un errore, dopo una ipotesi sbagliata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Presumo che ci siano qualità – forze latenti – in tutti gli uomini che devono essere scossi – <strong>scuotere: questa è la funzione dello scrittore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il segreto di tutto è scrivere il gorgoglio, il pulsare, il momento che esonda – mettere le cose giù senza premeditazione – senza preoccuparsi dello stile – senza attendere il momento e il luogo adatti. Ho sempre lavorato così. </strong>Ho preso il primo pezzo di carta, la prima porta, la prima scrivania, e ho scritto – scritto – scritto. Nessuna immagine preparata, nessun poema elaborato, nessuna correzione potrebbero migliorare ciò che è così. Scrivendo nell’istante, si coglie il battito del cuore della vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Walt Whitman</em></strong></p>
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		<title>Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro</title>
		<link>https://www.pangea.news/finlandia-felicita-onu-statistiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 11:09:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[Walt Whitman]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cos’è la felicità? Da quando “la ricerca della Felicità” è diventata uno dei “diritti inalienabili”, insieme a Vita e a Libertà, dal 1776, la felicità è diventata una condanna. * In ogni caso: la Vita è un dono, la Libertà è obbedienza, la ricerca della Felicità è una scelta. La Felicità all’americana ha prodotto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/finlandia-felicita-onu-statistiche/">Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che cos’è la felicità? Da quando “la ricerca della Felicità” è diventata uno dei “diritti inalienabili”, insieme a Vita e a Libertà, dal 1776, <strong>la felicità è diventata una condanna.</strong></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>In ogni caso: la Vita è un dono, la Libertà è obbedienza, la ricerca della Felicità è una scelta.</strong> La Felicità all’americana ha prodotto Walt Whitman – canto me stesso perdendomi nello sterminato – e McDonald’s, ingrasso ora perché del doman non v’è certezza. D’altronde, dice Qohelèt, il graffiante cinico biblico, visto che “gli uomini non possono capire ciò che Dio fa, ho capito che per essi non c’è altro che il piacere e darsi la felicità: dono di Dio è per un uomo mangiare, bere, godere del proprio lavoro”. Fosse per lui, saremmo tutti felici.</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Uccidere la felicità</em>, facendo massacro della cronaca, di indicibile ferocia, potrebbe essere il titolo di un libro. La testimonianza del reo confesso per l’omicidio di Stefano Leo, secondo le parole del procuratore vicario di Torino, è questa. L’omicida ha voluto uccidere un uomo felice, credendo di uccidere la felicità. <strong>Fare filosofia su un fatto efferato – compiuto quando il male cementa il caos in un atto definitivo – è esercizio per giornalisti in babbucce. Di per sé, dovremmo tutti uccidere la felicità</strong> – vegliare nei dintorni della quiete, ricercare il bene (a tratti, la ricerca della felicità personale si attua attraversando il male altrui). Già. Ma che cos’è la felicità?</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Felicità</em>, etimologicamente, significa ciò che è fertile, ciò che produce qualcosa. Una terra feconda è felice, rende felice chi la abita. <strong>Anche il deserto può essere fecondo, però: può far fruttificare una consapevolezza diversa in me. L’etimologia ci dice che tutto ciò che nasce è buono: in primavera siamo indotti alla felicità.</strong> Eppure, la nascita di qualcosa coincide con la morte di qualcos’altro, questa è la legge di natura. Così, la felicità di qualcuno è garanzia della mia infelicità.</p>
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<p style="text-align: justify;">Per la Bibbia felicità è salute e gioia (“Ricchezza più vasta del corpo sano non c’è/ non c’è felicità più vasta di un cuore travolto di gioia”, <em>Sir </em>30, 16). La felicità più grande di tutte, però, è obbedire: “Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e gli è fedele, non come uno che dimentica ma come uno che pratica, questi trova nella pratica la felicità” (<em>Gc </em>1, 25); “Guidami nella via dei tuoi comandi/ lì è la mia felicità” (<em>Sal </em>119, 35). Come sempre, affascina la giunzione degli opposti: legge e libertà; felicità e obbedienza. <strong>La felicità privata (gioia nel cuore, salute) ci fa capire che questa felicità, propria, è propriamente misera, è privazione della felicità più grande. Si è felici solo obbedendo.</strong></p>
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<p style="text-align: justify;">Se non hai nulla a chi obbedire – fosse anche il futuro, il destino, l’opera, <strong>qualcosa che ti travolge e supera</strong> – la felicità è fobia del poco, fola, inesauribile fame. Infelicità.</p>
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<p style="text-align: justify;">L’Onu classifica la felicità in una bizzarra classifica stilata annualmente, <a href="http://worldhappiness.report/ed/2019/" target="_blank" rel="noopener">il “World Happiness Report”,</a> che miscela soldi, welfare, aspettative di vita, libertà nel compiere ciò che ci pare, percezione della corruzione. <strong>L’idea è quella di sintetizzare un concetto molto personale in un sistema sociale. Al primo posto in questa classifica c’è la Finlandia. </strong>Seguono: Norvegia, Danimarca, Islanda, Svizzera, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Svezia, Australia, Israele. L’Italia, al posto 47, è dietro Kuwait, Tahilandia, Uzbekistan, Nicaragua, Malaysia, Colombia, Singapore, Arabia Saudita, Qatar, Cile. Goethe, che pensava che <a href="http://www.pangea.news/guido-viale-ambiente-rifiuti-ballard-dickens-kafka/" target="_blank" rel="noopener">un napoletano povero ma bello era meglio di un diplomatico russo</a> ricco ma ingrigito dal gelo, non sarebbe d’accordo.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Forse per spirito di contraddizione, sarei felice di visitare tutti i paesi che secondo la classifica della felicità vivono in truce infelicità: Grecia (posizione 79), Libano (88), Mongolia (94), Nepal (101), Georgia (128), Armenia (129). Nel paese più felice del mondo, la Finlandia, invece, sono stato di recente, <a href="http://www.pangea.news/ma-cosa-ci-fa-robert-louis-stevenson-a-helsinki-reportage-finlandese-dalla-citta-gelida-dove-i-tram-hanno-il-passo-di-un-funzionario-di-partito-e-gli-elfi-ti-servono-la-cena/" target="_blank" rel="noopener">riportando le mie opinioni su <em>Pangea</em>,</a> sono felice di esserci stato, ma non ci vivrei mai.</strong> Certo: ci sono biblioteche meravigliose e molto frequentate, ci sono boschi bellissimi. Eppure, i finlandesi con cui ho parlato (non sono certo l’Onu, ma ho discusso con studenti e con studiosi, con consoli e con colti, con sportivi e con istrioni, con ricchi e con umili, con immigrati e con emigranti) non sono felici. Si sentono sicuri. Che è un po’ diverso. <strong>La loro, voglio dire, è una felicità grigia: cittadine anonime – determinate da struttura architettonica russa o svedese, non autoctona – hobby salutari (bicicletta, caccia alla renna), lavoro sicuro, casetta tra i boschi con seggiolina sul lago. Di solito, sognano l’Italia.</strong> Al di là del viaggiatore estatico ed entusiasta – che bello leggere il <em>Kalevala</em> cavalcando una renna mentre vado a detronizzare Babbo Natale – non ho sentito il bollore della gioia in Finlandia.</p>
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<p style="text-align: justify;">Un paese che garantisce sicurezza ai propri cittadini dalla culla alla tomba, la Finlandia. Questa è la felicità? L’Onu ci vuole tutti così: zitti, addomesticati, addestrati, con inquietudini domestiche, simili a un cagnolino. <strong>Essere felici non è rischiare tutto al vento dell’avventatezza, giocarsi la vita fino all’ultimo bramito, puntellare di conversioni e di capriole i nostri giorni? Disordinare l’idea ordinaria di felicità.</strong> Più che la felicità, mi pare, l’Onu misura l’obbedienza dei cittadini, l’educazione civica – più che di felicità, qui si parla di noia. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/finlandia-felicita-onu-statistiche/">Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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